Giancarlo De Cataldo “Il bacio del calabrone”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Una morte sospetta proietta un’ombra sinistra su una prima all’Opera.

Giancarlo De Cataldo compone con maestria una trama affascinante, dal sapore classico e dal ritmo serrato. Un mistero che porta il Pm Manrico Spinori a conoscere, molto da vicino, l’ambiente dell’alta moda internazionale.(dal Catalogo Einaudi)

Un nuovo caso per il pm Manrico Spinori, il contino, protagonista dalle caratteristiche particolari che oltre alla sequela di nomi propri che precedono il suo nobile cognome, sequela che mi ha sempre ricordato Il Cavaliere inestistente di Calvino, è alto, naturalmente elegante, nobile e bello, ed è anche un melomane convinto che la soluzione di molti delitti possa trovarsi tra le note di un’Opera lirica o che comunque su quella strada, appena intuita l’opera chiave, sarà possibile rintracciarla

“Era convinto che non esistesse situazione umana, incluso il delitto, che non fosse stata affrontata da un melodramma. Dinanzi al delitto, dunque, si trattava di individuare l’opera di riferimento. Era ungioco, e non lo era: in alcuni casi scottanti il meccanismo opera[1]crimine aveva funzionato. Perché nell’opera si annidano i moti profondi dell’animo, e i delitti, tutti i delitti, da quello dipendono, in ultima analisi: da un’alterazione dei moti dell’anima”.

 In questo nuovo caso la vittima è il titolare di una nota maison la cui morte è avvenuta  nel laboratorio dei costumi del Teatro Costanzi di Roma per la prima della Traviata, come dall’incipit

“ La serata era cominciata male per Manrico Spinori. Su invito del sovrintendente Luci, aveva assistito alla prima di una nuova edizione della Traviata di Giuseppe Verdi. La regia scolastica di un lituano che andava incomprensibilmente per la maggiore e l’intollerabile sovrabbondanza di pizzi, trine e crinoline lo avevano messo di cattivo umore. Nemmeno il cast, di buon livello, era riuscito a compensare la pretenziosità dell’insieme. Eppure, i battimani non erano mancati. Mentre cercava con fatica di guadagnare l’uscita del Teatro Costanzi, Manrico si domandava se non stesse diventando uno di quei melomani inaciditi ai quali non va mai bene niente. Era a due passi dalla sospirata libertà di una fresca sera di aprile quando Luci, distaccandosi da un gruppetto di entusiasti dall’inequivocabile aspetto di gentiluomini nordeuropei, lo prese sottobraccio.
– Manrico! Ti unisci a noi per la cena, naturalmente.
Non ebbe cuore di sottrarsi. Durante il tragitto verso la meta, fu costretto a mentire spudoratamente: sí, lo spettacolo gli era piaciuto, la messa in scena era entusiasmante, le voci impareggiabili…
L’espressione perplessa del sovrintendente, però, la diceva lunga sul suo talento di attore. E cosí, scortato da una hostess in tailleur nero e dal sorriso raggelato, si ritrovò a un tavolo rotondo da dodici, nell’immenso salone del Laboratorio del Teatro dell’opera. Da qualche anno, in occasione di eventi particolari, il Laboratorio veniva usato per la cena di gala, riservata a una ristretta selezione di invitati”.

Una morte cui Manrico occasionalmente sarà spettatore. Ma non sarà l’unica: riguarderà l’avvocato addetto alle trattative di vendita della maison e un ex modello. Affiancato dalla sua squadra investigativa e dalla insostituibile ispettrice Deborah Cianchetti, il nostro giungerà al fine ad avere ragione dei casi grazie anche alla lirica che nella finzione contiene e nasconde la verità.

