Melina Scalise “Favole della notte”, Oltre Edizioni

Dipinti di Francesca Magro
pp. 106 Prezzo € 28.00

Oltre Edizioni


Ti sei mai chiesto perché le favole si leggono la sera, prima di andare a dormire? Perché sono preparatorie alla notte. Perché dietro ogni storia, ogni incantesimo che si rompe, ogni malvagio che sconvolge la scena, c’è la storia dell’Uomo.

La favola, nonostante gli ostacoli e le avversità, ci offre un lieto fine, una possibilità. Quando si è adulti nessuno pensa di toglierci dalla paura della notte leggendoci una favola. Con l’età ci diseducano all’uso dell’immaginazione. Ci lasciamo sempre più stringere dalle braccia della razionalità, ma non sempre la ragione riesce a dare risposte alle grandi incognite della vita. Quando non riusciamo a muoverci nella notte, quando davanti a noi abbiamo il buio, quando alle spalle abbiamo rovine o semplicemente la nostra sedia vacilla, affidarci alla fantasia, al sogno, alla magia può essere l’unico modo, anche solo per poco, “per uscire dal mondo” e per ritrovarlo anche poco diverso da prima, ma quanto basta per farci vedere le porte del possibile. Il sonno, tutte le notti, ci costringe a confrontarci con la notte. Con i sogni, ci trasporta altrove. Lì conserviamo ancora tutto il potere del caos da cui affiorano immagini, parole, ricordi, a volte, anche rivelazioni…

Melina Scalise, giornalista, psicologa, presidente (con grande passione e tenacia) dello Spazio Tadini – centro d’arte e cultura a Milano. Ama l’arte, il design, la creatività, la cultura, e, soprattutto, l’impegno sociale.

Hans von Trotha “Le ultime ore di Ludwig Pollak”, presentazione

Traduzione dal tedesco di Matteo Galli

[…]“Ludwig Pollak non è una persona qualunque: ebreo, raffinato archeologo, grande collezionista, mercante d’arte a cui tutti si rivolgono per un parere o una attribuzione definitiva[…] (dal Catalogo Sellerio Editore)

Le ultime ore di Ludwig Pollak, titolo originale Pollaks Arm, Il braccio di Pollak, fa riferimento al ritrovamento da parte dello studioso nel 1903 del braccio mancante del gruppo del Laocoonte, il gruppo marmoreo del padre con i due figli tra le spire di un enorme serpente ritrovato nel 1506 ma mancante del braccio destro. Questa importante scoperta fu poi da lui donata ai Musei Vaticani sostituendo il braccio levato di cui la statua era stata dotata con l’originale ritrovato: piegato sul gomito: posizione che ne modificava la “lettura”. Quando la sera del 15 ottobre del 1943 Pollak rifiutò di rifugiarsi in Vaticano, rimandando indietro colui che era stato inviato per convincerlo e prelevarlo insieme alla famiglia, l’indomani fu tra gli ebrei romani deportati e ucciso ad Auschwitz pochi giorni dopo all’età di settantacinque anni (era nato a Praga nel 1868)

“Un romanzo straordinario che si immerge nelle pieghe oscure tra civiltà e barbarie grazie a un personaggio poco conosciuto, che ha dedicato la sua vita all’arte, a un ideale di bellezza eterna, e che mai ha voluto arrendersi agli orrori della follia umana”.[…] (dal Catalogo Sellerio Editore)

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Brevi note biografiche

Hans von Trotha (1965), giornalista, storico e studioso dell’arte del giardino, ha curato mostre e scritto libri nel suo campo. Oltre al romanzo a sfondo storico Le ultime ore di Ludwig Pollak, ha scritto anche un’altra opera di narrativa in lingua tedesca.

Abraham B. Yehoshua “La figlia unica”, presentazione

Traduzione di Alessandra Shomroni

Una storia, raccontata con una prosa asciutta ed essenziale, ha come protagonista una dodicenne, figlia unica di una famiglia ebrea benestante in una città dell’Italia del Nord, non meglio precisata, dove frequenta con profitto la scuola media. Si appressano le vacanze natalizie e il lettore la segue nelle sue peregrinazioni e sballottamenti tra visite ai nonni in città e la nonna al mare, visite in montagna con il padre e corse al recupero della cagna Diana che sta per partorire. Mai decisioni prese autonomamente, neanche quella di andare a trovare la supplente che nell’ultimo periodo ha sostituito la titolare in maternità per esporle il suo parere sui racconti letti in classe dal Cuore, il datato e glorioso testo di de Amicis.

