Lello Scorzelli (Napoli 7 Novembre 1921 – Roma 19 Settembre 1997) è stato un artista poco frequentato, ma che ha lasciato un ampio patrimonio di opere, un artista prima naturalista poi visionario (suo il pastorale del Papa), creatore di sculture grandiose e minute oreficerie, visibili in parte in questo lavoro che vuole rendergli omaggio e ricordarlo nel centenario della nascita. Insieme a lui la donna che amò e che ispirò molte delle sue produzioni. Un incontro tra spiriti affini, fatto di passione e d’intesa artistica. Oltre al racconto dell’incontro tra i due protagonisti, il testo è corredato da foto che illustrano le opere dell’artista che raccontano una storia d’amore.
Brevi cenni sui protagonisti tratti dalle biografie:
“La famiglia voleva farne un medico. Iscrittosi alla Facoltà di medicina, attraverso lo studio dell’anatomia giunge all’interesse per il disegno e per la figura umana. Lascia l’università e si iscrive all’ Accademia di Belle Arti”.
Annamaria (Milano 13 gennaio1920 – Napoli 19 settembre 1969)
“Fin da piccola copia quadri, opere nei Musei, figure dalle riviste, scrive racconti, suona il pianoforte della madre. Cacciata dall’Università Cattolica di Milano per essersi rifiutata di indossare i manicotti neri, si iscrive e si laurea in Lettere all’Università di Torino. Lavora come indossatrice e scrive racconti per il settimanale Grazia”.
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Emanuele Trevi Due vite (Neri Pozza) ha ottenuto il maggior numero dei voti,256, subito dopo con 221 Edith BruckIl pane perduto (La nave di Teseo) romanzo che ha ottenuto il riconoscimento assegnato dai giovani, con un minimo distacco, 220 voti, Donatella di Pietrantonio con Borgo Sud (Einaudi) seguita dai 215 di Giulia CaminitoL’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani), chiude la cinquina Andrea Bajani Il libro delle case (Feltrinelli) con 203 voti.
Bajani e Caminito sono anche finalisti al Campiello.
Il romanzo della Bruck è un memoir che racconta sul filo del ricordo la sua esperienza di Auschwitz, quindi la salvezza e il tentativo di una nuova vita in Israele; poi le tournée in giro per l’Europa al seguito di un corpo di ballo, fino in Italia e l’amore con l’incontro con il poeta e regista Nelo Risi. L’oggi è una serie di riflessioni sull’attuale ondata xenofoba e la conclusione è una lettera a Dio in cui manifesta tutti i suoi dubbi e le sue speranze e il desiderio di tramandare ancora alle generazioni future capitoli della storia del Novecento
Di CaminitoL’acqua del lago non è mai dolce si ambienta sul lago di Bracciano: la protagonista, l’adolescente Gaia, racconta se stessa e la propria famiglia; la madre Antonia che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli, fiera e indomita crede nel bene comune ma vuole comunque insegnare alla sua unica figlia femmina a contare su se stessa e sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara e risponde non sempre con mezzi adeguati in cerca di un riscatto.
Bajani racconta il protagonista, un uomo chiamato Io, attraverso le case in cui ha vissuto le varie fasi della sua vita, circa quaranta abitazioni, come ad esempio Casa del sottosuolo, Casa sotto la montagna, Casa di Famiglia, Casa di Parenti; non sempre e non propriamente “case” in senso stretto, luoghi in cui accade qualcosa, un modo originale di raccontare la propria storia attraverso i luoghi in cui si è svolta, gli oggetti, i mobili, la metratura…
11 giugno 1289 ben settecentotrentadue anni fa i fiorentini inauguravano con la vittoria sul campo una nuova epoca: l’egemonia guelfa in Toscana e a Firenze. Una battaglia raccontata da insigni “giornalisti” dell’epoca come Compagni e Villani alla cui Cronica, ricca di dettagli, il testo di Barbero aggiunge un valore in più a questa famosa pagina di storia: risponde a molti quesiti che potremmo porci leggendo le antiche croniche. La Storia quando diventa micro-storia apre un mondo perché ci fa vivere la realtà del tempo descrivendo tutte quelle che erano le effettive difficoltà, esigenze, necessità di quel preciso periodo storico. Scopriamo così che il costo di un cavallo per andare in guerra era davvero esorbitante, ma scopriamo anche le armi, le armature, come si svolgeva un assedio e tanti piccoli particolari che sanno però farci rivivere tempi così lontani. Le pagine di Storia ci informano e documentano, la micro-storia ci avvicina agli uomini del tempo. La Storia ci tramanda che nella piana di Poppi, come ancora oggi è segnalato da cartelli che compaiono lungo la strada che conduce al castello, in località Campaldino si affrontarono l’armata aretina ghibellina e quella fiorentina guelfa. Tra i vai cavalieri Dante Alighieri, il “ghibellin fuggisco” combatté tra le file dei guelfi.
