Maria Pia Ammirati “Vita ordinaria di una donna di strada” presentazione

Maria Pia Ammirati in questo suo ultimo romanzo propone una storia difficile proprio perché indaga un mondo sconosciuto, scomodo da raccontare perché spesso considerato ai margini, che non ci riguarda: è il mondo del sesso a pagamento, ignorando che quel sesso a pagamento coinvolge giovani donne vittime di soprusi e sfruttamento e che spesso sono finite nelle sue trame e non riescono a liberarsene.

È la storia di Nadia, giovane donna nata nelle campagne povere a nord di Bucarest. Il suo un cammino quasi segnato: una famiglia povera, genitori violenti. Le carezze e le tenerezze le vengono solo da una zia che in effetti abusa di lei. La scoperta da parte degli altri familiari comporterà per la zia la cacciata e per Nadia l’essere venduta ad un uomo che potrebbe farne la moglie ma che presto la cederà invece ad un protettore. E Nadia cerca nella fuga la soluzione, ma non c’è alternativa.

Un romanzo coraggioso che sa dimostrare come la vita di strada possa diventare una vita ordinaria,

“Con Vita ordinaria di una donna di strada Maria Pia Ammirati ha compiuto un viaggio freddo e viscerale nel cuore oscuro dell’Europa della prostituzione. Pochi romanzi avevano sinora mostrato con tale intensità narrativa e rabdomantica intuizione sociologica cosa conduca una giovane donna a diventare prostituta e a sedersi sui gradini più umilianti della società”.(da Libri Mondadori Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Maria Pia Ammirati, dopo gli esordi con due saggi di critica letteraria, ha pubblicato i romanzi I cani portano via le donne sole (Empiria, 2001, entrato nella dozzina del premio Strega), Un caldo pomeriggio d’estate (Edizioni Cadmo, 2005), Se tu fossi qui (Cairo, 2011, premio Selezione Campiello, premio Selezione Rapallo e premio Procida), Le voci intorno (Cairo, 2012), La danza del mondo (Mondadori, 2013) e Due mogli. 2 agosto 1980 (Mondadori, 2017).
Nata in provincia di Napoli, vive da tempo a Roma e lavora in Rai.

Flora Fusarelli “Le deboli” presentazione

Un romanzo d’esordio ambientato negli anni ’40 in un piccolo centro tra le montagne dell’Abruzzo. Tre generazioni di donne in un periodo in cui alla miseria già connaturata si aggiungeranno le condizioni precarie legate al conflitto, la violenza maschile o quella paterna o la più vile, per chi la opera e più terribile per chi la subisce, lo stupro.

E le “deboli” affronteranno, facendosene carico, la realtà sociale di cui fanno parte, non remissive, non inconsapevoli, ma capaci di trasformare la loro debolezza nei confronti della condizione sociale che così le costringe nella loro forza. Così Vincenza costretta a sposare un uomo che non ama ritroverà la felicità anche se in una situazione estrema mentre Anna sarà capace di superare le convenzioni sociali decidendo, lei stuprata, di portare avanti la gravidanza.

“Anni Quaranta: in un paesino di quattromila anime dell’entroterra abruzzese, si sviluppano i drammi di vita di una famiglia e in particolare delle donne che ne fanno parte.
Nonna, mamma e figlia si trovano a doversi districare tra i problemi che la guerra ha portato con sé, le vicende di tutti i giorni e la balordaggine di alcuni suoi concittadini arroganti. Solo il loro essere donne forti e resistenti le farà risollevare dalla sorte che hanno avuto…”(dal Catalogo 4Punte Edizioni)

e anche

Brevi note Biografiche

Flora Fusarelli è nata ad Avezzano (AQ) nel 1986. Appassionata di letteratura e autrice di numerose recensioni di libri, con Le deboli, pubblicato dalla nostra Casa editrice, si cimenta nel suo primo romanzo.

Emanuele Trevi “I cani del nulla. Una storia vera”, presentazione

“Nella paura cosmica di Gina, cane dalle zampe troppo lunghe e le orecchie enormi, c’è lo sgomento della vita di fronte alla propria nullità. È questo che ci affratella agli animali: il sentimento ineludibile, spaventoso, della nostra imperfezione.

