Olga Tokarczuk “I vagabondi” recensione di Salvina Pizzuoli

Sono “i vagabondi” i protagonisti di questa serie di storie che vagabondano anch’esse da una all’altra, seguono vie e strade sulle quali andare, sempre in movimento, mai stanziali, senza mai mettere radici. È questo il fil rouge che le collega, a partire dal primo racconto della narratrice da cui si aprono una serie di brevi scorci e di momenti più ampi che regalano al lettore riflessioni, situazioni irripetibili di vite in movimento, perché “nonostante tutti i pericoli – è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”.

E precisando ulteriormente, la narratrice dà una lettura della vita sedentaria “quella strana vita in cui al mattino si ritorna su quanto si è lasciato incompiuto la sera prima, dove i vestiti s’impregnano dell’odore del proprio appartamento e i piedi infaticabili tracciano sentieri d’usura sul tappeto” una definizione originale nelle metafore, i cui termini sono incisivi e il linguaggio colpisce e chiarisce il sentire, anche per immagini. La narratrice infatti aggiunge suggestione a suggestione quando scrive “evidentemente mi mancava quel gene che fa sì che quando ti trattieni a lungo in un certo luogo ci metti radici […] ma le mie radici erano sempre troppo corte […] non riuscivo a germogliare”. Un linguaggio semplice ma incisivo, altre volte colto, altre dissacrante e dirompente, comunque imprevedibile, caratterizza le pagine del raccontato.

E il viaggio continua facendo incontrare al lettore tanti vagabondi: c’è Kunicki che attende moglie e figlio che, scesi dall’auto al margine di un oliveto in un’isola della Croazia, scompaiono. E il racconto s’interrompe per accogliere nuovi protagonisti, per poi riprendere e concludersi solo in fondo al libro, dopo un intermezzo di altre storie che raccontano luoghi e oggetti e incontri che sono anch’essi “viaggio”, l’aeroporto o il treno dei vigliacchi o i cosmetici da viaggio, ma anche digressioni come per gli assorbenti sulle cui confezioni non ha senso stampare fiori e fragole “perché la carta è stata creata per essere portatrice di idee”. Oppure continuano in un’altra a cui si aggiungono nuovi personaggi come ne I viaggi del signor Blau, confluisce ne Il tendine di Achille cui segue Storie di viaggio in cui si legge “Faccio bene a raccontare delle storie? Non farei meglio a bloccare la mente con una graffetta, tirare le redini ed esprimermi non tramite racconti ma con la semplicità di una lezione”…

Certo, risponderebbe il lettore, una storia resta più impressa di un sermone, ha personaggi in cui immedesimarsi, da amare o respingere.

E il raccontato scorre come le acque di un fiume, come l’Oder con cui si apre il primo viaggio della narratrice, si muove  impetuoso o lento, riceve altre acque. Non è un vero romanzo, secondo i canoni classici, e nemmeno una serie di racconti che si chiudono e si riaprono altrove, è guardare con occhi sempre nuovi, appuntare e proporre queste notazioni a chi insieme a quell’acqua di fiume percorre la corrente con il libro in mano, e ne è catturato, così come dagli incontri stravaganti con persone e situazioni, come con Aleksandra o Eryk, o da tutti gli studi e gli effetti della plastinazione ultimo traguardo della conservazione di un corpo, in uno stupefacente zibaldone che scorre tra riflessioni serie e leggere, perché “Vedere è sapere”

e anche:

Olga Tokarczuk premio Nobel per la Letteratura

André Aciman “Chiamami col tuo nome” e “Cercami” recensioni su mangialibri

 

 

La vede salire alla stazione di Firenze. Apre la porta scorrevole di vetro, entra nella carrozza e dopo essersi guardata intorno scaraventa lo zaino sul sedile vuoto accanto a quello di lui. Si leva il giubbotto di pelle, posa il libro che sta leggendo (un tascabile in inglese), mette una scatola bianca quadrata nella cappelliera e si accascia sulla poltrona di traverso rispetto a lui, che non può fare a meno di chiedersi come mai quella ragazza così bella abbia quell’aria così cupa.