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Io sono il castigo

Un cuore sleale

Il suo freddo pianto

Colpo di ritorno

Stefania Coco Scalisi “Un’insopportabile donna morta”, Biblioteka Edizioni

UN COMMISSARIO ANNOIATO ALLE PRESE CON UNO STRANO OMICIDIO

Bibliotheka edizioni

“Sono stata ispirata dalla curiosità per le storie nascoste dietro l’immagine che diamo di noi stessi. Questo romanzo mi ha permesso di dare voce ai segreti, alle malizie e ai desideri inespressi che abitano ogni condominio, così come ognuno di noi, trasformando un banale omicidio in un pretesto per indagare l’animo umano.” (Stefania Coco Scalisi)

Un cadavere. Un condominio. Un Commissario annoiato. Una domenica di quasi primavera. Gli elementi del giallo ci sono tutti. E in effetti è così. L’unica, fondamentale differenza è che del cadavere non importa quasi nulla a nessuno. Non che la povera vittima meritasse quella fine (o forse sì?), ma in quel condominio borghese c’è poca voglia di piangere la scomparsa, ma tanto desiderio di raccontarsi. E il Commissario ascolta, osserva e, cercando la storia della vittima, apprende quella dei coinquilini, fatta di malizie, piccoli segreti, cattiverie, desideri infranti. Sono queste le vicende narrate nel libro di Stefania Coco Scalisi “Un’insopportabile donna morta”, un romanzo in cui ognuno dei residenti del condominio potrebbe essere l’assassino. Ognuno potrebbe avere avuto un buon motivo per uccidere. Forse perché la vittima non è una vera vittima. Eppure, quando il caso sembra chiuso, tutto è improvvisamente destinato a riaprirsi.

Incipit:

«Il corpo era lì, a terra, scomposto. Una scarpa ancora al piede, l’altra sbalzata di qualche metro. Al collo, la volpe sembrava avesse cambiato espressione, triste per essere finita indosso a un cadavere. Attorno alla testa, una piccola aureola di sangue, i cui contorni a mala pena si percepivano tra il vinaccia del tailleur e il granata delle mattonelle. Gli occhi erano invece sbarrati, in un misto di disappunto e nausea che chi la conosceva, la vittima, giurava avesse sempre, anche prima dell’incresciosa situazione in cui si ritrovava. Sì, perché Adalgisa Calvi, nel palazzo nota come la vedova Calvi, era morta. Su questo non aveva avuto nessun dubbio Alberto, il portinaio, che sentendo un tonfo quella domenica mattina, mentre stava ancora a letto a godersi il primo sole d’autunno nel suo piccolissimo appartamento a piano terra, si era precipitato, o almeno ci aveva provato, a vedere di cosa si trattasse. Non percepiva alcun compenso, si badi bene, per il suo lavoro in guardiola o per quanto faceva perché i pacchi e le lettere arrivassero sempre a destinazione, ma a ottant’anni suonati, più di cinquanta dei quali passati in quel 10 condominio, l’affitto gratis in cambio di qualche piccolo lavoretto e la pensione minima gli andavano più che bene. Mai, quindi, si sarebbe sognato di assistere a una scena così raccapricciante, proprio la mattina del suo giorno libero. E soprattutto trovava irritante che una cosa tanto spiacevole fosse successa nel suo palazzo. Certo, c’erano stati alcuni tentativi di suicidio nel corso degli anni: barbiturici, overdose di Xanax, un superficiale taglio delle vene da parte della figlia quindicenne dei coniugi Aldobrandi (problemi di cuore, dicevano, causati da un amoretto estivo che non aveva mantenuto la promessa di amore eterno fatta in villeggiatura). Tutte cose abituali di un rispettabile condominio borghese, insomma. Ma niente di cruento e volgare. E soprattutto, niente di così definitivo, come un cadavere in bella mostra nell’androne».

Stefania Coco Scalisi, nata e cresciuta a Catania, vive e lavora a Bologna. Laureata in Relazioni internazionali, ha vissuto a Firenze, Milano, Ginevra, L’Aia, Londra, Washington e Tel Aviv. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo romanzo, “La Democrazia della Felicità” e dal 2020 pubblica per diverse riviste letterarie

Daniela Alibrandi “I delitti del Mugnone”, recensione di Salvina Pizzuoli

Morellini Editore

Perché mai nessuno capisce che ho bisogno di questo. Mi guardano, mi sorridono, ma io quando mi avvicino so che voglio una sola cosa da loro. Ho bisogno di rivedere il terrore, la supplica, e strappare il loro sguardo per sempre

“I delitti del Mugnone” di Daniela Alibrandi è un romanzo noir che si distingue per la sua capacità di catturare l’attenzione del lettore fin dalle prime pagine; la trama, come sempre nei suoi romanzi, sa essere avvincente oltre che ben strutturata, sviluppandosi intorno a misteriosi omicidi, conducendo il lettore attraverso un labirinto di indizi, vecchi sospetti e trascorsi e contemporanei delitti ancora senza soluzione o irrisolti.