[…] come i cani di D’Annunzio nella poesia che apre il romanzo e ne è il filo rosso, gli esseri umani sono «stupidi e impudichi», e al pari del vecchio poeta capiscono infine di non essere nulla.[…]”

In queste poche righe estrapolate dalla presentazione al romanzo nel Catalogo Einaudi in sintesi la chiave di lettura di questo che solo romanzo non è. Scritto nel 2003 è stato rieditato ora ancora da Einaudi con l’interessante introduzione di Sandro Veronesi.

E Nicola H. Cosentino nel suo articolo sul Corriere (18 luglio 2021) scrive nel sottotitolo:

[…]si tratta di un romanzo-non romanzo, un girovagare tra realtà e letteratura. La morale: si deve incarnare l’amore che si prova”

E poi nel testo

“Perché I cani del nulla (sottotitolo: Una storia vera) è un romanzo, come gli altri di Trevi, sulla letteratura; un’opera che si sbarazza presto delle proprie premesse, della propria primaria ispirazione, del profilarsi di una trama, per farsi guidare, compilare e poi concludere da altri libri e altre voci, e cioè da quel che avviene fuori e dentro l’autore: conversazioni con la moglie, scodinzolii, letture, passeggiate. […]

E capiamo ancora meglio leggendo il ricordo che l’Autore stesso dedica sul Corriere (23 agosto 2021) all’amico carissimo recentemente scomparso, Libero De Renzo, colui che materialmente gli aveva regalato la piccola Gina, prelevata in un canile.

Indirettamente fu anche l’ispiratore del libro:

Picchio (ndr nomignolo con cui l’amico veniva chiamato) era convinto che la presenza di quell’animale nella mia vita avrebbe avuto conseguenze artistiche capitali nella mia carriera di scrittore. Mi incitava a prendere appunti, a redigere una cronaca delle difficili giornate di Gina. E aveva ragione: […] mi ero reso conto che Gina era non tanto l’emblema, ma l’incarnazione vivente e scodinzolante di quello che andavo cercando, e non avevo ancora trovato, con la scrittura.

E così gli appunti, realmente presi seguendone il consiglio, verranno trasformati in un testo.

E conclude:

Picchio e Gina mi hanno insegnato tantissimo, e soprattutto mi hanno insegnato ad imparare, che è la scienza più difficile a prescindere dal suo contenuto apparente e momentaneo.

Un’affermazione importante che fa riflettere a fondo, soprattutto in questo nostro tempo come sottolinea Veronesi:

Chiunque riesca a continuare a imparare anche da adulto, chiunque mantenga la mentalità dell’allievo anche quando non va più a scuola risulta un sapiente, un iniziato. Ed è proprio ciò che viene da pensare di Emanuele Trevi, leggendo questo bellissimo libro, pervaso com’è in ogni pagina dallo strenuo, solitario, e dunque eroico sforzo di capire le cose che l’autore ha sotto gli occhi tutto il giorno, laddove lo schema sociale cui appartiene gli chiede solamente di accumularle e amministrarle. 

Un messaggio che è un richiamo forte a mantenere accesa la curiosità e interrogando e leggendo le cose che ci circondano senza essere solo “pastori” accudenti, come sottolinea Trevi, delle proprie cose.

Brevi note biografiche ( da Einaudi Autori)

Emanuele Trevi è nato a Roma nel 1964. Tra le sue opere: Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza 2004), Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010), Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie 2012), Sogni e favole (Ponte alle Grazie 2019), Due vite (Neri Pozza 2020). Per Einaudi ha pubblicato I cani del nulla (2003 e, in una nuova edizione, 2021) e Il popolo di legno (Einaudi 2015). Sempre per Einaudi, è fra gli autori di Figuracce. Collabora con «Il Corriere della Sera».

Dello stesso autore vincitore del Premio Strega 2021

“Due vite”

Daniela Missaglia “Un colpevole silenzio” presentazione e con la recensione da Libri Panorama

Protagonista di questo romanzo, un esordio nella narrativa per l’avvocato matrimonialista Daniela Missaglia specializzata in Diritto di famiglia e autrice di vari saggi su temi nati dall’esperienza sul campo, è il silenzio.

Perché il silenzio?

