Daniela Alibrandi “Viaggio a Vienna” recensione di Salvina Pizzuoli

Anna e Renata, un’amicizia nata sui banchi di scuola al liceo, allontanate poi dai casi della vita.

Anna è una giornalista di grido, con un amore adolescenziale mai dimenticato, un marito e il forte e frustrato desiderio di una gravidanza. Renata vive a Vienna, è separata con un figlio ormai adulto.

E così si ritrovano in un viaggio a Vienna voluto e realizzato da Anna in una pausa dal lavoro, per riprendersi, per ritrovarsi .

Ma perché questo viaggio dopo tanti anni, desiderato e mai realizzato da entrambe?

Cosa cerca Anna nei ricordi del suo viaggio a Vienna, nei suoi percorsi dentro il coma in cui è caduta dopo un tragico incidente di cui non si conoscerà nulla fino alla fine? Deve forse spegnere le troppe voci che da tempo l’assillano e può farlo solo attraverso l’amica del cuore, colei con cui aveva vissuto gli anni dell’adolescenza, segnati dal dolore e da esperienze che la vita ha elargito loro a piene mani, troppo forti per essere vissute senza lasciare traccia nell’intimo? O era solo un bisogno per non affogare in quel vuoto in cui si trovava?

Ripercorrere, si diceva, ripercorrere per non abbandonare i ricordi. Non doveva perdere nulla di se stessa nel mondo vuoto dove la sua anima adesso si trovava a volteggiare. Era necessario ricordare.

Domande, tante le domande che il lettore si pone ma alle quali troverà risposta solo alla fine, in quelle pagine del romanzo che rappresentano una vera agnizione finale, sebbene i segni non vengano lesinati e sapientemente inseriti nel contesto della narrazione dall’autrice, insinuando dubbi e sospetti che vengono addolciti nel cammino che Anna ripercorre di quei giorni a Vienna. E il lettore segue le due amiche nel caldo abbraccio delle pasticcerie viennesi dove stemperare il freddo e godere delle leccornie per cui i viennesi sono rinomati, e gli incontri e gli scorci della bella città e i suoi piatti che scaldano e ritemprano non solo il corpo; o nel “salottino nostalgia” dove ripercorrono a tratti, sul filo del ricordo senza tempo e senza cronologie, episodi e flash di un passato sempre presente.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Daniela Alibrandi, “Quelle strane ragazze”

Daniela Alibrandi, “Nessun segno sulla neve”

Daniela Alibrandi “Una morte sola non basta”

Daniela Alibrandi “Un’ombra sul fiume Merrimack”

Daniela Alibrandi “Il bimbo di Rachele”

Daniela Alibrandi “I misteri del vaso etrusco”

Daniela Alibrandi “Delitti fuori orario”

Daniela Alibrandi “L’ispettore Supplì e altre fantastiche storie”

Daniela Alibrandi in Racconti racconti racconti: corti, con brivido, fantastici

Christiana Moreau “Cachemire rosso” recensione di Salvina Pizzuoli

Ordos, che significa città dai molti palazzi, è nata ex novo nei primi anni del nostro millennio nella Mongolia interna cinese, in pieno deserto, a circa 500 chilometri da Pechino per volontà del governo cinese, nell’ambito di un processo di inurbamento delle masse rurali, e con i capitali derivati dagli enormi giacimenti di carbone del sottosuolo. Una città avveniristica, ma progetto fallito perché oggi Ordos è una città quasi deserta. È qui che si ambienta parte della storia della protagonista, una mongola, costretta dalle decisioni dei fratelli, desiderosi di abbandonare il lavoro faticoso e poco redditizio degli allevatori della steppa, a lasciare la vita nomade per vivere in città.

Il racconto si apre con gli spazi, ampi, sterminati, i colori vividi, poi profondamente custoditi nella memoria del cuore, le tradizioni radicate, le abilità coltivate da generazioni, dell’ambiente e della vita nomade. Dopo l’abbandono della terra natia e degli affetti, nell’angustia e nella segregazione della nuova realtà di vita in città che schiaccia e mortifica, l’incontro tra Bolormaa la protagonista con la cinese Xiao Li, sua compagna di lavoro in una moderna fabbrica tessile dove lavorano come operaie tessitrici, sfruttate e schiavizzate: unico desiderio e speranza diventa la fuga, che non sempre realizza quanto si è sperato. E il viaggio verso un altro mondo ha inizio, terribile e pieno di sofferenza, inseguendo le promesse di un filo di lana di cachemire, concretizzatosi in una creazione della protagonista con l’ultima lana del suo gregge e gli insegnamenti della nonna per colorarla, rossa infuocata e di morbidezza impareggiabile venduta a malincuore ad una donna italiana al mercato di Ordos, ma ben pagata.

