Gianni Perrelli “Il soffitto di cristallo” recensione di Angelo Molica Franco da Il Venerdì La Repubblica

Fabrizio Gatti “Educazione americana”, recensione di Gianluca Di Feo, da La Repubblica Cultura

Il nuovo romanzo
Vite al servizio della Cia Fabrizio Gatti tra realtà e finzione
di Gianluca Di Feo
Nei taccuini dei cronisti seri spesso finiscono racconti che non riescono a diventare articolo. Testimonianze potenti, su cui lavori per mesi e persino per anni, riscontrandone una parte ma senza scoprire tutte le prove per mandarlo in stampa. A Fabrizio Gatti è capitata una vicenda del genere: ha avuto tra le mani una storia eccezionale e ha raccolto tante conferme. Ma non abbastanza perché fosse a prova di smentita. Gatti però non è solo un fuoriclasse del giornalismo, inviato prima del Corriere della Sera e poi de l’Espresso, autore di inchieste che hanno fatto il giro del mondo, come quando si finse profugo e venne rinchiuso a Lampedusa o quando ha attraversato il deserto seguendo la rotta dei migranti. È anche un narratore sapiente, come ha dimostrato con Bilal, il libro sul viaggio da infiltrato tra i nuovi disperati. E così ha trasformato questo scoop mancato in un romanzo con una forza unica: c’è poca finzione e tanta realtà.
Educazione americana, edito da La nave di Teseo, è il memoriale di un italiano arruolato dalla Cia. Un esterno, “spendibile” come si dice in gergo proprio perché non statunitense, catapultato nelle trame che hanno scandito le dinamiche del nostro Paese e dell’intero pianeta dalla metà degli anni Ottanta. Si comincia con l’apoteosi delle spy story: l’omicidio a Bruxelles di Gerald Bull, il geniale ingegnere che aveva progettato il “Supercannone” destinato a piegare il Medio Oriente alla volontà di Saddam Hussein. Un delitto rimasto misterioso descritto da un uomo altrettanto misterioso che si fa chiamare Simone Pace: poliziotto milanese finito per caso tra i fiancheggiatori degli 007 americani per poi diventare agente a pieno titolo.
È come se venisse aperta una porta sull’abisso, su quel Deep State che spopola nei testi complottardi e che negli States ha ispirato romanzi di alto livello. Solo che lì gli scrittori si concentrano tutti sull’uccisione di John Kennedy e, più di recente, sulle Torri Gemelle. Mentre da noi il labirinto degli arcani è molto più fertile. Il personaggio di Gatti lo attraversa tutto. Si muove tra servizi israeliani, francesi e statunitensi descrivendo la routine delle spie, i mille espedienti per cancellare le tracce, per comunicare, per colpire e sparire nel nulla. «Così come accade dopo tutte le operazioni: ogni volta, conclusa la missione, il mio cervello nasconde i ricordi. Un esercizio che mi viene naturale. È la mia autodifesa per non vivere assediato da ansie e paure». La quotidianità di vite doppie che vanno a condizionare la vita di tutti. Simone Pace raccoglie e consegna agli Usa informazioni sui personaggi chiave del Partito socialista che serviranno per innescare Mani Pulite e poi mettere a nudo i conti di Bettino Craxi. Ci sono collusioni in Vaticano, trasferte dalle alterne fortune nelle capitali di Europa e Maghreb per interrogare terroristi islamici e i preparativi per il sequestro di Abu Omar, l’unica extraordinary rendition della Cia interamente ricostruita dalla magistratura. E ci sono manine americane che collaborano con le bombe del 1993, le più destabilizzanti ed inspiegabili del nostro passato.
Il racconto è formidabile. Fila via una pagina dopo l’altra tra appostamenti, inseguimenti, amori mordi e fuggi, agnizioni improvvise. Uno pensa di essere alle prese con un noir, poi però compaiono copie di documenti che provano una determinata circostanza. La casa dove è stato confezionato l’ordigno di via Palestro? È proprio dove la indica Simone Pace. L’agente annegato nel Tevere? C’è l’elenco dell’obitorio, con il corpo anonimo che ancora oggi non è stato reclamato. E allora viene da chiedersi: ma questo è solo un romanzo? Non lo è. Forse è un passaggio intermedio, forse le confessioni cominciate dall’ex poliziotto nella chiesa di San Pietro in Vincoli sono il primo spaccato su una storia parallela che ancora non si riesce a decifrare completamente. Forse. Alle spie non si può chiedere la verità. Offrono però materia per un thriller che Fabrizio Gatti ha lasciato scorrere con abilità. Affidandoci un dubbio inquietante. Esiste ancora una rete di uomini che agiscono per manovrare il presente e pilotare il futuro? Risponde Simone Pace: «Esisterà sempre, eccome, in Europa e in Italia. Il mondo è come un grande quadro su cui si muovono i cittadini ignari, i governi, gli Stati. Sono quelli come me a dipingere nuove figure e ad aggiungere i colori. Colori a volte scarlatti come il sangue. È questa la tela di cui voglio parlare».