È quello assordante che ignora, non vede, non vigila; frastornati dalla fagocitante quotidianità, spesso non vediamo quanto accade attorno a noi. È la storia del gesto terribile e tragico di un ragazzino tredicenne, Giovanni, vittima di quel comportamento violento che chiamiamo bullismo.

“Attraverso la storia di Giovanni, vittima sacrificale designata per il riscatto narcisistico e autoreferenziale dei suoi carnefici, Daniela Missaglia realizza un racconto destinato a scuotere le coscienze”.(dalla descrizione su IBS)

Su Panorama Libri la recensione a cura della Redazione

Gabriele Romagnoli “Cosa faresti se” presentazione

Sette racconti senza titolo se non enumerati in sette giorni anonimi, con un aggettivo che li scandisce da Primo a Settimo. Racconti di personaggi che vivono solo dentro alcune pagine, altri ritornano, come nel Settimo dove ne ricompaiono vari, ma non è una festa, è un funerale. Chi sono, cosa rappresentano? È il titolo che li raccoglie a mettere il lettore sull’avviso. Cosa faresti se? Tutti sono protagonisti alle prese con decisioni importanti, che impegnano il loro presente e il loro futuro non solo immediato. Scelte drammatiche che attraversano la loro vita per durare momenti o giornate o notti. Come scegliamo, chi o cosa ci porta a scegliere o comunque ad accogliere una o l’altra soluzione? Quanti dubbi, quanti tentennamenti, quante richieste di aiuto esterno o nei segni del destino o l’istintività fattasi immediatezza!

È nella scelta che ci sveliamo, è nella scelta che ci indaghiamo o spesso sono immediate e non mediate dalla ragione, ma dal sentimento o forse da un miscuglio perché siamo ragione e sentimento, tra dilemmi morali e scherzi del destino.

Sette racconti che pongono domande.

Sì, ma perché sette e perché nel settimo molti protagonisti ricompaiono? Sette di una stessa settimana dove nel Settimo le scelte degli uni coinvolgono anche altri.

“Esseri umani davanti a un crepaccio. Il passo da fare è scivoloso e irreversibile” scrive Paolo di Paolo nella sua presentazione sul Venerdì (del 16 luglio 2021) enucleando nel titolo una chiave di lettura “Il destino è una reazione a catena”.

Dal Catalogo Feltrinelli

[…] Una scelta irresolubile eppure necessaria, come quella di Laura e Raffaele, una coppia che desidera adottare un figlio e si ritrova a decidere in poche ore – una lunga, interminabile notte – se accogliere una bambina gravemente malata. O come quella di Adriano, che scopre da un video sul cellulare che il figlio, dopo aver preso in prestito la sua auto, ha investito un uomo senza fermarsi a prestare soccorso. Adriano, che da quando ha perso la moglie e il lavoro è incapace di decidere qualsiasi cosa, esce di casa per cercare fuori da sé, un passo dopo l’altro, una risposta: denunciare il figlio o costituirsi al suo posto per salvarlo? Mentre solo un istante viene concesso a Giovanni, il tassista Urano 4, per prendere la risoluzione più importante.
Seguendo quale ragionamento o intuizione, quale concezione del mondo e di sé, questi e gli altri personaggi, tutti sottilmente connessi fra loro, potranno compiere una scelta nell’arco di sei giorni e ripresentarsi insieme, nel settimo, per il giudizio finale? […]

e anche

Brevi none biografiche

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) Giornalista professionista, a lungo inviato per “La Stampa”, direttore di “GQ” e Raisport è ora editorialista a “la Repubblica”. Narratore e saggista, il suo ultimo libro è Senza fine (Feltrinelli, 2018). Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell’ultimo amore (2018).

Djaïli Amadou Amal “Le impazienti” presentazione

Il romanzo di una donna per le donne e non solo del suo Paese: l’autrice è la camerunense Djaïli Amadou Amal che con “Le impazienti” ha vinto il premio Goncourt des Lycéens nel 2020 in Francia che ora è stato pubblicato anche in Italia da Solferino.