In questa situazione incerta fatta di soggiorni forzati o veloci, la giovane Rachele è sempre più sola con se stessa, “per niente viziata e per niente felice”, o in compagnia di estranei e deve anche imparare a gestire la notizia della malattia del padre, “l’appendice” che cresce nel suo cervello.

Un romanzo ultimo, un addio alla scrittura da parte del suo autore, un omaggio all’Italia, il paese che ama. Un commiato e un addio che si sofferma sulle domande di una ragazzina sospesa tra due mondi, quello dei dettami della religione ebraica e quello della religione dei gentili, di cui è curiosa tanto da aver rinunciato con rammarico, per volere del padre, al ruolo della Madonna nella recita scolastica.

[…] Con La figlia unica Yehoshua ci conduce con brio e freschezza a una protagonista e a un luogo insoliti per la sua produzione letteraria. È la prima volta che il grande scrittore israeliano ambienta una storia in Italia, un paese con cui ha una relazione speciale, e di cui si sente quasi «cittadino onorario». E come sempre, le sue parole sono le chiavi giuste per spalancare le gabbie dell’identità e dell’appartenenza.( dal Catalogo Einaudi)

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Brevi note biografiche

Abraham B. Yehoshua è nato a Gerusalemme nel 1936. I suoi romanzi, tutti pubblicati da Einaudi, sono L’amanteUn divorzio tardivo, Cinque stagioniIl signor ManiRitorno dall’IndiaViaggio alla fine del millennio, La sposa liberataIl responsabile delle risorse umaneFuoco amicoLa scena perdutaLa comparsaIl tunnelLa figlia unica. Le sue opere sono state tradotte in ventidue lingue.(Da Einaudi Autori)

Hamid Ismailov “La fiaba nucleare dell’uomo bambino”, presentazione

Traduzione di Nadia Cigognini

Un venditore e un viaggiatore si incontrano sulla carrozza di un treno che attraversa la steppa kazaka: il giovane venditore ha le fattezze di un bambino e suona ottimamente il violino, si chiama Eržan ed è nato nei pressi di una stazione di transito, in una piccola comunità. Così racconta al viaggiatore che gli ha fatto richiesta di conoscere la sua storia. È nato negli anni della Guerra Fredda quando nella “Zona”, un’area recintata al centro della steppa, si susseguivano esperimenti nucleari. Cresciuto in una piccola comunità dove le nonne erano custodi di antiche credenze, leggende e riti, con un’infanzia serena anche se senza padre e sotto la guida del nonno che, suonando una dombra, lo strumento musicale a corde, gli aveva fatto scoprire l’amore per la musica tanto che diventerà un provetto suonatore di violino. Ma c’era una minaccia nella sua giovane vita: dopo un bagno nel Lago Morto ha smesso di crescere, è rimasto bloccato nel tempo, dentro un corpo che non si trasforma, non invecchia mentre tutto attorno e dentro di lui si modifica, matura. Una fiaba moderna dolorosa e terribile con una proposta implicita di riflessioni sulla diversità, la fisicità e l’interiorità, la solitudine e le scelte di vita, il rapporto con il tempo e la crescita, le passioni…

Brevi note biografiche

Hamid Ismailov è nato nel 1954. Cresciuto in Uzbekistan, ha abbandonato il paese nei primi anni novanta a causa delle persecuzioni del regime, riparando nel Regno Unito. Scrive prevalentemente in russo e in uzbeko. Per venticinque anni ha lavorato come giornalista della BBC. Traduttore e mediatore culturale, ha curato la resa in uzbeko di molti classici della letteratura occidentale e, nel contempo, la traduzione in inglese e in altre lingue europee di alcuni classici della letteratura uzbeka. Si è inoltre dedicato alla poesia sonora, sperimentando contaminazioni tra la parola, la musica e l’arte figurativa. Le sue opere, bandite in Uzbekistan, sono state tradotte in molte lingue, riscuotendo il plauso della critica. In Italia sono in corso di traduzione, dal russo e dall’uzbeko, nel catalogo di Utopia.(da Utopia Editore Autori)

Annabel Abbs “La cucina inglese di Miss Eliza”, presentazione

Annabel Abbs nella Premessa al romanzo scrive che si tratta di un’opera di finzione “che prende spunto da una serie di fatti noti della vita di Eliza Acton, poetessa e pionieristica scrittrice di libri di cucina e della sua aiutante, Ann Kirby. Tra il 1835 e il 1845 Eliza e Ann vissero a Tonbridge, nel Kent, e scrissero un libro di cucina […] All’epoca fu un best seller, sia in patria sia a lvello internazionale, arrivando a vendere 125.000 copie nell’arco di trent’anni.[…]

Eliza Acton(1799) voleva scrivere poesie senza trovare un editore che al contrario le propone di scrivere un libro di ricette. Ma sarà la situazione familiare critica a livello economico a far incontrare Eliza con Ann, assunta per aiutarla a preparare da mangiare per probabili ospiti paganti.

