Omaggio alla poesia: poeti e poesia su tuttatoscanalibri

21 marzo Giornata mondiale della Poesia


Alda Merini “Vuoto d’amore”

AAVV “Poesia”

Dino Campana “Canti Orfici”

Flaminia Colella “Sul crinale”

Maurizio Cucchi “Sindrome del distacco e tregua”

Marina Cvetaeva “Sette poemi”

Thomas Eliot “Il libro dei gatti”

Epitaffi greci. La Spoon River ellenica di W.Peek”

Ottavio Fatica “Vicino alla dimora del serpente”

Edgar Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Nella Nobili “Ho camminato nel mondo con l’anima aperta”

Cees Nooteboom “L’occhio del monaco”

Tiziano Scarpa “Una libellula di città”

Sebastiano Vassalli “Amore lontano”

Marino Amodio, Vincenzo Del Vecchio “Gli abitanti delle nuvole” da Robinson La Repubblica

 

Tra le nubi, secondo la fantasia di due architetti italiani, c’è una metropoli di guglie e ponti sospesi, di finestre, scalinate monumentali e vascelli volanti. La avvolge il proverbiale candore del cielo, opprimente, tranne quando la pioggia cade, portando con sé la meraviglia del colore.

 

 

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di Gabriele Di Donfrancesco

Otello Marcacci “Tempi supplementari”, la quarta di copertina e alcuni stralci

In libreria dal 25 marzo
Alcuni stralci
I giorni seguenti furono frenetici ed estenuanti. Ci demmo sotto con gli allenamenti perché mancavano solo due settimane alla partita, ma c’era anche da seguire la classica routine della colonia e le attività sulla spiaggia, così che, quando arrivavamo a sera, eravamo distrutti fisicamente. Fu un periodo di grande impegno e autodisciplina. Tutti evitavamo di mangiare dolci, persino Ramon e Cristiano, che erano i due che facevano più fatica a starci lontano. Ci svegliavamo presto e andavamo a correre intorno al grande edificio fino a sentire i polmoni che bruciavano e i nostri corpi che pulsavano energia. C’erano una tale sicurezza e bellezza particolari in quella follia, che come per magia ci sembrava possibile davvero ogni cosa. Sentivamo la smania di spingerci fino al limite delle nostre possibilità e anche oltre, perché, anche se nessuno lo avrebbe mai ammesso, in fondo speravamo in una vittoria. Ci pareva di galleggiare come se una zattera invisibile ci tenesse sollevati da terra. Il nostro entusiasmo ben presto contagiò anche gli altri bambini della colonia. Non c’era angolo dentro la pineta dove non si parlasse della sfida che avevamo lanciato. Forse eravamo del tutto incoscienti o forse seguivamo un istinto tratto da libri di scienze naturali che ancora non avevamo mai aperto. Tranne Marco e forse un po’ Paolo, eravamo tutti senza tecnica di base; ma che cos’è la tecnica se non assenza di passione? E noi di quella ne avevamo da vendere. 
 
L’ultima sera che trascorremmo in colonia, con il rientro in città ormai alle porte e la partita dietro l’angolo, dopo un’altra giornata di allenamenti convulsi nei quali avevamo provato schemi avveniristici, cominciarono ad affiorare i primi dubbi e le prime crepe. «Ma se perdiamo, anche Ilenia e Rosy saranno costrette a correre nude?» chiese Bernardino. Che non fosse dell’umore giusto l’avevo capito vedendolo mangiare la verdura poco prima senza lamentarsi. Se l’era inghiottita lento come un ruminante e mi ero quasi ipnotizzato nell’osservarlo. Eravamo nel tavolo in fondo al refettorio, quello che dà sul lato ovest della colonia. «Non perderemo» disse Marco Cappelli sorridendo. Il viso di Bernardino si afflosciò, appoggiò le mani sul tavolo per alzarsi, lentamente i suoi lineamenti si ricomposero, drizzò la testa. «Sì, ma metti che succeda?» Il mondo fuori era un pubblico in attesa di uno spettacolo. Per quanto avesse chiaro che in panchina c’eravamo noi a tenergli la mano, l’idea della sconfitta gli incuteva timore. E non era l’unico. «Non lo farò» disse ancora, «perché non hanno alcun diritto di umiliarci». Paolo si aggrappò al mio braccio e cercò di scuotermi. «Se perdiamo ti piglio a calci in culo per l’eternità». 
Otello Marcacci
E anche:

Philippe Besson “Un certo Paul Darrigrand” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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Dello stesso autore:  Non mentirmi Intervista di Anais Ginori

Sergio Givone “Tra terra e cielo. La vera storia della cupola di Brunelleschi” recensione di Ilenia Reali da Il Tirreno Culture 14 marzo

L’opera del Brunelleschi a 600 anni dalla prima pietra
raccontata dal filosofo e “fabbriciere” Sergio Givone
La magnifica Cupola
sta su da secoli:
nessuno l’avrebbe detto
I segreti dell’Inventore
di Ilenia Reali
FIRENZE. Sedetevi in poltrona e gustatevi questa storia. È la storia della cupola del Brunelleschi, dei Bischeri e di Buggiano, il figlio che il Maestro adottò. Anzi cominciamo proprio dai “titoli”. E chiamiamo Brunelleschi come lui avrebbe voluto e come ha fatto scrivere sulla sua lapide: inventore. Il significato della parola all’epoca non era quello di oggi; s’intendeva inventore con un’accezione negativa di “senza arte né parte”. Proprio come quei bambini orfani per cui Brunelleschi realizzò l’Ospedale degli Innocenti o come quel figlio che lo tradì, per amore, e con cui subito si riconciliò.A raccontarci i segreti della cupola di cui il 16 aprile, Firenze festeggia i 600 anni dalla prima pietra, sarà Sergio Givone, scrittore e filosofo, docente di Estetica all’Università e soprattutto “fabbriciere”, del Duomo. 1 «Andiamo subito in cima alla Cupola laddove gli otto costoloni lapidei di marmo si congiungono. In quel punto c’è un basamento di marmo e su questo basamento è stata costruita una cupola dentro la cupola. Vista da sotto non dà l’idea di quanto sia maestosa: è alta quasi 20 metri, come un palazzo di 6 piani, realizzata in marmo di Carrara. Perché un peso così spropositato? Quel peso serviva, secondo il Brunelleschi, a compattare il tutto: la ” forza di levità” con il peso viene convertita in una forza che aiuta a tenere insieme le pietre e “le rende aeree, sospese”. Fa da struttura portante. Il punto da cui si vede meglio questa parte è dalle tribune: le piccole cupole che stanno intorno alla grande cupola e coprono la parte presbiteriale». 2«La Cupola in realtà non è una cupola ma sono 8 singole vele. Una calotta semisferica su base circolare con otto diversi spicchi che poggiano su un ottagono, il tamburo, e si congiungono in alto dove è stata collocata la lanterna. Brunelleschi intuì che questa forma permetteva la solidità di tutto l’insieme».3 «La cupola è stata costruita con delle strutture autoportanti. Sarebbe stato impossibile costruire una struttura utile a reggere i materiali di costruzione da terra.Brunelleschi inventò un sistema di costruzione per cui la struttura che sta sotto via via che si alzava faceva da base per i supporti in legno (ponteggi)che veniva spostati con l’avanzare dei lavori . Di fatto la parte costruita serviva da base per i ponteggi utili a costruire la nuova parte. Brunelleschi aveva calcolato che la cupola avrebbe retto solo se tutti i muratori avessero lavorato distribuendo il peso dei mattoni in modo equivalente su tutti gli otto spicchi. Affinché questo avvenisse creò otto squadre che seguivano una sorta di ” orologio” in modo che la costruzione procedesse sincronicamente. Così come ciò che è in basso sostiene ciò che è in alto (la lanterna) e viceversa, allo stesso modo le parti laterali si sostengono l’una con l’altra.4 Via via che gli archi cominciavano a unirsi non essendoci strutture alla base a sostegno del punto in cui i muratori lavoravano, Brunelleschi pretese che i ponteggi volanti fossero il più al sicuro e introdusse delle regole come il fatto che ai muratori venissero serviti pasti in loco per evitare il pericolo causato dal salire e scendere. Per dare da mangiare a coloro che lavoravano alla struttura aveva fatto costruire dei forni alla base della cupola e qui si cuoceva direttamente il peposo, un castrato di bue con tanto pepe, servito durante il lavoro. Un pranzo forte e generoso. Insieme si garantiva una quantità di vino ritenuta necessaria ma non così tanta da eccedere. Oggi siamo molto più attenti alla sicurezza sul lavoro mentre all’epoca il cantiere della cupola era molto innovativo per la premura con cui venivano trattati gli operai. Se per questo aspetto Brunelleschi era molto premuroso, dall’altra non aveva sicuramente un buon carattere e spesso – se il lavoro non riteneva fosse ben fatto – si infuriava così tanto da togliere con lo scalpello il lavoro fatto imponendo di rifarlo da capo».5«Quando gli archi cominciarono a piegarsi verso il centro il figlio dell’inventore, Buggiano, preoccupato e si consultò con un grande matematico, il più grande dell’epoca, Paolo Toscanelli che gli disse che, secondo lui, tutto sarebbe crollato. Ecco che Buggiano tradì il padre rivelando ai Consoli dell’arte della lana quanto saputo. Brunelleschi venne messo in prigione. Il figlio prese quindi i soldi che Brunelleschi teneva da parte e scappò a Napoli. Sei mesi dopo il Brunelleschi venne liberato (nessuno con la cupola riusciva ad andare avanti) e lui, come prima cosa, decise di andare a Napoli per incontrare il figlio. Buggiano gli raccontò di averlo tradito per amore “non volevo che tu fossi umiliato”. Brunelleschi convinse il figlio della bontà del suo progetto e insieme tornarono a Firenze.Sarà il figlio, una volta morto Brunelleschi (i lavori furono interrotti per 10 anni perché i fiorentini non si fidavano della riuscita del progetto) a concludere la cupola grazie ai segreti appresi dal padre in punto di morte. La cupola fu costruita contro tutti: Brunelleschi non era amato, era più avanti degli altri e in più non rivelava nulla del suo progetto che nessuno comprese finché la cupola non fu conclusa.