Le due giovani, fuggono con un viaggio clandestino lunghissimo e pericoloso per ritrovarsi anche in quel nuovo mondo, al di là dei tanti confini e dei chilometri percorsi, chiuse nella stessa prigione. Ma il filo di cachemire rosso non si è ancora spezzato e avvolgerà altri protagonisti con la medesima volontà di realizzare le proprie aspirazioni. Una storia di amicizia, di volontà e di resistenza per superare soprusi e angherie per un progetto di vita migliore e realizzata.

Da Editrice Nord la trama e brevi note biografiche

Nel caleidoscopio di colori del mercato di Ordos, in Cina, ce n’è uno che spicca su tutti. È il rosso, brillante e purissimo, di un maglione di cachemire. Alessandra se ne innamora subito: è quella la perla rara che le permetterà di risollevare le sorti della sua boutique di Firenze. A venderglielo è una ragazza di nome Bolormaa, e lo fa a malincuore. Perché per lei quel maglione è casa. Lo ha infatti realizzato con l’ultima lana del suo allevamento, prima che l’estate troppo torrida e l’inverno eccezionalmente rigido sterminassero il gregge e la costringessero a lasciare la Mongolia. È un incontro fugace, eppure l’immagine di quella signora, libera ed elegante, rimane scolpita nella mente di Bolormaa. A poco a poco, quel ricordo fa maturare in lei il sogno di una nuova vita in Italia. Armata solo del biglietto da visita che Alessandra le ha lasciato, Bolormaa s’imbarca allora in un viaggio rischiosissimo, che la porterà da Pechino a Oulan-Oude, in Mongolia, poi a Mosca lungo la Transiberiana e da lì in Italia, là dove il filo rosso del suo coraggio si ricongiungerà con quello di Alessandra, che ormai sta perdendo la speranza di salvare il suo negozio. E sarà proprio Bolormaa a darle la forza di cambiare un destino che sembra segnato…

Christiana Moreau vive a Seraing, in provincia di Liegi. Pittrice e scultrice autodidatta, è alla costante ricerca di nuovi modi per esprimere la sua creatività. Ha esordito con una raccolta di poesie nel 2014, per poi passare alla narrativa. Cachemire rosso è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

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A dicembre ancora nuove letture gratis in ebook

Arrigo Boito “L’alfier nero”

La collana classici di ParvaLicetEdizioni presenta racconti d’autore corredati di note e prefazione

Il volumetto sarà scaricabile gratis per due giorni:

il 13 e 14 dicembre

Curiosità bibliofile: la carta e alcuni tipi di carta

La macchina continua di Louis Nicolas Robert fine XVIII secolo

Nella storia del libro un elemento fondamentale e decisivo fu l’invenzione di macchine e l’utilizzo di sostanze chimiche capaci di ottenere un foglio di carta in tempi brevi e a prezzi competitivi. La lavorazione prima del XVII secolo era infatti lunga e specialistica.

La storia della carta si perde in tempi e luoghi lontani, pare infatti sia nata in Cina intorno al I secolo d.C. impiegando il gelso e altri vegetali. Furono poi gli Arabi a diffonderne la lavorazione in occidente e nei territori da loro occupati aggiungendo come materia prima il cotone e gli stracci. In Occidente vennero prevalentemente utilizzati gli stracci di lino, cotone, canapa, ma anche le piante da cui avevano origine i tessuti indicati con un ciclo di lavorazione di molte fasi: la sbattitura per liberarli dalla polvere e dal fango, la lavatura e la liscivatura per ammorbidirli e sbiancarli, quindi l’asciugatura. Successivamente venivano tagliati a strisce e posti nel marcitoio, una vasca piena d’acqua e lasciati marcire per varie settimane. A questo punto la pasta ottenuta veniva triturata con i magli azionati da una ruota idraulica o a mano.