L’autrice riesce a creare un’atmosfera ricca di tensione e suspense, con descrizioni dettagliate che rendono vividi i paesaggi e le ambientazioni. L’azione si svolge prevalentemente a Firenze dove il commissario Rosco si è fatto trasferire da Roma per sfuggire ai risvolti  negativi delle indagini che nella capitale avevano coinvolto anche la sua famiglia e soprattutto il piccolo Robertino. Ma protagonista è il torrente storico che scorre dai colli a nord di Firenze e scende nella piana ad abbracciare l’Arno in un giallo a tutto tondo dove diversi generi narrativi si coniugano armoniosamente regalando al lettore pagine in cui  ai delitti efferati si affiancano trance de vie, psicologie, rapporti umani, descrizioni di luoghi e panorami, amore, morte, felicità e dolore.  

I personaggi, così come la nuova squadra con cui si trova a lavorare il commissario, sono ben delineati e nello stesso tempo la loro complessità li rende interessanti, vecchi e nuovi; non mancano infatti piacevoli collaborazioni con chi aveva scelto di abbandonare la squadra e Roma per tornare a lavorare a Napoli, forse rimpiangendo battibecchi e screzi sebbene in un rapporto di vera cooperazione e fiducia con il diretto superiore: quella Gisella Porzi, già incontrata e felicemente ritrovata anche nelle pagine di questo nuovo e difficile caso fiorentino. Le loro interazioni, i loro dialoghi, le supposizioni, la ricerca di indizi e il gioco che si crea tra loro, contribuiscono a mantenere alto il ritmo del racconto. Uno degli aspetti più riusciti del libro è la capacità dell’autrice di intrecciare elementi di introspezione psicologica con la narrazione del crimine, offrendo al lettore una prospettiva approfondita sulle motivazioni e sui conflitti interiori dei protagonisti. Questo aggiunge una dimensione ulteriore alla storia, rendendola non solo un giallo avvincente ma anche un’esplorazione delle sfumature dell’animo umano. Per non parlare, cosa che infatti non farò, del finale, non solo non previsto, ma soprattutto rocambolesco e denso dentro un’ agnizione completa e complessa ma anche ricca di prospettive future.
“I delitti del Mugnone” è un romanzo che merita sicuramente di essere letto da chi ama il genere noir e non solo. Daniela Alibrandi dimostra di avere una penna abile e sensibile, capace di creare storie che lasciano il segno. Se cercate una lettura intrigante con una buona dose di suspense e profondità psicologica, questo libro potrebbe fare al caso vostro.

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“Quelle strane ragazze”

“Nessun segno sulla neve”

“Una morte sola non basta”

“Un’ombra sul fiume Merrimack”

“Il bimbo di Rachele”

“I misteri del vaso etrusco”

Daniela Alibrandi in Racconti racconti racconti: corti, con brivido, fantastici

Gabriella Genisi “Pizzica amara”, recensione di Salvina Pizzuoli

Genisi, in un giallo sconvolgente e quanto mai attuale, ci racconta il Salento oscuro delle superstizioni e delle notti della taranta; a farci da guida una carabiniera indimenticabile, che rompe e ribalta tutti i canoni della scena noir. (da Rizzoli Libri)

Pubblicato nel 2019 ha per protagonista una giovane maresciallo dei carabinieri, Francesca Lopez, detta Chicca.  Salentina, bella e caparbia, ha lottato per farsi spazio in un ambiente maschile, meritando un avanzamento di grado a seguito delle sue indagini su rifiuti tossici. Un nuovo caso, ancora più intrigato l’attende dopo la profanazione di una tomba e la sparizione del cadavere.

