Giuseppe Conte “I senza cuore” recensione di Giulia Ziino da Il Corriere Cultura

Al centro della vicenda c’è il Sacro Catino, sorta di Graal ancora oggi custodito a Genova nella cattedrale di San Lorenzo

Genova, 1116, il primo giorno di marzo. Dal porto salpa una galea: trasporta merci e vino verso mercati lontani, e ricchi, promessa di sicuri guadagni. Ma il comandante, Guglielmo il Malo, ha in testa altro: un vaso di smeraldo esagonale, preziosissimo bottino di guerra. Dicono che Cristo abbia mangiato lì l’agnello nell’ultima cena. Una scodella, un piatto, in latino gradalis — graal. Guglielmo lo ha portato a Genova dalla Terra Santa, dove ha trionfato sui saraceni, ma ora vuole conoscerne il segreto… fa rotta verso l’atlantico, per la lontana Bretagna: ci arriverà — attraverso scali e porti, moschee, incontri, bordelli — ma prima dovrà affrontare una strana serie di morti, di crudeli delitti compiuti nel buio a bordo della sua nave che lo costringeranno — lui, uomo d’azione — a farsi inquisitore, detective. Due soli indizi: sulla galea maledetta l’assassino colpisce solo nelle notti di luna nuova, e strappa il cuore alle sue vittime.[…]

È un romanzo storico e insieme un giallo I senza cuore (Giunti) di Giuseppe Conte, poeta a cui piace, di tanto in tanto, misurarsi con i tempi lunghi della narrativa. […] (da Giulia Ziino Il Corriere)

 

Halldora Thoroddsen “Doppio vetro”recensione di Lidia Ravera da tuttolibri La Stampa

Ho 75 anni e ginocchia malmesse
ma ti amerò con leggerezza

Un’anziana vedova nel centro di Reykjavik viene corteggiata da un chirurgo in pensione la sua esistenza tranquilla e protetta dal doppio vetro delle finestre subisce una scossa

 

… dopo la morte di un marito molto amato anche se un po’ «semplice», (uno di quegli uomini «felici nelle belle giornate» che «non riflettono mai su quello  che provano») ha incontrato Sverrir, chirurgo in pensione, capace di ronzare attorno alla sua casa come un adolescente sperando di vederla uscire.

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e anche:

la recensione su Il mestiere di leggere, blog di Pina Bertoli

Eleonora Cozzella “La Carbonara perfetta” recensione di Irene Arquint su Il Tirreno

“La Carbonara perfetta”
ce la spiega il libro
di Eleonora Cozzella

Una Carbonara può essere perfetta. O forse, piatto talmente vivo, conosciuto e preparato, che potrebbe essere anche imperfetta, nel senso che si può giocare su cento versioni diverse e il piatto non cambia. Questa impresa è riuscita ad Eleonora Cozzella, autrice per Cinquesensi Editore del libro “La Carbonara perfetta”. 

…continua a leggere la recensione di  Irene Arquint

Le pagine più visitate di tuttatoscanalibri nel mese di aprile

Le pagine più visitate di tuttatoscanalibri nel mese di aprile

Delia Owens “La ragazza della palude”

Articolo da La Repubblica Cultura: La Serie di “Detective selvaggi”di Giancarlo De Cataldo

Antonio Moschetta “L’intestino in testa”

Elena Loewenthal “Nessuno ritorna a Baghdad”

Silvia Volpi “Alzati e corri, direttora” un assaggio da Il Tirreno e l’intervista all’autrice

Le “traduzioni” dei risvolti di copertina di Piergiorgio Paterlini: Fabio Bacà “Benevolenza cosmica” da Robinson La Repubblica

Nadia Fusini “Maria”

Louise Penny “Case di vetro”

Fabio Bacà “Benevolenza cosmica”

J.D. Salinger “Il giovane Holden”: l’anniversario (1 /1/ 1919)

Marina Cvetaeva “Sette poemi”

“Epitaffi greci. La Spoon River ellenica di W. Peek ” da Il Venerdì La Repubblica 19 aprile 2019