Nove romanzi di John le Carré editati negli Oscar Classici con la postfazione di Paolo Bertinetti da La Stampa 2 novembre

di Paolo Bertinetti
Quando Ian McEwan dice che le Carré è probabilmente il più importante romanziere inglese del secondo Novecento e che è ora di smetterla di considerarlo uno «scrittore di romanzi di spionaggio» e di apprezzarne invece le straordinarie qualità di grande romanziere, si riferisce non solo ai temi e a i contenuti dell’opera di le Carré, ma anche alla sua sapienza stilistica e narrativa. La sua prosa è ricca di immagini in cui l’ambiente, gli oggetti, le strade, le case, vengono definiti con un linguaggio di grande forza evocativa, in modo da far parte essi stessi del senso e della morale della vicenda narrata; e le sue storie sono raccontate con una mirabile sapienza narrativa che si manifesta nell’ordine e nel rigore con cui viene costruita una trama di intricata complessità.
Spesso le Carré aumenta poi ulteriormente la suspense proponendo al lettore successivi «rovesciamenti» rispetto alla soluzione conclusiva; e ciò avviene grazie al fatto che la missione procede senza che l’agente ne conosca gli elementi decisivi. La rivelazione, ad esempio, folgorerà Leamas, il protagonista di La spia che venne dal freddo, molto tardi e non verrà resa nota al lettore – che a quel punto sa soltanto che Leamas sa e che lui dovrà aspettare ancora per sapere.
Altrettanto importante è il fatto che il procedere della vicenda è spesso accompagnato non da informazioni oggettive, ma da impressioni, supposizioni, voci provenienti da chi sa e che si contrappongono a ciò che il protagonista ignora. Quando il protagonista è Smiley accade spesso che per un’ampia fase «l’azione» consista nelle sue minuziose ricerche d’archivio o in chiacchierate mirate con ex-agenti fidati. In questi casi la trama, per così dire, emerge dal confronto e dal rapporto tra dati e storie che offrono dei frammenti di verità che sta poi al protagonista ricondurre all’unità risolutiva.
La verità è sfuggente, spesso scomoda, mai scontata. L’agente segreto sa che tutti gli possono mentire e che deve riuscire a far credere di dire la verità quando a mentire è lui. Questo è drammaticamente ancora più vero quando l’agente è un double agent. Il tradimento di Kim Philby, il funzionario dei Servizi segreti britannici che in realtà era una spia dei russi, ha un ruolo rilevante nell’opera di le Carré. A differenza di ciò che accadde nel caso Philby, in La talpa il double agent, il traditore, sarà individuato ed eliminato. Ma in quello che Philip Roth definì il miglior romanzo inglese del dopoguerra, La spia perfetta, il double agent è visto in una luce decisamente diversa.
Anche perché la sua storia è al tempo stesso una storia di grande acutezza sulla società inglese dagli anni Trenta del secolo scorso in poi: un acutissimo ritratto dei principi, dei pregiudizi, dell’improntitudine con cui la classe dominante britannica ha continuato a porsi con imperturbabile sicurezza nei confronti dei propri membri e di quelli della classi inferiori.
Quando quel romanzo uscì, nel 1986, la Guerra fredda attraversava una fase virulenta, conseguenza del potenziamento militare dei Paesi dell’Europa Orientale. Una manifestazione di forza che ne nascondeva la debolezza: nel 1989 la caduta del Muro di Berlino segnò l’inizio della rapida dissoluzione del blocco sovietico. Dopo la fine dell’Urss molti pensarono che le Carré non avrebbe più saputo che cosa e di che cosa scrivere, perché la Guerra fredda era stata la fonte e la materia prima della sua invenzione narrativa. Non è stato così. La sua attenzione si è concentrata sull’Occidente e sulle sue malefatte: quelle dei colossi farmaceutici, delle banche truffaldine, delle multinazionali (che magari coltivano, come nel Nostro traditore tipo, segreti legami con la mafia russa).
In realtà anche nei romanzi scritti prima del 1989 le Carré si preoccupava dei valori (e del non rispetto dei valori) dell’Occidente. Ma una volta scomparsa la necessità di osservarli alla luce della contrapposizione tra i due blocchi e attraverso le imprese dei rispettivi agenti segreti, come liberato dal dovere di «stare dalla nostra parte», le Carré ha mantenuto schemi e forma del genere spionistico per applicarli a quel tipo di invenzione narrativa che è propria del grande romanzo. Ha messo la suspense al servizio della rappresentazione del mondo di fine Novecento e di inizio di terzo millennio, cogliendone trasformazioni  e infamie

 

Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone “Peccati immortali” recensione di Luisa Gianassi

Peccati Immortali”, il libro di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, si può definire un “giallo noir”.

