Cassar Scalia, De Cataldo, De Giovanni “Tre passi per un delitto” presentazione

Tre autori noir concepiscono un giallo a sei mani, concordano la trama essenziale e ci lavorano separatamente per un paio d’anni… e confessano questo “delitto” affidandone la cronaca a Maurizio Crosetti che, sulla pagina di Repubblica Cultura,  lo definisce mostro “nel senso che è portentoso ma fa anche paura”, e racconta un delitto da tre punti di vista, quelli dei tre autori che sperimentano a tre una storia in giallo: una ragazza molto bella viene uccisa e del caso ne parlano, in prima persona, il commissario “Davide Brandi (De Cataldo) il nobile decaduto Marco Valerio Guerra che era l’amante della morta (de Giovanni) e la moglie di quest’ultimo (Cassar Scalia)”. Un esperimento che se sarà riuscito o meno potranno dirlo solo i lettori.(le citazioni sono tratte dall’articolo di Maurizio Crosetti pubblicato da La Repubblica Cultura 14 luglio 2020 )

Da Giulio Einaudi Editore

Il libro

Una giovane bellissima, che lavora nel mondo dell’arte, viene uccisa nel proprio appartamento a Roma. Tre personaggi coinvolti per ragioni diverse nell’omicidio forniscono la loro interpretazione dei fatti. Chi nasconde la verità. Chi la manipola. Chi sembra non curarsene.

Marco Malvaldi “Il borghese Pellegrino” presentazione

Marco Malvaldi, l’autore de “I delitti del Barlume”, ritorna in edicola per Sellerio con questo nuovo giallo che, come nel precedente “Odore di chiuso”, ha per protagonista il famoso gastronomo ottocentesco Pellegrino Artusi autore del celebrato libro “La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene”, un manuale di cucina del 1891 conosciutissimo tanto da diventare proverbiale e vero compendio della tradizione culinaria italiana. Oltre al protagonista tra i personaggi reali Paolo Mantegazza, fisiologo e antropologo che aiuterà Artusi nelle indagini. C’è infatti un omicidio tra gli ospiti convenuti nel castello di Campoventoso dove Artusi  sarà ospite dell’imprenditore  Secondo Gazzolo, proprietario di un’industria conserviera d’avanguardia, che vorrebbe far assaggiare i suoi prodotti e soprattutto aprire rapporti commerciali con il mercato ottomano, un omicidio “a camera chiusa”, un classico del giallo, come Poe insegna ne “I delitti de la Rue Morgue”. L’ironia non manca tra le pagine, come l’autore ha già abituato i suoi lettori, calate nella Belle époque, la felice epoca che  caratterizza il periodo dell’ambientazione

Dal Catalogo Sellerio

Ritorna Pellegrino Artusi, padre della gastronomia italiana, in un giallo dal meccanismo perfetto tra atmosfere gotiche e buona cucina.

A cinque anni di distanza dal suo primo, fortuito, caso criminale (raccontato nel precedente Odore di chiuso), Pellegrino Artusi è ospite di un antico castello che un agrario capitalista ha acquisito con tutta la servitù, trasformando il podere in una azienda agricola d’avanguardia. È stato invitato perché è un florido mercante, nonché famoso autore della Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, il libro con cui codificava la cucina italiana e contribuiva anche, con i sapidi aneddoti uniti alle ricette, a diffondere nei tinelli delle case la lingua nazionale. Oltre al proprietario, Secondo Gazzolo, con la moglie, completano il gruppo altri illustri signori. Il professor Mantegazza, amico di Artusi, fisiologo di fama internazionale; il banchiere Viterbo, tanto ricco quanto ingenuo divoratore di vivande; il dottor D’Ancona, delegato del Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico della Turchia; Reza Kemal Aliyan, giovane turco, funzionario dello stesso consiglio; il ragionier Bonci, assicuratore con le mani in pasta; sua figlia Delia che cerca marito ma ancor più avventure. […] viene trovato morto un ospite; è chiuso a chiave in camera da letto ma il professor Mantegazza è sicuro: è stato soffocato da mani umane.[…]