Nel corso dell’ndagine oltre alla maresciallo saranno coprotagonisti la sua squadra, Lecce e le sue bellezze architettoniche e le sue atmosfere e i suoi segreti, come le acque del fiume sotterraneo che l’attraversa, il Salento magico in un’accezioner ampia, non solo paesaggistica legata al sole e al mare, ma a un territorio che cela misteri, con le sue superstizioni, connivenze e collusioni, retaggi di un passato che pare sepolto ma ancora convive nella vita quotidiana. Elementi spesso fraintesi o considerati folklore: le macare, la taranta e le tarantate, i “segni” premonitori, bagaglio culturale interiorizzato che si confonde e si compenetra tra superstizione, religione, magia, medicamenti.

Si apre già con uno di questi elementi e con la titolazione del primo capitolo che, come i successivi, riporta i versi di Vittorio Bodini

[…] Un moscone nero, svolazzando, continuava a sbattere testardo contro il vetro. Luci amise la tazzina sul tavolo e aprì la finestra, ma l’insetto invece di uscire volò dentro casa. Non riuscendo a scacciarlo e avvertendo il cupo presentimento di qualche sventura imminente, la donna si fece il segno della croce tre volte e recitò un’Ave Maria, poi sospirò, richiuse la finetsra e si guardò attorno.

Il presentimento di Lucia si materializza nella profanazione della tomba di famiglia da cui il cadavere del figlio è stato trafugato. Ma è solo uno dei casi inspiegabili che si succederanno nel tempo: il cadavere di una giovane donna incinta ritrovato da un pescatore in una zona balneare a dieci chilometri da Lecce; segni particolari: biondissima e con un tatuaggio abraso non totalmente con un simbolo dentro un carchio. E dopo quasi un mese un’altra giovane, Federica Greco, ritrovata impiccata ad un albero. Segni particolari: lo stesso tatuaggio.

E così tra ricerche e indagini, emerge lentamente un mondo sommerso celato da una patina di solidità economica e potere, mali antichi e nuovi, traffici, discariche abusive, Xylella, droga, immigrazione, rituali tra esoterismo e occulto dove il Male opera all’ombra di perbenismi e dipendenze.

E nel frontespizio, la citazioe in dialetto di un antico proverbio salentino

A Ddiu dduma na candila, a llu diaulu ddoi.

Un noir scritto bene, ingarbugliato e ricco di aneddoti e di particolari del territorio, una protagonista tenace e fragile allo stesso tempo, provata dalle indagini e che cercherà di scuotersi con un “salto” liberatorio.

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Terrarossa

Lo scammaro avvelenato e altre ricette

Le invisibili

Giochi di ruolo

Maurizio de Giovanni “Pioggia. Per i Bastradi di Pizzofalcone”, presentazione

Leonida Brancato era stato un penalista imbattibile. Il re del cavillo, lo chiamavano. Quando era andato in pensione, in procura avevano fatto festa. Da anni non si sapeva piú nulla di lui, ma ora qualcuno lo ha ucciso e ha infierito sul suo cadavere. Un omicidio che appare privo di movente e che mette di nuovo alla prova i Bastardi. Sotto un diluvio che non concede tregua, circondati da nemici e nonostante dolorosi problemi personali, i formidabili poliziotti del commissariato di Pizzofalcone si districheranno fra segreti, ipocrisie, rancori. Arrivando a scoprire una verità quanto mai inaspettata.(dal Catalogo Einaudi)

Il giallo si apre con un lungo monologo un piovoso martedì di novembre; nella parte in chiusura si legge

Eccola, la pioggia che intendo. Nulla di piú lontano dalla vostra acqua che cade, dai tergicristalli e dagli ombrelli. Un sentimento nero, che appena compare trasmette l’assoluta certezza che non finirà mai, che lascerà tracce profonde, e cicatrici, e ferite sanguinanti, che correrà persino il rischio di portarvi in qualche posto oscuro dal quale un pezzo della vostra anima non sarà capace di tornare indietro. Ci dovrete fare i conti per il resto dei giorni, con la luce della pioggia del martedí mattina. O del venerdí, o della domenica, se è per questo. È talmente forte, la luce di quella pioggia da dietro la finestra opaca del bagno, che neanche ha bisogno di illuminare per essere indimenticabile. E sapete perché? Proprio perché è un sentimento nero. Che da quando nasce, finché non lo si sazia, cresce e cresce sino a infestare come un rampicante ogni parete delle stanze buie che avete in corpo.