Da poetessa a creatrice del ricettario moderno il Modern cookery for private families pubblicato nel 1845, scritto come i nostri attuali ricettari con la lista degli ingredienti e le fasi di preparazione.

La Abbs ricostruisce la storia di Eliza e di Ann alternando le due voci delle protagoniste per riportare alla luce una storia dimenticata: le ricette infatti vennero copiate e saccheggiate e alle due protagoniste rimase l’oblio.

“Inghilterra, 1835. Eliza Acton spera che la sua nuova raccolta di poesie la conduca al successo. I sogni di gloria, però, si infrangono contro l’oltraggioso rifiuto dell’editore, Mr Longman, che la invita a dedicarsi a un libro di ricette – del resto i lettori non si aspettano altro da una donna. Eliza s’indigna: in casa degli Acton la cucina riguarda solo la servitú. Ma quando suo padre, sull’orlo della bancarotta, si dà alla fuga, quell’assurda proposta si rivela l’unico modo per sopravvivere. Eliza allora impara a conoscere i segreti di pentole e fornelli e, con l’aiuto della giovane Ann, finisce per scoprire che in ogni ricetta riuscita c’è sempre un pizzico di poesia. E di amore.(dal Catalogo Einaudi Editore)

Brevi note biografiche

Annabel Abbs è nata a Bristol nel 1964. Si è laureata in letteratura inglese presso la University of East Anglia e ha ottenuto un master in marketing presso la University of Kingston. Nel 2015 il suo romanzo d’esordio, The Joyce Girl, ha vinto l’Impress Prize for New Writers e lo Spotlight First Novel Award. Suoi articoli e racconti sono apparsi su, tra gli altri, «The Guardian», «Mslexia», «Elle», «The Huffington Post». Per Einaudi ha pubblicato Frieda (2020), il suo secondo romanzo, e La Cucina di Miss Eliza (2022).( Da Einaudi Autori)

Due presentazioni in breve:

Katie Kitamura Tra le nostre parole

Audur Ava Ólafsdóttir La vita degli animali

Finalista al National Book Award (2021), indicato dal New York Times tra i cinque migliori romanzi del 2021 arriva in Italia con la traduzione di Costanza Prinetti per Bollati Boringhieri. Un senso di inquietudine e di tensione attraversa il romanzo che ha per protagonista una giovane donna interprete alla Corte Penale Internazionale all’Aia una città in cui prova ad allacciare relazioni che la portino a sentirsi non estranea, lei che nata a Singapore, cresciuta in Francia e poi trasferitasi negli Stati Uniti, è una senza radici. Si trova invece coinvolta dentro i drammi individuali dei nuovi conosciuti.

“Come in un thriller, una forte suspense caratterizza una vicenda dove le motivazioni personali spesso si scontrano contro una realtà molto diversa da come era stata immaginata, e Katie Kitamura è bravissima nello scandagliare i sentimenti e il disorientamento dei suoi protagonisti”(da Bollati Boringhieri)

traduzione di Stefano Rosatti

Un romanzo il cui tema si articola sulla nascita e sull’essere umano in relazione con la complessa dimensione naturale di cui è parte.

Voce narrante è Dýja, ostetrica, come da tradizione familiare, ma soprattutto della zia Fifa che ha accudito negli ultimi giorni di vita e dalla quale ha ereditato l’appartamento in cui vive dove rinviene una serie di scritti con riflessioni sul senso della vita, dell’uomo in rapporto con l’universo e agli altri esseri. Entra così in relazione con il mondo interiore della zia che nei suoi articoli su riviste anticipava molte tematiche relative al rispetto dell’ambiente e delle specie animali e vegetali, dove la luce ha un posto decisivo: la parola più bella nel 2013 in Islanda è stata ostetrica perché il vocabolo nella lingua islandese unisce due termini, madre e luce.