Diego De Silva “I valori che contano (Avrei preferito non scoprirli) presentazione

 

Diego De Silva con I valori che contano (avrei preferito non scoprirli ) torna a raccontarci dell’avvocato Vincenzo Malinconico alle prese con nuove vicende che caratterizzano la sua esistenza di precario della vita, separato due figli una nuova compagna, precarietà e avversità che affronta restando come ai margini delle situazioni in cui incappa, riuscendo a guardare da lontano alle varie avventure/disavventure del vivere quotidiano, a smorzarne i toni e a trovare una nota ironica in ciascuna. Il nuovo romanzo si apre con una scena che rasenta il comico se non fosse la reazione ad una situazione disgraziata: una giovane donna si presenta alla sua porta in totale déshabillé e gli chiede asilo per sfuggire ad una retata dei carabinieri nell’appartamento licenzioso dello stesso stabile in cui vive Malinconico. Ma saranno gli avvenimenti successivi a dare senso al titolo: la scoperta di una grave patologia che lo riguarda. È così che insieme a Vincenzo il lettore viene coinvolto in quell’atteggiamento umanissimo che si scatena nel momento in cui le incognite e le ansie della malattia portano a riflettere sui valori che contano. Chi ha già seguito le vicissitudini di Malinconico da Non avevo capito niente, ritroverà certamente in questo nuovo caso gli ingredienti dei precedenti cui l’autore ha scelto di soffermarsi anche su momenti di sofferenza e di commozione del protagonista.

Da Giulio Einaudi Editore:

[…] il romanzo in cui Malinconico – avvocato di gemito, più che di grido – oltre a patrocinare la fuggiasca in mutande (che poi scopriremo essere figlia del sindaco, con una serie di complicazioni piuttosto vertiginose), dovrà affrontare la malattia che lo travolgerà all’improvviso, obbligandolo a familiarizzare con medici e terapie e scatenandogli un’iperproduzione di filosofeggiamenti gratuiti – addirittura sensati, direbbe chi va a cena con lui – sul valore della pena di vivere. Un vortice di pensieri da cui uscirà, al solito, semi-guarito, semi-vincente e semi-felice, ricomponendo intorno a sé quell’assetto ordinariamente precario che fa di lui, con tutti i suoi difetti e le sue inettitudini, una persona che sa farsi voler bene, pur essendo (o forse proprio perché è) un uomo cosí cosí.

Cristina Cassar Scalia “La salita dei saponari” presentazione in breve

In questo terzo romanzo della Scalia ritroviamo la protagonista Giovanna  Guarrasi detta Vanina, vicequestore, ora alla Mobile di Catania. Il caso da risolvere è legato all’omicidio di un personaggio che già dai primi dati e dalle voci che circolano si presenta poco raccomandabile: è un cubano americano con cittadinanza italiana e residenza in Svizzera, ucciso nel parcheggio dell’aeroporto. Un caso complicato adatto a Vanina che, come si legge nella presentazione nel sito di Giulio Einaudi Editore, “solo un caso molto complesso può distogliere, anche se per poco, dalla caccia ai propri fantasmi e riportarla in azione”, e il caso sarà un intrigo internazionale. E il vicequestore di fantasmi nell’armadio ne ha parecchi: il padre ispettore ucciso davanti ai suoi occhi quando era ancora adolescente, i tanti che hanno perso la vita per adempiere al proprio dovere e i latitanti cui non smette di dare la caccia.

Sinossi da Giulio Einaudi editore

Esteban Torres, cubano-americano con cittadinanza italiana e residenza in Svizzera, viene trovato morto nel parcheggio dell’aeroporto di Catania; qualcuno gli ha sparato al cuore. L’uomo ha un passato oscuro, e girano voci che avesse amicizie pericolose, interessi in attività poco pulite. Eppure le indagini sono completamente arenate: nessun indizio che riesca a sbloccarle. Questo finché a Taormina, dentro un pozzo nel giardino di un albergo, si scopre il cadavere di Roberta Geraci, detta «Bubi». Torres e Bubi si conoscevano. Molto bene. Con l’aiuto della sua squadra e dell’immancabile Biagio Patanè, commissario in pensione che non ha perso il fiuto, Vanina riporterà alla luce segreti che hanno origine in luoghi lontani. Ma non potrà dimenticare gli incubi che la seguono fin da quando viveva a Palermo. Questioni irrisolte che, ancora una volta, minacciano di metterla in pericolo.