Come un brutto sogno.

Come una vendetta.

Perché la pioggia è protagonista, è un sentimento ed è luce: cambia le relazioni tra le persone, induce a trovare un riparo che a Napoli, dove piove molto, non c’è e la città infatti è sempre impreparata all’evento che aggiunge un senso di precarietà di inquietudine e di inadeguatezza. Ma è anche luce negli interni che devono accendersi perché fuori è più buio, luci fuori orario magari, fredde per quella colorazione blu che assumono.

Cosa accade oltre la pioggia?

Un omicidio, quello di un anziano penalista, un personaggio di spicco e i Bastradi hanno poco tempo a disposizione prima che gli levino l’inchiesta, se senza risultati. E intanto piove, piove anche su di loro e sulle loro vite oltre che sull’inchiesta.

Così nell’undicesimo romanzo dedicato ai Bastardi di Pizzofalcone

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Tre passi per un delitto (con Scalia e De Cataldo)

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Caminito. Un aprile del commissario Ricciardi

Sorelle. Una storia di Sara

Soledad. Un dicembre del commissario Ricciardi

Gino Carlomagno “Una sola mamma”, NeP Edizioni

Il gradito ritorno letterario di Gino Carlomagno

Un ritorno tanto atteso, quello di Gino Carlomagno, autore di una fortunata serie di romanzi gialli edita da NeP edizioni, particolarmente apprezzata da lettori e critica.
Con “Una sola mamma” l’autore si cimenta con una nuova prova letteraria, che si discosta dal filone precedente, pur risentendo inevitabilmente di uno stile inconfondibile e disinvolto.
Il romanzo percorre la vita di Carlo Cremonese, noto avvocato matrimonialista del Foro di Roma.

Nato ai tempi del boom economico in un piccolo paese del Sud Italia, già dalle scuole medie si distingue per la sua intelligenza, tanto che, appena laureato in Giurisprudenza, trova inserimento in uno dei più prestigiosi studi legali della Capitale. Le sue doti innate e la sua grande capacità dibattimentale sono sempre orientate a trovare la via corretta della giustizia. Tuttavia, all’apice della sua brillante carriera professionale, anche per l’avvocato Cremonese si presenta un caso che lo vede coinvolto in prima persona e tocca i suoi sentimenti personali sotto il profilo familiare. Pur non avendo nulla a che fare con la giustizia in quanto tale, la vicenda lo costringerà a rivedere sotto una nuova prospettiva tutti i suoi sessant’anni di vita vissuta.
Anche in questo caso, intuito, costanza e perspicacia finiranno per portare ai risultati tanto sperati.
Una scrittura dal sapore autentico e nostalgico, accompagnata da un ritmo narrativo cadenzato e decisamente coinvolgente. Forte della sua ricca produzione letteraria e della sua familiarità con il romanzo poliziesco, la penna riflessiva di Gino Carlomagno tratteggia con abilità personaggi e situazioni, oltre a rendere con arguzia sfumature e paesaggi.

Di origine lucana, Gino Carlomagno si trasferisce in giovane età a Biella. La passione per la scrittura lo accompagna sin dall’infanzia e le sue opere, rimaste a lungo nel cassetto, vedono la luce solo a seguito di un felice incontro con NeP edizioni. Nella scrittura predilige il romanzo poliziesco, complice un breve trascorso nella Polizia di Stato.
Oltre a “Una sola mamma”, con NeP edizioni ha pubblicato: “Caro Amico”; “Dal Girino Al Mouse”; “Dieci Racconti Fantastici” (2016); “Tre milioni di passi sotto il cielo. Camminare per vedere”; “La pagliuzza nell’occhio”; “Il Killer invisibile” (2017); “La pietra che non affonda”; “Il Dito Mancante”; “Nel Sonno Urlavo… Gargatun” (2018); “Il Decimo Indizio”; “1 – DICXON,non tradisce” (2019); “Queen Mary Donna Coraggiosa”; “Hotel Repubblica 55-Camera con Balcone”; “Il Segreto dell’Acqua” (2020); “All’Ombra dei Pini”; “Consuelo” (2021) e “Tarli Ossessivi”; “Misteriosa morte nella Tuscia” (2022); “Il Segno della vendetta”; “L’inganno dei
numeri… uno, due, sette, nove” (2023).