[…]”Dýja occupa l’appartamento che ha ricevuto in eredità da Fífa. Nonostante l’arredamento antiquato e l’impianto elettrico capriccioso, Dýja esita a rinnovare la casa, come se non volesse alterare la patina dei ricordi. Un giorno, in fondo a un vecchio armadio, ha ritrovato uno scatolone pieno di fogli dattiloscritti. La vita degli animaliLa verità sulla luceLa casualità: sono le tre sezioni dell’opera, in apparenza incompiuta, che Fífa ha redatto con il suo tipico stile stravagante, scrivendo di nascita e morte, luce e tenebre, rapporti tra tutte le specie viventi”[…]( dal Catalogo Einaudi)

Jokha Alharthi “Corpi celesti” presentazione

Il romanzo dell’autrice omanita Jokha Alharthi ha vinto il Man Booker International Prize nel 2019 ed è ora in Italia, pubblicato da Bompiani con la traduzione di Giacomo Longhi.

Certi filosofi sostengono che Dio ha creato ogni anima a forma di sfera. Egli ha dunque diviso il due queste sfere e assegnato a un corpo ciascuna metà. I corpi che costituiscono le metà appartenenti alla stessa sfera sono destinati a incontrarsi e ad amarsi in virtù dell’antico legame

Ambientato in un villaggio dell’Oman si muove seguendo tre generazioni di donne e le loro famiglie, d’origine o acquisite, arrivando alla contemporaneità, tra passato e presente, fra tradizione, riti tribali, patriarcato, schiavitù, superstizioni, pratiche magiche, cambiamento ed emancipazione, ma soprattutto racconta le donne nel piccolo villaggio di ‘Awafi, a partire dalle tre sorelle Mayya Asma’ e Khawla, i loro familiari, madri, suocere, figlie, serve, amanti, alcune legate al padrone quasi fossero ancora schiave, altre figlie del deserto e libere, come Qamar la Luna, la bellissima beduina.

E poi c’è ‘Abdallah che in viaggio in aereo verso Francoforte rivede e soppesa gli avvenimenti della propria vita cercando di dare un senso a quanto sta avvenendo ed è avvenuto nella sua famiglia, da bambino con il padre dispotico e poi da uomo, innamorato di Mayya, non riamato, dei figli e della loro primogenita London il cui nome aveva sconcertato le donne del villaggio, ma unico riscatto per Mayya.

Tre sorelle tre scelte diverse di matrimoni infelici, scoprendo che non è il matrimonio a conferire loro uno status o a trasformare le loro vite. Donne in un mondo di uomini anch’essi tra passato e modernità.

“Intrecciando le vicende di ‘Abdallah, il cuore del romanzo, che riflette sulla sua vita mentre si trova in volo verso Francoforte, a quelle delle tre sorelle e dei loro figli, Jokha Alharthi tratteggia un vivido affresco dell’Oman di oggi, con le luci e le ombre che lo contraddistinguono. Grazie alla sapiente alternanza tra passato e presente, la narrazione scorre come un fiume in piena, animata dal desiderio di confrontarsi con antiche regole e infine sovvertirle”(dal Catalogo Bompiani) .

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Brevi note biografiche

Jokha Alharthi è nata nel 1978 e ha studiato nell’Oman e a Edimburgo. Autrice di romanzi, storie per ragazzi e saggi, insegna letteratura araba alla Sultan Qaboos University, non lontano dalla capitale omanita, Mascate. Nel 2019 Corpi celesti ha vinto il Man Booker International Prize.