Adele Colgada “I delitti di Monteverde” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Un romanzo d’esordio quello di Adele Colgada, nom de plume per Stefania Fabri e Giulia Caminito.

Protagonista una neo pensionata, Gerarda, trasferitasi nel quartiere Monteverde di Roma, nella casa ereditata dalla cara zia Ginetta, nella quale ha mantenuto alcuni cimeli “la camera da letto primo Novecento qualche quadro e scatole di foto da riordinare” ma anche l’orologio a pagoda “così meravigliosamente di cattivo gusto che non lo si può buttare”.

E anziché intraprendere una nuova vita, la passione per il giallo della “signorina” Gerarda, si trasferirà, volente o nolente, dalla precedente attività lavorativa di editrice di thriller, dalla carta alla realtà sostenendo il commissario Laguardia nelle indagini come infiltrata in mezzo ai condomini, tra una “dose stordente di pettegolezzi” e l’altra.

Un omicidio efferato si è infatti verificato nel palazzo.

E così il lettore conoscerà via via i vari personaggi, molti dei quali anziani, che occupano da anni gli appartamenti, presentati inquadrandone le caratteristiche, nel bene e nel male: “la ciarliera Angelucci, la bislacca Sanfilippo, le sorelle Meloni una tonda e rugosa come un’arancia cotta al sole e l’altra con un grosso neo con un ciuffo di peli nel mezzo come un’aiuola appassita”.

La storia trascorre piacevolmente tra bozzetti da un interno con delitto che si risolverà in modo inaspettato insieme ad un altro irrisolto e datato, avvenuto nella contigua dépendance condominiale.

Dietro le quinte, storia nella storia, il mondo dell’editoria dal quale Gerarda si è felicemente allontanata, che invece torna, imperioso e asfissiante, a chiederle nuovamente di occuparsene. Ma da questo dialogo conclusivo con Laguardia possiamo aspettarci una nuova collaborazione tra i due?

“Che tipo di consulenza?” chiese Gerarda con un debole sorriso. “Letteraria, ovviamente. La realtà assomiglia spesso a un romanzo…”                                                                                    “No, si sbaglia commissario, la realtà è terribilmente banale, i romanzi non se lo possono permettere.”