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Il segno della vendetta

Misteriosa morte nella Tuscia

Gabriella Genisi “Giochi di ruolo”, presentazione

Giancarlo Caruso, il fascinoso vicequestore siciliano in servizio a Padova che i lettori hanno conosciuto in Dopo tanta nebbia e nei successivi libri delle indagini di Lolita Lobosco, dopo un anno sabbatico trascorso in Puglia e il fallimento della sua relazione con la commissaria più famosa d’Italia, accetta l’incarico di primo dirigente presso il commissariato di Manfredonia, in provincia di Foggia, nonostante presenti diverse criticità.(da Marsilio Editore Libri)

Il nuovo romanzo della Genisi vede in primo piano il suo ex, il vicequestore Giancarlo Caruso,  trasferito a Manfredonia dove un sistema criminale tiene in pugno l’intero territorio.

Già vicequestore a Padova, fa fatica ad inserirsi nel nuovo ambiente pesando più a lui la fine della relazione con Lolita oltre alla perdita dell’amato Buck, il suo cane lupo fatto saltare in aria ad opera delle cosche locali. In questa situazione difficile si inserisce pesantemente il nuovo e caso: a Siponto, nota stazione balneare in provincia di Manfredonia, in una villa liberty sul mare viene trovato il cadavere di un uomo seduto davanti al televisore e nel braccio l’ago di una siringa con il Fentanyl; la porta chiusa dall’interno porta ad immaginare una morte per overdose ma la fidanzata dell’uomo smentisce che facesse uso di stupefacenti. Ripercorrere a ritroso i percorsi dell’uomo porterà le indagini a Bologna e alla scoperta del mondo dei giochi di ruolo come anticipato dal titolo del romanzo.
E per concludere, come sempre, un nuovo piatto, questa volta di tagliatelle!

Gabriella Genisi  è nata a Bari e vive in Puglia. È autrice di numerosi libri, diversi dei quali sono tradotti all’estero. È l’ideatrice della serie poliziesca dedicata alle indagini di Lolita Lobosco (pubblicata da Sonzogno), dalla quale è stata tratta una serie tv andata in onda su Rai Uno e trasmessa in tutto il mondo. Il suo Pizzica amara (Rizzoli 2020) è stato inserito da la Lettura tra i migliori libri del 2019. La sua ultima pubblicazione è Silvia Spider e il ragazzo scomparso (Il Battello a Vapore 2024). In un sondaggio del Corriere della Sera, insieme a Camilleri è risultata la giallista più amata d’Italia.

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Terrarossa

Lo scammaro avvelenato e altre ricette

Le invisibili

Massimo Carlotto “Trudy” recensione di Antonia del Sambro

Mentiva, e sperò che il vecchio squalo non se ne fosse accorto…Si sa, il denaro rubato non ha padroni, appartiene a chi l’arraffa.


Ludovica Baroni era una commessa. Poi un matrimonio che sembra quello giusto e la sua vita cambia. Quanto e come non l’avrebbe mai immaginato. Da un giorno all’altro l’uomo che ha
sposato, uno dei più importanti commercialisti di Lecco, sparisce. Né la polizia né lei stessa – che fra lo sconcerto generale se ne va in vacanza sulla riviera romagnola – paiono molto interessati a cercarlo. Strano, perché invece c’è chi è disposto a pagare un sacco di soldi pur di sapere che fine ha
fatto e a ingaggiare una società che si occupa di sicurezza e a richiedere l’attenzione speciale di Gianantonio Farina, che nella ditta i soci chiamano il Grigio e i dipendenti il Dottore. Lui è il responsabile delle «indagini non autorizzate». Tipo questa, cosí riservata che in pochissimi ne conoscono la ragione. Farina fa spiare Ludovica, la fa pedinare, intercettare. Le assegna anche un nome in codice: Trudy. Tutto è sotto controllo. O forse no.
(dal Catalogo Einaudi)