Un romanzo ispira un cammino

di Luisa Gianassi

Mentre salgo la mulattiera che conduce alla stazione fantasma di Fornello penso ai montanari che fino agli anni ’60 hanno percorso questi sentieri chiamandoli via dei romei, perché li percorrevano i pellegrini cristiani che nel medioevo andavano a Roma. Per questo “Il bambino del treno”, che doveva chiamarsi Anselmo, ebbe nome Romeo. Proprio la lettura del romanzo “Il bambino del treno” di Paolo Casadio ha ispirato la mia visita alla ex stazione ferroviaria di Fornello alle pendici di poggio degli Allocchi, sull’Appennino Toscano, ai confini con la Romagna. Troppo forte è stato il desiderio di visitare i luoghi dove i protagonisti del romanzo hanno vissuto tra il 1935 e il 1944 e dove è nato il piccolo Romeo. È un romanzo che parla d’infanzia, di amore, di amicizia, di solidarietà. La vita del capostazione Tini e della sua famiglia si intreccia con quella dei montanari e pastori della valle del Muccione, che nella loro vita semplice racchiudono tanta umanità e dignità. La grande storia, quella della seconda guerra mondiale, del fascismo e dell’antisemitismo, incrocia le storie di vita quotidiana degli abitanti di Fornello, di questo piccolo mondo di case disseminate tra montagne e mulattiere, che sembra protetto e immune da tutto quello che sta capitando, nello stesso periodo, nel resto d’Italia e del mondo. I personaggi del romanzo sono di fantasia, ma realistici nelle loro tipicità, sia fisiche che caratteriali e capaci di creare un grande legame empatico nel lettore che ha vissuto o conosciuto, attraverso racconti di genitori e nonni, il mondo agricolo fino agli anni 1960, scandito dal ritmo delle stagioni fatto di semine e raccolti.

Il cammino e la dismessa Stazione di Fornello

Reale è l’ambientazione del romanzo. Ne ho avuto consapevolezza quando, dopo aver salito con fatica le scoscese pietraie a strapiombo sulle profonde valli scavate dal torrente Muccione, ho avvistato oltre i ponti della ferrovia il rosa perlino, ormai stinto, della stazione ferroviaria di Fornello inaugurata nel 1893 e soppressa nel 1968. I fabbricati della stazione sono abbandonati, non hanno più porte e, con le dovute cautele, si può entrare. I muri sanno, conservano memorie, ma non possono parlare. A me invece questi muri parlano attraverso i personaggi del romanzo. Nella piccola stanza al primo piano dell’edifico un maestro insegna a 5 piccoli montanari, che fanno contemporaneamente ciascuno una classe diversa, mentre il piccolo Romeo, bambino di poche parole ma curioso e attento impara a stare “dalla parte giusta”, dalla parte dei perdenti e dei perseguitati. Nella sala d’aspetto della stazione mi sembra di vedere  persone ammassate per la sosta di una notte, prima di essere ricondotte, come bestiame, nei vagoni del convoglio diretto in Germania. Giovannino, il capostazione al quale “Quel cuore di gambero gli suggerisce giusti pensieri ma azioni prudenti “ non impedirà la partenza del treno ignaro che il figlio ha fatto la scelta giusta… I binari ci sono ancora e un treno passa, fischia e mi riporta alla realtà.

Il romanzo

La sinossi:

Il casellante Giovanni Tini è tra i vincitori del concorso da capostazione, dopo essersi finalmente iscritto al pnf. Un’adesione tardiva, provocata più dal desiderio di migliorare lo stipendio che di condividere ideali. Ma l’avanzamento ottenuto ha il sapore della beffa, come l’uomo comprende nell’istante in cui giunge alla stazione di Fornello, nel giugno 1935, insieme alla moglie incinta e a un cane d’incerta razza; perché attorno ai binari e all’edificio che sarà biglietteria e casa non c’è nulla. Mulattiere, montagne, torrenti, castagneti e rari edifici di arenaria sperduti in quella valle appenninica: questo è ciò che il destino ha in serbo per lui. Tre mesi più tardi, in quella stessa stazione, nasce Romeo, l’unico figlio di Giovanni e Lucia, e quel luogo che ai coniugi Tini pareva così sperduto e solitario si riempie di vita. Romeo cresce così, gli orari scanditi dai radi passaggi dei convogli, i ritmi immutabili delle stagioni, i giochi con il cane Pipito, l’antica lentezza di un paese che il mondo e le nuove leggi che lo governano sembrano aver dimenticato.
Una sera del dicembre 1943, però, tutto cambia, e la vita che Giovanni, Lucia e Romeo hanno conosciuto e amato viene spazzata via. Quando un convoglio diverso dagli altri cancella l’isolamento. Trasporta uomini, donne, bambini, ed è diretto in Germania. Per Giovanni è lo scontro con le scelte che ha fatto, forse con troppa leggerezza, le cui conseguenze non ha mai voluto guardare da vicino. Per Romeo è l’incontro con una realtà di cui non è in grado di concepire l’esistenza. Per entrambi, quell’unico treno tra i molti che hanno visto passare segnerà un punto di non ritorno (da Piemme Edizioni)

e anche

Brevi note biografiche dell’Autore

Paolo Casadio Nato a Ravenna nel 1955, figlio di una generazione cui i genitori non insegnavano il dialetto, s’interessa da anni alla lingua e ai racconti della sua terra. Esordisce come coautore con il romanzo Alan Sagrot (Il Maestrale, 2012). La quarta estate, ambientato a Marina di Ravenna nel 1943, è il suo primo romanzo come autore singolo.(da Piemme Edizioni, Autori)