continua a leggere la recensione di Gabriele Ottaviani da mangialibri

Metà degli anni ‘80, B. in Riviera. “L’ospite dell’estate. L’ennesima scocciatura”. Questo sta pensando Elio, diciassette anni, quando lo vede scendere dal taxi, “camicia svolazzante aperta sul davanti, occhiali da sole, cappello di paglia, pelle ovunque”. Lui è Oliver, ventiquattro anni, ebreo di New York arrivato in Italia per lavorare alla tesi del post dottorato, ospite del padre di Elio, un professore universitario che ogni anno nei mesi estivi offre alloggio nella sua bella villa sul mare a studenti stranieri, in cambio di un po’ di aiuto col suo lavoro e con la corrispondenza.

continua a leggere la recensione di Alessandra Farinola su mangialibri

 

Francesco Recami “L’atroce delitto di via Lurcini. Commedia nera n. 3”

 

vai alla recensione di Roberto Iovacchini

leggi l’intervista all’autore  dal Corriere fiorentino

dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Il diario segreto del cuore recensione di Ermanno Paccagnini

e anche:

su mangialibri le recensioni ai romanzi di Francesco Recami

 

 

 

 

Chiara Valerio “Il cuore non si vede” recensione di Susanna Nirenstein da La Repubblica cultura 22 settembre

Il nuovo romanzo di Chiara Valerio

Le metamorfosi di Andrea uomo senza cuore

di Susanna Nirenstein

«Una mattina, dopo sogni inquieti, Andrea Dileva si era svegliato nel suo letto, senza il cuore». Non vi sbagliate, l’incipit è identico a quello de La metamorfosi di Kafka: per chi avesse dei dubbi, eccolo qui: «Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati (ma alcuni traduttori li definiscono inquieti), si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». In una letterata come Chiara Valerio, la citazione non può essere casuale, è la descrizione realistica di una realtà assurda, di un uomo che si trova a dover affrontare, trasformato, menomato, un nuovo capitolo della vita, breve o lungo che sia. E d’altra parte la fascinazione per Kafka per una quarantenne che dei libri ha fatto la sua passione primaria, è cosa certa: non può essere altrimenti in un’autrice di numerosi romanzi, saggi, soggetti cinematografici, testi teatrali, responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio, editor per anni a Nottetempo, direttrice culturale della prima edizione di “Tempo di libri”, la nuova fiera di Milano, e chissà quali altre miriadi di attività di Chiara Valerio ci scordiamo.  Dunque Kafka. Ma le somiglianze tra il capolavoro del maestro boemo e Il cuore non si vede, appena uscito per i tipi di Einaudi, della nostra Valerio, si fermano qui? A prima vista sì. Andrea Dileva non è un uomo straziato dai cattivi rapporti con la famiglia, dal disprezzo paterno, non ha drammatici lati oscuri né sensi di colpa che lo portino a un definitivo rifiuto di sé, all’abisso. Andrea Dileva è un professore universitario di greco chiamato da mezzo mondo a tenere corsi e lezioni magistrali, è alto e biondo, prestante, bello, colto, apparentemente felice, fa esercizio fisico, ama riamato. Beh, forse quest’ultima affermazione non è esatta, con Laura, che è un avvocato, è vero, ha un ottimo rapporto, parlano, fanno l’amore, convivono in pace e con divertimento da sei anni. Per lei Andrea sente rispetto, timore, soprattutto gli dà sicurezza. Certo, non hanno figli, ma, sì, esiste un ma. Andrea infatti, da cinque anni, ha anche un’altra relazione con una donna di bellezza mozzafiato, Carla. Anche se non fanno sesso (lui vorrebbe, lei, sposata, no), si sfiorano, si abbracciano, si guardano, e soprattutto passano molto tempo insieme: tutti i giorni prendono il caffè al bar e due, tre volte la settimana si vedono, e portando fuori con loro il bambino di lei Simone (un bambino che, incontrato Andrea per la seconda volta, ha preso il suo viso tra le mani e l’ha baciato sulla bocca, conquistandolo per sempre) fanno gite e passeggiate coinvolgenti dove si raccontano di sé e si perdono. Ora che Andrea ha smarrito il cuore, e un giorno dopo l’altro anche i polmoni e il fegato, le reazioni delle due donne non sono molto diverse: incredulità, preoccupazione, rabbia, voglia di fuggire. Come rispondere a un fatto tanto incomprensibile, irrimediabile? Neanche l’amica dottoressa di Andrea, Angelica, sa cosa fare: esami, auscultazioni, analisi, tentazione di consegnarlo alla ricerca, consultazioni di testi anatomici o meno, niente da fare, tutto è troppo paradossale in questa situazione. La domanda è se e quanto Andrea possa sopravvivere a questo stato di cose. O la sconcertante novità lo rende immortale?                                                                          Chiara Valerio ci conduce con una buona dose di ironia e molte, infinite citazioni, una lingua perfetta, un’immaginazione da capogiro, in un labirinto di interrogativi. Anche Andrea naturalmente si interroga, anzi, soprattutto interroga la mitologia greca, sperando di riuscire almeno a definire il significato di quel che gli sta succedendo. Ma nonostante ripercorra con la mente l’intero Olimpo, non c’è Apollo, Zeus, Medea o demone che tenga: tra i miti greci non esiste deità o umano a cui sia stato portato via il cuore e che continui a parlare, ad agire, persino a amoreggiare.                                                                                  Dunque qual è la morale? Non lo sappiamo, ma forse potremmo tornare a Kafka e al suo Gregorio Samsa che è così poco benvoluto, soprattutto in versione scarafaggio, da morirne presto. Ecco, Andrea no, Andrea con le sue molte imperfezioni e i suoi affetti difettosi, con questo corpo cavo che urla stupefazione e assenza, non viene abbandonato dalle persone che gli sono vicine: è l’amore a farlo sopravvivere all’irragionevole.