 

 

Le opinioni dei lettori 

La scrittura è avvincente, la trama coinvolgente e invoglia alla lettura. La scena del romanzo è la nostra Capitale. Personaggi veri incastrati con altri di fantasia. Un telefonino, con foto compromettenti che coinvolgono il cardinale Aldrovandi ed un politico, viene rubato a suor Remedios da una zingara. La suora ed un ex agente segreto, unici personaggi genuini del romanzo, tentano di recuperarlo. Attraverso i molteplici passaggi di mano del telefonino, in una articolatissima Roma, si incontrano vari personaggi della vita politica e religiosa, ognuno dei quali diventa una figura sociale dove ogni vizio trova la sua rappresentazione. Si capisce che protagonista vero è il “potere”. Potere che alcuni principi della Chiesa giustificano come il mezzo per raggiungere la forma più alta di carità, ma che in realtà è, anche per loro, solo il “fine”, come lo è per i politici. Si intuisce che il trucco per vincere è “frullare il vero con il falso, il verosimile con il simile, millantare con astuzia”. È un chiaro scuro dal quale emerge che molti luoghi comuni sui politici, cardinali, servizi segreti, varie onlus, anche se non si possono dimostrare con le prove, sono veri. Infatti dicono gli autori: “Ci sono cose che sui giornali non si possono scrivere, ci sono fatti conosciuti che non possono essere provati e allora si usa l’escamotage del romanzo”. Si scontrano e incontrano due figure di politici assolutamente rappresentativi della realtà attuale. Sono l’ex Senatore Nardi, politico democristiano della prima repubblica, e il giovane ministro Dario Gianese del “popolo dell’onestà”. Il primo gentile, colto e sapiente, arrogante e ignorante il secondo, ma entrambi viziosi e assetati di potere. Dice il vecchio Nardi: “ il vero potere non è il denaro, ma le relazioni. Il vero potere è sulle anime. Seguire il percorso delle persone, accompagnarle. Avvolgerle. Organizzare il loro tempo e i loro pensieri”.

Luisa Gianassi

Kate Quinn “Fiori dalla cenere” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 30 settembre

Quella rete di spionaggio tutta al femminile

di Flavia Piccinni

«La prima persona che incontrai in Inghilterra fu un’allucinazione. L’avevo portata con me a bordo del placido transatlantico che mi aveva condotto, intorpidita e sofferente, da New York a Southampton». Inizia così l’appassionante romanzo della californiana Kate Quinn “Fiori dalla cenere” (pp. 464, EUR 18) appena pubblicato da Nord Editore. È ispirato a una storia vera: la rete di spionaggio al femminile più efficiente di tutta la Prima guerra mondiale, nota come la Rete di Alice.Protagoniste del testo sono la giovane Charlie e la misteriosa Eve Gardiner. La prima va alla ricerca della cugina Rose, scomparsa in Francia sei anni prima. La seconda è «una ragazza alta, con dita affusolate, capelli castani, pelle delicata e occhi da cerbiatta che davano l’impressione sbagliata», una che «detestava il proprio aspetto, il viso dolce e levigato di una bellezza acerba e anonima, a parte un’impressione generale di giovinezza, per cui dimostrava sedici o diciassette anni. Eppure era anche la sua salvezza, quando si trovava nei guai». Charlie bussa alla porta di Eve per trovare sua cugina. All’inizio questa è fredda al limite della scortesia, ma quando scopre che c’è un uomo a legarle, cambia atteggiamento: Eve sta cercando quell’uomo da anni per compiere la sua vendetta. Ma chi è veramente Eve? Si scopre che è una spia inglese, e che quell’uomo di cui le parla Charlie è stato la sua rovina. Questo romanzo, da oltre un anno in testa alle classifiche del New York Times, per quanto possa risultare in taluni passaggi prolisso, saprà trascinare il lettore. —

E anche:

la recensione di Salvina Pizzuoli

Stuart Turton “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” intervista di Laura Crinò da La Repubblica Cultura

Io, dalle capre ad Agatha Christie”

Lo scrittore inglese Stuart Turton è diventato un caso con il suo giallo

di Lara Crinò

«Sono cresciuto a Widnes, nel nord dell’Inghilterra. Un luogo senza ambizioni: finivi la scuola a 16 anni, poi entravi in fabbrica e passavi la domenica al pub. Mio padre faceva il turno di notte, mia madre di giorno: si incrociavano per un’ora. Poi c’ero io, bambino. Una vicina per dieci penny mi comprava al mercatino dell’usato i libri di Agatha Christie: grandi dimore, feste, gente sofisticata. Delitti.

… continua a leggere l’intervista di Laura Crinò