I capi ghibellini, tra i quali il vescovo Guglielmo degli Ubertini, Guido Novello dei conti Guidi, Buonconte da Montefeltro, decisero di attendere il nemico allo sbocco della vallata davanti a Bibbiena invece di intercettarlo in luoghi più angusti del percorso, forse per trarre vantaggio dalla geografia del luogo. Così quella mattina dell’ 11 giugno i due eserciti si schierarono sulla piana di Campaldino, nei pressi della chiesa di Certomondo; come scrive Alessandro Barbero, a differenza di quanto accade in epoca moderna, prima di iniziare una battaglia nel medioevo “i comandanti stabilivano una posizione difensiva, di solito appoggiata all’accampamento e ai carriaggi, e suddividevano le loro squadre di cavalieri in un certo numero di reparti o ‘battaglie’, decidendo quali impegnare subito e quali tenere di riserva, perché nello scontro le energie di uomini e cavalli si logoravano in fretta. I comandanti fiorentini selezionarono innanzitutto una forza di 150 ‘feditori’ destinati ad aprire lo scontro, fra i quali secondo la tradizione venne compreso anche Dante; i capitani di ogni sestiere scelsero i cavalieri migliori per questo compito, che era il più pericoloso …” (Alessandro Barbero, 1289. La battaglia di Campaldino, Laterza 2013).
Le parole danno forma al mondo, chiamando quanto ci circonda e quanto ci appartiene dentro e, come tutto ciò che concerne le creazioni dell’intelletto, non sono neutre e possono dare a quanto chiamano e raffigurano una forma o un’altra, creando una mentalità, un modo di guardare e vedere.
Quando nel 1879 ebbe inizio la compilazione del più imponente dizionario storico della lingua inglese e antica e moderna, l’Oxford English Dictionary, con la direzione di Sir James Murray, le parole entrate a farne parte erano accompagnate da una cronologia che ne indicava la prima comparsa ed erano corredate da citazioni tratte dalla letteratura o da altre fonti. Un lavoro mastodontico che vide la sua pubblicazione quasi cinquanta anni dopo.
Questa la storia vera del dizionario da cui prende spunto l’autrice del romanzo per raccontare delle parole “perdute”. Protagonista è la piccola Esme, figlia di un collaboratore di Murray, che raccoglie le strisce su cui sono scritte le parole scartate e così facendo le salva dalla distruzione. Ma perché sono importanti quelle strisce e da non perdere? Perché sono le voci delle donne, quelle che in un mondo in cui il pensiero era solo maschile, come anche la letteratura ne era appannaggio, significava costruire un dizionario che presentava un univoco punto di vista, nato dalla scelta di uomini con un’esperienza legata ad una precisa società, per colore ed età. Un dizionario delle donne: questo il desiderio della piccola Esme, non da contrapporre, ma da affiancare.
Un romanzo che oltre all’inatteso successo suggella una storia che sa di attualità: una manager italiana ha ottenuto che alcune espressioni sparissero in quanto offensive associate alla parola donna.
Se modifichiamo le parole possiamo davvero migliorare il mondo? Comunque anche una piccola riflessione non guasta.