Con il testo a fronte, raccoglie le epigrafi sepolcrali greche, dall’età arcaica a quella cristiana, di Werner Peek, epigrafista tedesco, pubblicate nel 1955, tradotte e commentate da Franco Mosino, grecista; la revisione e l’introduzione sono curate da Emanuele Lelli con un gruppo di studenti del Liceo Tasso di Roma. Prefazione di Giulio Guidorizzi

Articoli correlati

E.L. Masters Antologia di Spoon River

e anche

la nuova edizione illustrata e melodica

Chiara Parenti ” Un intero attimo di beatitudine” recensione di Elena Torre da Il Tirreno del 24 aprile 2019

L’esordio di Chiara Parenti nello “young adult”

Un attimo di beatitudine
alla ricerca di se stessi

 

di Elena Torre

 

 

Da pochi giorni in tutte le librerie “Un intero attimo di beatitudine” il nuovo romanzo di Chiara Parenti. Toscana doc, vive in un minuscolo paesino alle porte di Lucca, con marito, figlio e una tribù di animali. E con questo nuovo libro intende proseguire il mood avviato con “La voce nascosta delle pietre” che ha segnato l’inizio dell’avventura con Garzanti, e poi, l’anno scorso, con “Per lanciarsi dalle stelle” in cui la protagonista Sole convive da sempre con un sacco di paure e insicurezze. E ora dalle paure di Sole alle avventure di Daniel. «Quello di Daniel è un viaggio alla ricerca di se stessi, una storia delicata e romantica, una grande e meravigliosa avventura – dice Chiara Parenti – Soprattutto è il mio primo young adult, e scriverlo è stata una bella sfida. A proposito di paure, sono uscita dalla mia confort zone. Daniel è un ragazzo di diciotto anni, misterioso, riflessivo e taciturno che, con la sua inseparabile Polaroid, ama catturare la bellezza che salverà il mondo». Il titolo riprende l’ultima frase de “Le notti bianche” di Dostoevskij: “Un intero attimo di beatitudine! È forse poco per colmare la vita di un uomo?”. «L’idea della storia è una riflessione su quei preziosi istanti di felicità, che anche solo per poco ci riempiono l’anima di una gioia sconsiderata, facendoci amare la vita nonostante le sofferenze che ci procura – dice ancora l’autrice – Daniel è alla ricerca di questi attimi di beatitudine perché ne ha bisogno, per un motivo particolare che scoprirete, ma in fondo credo sia quello di cui abbiamo bisogno tutti». 

tuttatoscanalibri propone una piccola raccolta di “classici” dell’ Ottocento e Novecento, da leggere o rileggere

Albert Camus “Lo straniero”

Grazia Deledda “Canne al vento”

James Hilton “Addio, mister Chips!”

George Orwell “1984”

Vasco Pratolini “Cronache di poveri amanti”

J.D. Salinger “Il giovane Holden”

Jack London “Martin Eden”

Michail Bulgakov “Il Maestro e Margherita”

e ancora:

Francis Scott Fitzgerald “Il grande Gatsby”

Ernest Hemingway “Il vecchio e il mare”

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Boris Pasternak “Il dottor Zivago”

Fred Uhlman “L’amico ritrovato”

Lev Tolstoj “Anna Karenina”

Alessandro Manzoni “I promessi sposi”

Paola Cereda “Quella metà di noi” recensione di Demetrio Paolin da La Lettura Il Corriere

Nel suo nuovo romanzo Quella metà di noi (Giulio Perrone), selezionato nella dozzina dello Strega 2019, Paola Cereda mette in scena una Torino diversa. Non quella esoterico/borghese di Fruttero&Lucentini, non quella industriale tipica di molta saggistica, né quella luminosa dei depliant turistici post Olimpiadi 2006, e neppure quella ironico beffarda di Gipo Farassino. La Torino di Cereda è quella delle barriere, una sorta di città dentro la città, in cui la distanza dal centro si misura in fermate di tram o di bus.