Il tino e la forma

Posta quindi in un tino, nasceva finalmente il foglio immergendovi la cosiddetta “forma”, un’intelaiatura rettangolare con un piano filtrante costituito da sottilissimi fili di ottone detti vergelle, vicinissimi tra loro, paralleli al lato maggiore che incrociano quelli più grossi e distanziati detti filoni. Dopo un’operazione velocissima affidata a esperti il foglio appena formato veniva rovesciato su un feltro e coperto con un altro: aveva inizio la fase dell’asciugatura che si completava stendendo i fogli per un’asciugatura completa. La fase successiva era la collatura, operazione necessaria per rendere la carta impermeabile all’inchiostro.

Da quanto detto si comprende quanto potesse essere costoso, in tempi precedenti l’uso delle macchine e delle sostanze chimiche, il processo di formazione della carta. Alcune date, tipi di carta e nuove materie prime:

Alla fine del XVIII secolo Louis Nicolas Robert realizzò la prima macchina detta continua che produceva un foglio lungo 60 centimetri. Solo alla fine del XVIII secolo si utilizzò una fitta rete metallica che eliminava vergelle e filoni, ottenendo la carta detta velina che non recava alcun segno di vergatura. Alle materie prime già utilizzate, nel primo trentennio dell’Ottocento, fu aggiunta la paglia e il legno. Fu proprio con le nuove tecniche per la lavorazione delle fibre vegetali ottenute dagli alberi che il prezzo della carta si abbassò notevolmente divenendo un prodotto di largo consumo.

Dal legno alla carta

L’elenco e le caratteristiche dei diversi tipi di carta riempiono le colonne dei dizionari bibliofili.

Solo per citarne alcune:

La più resistente e pregiata, quella detta a mano fatta di stracci o di pura cellulosa;

la cartapecora o pergamena vegetale, molto simile alla pergamena per resistenza e impermeabilità; fu fabbricata intorno alla metà del XIX secolo in Francia;

marmorizzata che imita l’effetto del marmo; si ottiene mettendo a contatto il foglio in una vasca con soluzione gommosa e densa nella quale sono stati spruzzati con la spazzola spruzzatrice diversi colori, poi sparsi sulla superficie con pettini fino ad ottenere l’effetto desiderato;

di Fabriano ottenuta dagli stracci finemente lavorati;

di paglia dal colore tendente al giallo, molto fragile perché ottenuta da paglia proveniente da cereali

marezzata ottenuta con un procedimento simile alla marmorizzata da cui si distingue per il disegno ad andamento ondulato;

di riso bianca sericea, si ottiene dal midollo della Arialia Papyrifera; è fabbricata in Cina;

satinata o calandrata si ottiene per mezzo della pressione esercitata da due cilindri rivestiti di carta attraverso cui passa.

S.P.

Per saperne di più:

e anche:

Curiosità bibliofile: Le copertine

Curiosità bibliofile: la legatura, la carta, i caratteri tipografici

Marco Patricelli “Il partigiano americano” Ianieri Edizioni

Da oggi 10 dicembre in libreria

«Il partigiano americano» è l’originale racconto di una storia vera che vive per la prima volta scorrendo sul binario di uno stile narrativo coinvolgente e il rigore saggistico.

Renato Berardinucci, il protagonista, è nato in America, terra della libertà e delle opportunità per i suoi genitori emigrati dall’Abruzzo, e per lui l’Italia è un luogo dell’anima. Visto da lontano il fascismo gli ha dato l’orgoglio delle origini, ma quando dal college di Philadelphia si ritrova al liceo classico di Pescara, l’amico Hans, ebreo viennese, gli apre gli occhi. Il devastante bombardamento di fine agosto 1943 e il disastro dell’8 settembre seguito dall’occupazione tedesca, lo spingono alla scelta della resistenza. Crea una banda partigiana formata da giovani come lui ai quali trasmette una carica ideale. È abile nei travestimenti, sfida più volte la sorte, e in uno scontro a fuoco uccide un ufficiale tedesco. Con l’arrivo degli Alleati decide di compiere un’ultima missione. La madre ha un presagio e vuole seguirlo. Lo vedrà morire mentre si sacrifica per salvare i compagni dal plotone d’esecuzione.

Abruzzo 1957. Un’auto percorre le strade polverose dell’interno. L’anziano uomo sul sedile posteriore è tornato dagli Stati Uniti per cercare la spia fascista che nel 1944 aveva consegnato il figlio partigiano ai tedeschi. Renato Berardinucci (Philadelphia 1921 – Arischia 1944) era stato ucciso da un plotone d’esecuzione a soli 23 anni. Poco prima della scarica fatale, si era gettato contro i soldati per salvare i compagni, davanti agli occhi della madre impazzita di dolore. Dopo tanti anni, consegnano una medaglia d’oro al valor militare al padre Vincenzo, che invece è in cerca di un’impossibile vendetta. Una storia vera.