E anche l’intervista all’autrice su la Gazzetta del Sud

Carolina Invernizio “Nina la poliziotta dilettante” presentazione

A più di un secolo dalla sua prima pubblicazione, torna in libreria un poliziesco a firma Carolina Invernizio, la signora del romanzo d’appendice e pioniera del giallo all’italiana. Pubblicato nel 1909 da Salani, l’editore fiorentino che ne stampò tutte le opere, ha come protagonista la bella Nina che, come recita il titolo “Nina, la poliziotta dilettante”, da operaia e sospettata si trasforma in una e vera e propria detective per scoprire l’assassino del promesso sposo, bello, innamorato e nobile: i temi del poliziesco, suspance colpi di scena e travestimenti, si inframmettono così a quelli tipici del feuilleton e del romanzo rosa.

Oggi la casa editrice romana Rina ne riporta in libreria quest’opera datata.

Una bella rivincita per la Invernizio e per la sua opera così poco apprezzata dalla critica del tempo di cui non accusò il peso controbilanciato da un enorme successo di un pubblico. Vari gli epiteti con i quali venne apostrofata screditandone la copiosa produzione, assommano a circa 130 in totale i romanzi che spesso raccoglievano in volume le puntate pubblicate sui quotidiani: onesta gallina della letteratura popolare l’aveva definita Gramsci, espressione non certo gentile anche se riferita alla grande prolificità dell’autrice come, per lo stesso motivo e con un paragone poco felice, Bruno Cassinelli, redattore del settimanale “Avanguardia”, la etichettò con conigliesca; ma anche Carolina di servizio per la particolare fortuna che riscossero i suoi scritti tra le domestiche, e impudente scombiccheratrice di carte, come amò redarguirla il poeta e scrittore Gian Pietro Lucini per l’incredibile presenza di coup de théâtre nelle sue stravolgenti trame nate proprio per mantenere settimanalmente viva l’attenzione del lettore.

Eppure il grande successo fece dire a Giovanni Papini che non poteva essere senza ragioni e che tutte le ragioni non potevano essere a “disdoro della scrittrice e dei suoi fedeli”. Lo stesso Eco ebbe a riscattare le eroine come Nina create dalla Invernizio per la loro intraprendenza, energia e determinazione e per l’essere al centro come personaggi, al femminile.

S.P.

E anche:

La trama da Rina Editore

La biografia da Rina Editore

Un articolo da Il giornale.it cultura

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Breve storia della letteratura rosa

Giancarlo De Cataldo “Io sono il castigo” presentazione

È arrivato in libreria a fine maggio l’ultimo romanzo di De Cataldo che promette un pm seriale: “Manrico Spinori della Rocca è il mio primo personaggio «seriale». Io sono il castigo inaugura una trilogia (per il momento). Il secondo romanzo è in scrittura, il terzo già abbozzato” dichiara lo stesso autore (da tuttolibri La Stampa 30 maggio 2020).

“Manrico Spinori, Rick per gli amici, si chiama Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda”, come Concita De Gregorio ci tiene indicare per esteso nella sua recensione ( da La Repubblica Cultura 26 maggio). E chissà forse anche a lei questa sfilza di nomi ha richiamato alla memoria un personaggio di Calvino, Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, cavaliere senza macchia e senza paura e, per altro, inesistente!

In effetti oltre ad essere nobile e bello, alto e naturalmente elegante, Manrico è anche un melomane, come sottolinea la De Gregorio “Molta, moltissima musica nelle pieghe del racconto: Tosca , Idomeneo , Rigoletto che infine dà il titolo e la chiave al racconto. Io sono il castigo, egli è il delitto/punizion son io” e come professionista, spiega De Cataldo,  “è il mio esploratore nei meandri del tribunale, del quale conosce – e racconta – luci e ombre.[…] Manrico è un garantista: il che può apparire eccentrico solo a chi ignori che il nostro codice impone alla pubblica accusa di raccogliere anche le prove a favore degli imputati. È stimato perché risolve i casi”.