…continua a leggere la recensione di Demetrio Paolin

e anche:

 la recensione da “Spazio libero di lettura”

Delia Owens “La ragazza della palude”

Nel cuore sfregiato di Kya.

Una ragazza vive isolata in una palude.

L’amore, gli abbandoni e un brutale delitto.

la recensione di Tiziana Lo Porto da DLa Repubblica

e il primo capitolo del thriller

 

Omaggio a Claudio Magris

Omaggio di tuttatoscanalibri a Magris per il suo ottantesimo compleanno:

Claudio Magris, è nato a Trieste 1939. Studioso della cultura della Mitteleuropa è anche autore di opere di narrativa tra cui Danubio (1986, con cui vince il Premio Bagutta); Un altro mare (1991), Il Conde (1993); Microcosmi (1997), con cui ha vinto il Premio Strega; e altri premi prestigiosi, Príncipe de Asturias nel 2004 e nel 2016 il premio Kafka. Docente universitario di letteratura tedesca, iniziò nel 1967 una lunga collaborazione con Il Corriere.

Le opere:

da Consigli.it Cultura a cura di Maurizio Amore

 

 

Da mangialibri la presentazione di alcuni degli scritti

 

Da Panorama Libri on line:

Dalla presentazione di Danubio, un viaggio nella Mitteleuropa datato 1986:

Paesaggi, umori, incontri, riflessioni, racconti di un viaggiatore sterniano che scende con pietas e con humour lungo il vecchio fiume, dalle sorgenti al Mar Nero, ripercorrendo insieme la propria vita e le stagioni della cultura contemporanea, le sue fedi e le sue inquietudini. Un itinerario fra romanzo e saggio che racconta la cultura come esperienza esistenziale e ricostruisce a mosaico, attraverso i luoghi visitati e interrogati, le civiltà dell’Europa centrale – in tutta la complessa varietà dei suoi popoli e delle sue culture – rintracciandone il profilo nei segni della grande Storia e nelle effimere tracce della vita quotidiana. Viaggio esterno, dunque, e avventura interiore, minuziosa documentazione erudita che diventa materia di finzione e di digressione fantastica per un viandante curioso di luoghi, libri e persone che redige un piccolo Decamerone danubiano con storie e vicende, destini individuali e collettivi rimasti impigliati sulle rive del fiume e del tempo. Il Danubio diviene un labirintico percorso alla ricerca del senso della vita e della storia, sull’atlante della vecchia Europa e del nostro presente.

Da Danubio:

Fiume della melodia, lo chiamava Hölderlin presso le sue sorgenti; linguaggio profondo e nascosto degli dèi, strada che univa l’Europa e l’Asia, la Germania e la Grecia, lungo la quale la poesia e il verbo, nel tempo del mito, erano risaliti a portare il senso dell’essere all’occidente tedesco.

Scendo i pochi metri che separano la mia panchina dalla sorgente della Breg e risalgo il prato, bagnandomi calze e scarpe, verso la casa. L’acqua brilla fra l’erba, la sorgente fluisce tranquilla, il verde degli alberi è buono, e anche il suo odore. Il viaggiatore si sente un po’ goffo e meschino e avverte la superiore oggettività della cornice che lo avvolge. È possibile che quei rigagnoli nel prato siano il Danubio, il fiume dei superlativi, com’è stato chiamato, col suo bacino di 817.000 chilometri quadrati e i duecento miliardi di metri cubi d’acqua che esso rovescia ogni anno nel Mar Nero? Il ruscello, qualche centinaio di metri più a valle, fugge e splende veloce, merita già l’epiteto di «belcorrente» col quale Esiodo definisce l’Istro. I passi verso la casa assomigliano alle frasi su un foglio di carta, il piede tasta il terreno acquitrinoso e aggira una pozzanghera come la penna circuisce e attraversa lo spazio bianco del foglio, evita un ingorgo del cuore e del pensiero e procede oltre come se esso fosse una macchia di inchiostro, fingendo di averlo superato, mentre lo ha soltanto schivato e lasciato indietro, irrisolto e scivoloso.

Da Magris, Claudio. Danubio