Marco Patricelli (Pescara 1963) ha scritto saggi storici per Mondadori, UTET, Laterza, Hobby & Work; in Polonia per Wydawnictwo Literackie, Bellona, Arte, Wydawnictwa Uniwersytetu Warszawskiego; in Francia per JC Lattès e in Repubblica Ceca per Grada. Nel 2010, con la prima biografia del capitano Witold Pilecki, Il volontario, ha vinto l’edizione XLIII del prestigioso Premio Acqui Storia. Dai suoi lavori sono stati tratti docufilm e docufiction per RAI, Mediaset e ZDF. Ha curato diverse consulenze storiche per le maggiori reti televisive e radiofoniche nazionali ed è stato invitato a dare contributi alla realizzazione di documentari in Germania e Polonia. Svolge intensa attività convegnistica in Italia e all’estero. Per un decennio ha insegnato Storia dell’Europa contemporanea all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti. È stato insignito del titolo di Bene Merito, della Croce di Ufficiale al merito della Repubblica di Polonia e del cavalierato dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. È laureato in Giurisprudenza ed è diplomato al Conservatorio. Alla figura di Pilecki ha dedicato nel 2019 una Suite in 8 quadri per grande orchestra sinfonica. Vive tra Praga e Pescara.

Francesco Recami “La cassa refrigerata- Commedia nera n.4”, presentazione

Il racconto si apre con la morte di un’anziana zitella, Maria Carrer, per poi dipanarsi intorno alla vera rappresentazione, senza veli, di ipocrisie, pregiudizi, egoismi, mancanza di rispetto per il prossimo e desiderio di facile arricchimento, e altre virtù che caratterizzano uno scampolo di società provinciale, quella veneta in particolare, di 22 +1 viventi e un deceduto, numeri che variano nel proseguo degli avvenimenti, con tre cadaveri in più.

Uno scampolo di società in cui ovviamente si può ravvisare un quadro sociale più ampio.

Ma chi sono?

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare non sono né amici né parenti della defunta Maria, ma personaggi disparati a caccia, sfrenata e senza remore, del tesoro della signorina Maria, ricca e tirchia, che potrebbe trovarsi nascosto tra le pareti dell’abitazione o tra le carte di un eventuale testamento segreto. Ma cosa scatenerà queste morti? Complice un diluvio, la villetta in cui è esposta la salma sarà isolata e non sarà più possibile fuggire dallo sconosciuto assassino che si aggira tra i presenti intrappolati.

Dello stesso autore:

“L’atroce delitto di via Lurcini. Commedia nera n. 3”recensione di Roberto Iovacchini

leggi l’intervista all’autore  dal Corriere fiorentino

dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Il diario segreto del cuore recensione di Ermanno Paccagnini

e anche:

su mangialibri le recensioni ai romanzi di Francesco Recami

Dal catalogo di Sellerio Editore

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iniziamo con:

Il Viaggistorie. Racconti fantastici di Salvina Pizzuoli

La promozione sarà attiva il giorno 7 e 8 dicembre

 Guardare il mondo con gli occhi del Viaggiastorie. Viaggi fantastici per sorridere, pensare, riflettere in leggerezza. Illustrato da Elena Salucco.

La fantasmagorica copertina sintetizza nei personaggi e nei colori lo spirito del contenuto, non solo leggerezza ma anche metafora dei comportamenti umani, colto in modo personalissimo dall’illustratrice Elena Salucco autrice anche dei disegni all’interno del volume

E buona lettura a tutti!