Il ritorno in libreria di Massimo Carlotto è segnato da un noir fuori da ogni schema fino a oggi presente nella nostra narrativa di genere. I piani su cui si sviluppa sono molteplici e all’interno di Trudy ci potrebbero essere almeno altri quattro prequel e altrettanti sequel. E questo perché ognuno dei personaggi presentati si presta a infinite altre storie; storie che nessuno vuole raccontare, perché troppo complicate, sensibili direbbe qualcuno, scomode si potrebbe dire in sintesi. Un romanzo dove non c’è nessun protagonista o personaggio positivo, nessuno per cui tifare, nessuno da odiare o compatire perché tutti sono lupi per tutti. La lezione sociale è cruda, durissima, paurosa.
In un mondo come quello descritto in Trudy bisogna solo guardarsi le spalle e sperare che non tocchi a te. Interessi personali, soldi, tradimenti sono la linfa di cui si nutre una società malata, una società che ha deciso di usare la tecnologia più avanzata non per il bene comune ma unicamente per assoggettare gli altri. In questo noir dalle tinte più fosche che mai a fare da ambientazione ideale è la provincia tranquilla, operosa e borghese che si snoda dalla Lombardia alla Toscana e in cui i vari “poteri” si coalizzano o si scontrano infischiandosene dell’esistenza delle povere creature e di quanto la loro vita possa venire sconvolta per sempre. Ed è questo che nell’ultima fatica di Massimo Carlotto fa più paura, ovvero, che il crimine riguarda tutti, può colpire tutti, può annientare tutti. Come si legge giustamente nella quarta di copertina del romanzo: Dopo aver letto Trudy, camminando per strada ti verrà voglia di guardarti le spalle.

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Il Francese

E verrà un altro inverno

Adriano Morosetti “Il breve mestiere di vivere. Sanremo non è solo Festival”

Mursia Editore

Sanremo, quella ricca e televisiva che si prepara al Festival, ma anche quella meno nota fatta di corruzione, mafia, risse e spaccio, al centro de “Il breve mestiere di vivere. Sanremo non è solo Festival” (Mursia, pagg. 284, Euro 18,00), noir d’esordio di Adriano Morosetti, pubblicato nella collana Giungla Gialla di Mursia. Da anni sceneggiatore per la tv, Morosetti, con il suo stile visivo fatto di immagini, cattura immediatamente l’attenzione del lettore catapultandolo in una Sanremo fatta di luci e ombre.

«In onda, le solite immagini: il porto, le palme, i fiori, i vicoli in festa. Nessuno doveva vedere il vero volto della città e scoprire ciò che nascondeva. Le telecamere dell’intera nazione erano accese su Sanremo, ma puntate, come sempre, nella direzione sbagliata.»

Febbraio 1993. Sanremo si prepara a ospitare il Festival e tra i numerosi giornalisti giunti a seguire l’evento, c’è anche Arturo Ferretti, tornato nella sua città natale come inviato di una scalcinata rivista di gossip. In una città messa sottosopra da troupe televisive, cantanti famosi e feste esclusive, Ferretti si ritrova invischiato nella morte di Nino, un vecchio amico. Per la polizia è un semplice incidente, ma troppe cose non tornano. Cinico e disilluso, il giornalista vorrebbe solo strappare uno scoop e andarsene, ma sa che non può farlo: per scoprire la verità e uscirne vivo, dovrà imparare a fare i conti con i fantasmi del passato, perché, come canta Enrico Ruggeri sul palco dell’Ariston, “il breve mestiere di vivere è il solo mistero che c’è”.

Adriano Morosetti è nato a Sanremo nel 1977. In passato è stato molto cose: giardiniere, barista, copywriter, autore televisivo. Da anni lavora come sceneggiatore di serie animate per la rai e il mercato internazionale. Il breve mestiere di vivere è il suo primo romanzo