Consapevole del destino che opprime le donne del suo paese, essa stessa è stata vittima di una tradizione che le schiaccia prepotentemente, in nome della sopportazione e della pazienza: anch’essa sposa a diciassette anni si libera del primo e del secondo marito fuggendo dal paese natale nella capitale del Camerun, lavorando, scrivendo e fondando un’associazione (Femmes du Sahel) e da lì in America per dare voce alle donne sotto la spinta iniziale, come lei stessa racconta in una recente intervista, di evitare alle proprie figlie il medesimo futuro, invitando quindi le giovani a chiedere di studiare sottraendosi all’educazione delle madri che sono esse stesse le proseguitrici pazienti di quanto loro imposto e vissuto.

Proprio perché, come fa presente nella recente intervista, “nella cultura peul, nella quale ho ambientato il mio romanzo, una delle virtù fondamentali è la pazienza, munyal, intesa come accettazione. Bisogna portare pazienza, accettare il destino che è stato deciso per noi, non c’è altra scelta”(Corriere della Sera 12 agosto 2021, intervista di Stefano Montefiori). Intervista in cui afferma con convinzione che “il problema delle violenze sulle donne riguarda tutti, anche gli europei. Per questo penso che il mio romanzo abbia un valore universale, non va letto come la storia esotica che riguarda una lontana cultura africana”.

La storia racconta di tre donne nella regione del Nord del Camerun e dei loro tre matrimoni imposti senza possibilità di sfuggire alla situazione se non accettarla con pazienza in nome di Allah.

“Con questo romanzo polifonico Djaïli Amadou Amal ci riporta a un universo sommerso, tribale, in cui la femminilità non ha diritti e il rapporto fra i sessi è fondato sulla prepotenza. Scortica, disseziona, riduce all’osso i meccanismi di una cultura patriarcale progettata per schiacciare le donne, mostrandoci i danni irreparabili che produce, la sua intrinseca violenza. Una violenza cui le donne stesse si condannano, nel momento in cui rinunciano ai sogni per abbracciare i doveri, insegnando alle proprie figlie a fare lo stesso. Così Amal ci insegna a guardare con sospetto, sempre e ovunque, chi ci chiede di «pazientare » a ogni costo, mettendoci in guardia contro la subdola minaccia che in questo invito si annida”(da Solferino Libri)

Percival Everett “Telefono” presentazione

“Telefono” , l’ultimo romanzo di Percival Everett, edito in Italia da La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri, non è stato solo tra i finalisti del premio Pulitzer 2021, ma è un romanzo che si compone di tre romanzi, stesso titolo quasi stessa copertina, ma con finali diversi e ovviamente altri differenti dettagli.

Sono tre diversi svolgimenti del medesimo impianto narrativo.

Una forzatura, una ribellione, una stravaganza?

Sicuramente un gioco letterario che scardina l’univocità della creazione narrativa seguendo ipotesi possibili di sviluppo da un unico impianto.

Al lettore non resterà che leggerli tutti e tre?

A parte questa decisione tutta appannaggio del lettore, il romanzo affronta il dramma di un padre che scopre la figlia affetta da una malattia grave e dello stesso padre che cerca di affrontare il proprio dramma familiare e affettivo rispondendo, indagando e cercando di venire a capo di uno collettivo.

Ma chi è Zach Wells, il protagonista?

Si dichiara sin dalle prime pagine incapace di essere felice nonostante nulla appaia mancare nella sua vita. è un geologo, in particolare un paleobiologo e docente universitario che contemporaneamente ama dedicarsi alla ricerca, ha una bella moglie e una bella casa, ma ha una sola gioia, vera e appagante, sua figlia Sarah che scoprirà affetta da una malattia inguaribile. E poi quel biglietto trovato nel colletto di una camicia acquistata su ebay: “Ayudame” un grido d’aiuto proveniente da Ciudad Juarez, Messico, dove negli ultimi decenni sono scomparse centinaia di donne.

“ Un romanzo di sentieri che si biforcano, in cui le suggestioni paleontologiche e scacchistiche si fondono alle prove estreme di una famiglia e di un matrimonio, le domande esistenziali di un uomo al mistero delle donne scomparse nella “città del Male”. Finalista al premio Pulitzer 2021, Telefono è un’opera intensa ed emozionante sulla mancanza e la perdita, ma soprattutto sull’opportunità di riscatto che può nascere dalle difficoltà”. ( da La nave di Teseo)

da cui anche

Brevi note biografiche

Percival Everett (1956), autore e professore presso la University of Southern California, ha scritto numerosi libri, tra i quali: Cancellazione (2001), Deserto americano (2004), Ferito (2005), La cura dell’acqua (2007), Non sono Sidney Poitier (2009), Percival Everett di Virgil Russel (2013).
Ha ricevuto lo Hurston/Wright Legacy Award e il PEN Center USA Award for Fiction. Vive a Los Angeles.