Dall’Indice

I racconti del Viaggiastorie
Storie di colla
Nel distretto di Abbeh
La foglia
La figlia e la foglia
Chi è stato a incollare?
Storie scollate
Nel distretto di Scol-am
Lo scollo provocatore e il mistero della testa scollata
Lo scollo discreto e senza scollo, collo lungo e collo corto
Parole incollate e parole scollate:
Mani di colla e colli di colla
La colla seccata
Chi è seccato non s’incolla
Nel distretto di Monad:
Tante uniche case, tante uniche botteghe
La bottega dove nascono i Monadesi
Io parlo loro no, ma qualcuno mi segue
Parole incollate: Guardare
Parole scollate: Emozioni
Io e le emozioni
Io e l’innamoramento
Storie di città
Culdesac
Pozland
Set
Colori
Vaiuz
Piram
Asex e Bisex
Acronos e Bicronos
Storie di un viaggiatore senza tempo
La montagna incantata
In viaggio
Il mio film
La seconda porta
Lettori e personaggi
Fuori

Curiosità bibliofile: la legatura, la carta, i caratteri tipografici

La storia del libro, come oggi lo conosciamo, ha un lungo cammino pregresso legato al mutare del gusto, alla capacità inventiva e artistica di quanti, artigiani e creatori di strumenti ad hoc, abbiano voluto rispondere alle nuove richieste dei committenti. Il primo passaggio avviene dal codex o libro manoscritto, formato da fascicoli “legati” insieme, che sostituì il rotolo o volumen realizzato in papiro o pergamena in epoche antecedenti il IV – V secolo, periodo in cui viene collocata la comparsa delle prime legature.

Ma in cosa consisteva la legatura?

Detta anche rilegatura o coperta del libro, era costituita da parti ben precise, ciascuna con un proprio nome a identificarne le diverse componenti: serviva per legare insieme i diversi fascicoli per formare il volume e dargli non solo consistenza e compattezza ma anche una veste più elegante e duratura. Le parti fondamentali erano i due piatti e il dorso a cui erano assicurati i diversi fascicoli.

Senza entrare nello specifico*, lo schema sopra riportato servirà egregiamente a illustrare le diverse voci della composizione. I materiali costitutivi erano diversi: storicamente si passa da assi di legno, alla pergamena, al cartone mentre i rivestimenti dei piatti erano in pelle, carta decorata, stoffa.

Legature raffinate hanno contraddistinto nel tempo quest’arte che ha lasciato traccia di sé non solo nella storia del libro come oggetto, ma nella cultura in genere contraddistinguendo l’evoluzione del gusto, nel senso del bello abbinato al pregio e all’abilità. Se ci capitasse di consultare un dizionario bibliofilo resteremmo esterrefatti dalla quantità di tipi di legatura individuati, ciascuna con le proprie caratteristiche e nome proprio. In questa breve carrellata sulle curiosità bibliofile, ne saranno citate solo alcune partendo dalla aldina, dal nome del famoso tipografo Aldo Manuzio, veneziano, che operò dal 1494 al 1515.

Caratteristiche precipue sono i piatti in cartone, più adatti a volumi di piccolo formato, foderati di marocchino bruno decorati con una semplice cornice. Il marocchino è un tipo di cuoio pregiato utilizzato per le edizioni di lusso, ottenuto dalla concia con il tannino o le noci di galla. Fu molto utilizzato durante il Rinascimento e dai legatori veneziani. Una variante assai pregiata è il marocchino verde oliva, detto marocchino veneziano.

In uso a Napoli nel Quattrocento la legatura detta Aragonese, caratteristica per il motivo centrale a mandorla o rettangolo a foglia d’oro su marocchino colorato. Particolare quella detta di Caterina de’ Medici, fatte per la sua collezione, con agli angoli e al centro del piatto i simboli del lutto, dopo la morte di Enrico II: montagne su cui piovono lacrime.

Continua con la storia della carta e i diversi tipi di carta…

*Nomenclatura:

piatti: le parti solide della coperta, uno anteriore e uno posteriore

dorso: cui si applica la cucitura

rialzi o nervature: le sporgenze poste a intervalli regolari lungo il dorso

capitelli: piccole venature alle due estremità del dorso tessute in uno o più colori

guardie: le pagine bianche che seguono e precedono il testo

sguardie o risguardie: fodere interne della copertina

bindelle: striscioline di pelle o seta inserite sui margini esterni tra il piatto e la coperta, per far chiudere il libro

Per saperne di più:

In questa pagina i nomi delle parti che compongono il libro del XX secolo

La legatura su Sapere.it

Su tuttatoscanalibri: Curiosità bibliofile: Le copertine

Antonio Tabucchi “Che ore sono da voi? Racconti scelti da Paolo Di Paolo Presentazione

