Nadia Fusini “Maria” recensione di Leonetta Bentivoglio da La Repubblica Cultura

Ritratto di signora in fuga innamorata di un uomo che la odia

di LEONETTA BENTIVOGLIO

“María”, il nuovo romanzo di Nadia Fusini

Chi legge María di Nadia Fusini (Einaudi) non può fare a meno d’interrogarsi sull’ambiguità degli ingranaggi di attaccamento messi in atto dalle donne, sul masochismo diffuso nel loro modo di amare, sul frequente accavallarsi di amore e paura, sulla complicità che lega vittima e aguzzino in quella partita piena di sfumature contraddittorie che è la coppia.

Questo breve e tesissimo romanzo riflette le oscillazioni di una passione inquieta, ossessiva e squilibrata come lo sono certe passioni femminili, capaci di smarrirsi in zone rischiose del sentire, cioè in aree di remissività morbosa, nate da secoli di sopraffazioni, delle quali si dovrebbe tener conto quando si parla di femminicidi. Fusini, che è una femminista storica, ha il coraggio di descrivere in alcuni passaggi il godimento con cui María recepisce la brutalità del suo compagno, e la franchezza con cui registra un tale gioco al massacro è uno degli aspetti più notevoli e inaspettati del libro.

María, per Fusini, è un viaggio nella fiction. Esperta di letteratura inglese e ritrattista di celebri scrittrici, l’anglista ha percorso e infranto con spregiudicatezza il limite che separa l’approccio saggistico da quello narrativo. Ci sono margini di libertà fantastica, nelle sue biografie, che le permettono un coinvolgimento emotivo in grado d’imprimere un’umanità profonda alle sue indagini. Ma senza rinunciare alle fondamenta degli studi critici. Invece, in María, Fusini si lancia nell’invenzione totale dei personaggi. Benché la trama prenda spunto da un episodio di cronaca, la vicenda scorre affrancata da condizionamenti. E sembra attenersi al linguaggio e alla struttura di una novella classica: netta, implacabile, essenziale. Conta il plot. La donna del titolo è fragile e al contempo audace. La sua debolezza, la sua sopportazione del più osceno machismo, sanno cedere improvvisamente il passo alla temerarietà. Quest’impulso catartico investe María nel momento in cui mette al mondo un figlio. L’essere madre le dà un’identità, svelandole una funzione generativa non controllabile dal suo persecutore. La nutre di un potere nuovo. Ciò accade alla fine della storia coincidente con l’inizio, dato che la forma di questa parabola scaturisce da una dichiarazione che lei rilascia in questura: «Sono venuta a confessare un delitto».

A partire da qui, il resoconto ci viene restituito dall’agente di polizia Santini, il quale lo raccoglie per accompagnarci nel lungo flashback di María cospargendolo di commenti acuti e turbati (Santini è un tipo colto e sensibile). Da ragazza María si è innamorata del maschio sbagliato, consentendogli di sbranarla. Lui, Giovanni, dal nord padano la conduce nella propria isola. Un luogo aspro e distante, invaso da una luce che abbaglia e stordisce, dove l’uomo si dimostra per quel che è: un violento, un collerico e un sadico che le infligge botte, insulti, umiliazioni e un sesso frettoloso e animalesco. Giovanni si prende un’amante, la bella Rosalia, e María è al corrente della loro relazione. Quando un giovane forestiero osa avvicinare Rosalia, Giovanni lava l’offesa ammazzandolo, e con ferocia definitiva fa di sua moglie una testimone oculare dell’assassinio.

María riesce a ribellarsi al proprio autolesionismo, facendolo arrestare, solo perché ha avuto un bambino sottrattole dal marito subito dopo il parto. Per ritrovare il figlio e fuggire dall’incubo, consegna alla giustizia l’omicida.

E il poliziotto ascolta la sua esposizione. Quando María sparisce tornando al nord, è come se Santini fosse stato attraversato dalla visione di un angelo. Sceso all’inferno per aggrapparsi a un mostro («in Giovanni amavo il fascista», gli ha detto María parafrasando un verso di Sylvia Plath), ma riscattato dall’approdo alla consapevolezza.

María di Nadia Fusini (Einaudi pagg. 130 euro 13)