Leggi anche la recensione da La lettrice assorta

Emmanuelle De Villepin “Dall’altra riva”recensione di Zita Dazzi da La Repubblica Cultura 12 marzo

Il romanzo di Emmanuelle De Villepin
Ritratto di famiglia dell’amore e di altri demoni
di Zita Dazzi
[…]«Sono lontana dall’essere un’esperta di sentimenti, a me arrivano come ovattati, ma credo che non si possa essere generosi quando si è feriti», ammette Nadège, la madre che fugge dalle sue responsabilità e abbandona il marito e tre figli piccoli per seguire un amore folle e incontenibile, come sono sempre gli amori sbagliati. […] Il funerale del padre organizzato dall’altra figlia Apolline, è la prima scena di un racconto che procede a scatti, in diverse scansioni temporali, con due voci narranti, quella della figlia che si allontana dalla casa dove è nata e quella di sua madre,[…]una vita vista da quel promontorio che è l’età adulta, quando ci si rende conto dei torti fatti alle persone care e non c’è più tempo per chiedere scusa […] ( da Zita Dazzi La Repubblica 12 marzo)
La sinossi
Nora torna in Normandia per il funerale del padre lasciato quarant’anni prima, ma è rimasta in contatto con la sorella Apolline,l’adorata sorella maggiore, con la quale cercherà spiegazione al dolore infantile, causato dall’abbandono della madre. Durante la lettura del testamento del padre il notaio consegna alle due sorelle un grosso quaderno  scritto dalla madre Nedège. Il diario porterà alla luce antichi segreti e la necessità di un viaggio anche dentro se stesse.

Cristina Donnini “Lo sciagatto e la leggenda del ritratto incompiuto” illustrazioni di Cecilia Biasci da Il Tirreno 12 marzo

È uscito il nuovo libro per giovani lettori
di Cristina Donnini illustrato da Cecilia Biasci
Sciagatto Piumato
è tornato in città
per un’avventura
con Modigliani
LIVORNO. Lo “sciagatto piumato” è tornato e questa lo vediamo girare per Livorno in compagnia di Amedeo Modigliani col quale condivide una straordinaria avventura: “Lo sciagatto e la leggenda del ritratto incompiuto” è appunto il titolo del nuovo libro di Cristina Donnini nel quale la vicenda si avvale, come di consueto, delle illustrazioni di Cecilia Biasci, diplomata fumettista presso la Scuola Internazionale Comics di Firenze. Ma facciamo ora un po’ di conoscenza con lo “sciagatto piumato”, il protagonista di una trilogia ideata dalla scrittrice e musicista livornese Cristina Donnini: “Il personaggio dello sciagatto – spiega l’autrice – è nato con un gioco di parole riprendendo la tipica espressione labronica ovvero ti sciagatto. E quindi unendo le parole gatto e scià. Si parla perciò di un gatto che ha un qualche legame con lo scià di Persia. Come è riportato nel primo libro a lui dedicato non si trattava di un semplice gatto randagio, secco allo sfinimento, che col suo occhio nero sembrava quasi un pirata, mentre l’aspetto più singolare era quel magnifico boa di struzzo color fucsia portato intorno al collo che gli conferiva un’aria vagamente nobile ed elegante. Così si vagheggiava la discendenza dagli scià di Persia di cui era l’ultimo esponente.” Nel libro appena uscito lo sciagatto piumato è protagonista di un sogno dovuto ad una strana pesca in mare ed al sole a picco, un’avventura onirica che lo riporta indietro di oltre un secolo e gli fa incontrare Amedeo Modigliani col quale fra realtà ed immaginazione va in giro fra i Fossi ed il Mercato centrale. Nel primo racconto lo sciagatto piumato si ritrova invece a bordo di un veliero vicino alla Meloria e quindi sopra un’isola misteriosa insieme a vari personaggi stravaganti, mentre nel secondo libro lo vediamo in altomare sorpreso da una tempesta che gli sottrae il tanto amato boa di struzzo ritrovandosi poi dentro una villa dove campeggia un ritratto di Napoleone. Cristina Donnini affianca la sua attività di docente e di pianista (insieme a Scilla Lenzi forma il Duo Nuages) con la scrittura di libri, in prevalenza dedicati all’infanzia anche dal punto di vista musicale: “Sto realizzando tre volumi sul metodo pianistico per bambini, è appena uscito il secondo volume, ma ho scritto pure libri a carattere storiografico musicale come quello dedicato al pianista catalano Federico Mompou.” –Roberto Riu

Aldo Nove “Poemetti della sera” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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Dalla presentazione nel sito Giulio Einaudi Editore:

[…] Il libro raccoglie poesie scritte dal 2015. Privilegiata è la forma del poemetto che permette di ritmare la pulsazione e il respiro di tutte le forme viventi. Versi brevi, incalzanti, molto rimati o assonanzati, incastonati in forti strutture anaforiche. Ne deriva una sorta di preghiera laica a metà fra il salmo e il rap, perfettamente aldonoviana.