Amo i racconti, i revival e gli inediti, in poche parole quanto c’è in questa nuova pubblicazione a firma Feltrinelli. Una raccolta, come indica il sottotitolo, curata da Paolo Di Paolo insieme all’ Introduzione alle short story di Antonio Tabucchi. Molti conoscono il romanzo che ha reso l’autore popolare, quel grande romanzo che è “Sostiene Pereira”, ma questa raccolta ha il pregio di avvicinarci alla narrativa breve di Tabucchi. “Il racconto è un appartamento in affitto”, diceva, come riporta nella sua interessante Introduzione Paolo Di Paolo, riferendosi ad un’intervista televisiva in cui lo scrittore contrapponeva “alla disponibilità del romanzo […] la misura chiusa del racconto” che non permette dilazioni nel tempo, ma deve essere fatto lì, in quel momento e non in un altro e pertanto come l’appartamento in affitto, se lo si lascia, si perde. Come sottolinea a tale proposito Paolo Di Paolo, il racconto breve richiede infatti all’autore la massima concentrazione e un lavorio sofisticatissimo. In genere la produzione del racconto è tale e, a maggior ragione, quella del racconto breve. Chiude l’Introduzione un simpatico ricordo che mette in evidenza una particolarità: i racconti di Tabucchi nascevano sulla carta, ma la loro stesura definitiva avveniva attraverso la voce che li “ravvivava, li accendeva”, scrive Di Paolo, quasi quelle carte ne fossero solo la matrice.

S.P.

Da Giangiacomo Feltrinelli Editore

[…] da Il gioco del rovescio a L’angelo nero, fino a Il tempo invecchia in fretta, è come se immergesse la narrativa breve in un’acqua diversa, misteriosa. L’enigma, il rebus, la coincidenza, il piccolo equivoco senza importanza. C’è l’uomo misterioso che commette l’omicidio di cui si parla su un quotidiano del giorno dopo; quattro giovani e un poeta alla vigilia della caduta di un regime totalitario; una ex spia che ha un segreto da raccontare alla tomba di Brecht; qualcuno che scrive una lettera da Casablanca e comincia, chissà perché, parlando di una palma. Basta un dettaglio a fare la differenza, a modificare la prospettiva sulla realtà. Le storie di Tabucchi sono storie “fatte a voce”, e d’altra parte lo scrittore è un collezionista di voci: “voci portate da qualcosa, impossibile dire cosa”. Raccontare è un atto umano che nasce così, labbra e fiato; perché ogni racconto è una evocazione, e ancora, perché chi racconta può dare voce a chi l’ha persa o non l’ha mai avuta. […]

Su mangialibri le recensioni:

Antonio Tabucchi “Sostiene Pereira”

e anche la recensione ad altre opere dell’autore

Valentina Morelli “Un avanzo di troppi risvegli” presentazione e due recensioni

Recensione da:

Il mestiere di leggere di Pina Bertoli

e mangialibri

Un avanzo di troppi risvegli è il titolo del romanzo d’esordio di Valentina Morelli

Due storie parallele, di un uomo e di un bambino, due storie che finiscono per incontrarsi: l’ uomo, una vita contrassegnata da vent’anni di prigione, sostenuto da un obbligo: tornare in Sicilia perché lo ha promesso. Saro, un adolescente, fa consegne a domicilio per la macelleria del padre ma odia la carne di cavallo che lui macella e sogna un futuro diverso insieme ad Agata di cui è perdutamente innamorato. Due vite difficili, l’una che insegue un obiettivo, l’altra fatta di sogni e di fughe da un presente che attanaglia. La prima vita si muove da Milano, la seconda ha come sfondo Catania.

Dal catalogo di CasaSirio editore

Saro sogna di fuggire. Da Catania, da quelle catene che non lo fanno respirare, dal rischio di diventare come suo padre e suo fratello. Allora Saro studia, e immagina il futuro assieme ad Agata, quella ragazza di cui è follemente innamorato e che prima o poi lo noterà.

A Milano un uomo senza nome sale su un treno. Ha i vestiti stracciati, le scarpe sfondate e una piccola sacca con dentro tutta la sua vita. Deve tornare a casa. Anche se non ha soldi, anche se non ha certezze. Anche se gli ultimi vent’anni li ha passati in carcere. Perché ha fatto una promessa, e non esiste nulla di più importante.

Valentina Morelli è nata a Modena e cresciuta a Milano, vive a Genova da vent’anni dove lavora come project manager. Ha collaborato con la rivista letteraria Cadillac. “Un avanzo di troppi risvegli” è il suo primo romanzo.