Recensioni in poche parole da Il Venerdì La Repubblica 8 novembre

 

 

 

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Nove romanzi di John le Carré negli Oscar Classici con la postfazione di Paolo Bertinetti

Olga Tokarczuk “I vagabondi” recensione di Salvina Pizzuoli

Sono “i vagabondi” i protagonisti di questa serie di storie che vagabondano anch’esse da una all’altra, seguono vie e strade sulle quali andare, sempre in movimento, mai stanziali, senza mai mettere radici. È questo il fil rouge che le collega, a partire dal primo racconto della narratrice da cui si aprono una serie di brevi scorci e di momenti più ampi che regalano al lettore riflessioni, situazioni irripetibili di vite in movimento, perché “nonostante tutti i pericoli – è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”.

E precisando ulteriormente, la narratrice dà una lettura della vita sedentaria “quella strana vita in cui al mattino si ritorna su quanto si è lasciato incompiuto la sera prima, dove i vestiti s’impregnano dell’odore del proprio appartamento e i piedi infaticabili tracciano sentieri d’usura sul tappeto” una definizione originale nelle metafore, i cui termini sono incisivi e il linguaggio colpisce e chiarisce il sentire, anche per immagini. La narratrice infatti aggiunge suggestione a suggestione quando scrive “evidentemente mi mancava quel gene che fa sì che quando ti trattieni a lungo in un certo luogo ci metti radici […] ma le mie radici erano sempre troppo corte […] non riuscivo a germogliare”. Un linguaggio semplice ma incisivo, altre volte colto, altre dissacrante e dirompente, comunque imprevedibile, caratterizza le pagine del raccontato.

E il viaggio continua facendo incontrare al lettore tanti vagabondi: c’è Kunicki che attende moglie e figlio che, scesi dall’auto al margine di un oliveto in un’isola della Croazia, scompaiono. E il racconto s’interrompe per accogliere nuovi protagonisti, per poi riprendere e concludersi solo in fondo al libro, dopo un intermezzo di altre storie che raccontano luoghi e oggetti e incontri che sono anch’essi “viaggio”, l’aeroporto o il treno dei vigliacchi o i cosmetici da viaggio, ma anche digressioni come per gli assorbenti sulle cui confezioni non ha senso stampare fiori e fragole “perché la carta è stata creata per essere portatrice di idee”. Oppure continuano in un’altra a cui si aggiungono nuovi personaggi come ne I viaggi del signor Blau, confluisce ne Il tendine di Achille cui segue Storie di viaggio in cui si legge “Faccio bene a raccontare delle storie? Non farei meglio a bloccare la mente con una graffetta, tirare le redini ed esprimermi non tramite racconti ma con la semplicità di una lezione”…

Certo, risponderebbe il lettore, una storia resta più impressa di un sermone, ha personaggi in cui immedesimarsi, da amare o respingere.

E il raccontato scorre come le acque di un fiume, come l’Oder con cui si apre il primo viaggio della narratrice, si muove  impetuoso o lento, riceve altre acque. Non è un vero romanzo, secondo i canoni classici, e nemmeno una serie di racconti che si chiudono e si riaprono altrove, è guardare con occhi sempre nuovi, appuntare e proporre queste notazioni a chi insieme a quell’acqua di fiume percorre la corrente con il libro in mano, e ne è catturato, così come dagli incontri stravaganti con persone e situazioni, come con Aleksandra o Eryk, o da tutti gli studi e gli effetti della plastinazione ultimo traguardo della conservazione di un corpo, in uno stupefacente zibaldone che scorre tra riflessioni serie e leggere, perché “Vedere è sapere”

e anche:

Olga Tokarczuk premio Nobel per la Letteratura

Francesco Recami “L’atroce delitto di via Lurcini. Commedia nera n. 3”

 

vai alla recensione di Roberto Iovacchini

leggi l’intervista all’autore  dal Corriere fiorentino

dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Il diario segreto del cuore recensione di Ermanno Paccagnini

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su mangialibri le recensioni ai romanzi di Francesco Recami

 

 

 

 

Chiara Valerio “Il cuore non si vede” recensione di Susanna Nirenstein da La Repubblica cultura 22 settembre

Il nuovo romanzo di Chiara Valerio

Le metamorfosi di Andrea uomo senza cuore

di Susanna Nirenstein

«Una mattina, dopo sogni inquieti, Andrea Dileva si era svegliato nel suo letto, senza il cuore». Non vi sbagliate, l’incipit è identico a quello de La metamorfosi di Kafka: per chi avesse dei dubbi, eccolo qui: «Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati (ma alcuni traduttori li definiscono inquieti), si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». In una letterata come Chiara Valerio, la citazione non può essere casuale, è la descrizione realistica di una realtà assurda, di un uomo che si trova a dover affrontare, trasformato, menomato, un nuovo capitolo della vita, breve o lungo che sia. E d’altra parte la fascinazione per Kafka per una quarantenne che dei libri ha fatto la sua passione primaria, è cosa certa: non può essere altrimenti in un’autrice di numerosi romanzi, saggi, soggetti cinematografici, testi teatrali, responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio, editor per anni a Nottetempo, direttrice culturale della prima edizione di “Tempo di libri”, la nuova fiera di Milano, e chissà quali altre miriadi di attività di Chiara Valerio ci scordiamo.  Dunque Kafka. Ma le somiglianze tra il capolavoro del maestro boemo e Il cuore non si vede, appena uscito per i tipi di Einaudi, della nostra Valerio, si fermano qui? A prima vista sì. Andrea Dileva non è un uomo straziato dai cattivi rapporti con la famiglia, dal disprezzo paterno, non ha drammatici lati oscuri né sensi di colpa che lo portino a un definitivo rifiuto di sé, all’abisso. Andrea Dileva è un professore universitario di greco chiamato da mezzo mondo a tenere corsi e lezioni magistrali, è alto e biondo, prestante, bello, colto, apparentemente felice, fa esercizio fisico, ama riamato. Beh, forse quest’ultima affermazione non è esatta, con Laura, che è un avvocato, è vero, ha un ottimo rapporto, parlano, fanno l’amore, convivono in pace e con divertimento da sei anni. Per lei Andrea sente rispetto, timore, soprattutto gli dà sicurezza. Certo, non hanno figli, ma, sì, esiste un ma. Andrea infatti, da cinque anni, ha anche un’altra relazione con una donna di bellezza mozzafiato, Carla. Anche se non fanno sesso (lui vorrebbe, lei, sposata, no), si sfiorano, si abbracciano, si guardano, e soprattutto passano molto tempo insieme: tutti i giorni prendono il caffè al bar e due, tre volte la settimana si vedono, e portando fuori con loro il bambino di lei Simone (un bambino che, incontrato Andrea per la seconda volta, ha preso il suo viso tra le mani e l’ha baciato sulla bocca, conquistandolo per sempre) fanno gite e passeggiate coinvolgenti dove si raccontano di sé e si perdono. Ora che Andrea ha smarrito il cuore, e un giorno dopo l’altro anche i polmoni e il fegato, le reazioni delle due donne non sono molto diverse: incredulità, preoccupazione, rabbia, voglia di fuggire. Come rispondere a un fatto tanto incomprensibile, irrimediabile? Neanche l’amica dottoressa di Andrea, Angelica, sa cosa fare: esami, auscultazioni, analisi, tentazione di consegnarlo alla ricerca, consultazioni di testi anatomici o meno, niente da fare, tutto è troppo paradossale in questa situazione. La domanda è se e quanto Andrea possa sopravvivere a questo stato di cose. O la sconcertante novità lo rende immortale?                                                                          Chiara Valerio ci conduce con una buona dose di ironia e molte, infinite citazioni, una lingua perfetta, un’immaginazione da capogiro, in un labirinto di interrogativi. Anche Andrea naturalmente si interroga, anzi, soprattutto interroga la mitologia greca, sperando di riuscire almeno a definire il significato di quel che gli sta succedendo. Ma nonostante ripercorra con la mente l’intero Olimpo, non c’è Apollo, Zeus, Medea o demone che tenga: tra i miti greci non esiste deità o umano a cui sia stato portato via il cuore e che continui a parlare, ad agire, persino a amoreggiare.                                                                                  Dunque qual è la morale? Non lo sappiamo, ma forse potremmo tornare a Kafka e al suo Gregorio Samsa che è così poco benvoluto, soprattutto in versione scarafaggio, da morirne presto. Ecco, Andrea no, Andrea con le sue molte imperfezioni e i suoi affetti difettosi, con questo corpo cavo che urla stupefazione e assenza, non viene abbandonato dalle persone che gli sono vicine: è l’amore a farlo sopravvivere all’irragionevole.

L.S.Larson “Igist” un nuovo romanzo e un nuovo modo di leggere recensione di Maria Berlinguer da La Stampa del 13 settembre

L’esperimento di Luke S. Larson

Una app per entrare nel romanzo e parteciparvi come un ologramma

di Maria Berlinguer


Vostro figlio/figlia sta tutto il giorno incollato allo smartphone e non apre un libro neanche se lo pagate? Provate con «Igist». È possibile che cambi idea quando con una speciale app potrà immergersi nella realtà immaginifica del romanzo e trasformarsi in un ologramma, scattarsi dei selfie e interagire con i personaggi. L’idea davvero brillante è di Luke S. Larson, giovane imprenditore e scrittore americano che ha lanciato il suo romanzo di formazione rivolto al pubblico dei ragazzi, già uscito negli Usa con molto successo.
Sul filone degli Harry Potter e di Star Wars Igist narra la storia di Emi, la giovane protagonista che fa di tutto per essere ammessa nella più prestigiosa università: l’Intergalactic Institute of Science and Thecnology (Igist, appunto). Il mondo è in pericolo e la nostra eroina deve trovare l’antidoto per salvarlo. Fin qui niente di straordinario, a parte il fatto che la protagonista del romanzo è una ragazza. Come le tre figlie dell’autore.

«Ho voluto come fonte di ispirazione le mie tre bambine, ho voluto creare un’eroina in grado di infondere loro fiducia e coraggio per superare le avversità, nella speranza che in futuro diventino delle scienziate, un mondo dove ancora le donne sono pochissime», racconta Larson, indicando la figlia, Emi.
Ma Igist è molto più di questo. È il primo romanzo che propone una lettura da realtà aumentata. Acquistando il libro si più scaricare gratuitamente una app che consente al lettore, presumibilmente un ragazzino, di entrare nella trama e interagire con i protagonisti. Una rivoluzione totale nella lettura di un romanzo che presto diventerà una saga.
Appena si apre la app un messaggio ti avverte: «se hai una copia cartacea de libro puoi usare la fotocamera per scansionare le immagini dei capitoli dando loro vita».
Luke Larson, 37 anni, un passato da marine, ha già in cantiere altri cinque volumi della serie. Una storia di fantascienza che rispetta i parametri più tradizionali dei romanzi di formazione classica destinata a fare da apripista per un nuovo modo di leggere.
Non è un caso se Igist esce nell’anno dell’anniversario della Luna visto che Larson ha collaborato con diversi ingegneri che hanno lavorato alla missione Apollo e che hanno ammesso di essersi ispirati anche alla fantascienza. E Larson spera che la saga di Igist accompagni un viaggio altrettanto fantastico: quello su Marte.
«Prima del libro ho inventato la app: ho avuto un feedback talmente positivo che poi ho deciso di scrivere il romanzo» E un analogo procedimento Larson spera di poterlo applicare anche alla rilettura di grandi classici come «Il Conte di Montecristo» o «Pinocchio». «Negli Usa diciamo che non puoi diventare quello che non hai mai visto, il mio obiettivo è veicolare messaggi complessi al pubblico dei più giovani per questo nel team di Igis ci sono anche psicologi»