Maurizio de Giovanni “Il metodo del coccodrillo” recensione di Letizia Tripodi

 

Con “Il metodo del coccodrillo” si apre la serie di romanzi che vedrà protagonisti i cosiddetti Bastardi di Pizzofalcone, individui particolari, per lo più solitari e con un proprio segreto da nascondere. Nessuno li vorrebbe nel proprio Commissariato, reietti nei loro posti di lavoro e nella società. Falliti insomma, che però, contro ogni aspettativa, smentiranno la diffidenza di colleghi e cittadini.

Il luogo in cui ambientare le vicende non poteva che essere Napoli: decadenza e splendore vi si mescolano più che in ogni altra città, essa stessa è una continua contraddizione e così succede che il naturale calore dei suoi abitanti sia spesso oscurato dalla paura, da quell’innata consapevolezza che ricorda di “stare al proprio posto”, di non guardarsi troppo intorno, ma anzi procedere dritto e interrogarsi poco, tanto che, come lo stesso De Giovanni più volte ricorda attraverso i pensieri e i commenti dei protagonisti delle sue opere, in quella città si è invisibili.

È in questo scenario che prendono forma i fatti e i personaggi: Giuseppe Lojacono è nuovo al Commissariato San Gaetano, detto il Cottolengo, è giunto nella città del Vesuvio dopo essere stato allontanato dal suo precedente luogo di impiego; alle spalle si è lasciato la Sicilia, ma anche una figlia e una moglie. Sospeso da qualsiasi tipo di mansione, solo, triste e scoraggiato, ben presto l’ispettore dai tratti orientali si troverà coinvolto nelle indagini di un caso che porterà scompiglio non solo nella Napoli dei quartieri bassi, ma anche tra gli appartenenti alle classi sociali più elevate.

Alcuni giovani ragazzi, apparentemente senza alcun legame tra di loro, saranno uccisi per mano di un serial killer dalla firma insolita: sul luogo dell’omicidio egli “piange”, lasciando dei fazzoletti con le sue lacrime. Da qui nascerà il soprannome “il Coccodrillo” e inizieranno le ricerche, le ipotesi, i tentativi di dare un volto umano a questo assassino che anche nel metodo sembra assomigliare molto al feroce rettile, per cercare di svelare i motivi del suo gesto. Lojacono dimostrerà fin da subito di essere l’unico ad avere le giuste intuizioni sul caso, senza farsi trasportare da quella che sarebbe l’ipotesi più comoda e, complice una forte sintonia con il magistrato Laura Piras, diventerà uno dei punti di riferimento fondamentali in questa caccia all’uomo, tornando così, almeno in parte, a vivere. Maurizio De Giovanni, come già in precedenza aveva fatto con il commissario Ricciardi, crea un nuovo personaggio intorno al quale prendono forma alcuni tra i delitti più spietati e i reati più violenti: questa volta sarà l’ispettore Lojacono, guidando la sua squadra per molti versi atipica, a far luce su alcuni degli eventi che frequentemente macchiano la nostra società. Così dal romanzo emergeranno i tratti peggiori dell’umanità, la quale è troppo spesso afflitta da crudeltà, egoismo e vigliaccheria.

L’autore svela al lettore i personaggi un po’ per volta, gradualmente, come se stesse conoscendo persone reali, delle quali non può sapere tutto subito. Ma alla fine ne comprenderà il passato che ne ha segnato le vite, gli aspetti più reconditi del loro animo, i segreti più profondi. Nel romanzo i punti di vista si alternano con una certa frequenza, si entra nella mente di tutti, compresa quella dell’assassino, così che anche quando convinti di aver trovato la chiave, le carte si rimescoleranno, emergeranno nuovi elementi, nuove scoperte giungeranno a portare scompiglio, proprio ad un passo dalla verità.

Letizia Tripodi