Lanfranco Caminiti “Senza”, presentazione

Raccontare il dolore, raccontare l’assenza della persona amata. Non è facile senza cadere nell’ enfasi, ma raccontando con verità e delicatezza, quella derivata dal pudore che nasce dal sentimento. I ricordi si alternano alle terribili fasi del presente, i ricordi per rivivere momenti di quotidianità e solo dentro i quali chi non c’è più ritorna con tutta la vividezza del reale. Chi non c’è più fisicamente c’è sempre nella forza della memoria che come una prigione dorata sa mantenere in vita chi abbiamo amato.

Paura di perdere i ricordi? Cosa può spingere chi affronta il dolore a scriverne?

Non è facile raccontarlo ma dà sicuramente senso all’esistenza di chi è sopravvissuto. Un diario, quello di Caminiti, una pagina dedicata per accettare l’assenza, per colmare quel vuoto incolmabile?

“Si può scrivere del dolore in molti modi ma solo uno richiede, oltre al talento, anche coraggio: quello che non mira a descrivere per esorcizzare o a condividere per superare, ma piuttosto a scavare nella sofferenza fino a raggiungerne il nucleo incandescente per poi attraversarlo. Col rischio di bruciare e la certezza di uscirne comunque ustionati. (da Andrea Colombo, nella pagina Cultura del Manifesto on line.)

Da Minimum Fax

«L’avrebbero vestita le sue nipoti. Io diedi loro l’abito che aveva comprato da poco e una camicia di percalle. L’abito era rosa antico e smanicato. E Paola non girava mai a braccia nude, le sembrava poco elegante».
Comincia così questo romanzo, con poche misurate parole che segnano l’ingresso di un uomo nel tempo che segue alla scomparsa della persona amata. E il tempo che segue è un elenco di luoghi, oggetti, libri, episodi. […]
Una lettera postuma, ma anche un’agenda del vuoto, lo stupore dei posti che sopravvivono, l’insofferenza per l’egoismo che si annida persino nel dolore. E, infine, un apprendistato della solitudine, in un mondo improvvisamente desertificato, dove tuttavia, attraverso la scrittura, l’amore sopravvive anche nell’assenza.

Lorenza Gentile “Le piccole libertà” recensione di Salvina Pizzuoli

Prende spunto da un’esperienza realmente vissuta dall’autrice nel 2011 nella libreria che fa da fulcro a tutta la narrazione: Shakespeare and Company. Il suo soggiorno, l’incontro come ultima tumbleweeds con George Whitman e Sylvia Whitman, come si legge nelle pagine dedicate ai ringraziamenti, non vuole però essere un testo autobiografico ma il lascito di un’esperienza “fondamentale” dalla quale è nato questo lavoro.

Parigi, una libreria storica, un appuntamento con zia Viv che non vede da sedici anni: il viaggio di Oliva, e non è un refuso ma proprio il nome della protagonista, è confezionato da zia Viv, ma lei non c’è. E incontri, e vite e sogni e libri. Il viaggio di Oliva è un’occasione per guardare la vita da un’altra angolazione, per scegliere e non rinunciare, in nome dell’essere accettati e ben aderenti alle aspettative del mondo di fuori, degli affetti importanti per non tradirli, anche tradendoci. Un viaggio non scelto, non deciso, durante il quale la protagonista sceglie di prendersi poche piccole libertà che, come diceva zia Viv “ci cambiano per sempre, per diventare padroni del proprio avvenire. Perché tante piccole libertà ne fanno una grande” E Oliva lascia tutto: il lavoro cui tiene nella speranza che si consolidi, l’apprezzamento dei suoi e la realizzazione delle loro aspettative nei suoi confronti, il futuro sposo e la bella casa che li attende, la dieta che non riesce mai a portare a termine neanche con l’aiuto delle sedute con la dottoressa Manubrio. Pochi giorni, una bugia e tante piccole libertà.