Oxford. Lo Scriptorium nel giardino segreto è il luogo preferito della piccola Esme. Lì, nascosta sotto un immenso tavolo di legno, ruba parole scritte su bianchi fogli. Parole che il padre lessicografo scarta mentre redige il primo dizionario universale. Più Esme cresce, più capisce che le definizioni che non compariranno nel lemmario ufficiale hanno qualcosa in comune: parlano delle donne, del loro modo di essere, delle loro esperienze. Parlano della sorellanza, dell’amore che non è solo possesso, dell’essere compagne in una lotta comune. Escluderle significa non dar loro una voce, guardare il mondo da un unico punto di vista, soffocare possibilità e speranze. Eppure c’è chi fa di tutto per farle scomparire per sempre. Anni dopo, Esme è determinata a fare in modo che questo non accada. Per tutta la vita ha collezionato quelle parole con l’intenzione di proteggerle, perché ha un sogno: scrivere un dizionario delle donne, che restituisca a ciò che è andato perduto il rispetto che merita. Per farlo deve combattere contro chi non la pensa come lei. Ma a darle coraggio ci sono tutte le donne che da secoli non aspettano altro che far parte della storia e non essere dimenticate.[…]
Pip Williams, nata a Londra, è cresciuta in Australia dove vive e lavora come scrittrice e giornalista.
Muriel Barbery, autrice del romanzo L’eleganza del riccio, ritorna in libreria con un nuovo personaggio femminile, Rosa, una donna di quarant’anni, parigina, botanica, con una vita difficile sotto il profilo affettivo: non ha conosciuto il padre, un giapponese che vive a Kyoto, ed è cresciuta con una madre lontana perché chiusa nella propria tristezza. La sua vita trascorre piatta, senza entusiasmi, senza amori se non fugaci. Alla notizia della morte del padre accetta di recarsi a Kyoto per la lettura del testamento. Sarà un viaggio di trasformazione interiore complice l’atmosfera e le vie di Kyoto: grazie a Paul il segretario personale del padre nonché esecutore testamentario visiterà i templi, i vecchi quartieri, le sale da tè, i giardini perfetti, e conoscerà i rituali della cucina giapponese. E la bellezza si farà strada nel suo sentire conquistandola alla vita.
Per le vie di Kyōto il viaggio intimo di una giovane donna alla ricerca di se stessa.
Con questo romanzo potente e profondo, un ritorno alla narrativa realista dopo la parentesi fantastica, un’avventura nelle travagliate metamorfosi dell’animo umano, ritroviamo con piacere l’inconfondibile voce dell’autrice dell’Eleganza del riccio.
Simona Baldelli racconta la storia di una donna singolare che nel 1924 riuscì a partecipare prima e unica alla più importante manifestazione ciclistica del nostro paese, il Giro d’Italia. Il romanzo racconta la storia di Alfonsina ricostruendone la biografia e colmando, dove i documenti dell’epoca erano insufficienti, con intuizioni immaginate. Alfonsina nasce nel 1891 nei pressi di Bologna, da una famiglia povera di contadini e con tanti fratelli e nella sua breve vita, morirà a 68 anni, nel 1959, attraverserà due guerre mondiali, la Marcia su Roma, la partecipazione incredibile al Giro d’Italia, otterrà varie onorificenze correndo sempre in competizioni maschili, gareggiando con nomi prestigiosi di atleti e vedendo crescere la fama di campioni come Bartali e Coppi.
Simona Baldelli non si limita a ricostruire le fasi della sua vita ma si sofferma a tratteggiarla come donna e non solo come personaggio: sposa giovanissima di Luigi Strada, di cui mantenne il cognome nonostante il secondo matrimonio, come attrazione si esibisce nei circhi per poi trasferirsi a Milano aprendo un negozio per biciclette dove lavora aggiustando e allenando nuove leve.
Figura dimenticata riemerge in questo romanzo-biografia, un omaggio a chi seppe superare con caparbietà i limiti che le erano stati imposti dalla famiglia e dalla società.