Desy Icardi “La biblioteca dei sussurri”, presentazione

Anni Settanta, un casolare lungo l’argine della Dora, a pochi chilometri da Torino, lì vive una bambina di sei anni che porta il nome del fiume e che condivide l’abitazione con i genitori, gli zii, il cugino Fulvio, la prozia Dorina: un nucleo familiare che si contraddistingue per i rumori che ne sottolineano le azioni, azioni comuni, ma particolarmente rumorose.

È il terzo dei romanzi dedicati ai cinque sensi: dopo L’annusatrice di libri e La ragazza con la macchina da scrivere, quest’ultimo è dedicato all’udito.

Dora infatti ha un superpotere come la zia Dorina, che libera le “case lamentose” dove spesso la porta con sé, soprannominata per questo ‘Dorina degli Spifferi’, sente suoni misteriosi che nessun altro è in grado di percepire,

La storia si snoda dall’infanzia all’adolescenza della protagonista: un brutto giorno i rumori familiari si spengono per un improvviso lutto e Dora sente rumori sinistri che la inquietano e per sfuggirli si rifugia in biblioteca dove conoscerà l’avvocato Ferro centenario e grande lettore.

“Nella vita di Dora, però, continuano a susseguirsi eventi inaspettati; la sua famiglia si divide inevitabilmente e la casa sul fiume diventa solo un ricordo. Sarà proprio grazie agli insegnamenti dell’avvocato Ferro e al grande amore per i libri che Dora deciderà di far pace con il proprio passato per riavvicinarsi a coloro che ama di più” (dal Catalogo Fazi Editore)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

La ragazza con la macchina da scrivere”

Margaret Atwood “Il canto di Penelope” recensione di Salvina Pizzuoli

Traduzione di Margherita Crepax per Ponte alle Grazie, 2018

Un esempio di riscrittura datato nella prima stesura 2005 e firmato Atwood. Penelope è la protagonista di un suo ultimo canto, un riscatto, senza temere né gli dei né gli uomini, racconta dall’Ade di sé in prima persona: giovane sposa, poi regina di un regno abbandonato dall’eroe scaltro e bugiardo che partito un giorno per Troia non vi ha fatto più ritorno, l’uomo che conosciamo nei versi immortali dell’Odissea, protagonista di avventure e di viaggi nel periglioso mare che sarà costretto a percorrere incontrando pericoli e mostri e dee e che, ritornato a Itaca, saprà far valere i suoi diritti di re: uccide i Proci, gli usurpatori, e impicca le dodici ancelle

Come quando dei tordi con grandi ali o delle colombe/ si impigliano dentro una rete, che stia in un cespuglio…/così esse tenevano in fila le teste, ed al collo/ di tutte era un laccio, perché morissero d’odiosissima morte./ E per un po’ con i piedi scalciarono, non molto a lungo (Odissea XXII 465 – 473)

Nell’Introduzione la Atwood chiarisce il motivo che l’ha spinta alla ricerca e alla documentazione perché ”la storia così come viene raccontata nell’Odissea, non è del tutto logica” – scrive volutamente sibillina – “ci sono troppe incongruenze. Sono sempre stata tormentata dal pensiero di quelle ancelle impiccate e, nel Canto di Penelope, anche Penelope lo è”.

Chi presume di trovarsi di fronte ad un saggio sbaglia, in realtà la documentazione le è servita per raccontare meglio Penelope che in questa breve narrazione riferisce una storia in una chiave tutta al femminile, una confessione molto asciutta, priva di fronzoli o appigli emotivo emozionali, a tratti irriverente, a tratti volutamente eccessiva e ironica quando propone momenti della sua vita nell’Ade, tra il suo passato e il presente, nel mondo attuale. Alle pagine in prosa seguono anche in poesia: è il canto delle ancelle, il Coro della tragedia greca, le dodici ancelle impiccate, le altre voci al femminile che non esauriranno mai la loro volontà di sapere il perché, incalzando Odisseo anche nelle sue nuove vite.

Una lettura diversa dell’Odissea, da un nuovo punto di vista, spiazzante, decisamente interessante.

Della stessa autrice:

“Moltissimo”

Tornare a galla”