L.S.Larson “Igist” un nuovo romanzo e un nuovo modo di leggere recensione di Maria Berlinguer da La Stampa del 13 settembre

L’esperimento di Luke S. Larson

Una app per entrare nel romanzo e parteciparvi come un ologramma

 


Vostro figlio/figlia sta tutto il giorno incollato allo smartphone e non apre un libro neanche se lo pagate? Provate con «Igist». È possibile che cambi idea quando con una speciale app potrà immergersi nella realtà immaginifica del romanzo e trasformarsi in un ologramma, scattarsi dei selfie e interagire con i personaggi. L’idea davvero brillante è di Luke S. Larson, giovane imprenditore e scrittore americano che ha lanciato il suo romanzo di formazione rivolto al pubblico dei ragazzi, già uscito negli Usa con molto successo.
Sul filone degli Harry Potter e di Star Wars Igist narra la storia di Emi, la giovane protagonista che fa di tutto per essere ammessa nella più prestigiosa università: l’Intergalactic Institute of Science and Thecnology (Igist, appunto). Il mondo è in pericolo e la nostra eroina deve trovare l’antidoto per salvarlo. Fin qui niente di straordinario, a parte il fatto che la protagonista del romanzo è una ragazza. […] È il primo romanzo che propone una lettura da realtà aumentata. Acquistando il libro si più scaricare gratuitamente una app che consente al lettore, presumibilmente un ragazzino, di entrare nella trama e interagire con i protagonisti. Una rivoluzione totale nella lettura di un romanzo che presto diventerà una saga.
Appena si apre la app un messaggio ti avverte: «se hai una copia cartacea de libro puoi usare la fotocamera per scansionare le immagini dei capitoli dando loro vita».[…](da Maria Berlinguer La Stampa)

Hans Tuzzi “Polvere d’agosto” recensione di Salvina Pizzuoli

“Polvere d’agosto” è l’ultimo dei Melis, il commissario, ora fresco di nomina a primo dirigente, creato da Tuzzi; lo troviamo al lavoro in un torrido agosto di una Milano semideserta alla fine degli anni ‘80 visto che si era era offerto “ben volentieri di presidiare la Questura nei giorni più gettonati dai forzati delle vacanze”.

E come sempre Tuzzi non delude mai con i suoi ingredienti ben dosati e riconoscibilissimi di quello che si può ormai definire lo “stile tuzziano”: l’uso inconsueto di lingue e linguaggi, abbinati a persone personaggi e comparse a loro volta delineati con tratti lievi e veloci o con sfumature e pennellate più ampie; nomi e nomignoli, un mondo, un’umanità variegata, molteplicità godibilissima e varia di numerose tipologie sociali; ambienti, delineati con acume sapiente, testi di canzoni, conoscenze tra le più disparate emergono anche dalle citazioni mai banali e perfettamente contestualizzate e messe lì non per mero sfoggio di cultura.

È questo mix ben architettato che mi piace e mi cattura nei Melis? Non so, ma so per certo che non me ne perderei uno.