Giorni da favola in cui sperimenta anche se stessa e il proprio futuro sullo sfondo della vita in libreria e degli incontri con altri tumbleweeds, i rotolacampi, il nome che Whitman aveva dato ai suoi “inquilini” . E poi il risveglio, inatteso: la verità chiarissima e amara rivelata da Viv. Ma nonostante tutto le piccole libertà l’hanno davvero cambiata. Una lettura in leggerezza, con qualche forzatura narrativa, una favola che come tutte le favole ha un suo messaggio, non uno definito, ma quello che ciascun lettore troverà tra le righe, come sempre accade con la lettura di una trance de vie.

Lorenza Gentile (Milano, 1988) è cresciuta tra Firenze e Milano, è laureata in Arti dello Spettacolo alla Goldsmiths University di Londra e ha frequentato la scuola internazionale di Arti Drammatiche Jacques Lecoq di Parigi. Nel 2011 ha vissuto e lavorato nella celebre libreria parigina Shakespeare and Company, e da quell’esperienza è nata l’ispirazione per questo romanzo.
Ha pubblicato Teo (Einaudi Stile Libero, 2014; premio Edoardo Kihlgren, premio Seminara – Rhegium Julii e premio dei Giovani critici della Literaturhaus di Vienna), tradotto in Germania, Spagna e Corea, e La felicità è una storia semplice (Einaudi Stile Libero, 2017).(da Feltrinelli Editore, Autori)

Chi volesse saperne di più sulla libreria parigina:

Un articolo dedicato

e anche un libro

Sylvia Beach “Shakespeare and Company”

Concetta D’Angeli “Le rovinose” Il ramo e la foglia Edizioni

COLLANA Romanzi
PAGINE 272
PREZZO € 17,00
Il ramo e la foglia Edizioni

Una lettera imprevista e inaspettata riporta Silvana, ormai adulta, alla giovinezza, alla turbolenta amicizia con Clara durante gli studi universitari e al tempo in cui vivevano in «un mondo tenebroso dentro e fuori di noi, dominato da passioni che non sapevamo decifrare e c’incalzavano». Muovendosi sul franoso terreno dei ricordi il romanzo ripercorre il passato delle due ragazze le cui vite hanno preso strade divergenti, intessendo con sapiente regia coloriti dialoghi, profonde riflessioni, brani di epistole ed eventi storici.
Le rovinose evoca la brutalità che colpì l’Italia durante gli anni di piombo, raccontando la storia di due amiche tra loro molto diverse per ideali, sogni e passioni. Aneliti autodistruttivi da un lato e necessità di emanciparsi dall’altro fanno da specchio a un paese in lotta con sé stesso, diviso e lacerato.
Armata di cinepresa, Concetta D’Angeli si accosta ai suoi personaggi con una scrittura curata e plastica capace di accendersi dell’ironica cadenza toscana o, all’occorrenza, di farsi distaccata e riflessiva. Lo stile duttile e al contempo delicato conferisce alla narrazione vivacità e veridicità, dando vita a un libro che è un’acuta e dolorosa incursione nei meandri della violenza e di come questa possa originare dagli stereotipi, in particolare da quelli di genere.

«Come successe che dalle rivendicazioni di partenza, sacrosante, generose, eravamo forse i migliori della
nostra generazione, come successe che prevalse la violenza? Perché fu quello, sai, l’intoppo che fece saltare
tutto. […] Successe, a un certo punto, e ancora non me ne capacito, che il terrore si trasformò in passione,
si sganciò dai suoi obiettivi, diventò fine a se stesso.»

CONCETTA D’ANGELI è nata a Cittaducale (Rieti) nel 1949, vive a Pisa dove ha insegnato Letteratura Italiana Contemporanea e Drammaturgia teatrale. Studiosa di Morante, di Calvino, di Pasolini, di Blixen, di Weil, ha scritto numerosi articoli su riviste letterarie italiane e straniere, e ha pubblicato i volumi: Il comico. Contro la morale, la ragione, la morte, Il Mulino 1999 (con Guido Paduano); Leggere Elsa Morante, Carocci 2003; Forme della drammaturgia, UTET 2004. Nel 2016 ha vinto il premio del concorso letterario “Edizione straordinaria”, della casa editrice Pacini di Pisa, con il romanzo inedito Tempo fermo.