[…] Alfonsina è stata una pioniera della parificazione tra sport maschile e femminile. Simona Baldelli ha trovato lo sguardo e la voce per trasformare la sua epopea in un romanzo attento alle verità della Storia e sensibile alle sfumature dei sentimenti, creativo nella struttura e libero di intrecciare i fatti concreti con l’invenzione necessaria al gesto letterario.[…]
e anche
Brevi note biografiche
Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Il suo primo romanzo, Evelina e le fate (2013), è stato finalista al Premio Italo Calvino e vincitore del Premio Letterario John Fante 2013. Il tempo bambino (2014) è stato finalista al Premio Letterario Città di Gubbio. Nel 2016 ha pubblicato La vita a rovescio (Premio Caffè Corretto-Città di Cave 2017), ispirato alla storia vera di Caterina Vizzani (1735) – una donna che per otto anni vestì abiti da uomo – e nel 2018 L’ultimo spartito di Rossini. Con Sellerio ha pubblicato Vicolo dell’Immaginario (2019) e Fiaba di Natale. Il sorprendente viaggio dell’Uomo dell’aria (2020).
Teresa Battaglia in questo terzo romanzo affronta un salto nel tempo, un passato richiamato alla memoria da un nuovo delitto: Giacomo Mainardi il serial killer che ben ventisette anni prima lei aveva fatto arrestare è evaso per commetterne uno nuovo e ora, costituitosi e tornato in prigione, chiede di parlare con lei, solo con lei. Un nuovo omicidio e un vecchio assassinio sono i punti di partenza di un nuovo percorso del commissario Battaglia, fatto di dettagli ancora non svelati di un passato lontano quando aveva solo trent’anni. Il Prologo si apre con il titolo “27 anni fa. Alla fine di tutto”:
Aveva poco più di trent’anni e si sentiva polvere […] Chiunque avrebbe potuto soffiare su di lei e spazzarla via. Un uomo che aveva amato aveva gettato le sue ossa su un altare nero. Teresa le sentiva ruotare, mosse dal soffio della vita, come a tentare di ricomporre uno scheletro su cui poter posare un nuovo principio. Scricchiolavano con la voce delle paure che la svegliavano in piena notte, Strepito d’ossa spezzate. Le sue.
Per concludersi con le parole rivelatrici di chi le cura le ferite del corpo:
“Eri polvere, ma la sofferenza è divenuta fuoco” […] Ti ha resa incandescente. E dalla cenere della tua vita precedente sei rinata. Questo è il destino dei comandanti, commissario Battaglia”.
Ora, in un nuovo momento drammatico della sua vita in cui è vicina a lasciare il suo lavoro per la malattia che mina la sua facoltà investigatrice, un vecchio caso torna a riaprire i ricordi e con essi quelle ferite che non riescono a rimarginarsi. E non solo, al centro del romanzo c’è Aquileia con la sua storia millenaria.
«La mia è una storia antica, scritta nelle ossa. Sono antiche le ceneri di cui sono figlia, ceneri da cui, troppe volte, sono rinata. E a tratti è un sollievo sapere che prima o poi la mia mente mi tradirà, che i ricordi sembreranno illusioni, racconti appartenenti a qualcun altro e non a me. È quasi un sollievo sapere che è giunto il momento di darmi una risposta, e darla soprattutto a chi ne ha più bisogno. Perché i miei giorni da commissario stanno per terminare. Eppure, nessun sollievo mi è concesso. Oggi il presente torna a scivolare verso il passato, come un piano inclinato che mi costringe a rotolare dentro un buco nero. Oggi capirò di dovere a me stessa, alla mia squadra, un ultimo atto, un ultimo scontro con la ferocia della verità. Perché oggi ascolterò un assassino, e l’assassino parlerà di me.»
In questo saggio, Matti Friedman, giornalista e corrispondente che vive a Gerusalemme, ricostruisce la storia oscura di quattro giovani ebrei, tra i venti e i venticinque anni, due nati in Siria uno nello Yemen e uno a Gerusalemme, nati quindi e vissuti nei paesi musulmani di cui conoscono la lingua e le tradizioni; sono i mista’arvim termine ebraico che designa “coloro che vivono tra gli arabi” che sono “arabizzati”; saranno così inseriti nel Palmach, un’unità con attività di guerriglia e di difesa, per fare le spie.
“Tra azioni spericolate e vicende profondamente umane, nei vicoli di Haifa o sui tetti di Beirut, Matti Friedman segue quattro di queste giovani spie dal gennaio 1948 all’estate 1949. Venti mesi cruciali per la nascita e la futura identità dello Stato ebraico”. (Da Giuntina Editore)
Yitzhak, Yakuba, Havakuk e Gamliel”, questi i nomi dei quattro giovani che torneranno in Israele quando il Palmach fu sciolto dal capo del neonato governo: arruolati da un’organizzazione prima che Israele esistesse erano tornati quando non la riconosceva più, spie di nessun paese.