E ovviamente il poliziesco prende le mosse dal mistero di una morte millantata da un personaggio “conosciuto” e da un’altra, due morti, come nei gialli che si rispettino.

Si apre con un incontro inatteso in uno scenario in cui anche il clima non è del tutto estraneo alla situazione:

Pantaloni del completo color paglia stazzonati, camicia azzurra alonata dal sudore, colletto aperto e giacca buttata sulle spalle, il primo dirigente Norberto Melis fulminò il giovane agente, un pivello fresco di Scuola Allievi che balbettò confuso: «Eh, quando è arrivato qui, lei era fuori, e dopo…» «Sì, va bene» troncò brusco lui. «E dov’è, questo tipo? E come si chiama?» Il ragazzo in uniforme indicò la saletta d’attesa e balbettò «Bottazzi, Rattazzi…» Melis scosse le spalle infastidito, quel nome non gli diceva niente. Di sicuro, se non una grana, una salute senza soldi. Per un istante pensò se recuperare la cravatta dal taschino, decise che no, infilò con fastidio la giacca e spalancò la porta. «Piedini!» «Dottore!»

E si chiude ad ottobre con la soluzione con cui Norberto Melis arriverà a sciogliere l’enigma:

E così, i misteri alchemici, le dotte letture sapienziali e le lunghe ombre del passato, l’ateniese festa dell’altalena e i misteri delle confraternite cavalleresche, tutto questo mondo a un tempo irreale e seducente ma iperuranio come l’ippogrifo, non sublunare come i dèmoni mediatori di male, tutto questo mondo certamente astratto, ma che volava alto, forse ingenuo ma tale, nel suo esoterismo, da poter persino contemplare la morte, svaniva in nebbia come i sogni, travolto dalla realtà […]

E tra questi due momenti una ridda di personaggi, un percorso intricato e … un finale imprevisto!

S.P.

Romanzi dello stesso autore:

Hans Tuzzi, Il sesto Faraone, Bollati Boringhieri Milano 2016

Hans Tuzzi “Il Trio dell’Arciduca”

Hans Tuzzi, Al vento dell’Oceano, Bollati Boringhieri Milano 2017

Hans Tuzzi La belva nel Labirinto, Bollati Boringhieri 2017

Hans Tuzzi “La morte segue i magi”

Hans Tuzzi “La vita uccide in prosa”

Cordelia Fine “Testosterone Rex – Miti di scienza, sesso e società” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 22 luglio

Uomini, donne e stereotipi: viaggio nelle disuguaglianze
di Flavia Piccinni
Che differenza c’è fra un maschio e una femmina? Esiste qualcosa di biologico a segnare la diversità dei sessi o si tratta esclusivamente di presupposti (e pregiudizi) culturali?Prova a rispondere a queste epiche domande – con un linguaggio brillante e coinvolgente, utilizzando esempi concreti e molto del suo vissuto personale – Cordelia Fine, canadese classe 1975, docente di storia e filosofia della scienza all’Università di Melbourne.Il suo saggio “Testosterone Rex – Miti di scienza, sesso e società” appena pubblicato in Italia da La Nave di Teseo (pp. 330, 20 euro) è così un viaggio nella contestazione dello stereotipo che ancora segna il dibattito sui generi, all’insegna della convinzione secondo cui l’uomo e la donna del ventunesimo secolo siano frutto esclusivo alle pressioni evolutive del passato. Passando con agilità dai ruoli consolidati del genere (sessuali e culturali), scandagliando gli ormoni sessuali e analizzando i cervelli maschili e femminili, il lettore viene guidato nell’eterno consolidamento delle disuguaglianze di cui le donne sono costantemente oggetto: il finale sarà tutt’altro che scontato. E soprattutto molto scientifico.Cordelia Fine – che ha studiato psicologia a Oxford e si è specializzata a Cambridge – è già stata autrice del pluripremiato “Maschi = Femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi” e adesso compie un ulteriore passo in una questione trasversale, costruendo un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole superiori (o, quantomeno, dagli insegnanti nostrani). Il New York Times Book Review, una delle più prestigiose riviste al mondo, ha definito questo libro come «geniale e divertente». E se avrete modo di leggere questo straordinario saggio – che ci fa rimpiangere il paludato livello italico nella scrittura e nelle ambizioni – non potrete che essere d’accordo.