Ma De Cataldo, ponendosi come scrittore e creatore del personaggio, aggiunge una particolarità interessante “Nella costruzione di Manrico ha giocato un ruolo determinante la stanchezza. La stanchezza per quei personaggi che urlano, sputano, sbavano, grugniscono, insultano, ma soprattutto asseriscono con piglio muscolare tutto e il contrario di tutto senza mai essere sfiorati dal minimo dubbio. Quelli che hanno sempre una ricetta pronta e che disprezzano il dissenso”.

Fuori dagli schemi, Manrico è un nuovo eroe tutto da scoprire.

S.P.

Gianrico Carofiglio “La misura del tempo” recensione di Salvina Pizzuoli

Non solo un legal thriller, anche in questo ultimo romanzo Carofiglio va oltre il caso che è stato affidato a Guido Guerrieri, l’avvocato protagonista: un caso arrivato dal passato quasi dimenticato, rappresentato da Lorenza, un amore giovanile, che ora a distanza di ventisette anni gli affida la difesa in extremis del figlio accusato di omicidio.

Il tempo, la giovinezza, la difficoltà a comprendere i fatti salienti che ci accompagnano verso l’età adulta, quel tempo che prima era sempre una scoperta e che oggi, scorre veloce, troppo veloce; quel tempo che in gioventù era più ”esteso” perché pieno di nuove esperienze.

Hai mai fatto caso, Guido, a come la vita sembri accelerare con l’età?

Forse potrebbe essere proprio lo stupore – se fossimo capaci di impararlo – l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile.

Essere storditi dalla forza di qualcosa. Mi piacerebbe tanto, se capitasse di nuovo».

Ancora una volta un testo composito in cui il protagonista ripercorre la sua storia con Lorenza e ciò che ha rappresentato nella sua crescita personale, accanto allo snodarsi dell’indagine e della requisitoria, sempre interessante e coinvolgente nel “gioco” di parole regolate dalla logica stringente da cui dipende l’esito fausto o infausto per l’accusato; un gioco psicologico oltre che rigoroso che si articola e trascina il lettore a “vedere” e leggere le due possibili verità costruite entrambe su “indizi” dato che quello a cui il lettore partecipa è un processo indiziario.

Un processo difficile che pone il protagonista nell’angustia di non poter ottenere il risultato sperato e che affida “a pratiche ossessive di pensiero magico” la possibilità di prevedere il verdetto giocando con i “segni” come camminare senza calpestare i cordoli dei marciapiedi, evitare le grate degli scantinati, toccare gli specchietti retrovisori delle macchine rosse. Cose che facevo da ragazzo e che ogni tanto riemergevano, simili a conati, nei momenti di tensione.

Pagine dense di avvenimenti ed emozioni, ricordi, debolezze, casi umani, fragilità che il processo legale, come un palcoscenico,  permette di cogliere. Imprevisto il risvolto finale.

Dello stesso autore:

“Testimone inconsapevole”

Gianrico Carofiglio “La versione di Fenoglio” e altri scritti 

Adele Colgada “I delitti di Monteverde” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Un romanzo d’esordio quello di Adele Colgada, nom de plume per Stefania Fabri e Giulia Caminito.

Protagonista una neo pensionata, Gerarda, trasferitasi nel quartiere Monteverde di Roma, nella casa ereditata dalla cara zia Ginetta, nella quale ha mantenuto alcuni cimeli “la camera da letto primo Novecento qualche quadro e scatole di foto da riordinare” ma anche l’orologio a pagoda “così meravigliosamente di cattivo gusto che non lo si può buttare”.

E anziché intraprendere una nuova vita, la passione per il giallo della “signorina” Gerarda, si trasferirà, volente o nolente, dalla precedente attività lavorativa di editrice di thriller, dalla carta alla realtà sostenendo il commissario Laguardia nelle indagini come infiltrata in mezzo ai condomini, tra una “dose stordente di pettegolezzi” e l’altra.