Matti Friedman ha vinto con questo saggio il Natan Book Award nel 2018
Il 14 maggio 1948 la nave Euryalus lascia il porto di Haifa. A bordo c’è l’ultimo Alto Commissario britannico per la Palestina. È la fine del dominio coloniale inglese in Medio Oriente. Da questo momento la tensione tra ebrei e arabi diventa incontenibile, abbandonando le forme più clandestine della guerra civile e trasformandosi in vero e proprio conflitto armato. Sul fronte ebraico, a svolgere un ruolo fondamentale in questa nuova fase furono le operazioni dell’Alba, meglio nota come «Sezione araba», un’unità formata da giovani ebrei provenienti dal mondo arabo e cresciuti a stretto contatto con la cultura islamica. I membri della Sezione «si distinguevano dagli ebrei europei per la tonalità sbagliata della pelle e per l’accento», e potevano così facilmente infiltrarsi nei paesi nemici e svolgere attività di spionaggio, raccolta di informazioni e sabotaggio. Erano i Mistaʻarvim, «quelli che diventano come arabi». Erano i primi agenti segreti di Israele, le radici dimenticate del Mossad.[…]
Matti Friedman collabora con il New York Times ed è stato corrispondente da Israele, dal Libano, dal Marocco e da Mosca. Scrive per numerose riviste ed è considerato uno dei più grandi esperti di storia del Medio Oriente. Nato a Toronto, vive attualmente a Gerusalemme. Di lui la Giuntina ha pubblicato Spie di nessun paese.
Racconti di demoni russi fa parte della collana “nuovi classici” del Saggiatore; il volume, a cura di Andrea Tarabbia, presenta al lettore racconti di autori noti e meno noti iniziando con il poema in versi Il demone di Lermontov, un’opera-matrice, come la definisce Tarabbia, proprio perché fu il primo ad introdurre nella letteratura russa “il problema religioso del male”, per concludersi in musica con “Storia del soldato” di Stravinskij.
Al suo interno il contenuto si articola in due parti: “demoni immaginari” legati a figure del folclore e “demoni reali”, spaziando così tra autori che danno una diversa declinazione di “demone”: secondo Puskin, Bulgakov, dai folletti di Gogol, attraverso i grandi della letteratura russa, fino a Cechov, dove si passa dall’essere posseduti dai demoni all’esserne ossessionati, tra la concretezza di Dostoevskij e il realismo di Cechov, fino a Platonov.
“Tra possessioni, sortilegi e forze impure, incubi, ossessioni, violenze e follie, la letteratura russa più di altre sembra aver subito il fascino fatale del maligno, e questa raccolta di Racconti di demoni russi ne è un’oscura testimonianza. Guida d’eccezione in questo viaggio mefistofelico, Andrea Tarabbia ha selezionato e curato i più importanti esempi letterari di questa fascinazione sinistra, da Gogol’ a Čechov a Bulgakov, apparecchiando un banchetto di prelibatezze macabre – tra cui alcune vere rarità – […] e racconto dopo racconto si compone, agli occhi del lettore, il ritratto al nero di un’intera cultura” (Da Il Saggiatore)
Il Sommario
I demoni russi. Un frammento Andrea Tarabbia
Prologo in versi
Il demone Michail Lermontov
Parte prima. Demoni immaginari
Scena dal Faust Aleksandr Puškin
Il Vij Nikolaj Gogol’
Il concerto dei demoni Michail Zagoskin
La notte di Pasqua (Leggenda) Michail Saltykov-Ščedrin
La regina dei baci Fëdor Sologub
Il sacrificio Aleksej Remizov
Cosa vidi al sabba Valerij Brjusov
Il gran ballo di Satana Michail Bulgakov
Parte seconda. Demoni reali
Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič Fëdor Dostoevskij
Il fiore rosso Vsevolod Garšin
Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk Nikolaj Leskov
Il monaco nero Anton Čechov
L’abisso Leonid Andreev
Il diavolo Marina Cvetaeva
Uno spavento Aleksandr Kuprin
Un satana del pensiero Andrej Platonov
Epilogo in musica
Storia del soldato Opera in due parti con musiche di Igor’ Stravinskij e libretto di Charles-Ferdinand Ramuz
Elisabetta Moro e Marino Niola dedicano a questo contatto, tra fisicità e sentimento, il loro ultimo interessantissimo saggio. Già da quanto stampato sulla copertina appare chiaro il richiamo al nostro momento storico in cui il ravvicinarsi corpo a corpo ha sostituito il piacere, l’affettività o il desiderio con l’esclusivo timore del contagio e contemporaneamente con il rammarico di doversene astenere proprio perché “quel corpo a corpo che è la base della sociabilità umana” ci manca. Al di là della contingenza, il testo è un’indagine a tutto campo a partire dall’etimo presumibilmente greco, da baskaino, sussurrare, mormorare, ammaliare, affascinare, o come i romani avessero diversi vocaboli per indicare i tipi di bacio: basium, savium, osculum. Baciare assume infatti i significati più diversi come vi sono tanti tipi di bacio: “affettuoso, doveroso, rispettoso, fraterno, paterno, materno, amicale, conviviale, coniugale” insieme a quelli che le civiltà gli attribuiscono, tanto che gli autori lo definiscono un fatto transculturale.
“Elisabetta Moro e Marino Niola propongono una messa a fuoco del bacio, significante corporeo i cui significati variano con tempi e culture. Dalla preistoria del bacio alla sua trasformazione in manifestazione culturale, in espressione di sentimenti ed emozioni, che ne diversifica forme e significati, grammatica e lessico, indagati per mostrare come a quello schiocco di labbra che noi definiamo con una sola parola in altri contesti corrisponde uno spettro somatico e semantico estremamente ampio. Il bacio possiede anche significati politici e sociali, reazionari o rivoluzionari, inclusivi o esclusivi. La conclusione porta sull’oggi e sulla paura del bacio come simbolo dell’endiadi contatto-contagio costitutiva dell’ambiguità e al tempo stesso della necessità di quel corpo a corpo che è la base della sociabilità umana”.(Dal Catalogo Giulio Einaudi Editore)
E anche
Brevi note biografiche
Elisabetta Moro è professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa. Condirettore del Museo virtuale della dieta mediterranea e del MedEatResearch, presiede il comitato della Cattedra Unesco in Comparative Law and Intangible Cultural Heritage dell’Università di Roma Unitelma Sapienza. Tra i suoi libri: Andare per i luoghi della dieta mediterranea (2017, con M. Niola) e Sirene. La seduzione dall’antichità ad oggi (2019). Per Einaudi ha pubblicato Baciarsi (2021, con M. Niola). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Mattino».
Marino Niola è professore ordinario di Antropologia dei simboli all’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa. Condirettore del Museo virtuale della dieta mediterranea e del MedEatResearch, è presidente del Comitato d’indirizzo della Fondazione FICO per l’educazione alimentare e la sostenibilità ambientale di Bologna. Tra i suoi libri: Il presente in poche parole (2016) e Diventare don Giovanni (2019). Per Einaudi ha pubblicato Baciarsi (2021, con E. Moro). Collabora con «la Repubblica».
INDICE
Introduzione
Baciarsi
Un ingegnoso trucco dell’evoluzione. Etologia del bacio
Meglio un osculum o un kataglottisma? I nomi del bacio
“La bocca mi basciò tutto tremante”. Baci alla letter
Il fine giustifica i baci. Rubati, di scambio, di guerriglia
Da ranocchio a principe, da serpente a principessa. Il bacio che trasforma
Portare Dio con sé. Il bacio biblico
Assaggiare Dio. Il bacio cristiano
Tra misericordia e odio. Baci del perdono e del tradimento
Bacetti satanici. Baci infami e contro natura
Un atto di umiltà. Baciare i piedi
Per infiammare il desiderio. Baci e Kāmasūtra
Durata massima: tre secondi. Baci da vedere
Imparare a baciare. Dalla posta del cuore alle app