Un omicidio efferato si è infatti verificato nel palazzo.

E così il lettore conoscerà via via i vari personaggi, molti dei quali anziani, che occupano da anni gli appartamenti, presentati inquadrandone le caratteristiche, nel bene e nel male: “la ciarliera Angelucci, la bislacca Sanfilippo, le sorelle Meloni una tonda e rugosa come un’arancia cotta al sole e l’altra con un grosso neo con un ciuffo di peli nel mezzo come un’aiuola appassita”.

La storia trascorre piacevolmente tra bozzetti da un interno con delitto che si risolverà in modo inaspettato insieme ad un altro irrisolto e datato, avvenuto nella contigua dépendance condominiale.

Dietro le quinte, storia nella storia, il mondo dell’editoria dal quale Gerarda si è felicemente allontanata, che invece torna, imperioso e asfissiante, a chiederle nuovamente di occuparsene. Ma da questo dialogo conclusivo con Laguardia possiamo aspettarci una nuova collaborazione tra i due?

“Che tipo di consulenza?” chiese Gerarda con un debole sorriso. “Letteraria, ovviamente. La realtà assomiglia spesso a un romanzo…”                                                                                    “No, si sbaglia commissario, la realtà è terribilmente banale, i romanzi non se lo possono permettere.”

Leggi anche la recensione da La lettrice assorta

Maurizio de Giovanni “Il metodo del coccodrillo” recensione di Letizia Tripodi

 

Con “Il metodo del coccodrillo” si apre la serie di romanzi che vedrà protagonisti i cosiddetti Bastardi di Pizzofalcone, individui particolari, per lo più solitari e con un proprio segreto da nascondere. Nessuno li vorrebbe nel proprio Commissariato, reietti nei loro posti di lavoro e nella società. Falliti insomma, che però, contro ogni aspettativa, smentiranno la diffidenza di colleghi e cittadini.

Il luogo in cui ambientare le vicende non poteva che essere Napoli: decadenza e splendore vi si mescolano più che in ogni altra città, essa stessa è una continua contraddizione e così succede che il naturale calore dei suoi abitanti sia spesso oscurato dalla paura, da quell’innata consapevolezza che ricorda di “stare al proprio posto”, di non guardarsi troppo intorno, ma anzi procedere dritto e interrogarsi poco, tanto che, come lo stesso De Giovanni più volte ricorda attraverso i pensieri e i commenti dei protagonisti delle sue opere, in quella città si è invisibili.

È in questo scenario che prendono forma i fatti e i personaggi: Giuseppe Lojacono è nuovo al Commissariato San Gaetano, detto il Cottolengo, è giunto nella città del Vesuvio dopo essere stato allontanato dal suo precedente luogo di impiego; alle spalle si è lasciato la Sicilia, ma anche una figlia e una moglie. Sospeso da qualsiasi tipo di mansione, solo, triste e scoraggiato, ben presto l’ispettore dai tratti orientali si troverà coinvolto nelle indagini di un caso che porterà scompiglio non solo nella Napoli dei quartieri bassi, ma anche tra gli appartenenti alle classi sociali più elevate.

Alcuni giovani ragazzi, apparentemente senza alcun legame tra di loro, saranno uccisi per mano di un serial killer dalla firma insolita: sul luogo dell’omicidio egli “piange”, lasciando dei fazzoletti con le sue lacrime. Da qui nascerà il soprannome “il Coccodrillo” e inizieranno le ricerche, le ipotesi, i tentativi di dare un volto umano a questo assassino che anche nel metodo sembra assomigliare molto al feroce rettile, per cercare di svelare i motivi del suo gesto. Lojacono dimostrerà fin da subito di essere l’unico ad avere le giuste intuizioni sul caso, senza farsi trasportare da quella che sarebbe l’ipotesi più comoda e, complice una forte sintonia con il magistrato Laura Piras, diventerà uno dei punti di riferimento fondamentali in questa caccia all’uomo, tornando così, almeno in parte, a vivere. Maurizio De Giovanni, come già in precedenza aveva fatto con il commissario Ricciardi, crea un nuovo personaggio intorno al quale prendono forma alcuni tra i delitti più spietati e i reati più violenti: questa volta sarà l’ispettore Lojacono, guidando la sua squadra per molti versi atipica, a far luce su alcuni degli eventi che frequentemente macchiano la nostra società. Così dal romanzo emergeranno i tratti peggiori dell’umanità, la quale è troppo spesso afflitta da crudeltà, egoismo e vigliaccheria.

L’autore svela al lettore i personaggi un po’ per volta, gradualmente, come se stesse conoscendo persone reali, delle quali non può sapere tutto subito. Ma alla fine ne comprenderà il passato che ne ha segnato le vite, gli aspetti più reconditi del loro animo, i segreti più profondi. Nel romanzo i punti di vista si alternano con una certa frequenza, si entra nella mente di tutti, compresa quella dell’assassino, così che anche quando convinti di aver trovato la chiave, le carte si rimescoleranno, emergeranno nuovi elementi, nuove scoperte giungeranno a portare scompiglio, proprio ad un passo dalla verità.

Letizia Tripodi

Gianrico Carofiglio “Testimone inconsapevole” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Un caso giudiziario e un avvocato della difesa sono gli elementi chiave di questo “giallo” o meglio giallo giudiziario o legal thriller come viene etichettato. “Uno dei migliori gialli legali usciti in Italia” lo definì Corrado Augias, ne Il venerdì di Repubblica.

Pubblicato nel 2002 ha rappresentato l’esordio narrativo di Carofiglio, quello che ha aperto la serie “I casi dell’avvocato Guerrieri”, ambientato nel 1999/2000 a Bari.

Non solo un giallo giudiziario: il percorso legale, dal punto di vista di un avvocato, si articola e s’intreccia infatti con una narrazione sfaccettata e ricca di personaggi, anche minori, interessanti e ben tratteggiati  non solo legati all’ambiente, e con le vicende private del protagonista che si svela, fin dall’inzio, in una fase difficile e complessa della propria esistenza.

Credevo di aver scritto un romanzo di formazione di un uomo che sbatte contro la vita, contro la sua mediocrità, che appartiene a tutti, e che poi trova se stesso in un’avventura processuale che è in realtà un espediente.

Così Carofiglio chiariva in un’intervista, evidenziando, a ulteriore chiarimento, il suo intento di narratore con la citazione in epigrafe di Lao-Tze “quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.

In effetti è il protagonista con le sue fragilità e le sue paure, insieme alle scelte o non scelte o che riconosce come tali, a trovare in questo caso giudiziario una chiave di lettura di se stesso e la possibilità di non fuggire più e di accettarsi, confessandosi titubanze e dubbi e incertezze:

“La verità però era un’altra. Avevo fatto l’avvocato per puro caso, perché non avevo trovato di meglio o perché non ero stato capace di cercarlo. […]Mi ero iscritto a giurisprudenza perché pensavo di guadagnare tempo, visto che non avevo le idee chiare. Dopo la laurea avevo pensato di guadagnare tempo andando a parcheggiarmi in uno studio legale, in attesa di chiarirmi le idee […] A poco a poco avevo anestetizzato le mie emozioni, i miei desideri, i miei ricordi, tutto. Anno dopo anno. Fino a quando Sara mi aveva messo alla porta. Allora il coperchio era saltato e dalla pentola erano venute fuori molte cose che non immaginavo e che non avrei voluto vedere. Che nessuno vorrebbe vedere”.

Cui segue la citazione da Dostojevskij:

“Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, e in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente”.

Un testo composito in cui gli interventi arguti sulla requisitoria del Pubblico ministero catturano il lettore nel procedere logico e sottile dell’arringa della difesa.

Dello stesso autore:

“La versione di Fenoglio” e altri scritti su Consigli-it, a cura di Maurizio Amore

“La misura del tempo” recensione di Salvina Pizzuoli

“Non esiste saggezza” recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori