Hans Tuzzi “La notte di là dai vetri” recensione di Salvina Pizzuoli

Il nuovo Tuzzi è un nuovo incontro con i tanti personaggi che lo costellano, così ben tratteggiati e caratterizzati che si riconoscono, amici ritrovati: i Dioscuri, Iurilli, il bel D’Aiuto, Santanicchia e ovviamente l’impeccabile Norberto con la sua pipa e le sue riflessioni,  la sua compagna Fiorenza e, sullo sfondo, la Milano degli anni ottanta. Un quadro d’insieme perfetto cui non manca il corollario di una miriade di figure minori ma non per questo meno incisive, come nel caso del vecchio, ne Il sangue dell’innocente, che si palesa a tratti e che alla fine sa intrigarci nelle sue tristi e amare riflessioni e citazioni di grandi autori.

Che dire, è sempre un piacere oltre ad essere una lettura in giallo: e il giallo c’è ed è sempre inaspettato l’esecutore del crimine efferato.

In quest’ultimo lavoro Tuzzi ci propone tre casi per Melis il cui  intuito di segugio risulta sempre vincente, anche quando si potrebbe trattare di “fantasie” raccontate da due piccole compagne di giochi, protagoniste di Un gatto alla finestra.

E seguiamo le inchieste attraverso descrizioni, simbologie di oggetti, fatti lontani, eppure quanto mai attuali ancora oggi, nel mondo ad esempio delle scommesse e degli ultras. E Tuzzi sa trasportarci indietro nel tempo dimostrandoci che spesso i ricordi del passato che sbiadiscono non ci danno la vera misura degli avvenimenti: non tutto è cambiato, né possiamo classificare l’oggi come peggiore, molti mali sociali erano già là, presenti e forse sottovalutati, come spesso avviene per quanto viviamo nell’abitudine della quotidianità.

E non per ultimo, ma solo in ordine di tempo, A lume di candela, la ciliegina sulla torta… con torri infestate da fantasmi e omicidi antichi. Tutto da leggere e niente da anticipare!

Tuzzi ci sorprende sempre e, come lettori, ci appaga con quel senso di stupefazione che accompagna la lettura dei suoi scritti.

Alessandra Necci “Caterina de’ Medici, un’italiana alla conquista della Francia”, recensione di Flavia Piccinni Il Tirreno culture 16 dicembre

Caterina de’ Medici, una fiorentina a Parigi
di Flavia Piccinni
Chi era Caterina de’ Medici? Quale storia segreta del suo tempo ha custodito e segretamente indicato? Sono queste alcune delle domande cui risponde nel corso del suo ultimo bel romanzo – che ha il rigore del saggio e la piacevole prosa della narrativa – la scrittrice Alessandra Necci che con “Caterina de’ Medici, un’italiana alla conquista della Francia”, appena uscito per la veneziana Marsilio (pp. 384, EUR 18) guida il lettore nella Firenze del Cinquecento per raccontare della figlia di Lorenzo, sposa di Enrico II e madre di tre monarchi di Francia, donna di straordinaria intelligenza politica e sociale, nonché dotata di grande talento relazionale. Orfana di entrambi i genitori, appena 14enne Caterina arriva a Marsiglia nel 1553 per andare in sposa a Enrico d’Orléans; ed è dal suo arrivo che si apre questa epica narrazione che tratteggia il profilo di una donna colta e guardinga, consapevole della crudeltà del mondo e degli intrighi di corte, instancabile analista dei benefici e dei rischi sottesi alla vita di corte. Paziente, intraprendente, silenziosa e severa, Caterina diventa, pagina dopo pagina, una donna capace di dominare il tempo e le pulsioni per un bene superiore, una donna che da “fiorentina” – come veniva apostrofata – riesce a gestire a suo piacimento la corte francese per oltre trent’anni e che attraverso la cultura e l’arte sa incantare gli alleati ma soprattutto i nemici. La lettura sarà certamente gradita non solo agli appassionati di romanzi storici, ma anche a chi cerca nel passato strumenti per decifrare la nostra oscura epoca. —

Marco Filoni “Inciampi. Storie di libri, parole e scaffali” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno Culture

La biblioteca di Marco Filoni, un piccolo mondo infinito
di Flavia Piccinni
La storia di un libro non è solo quella che racconta fra le sue pagine, ma anche – e soprattutto – quella che si nasconde dietro il suo lavoro, e che è fatta di incontri, ossessioni, appuntamenti mancati e mistero. La storia di una biblioteca, dunque, diviene una moltiplicazione esponenziale di vissuti, narrazioni, ambizioni e frustrazioni. A raccontare questo piccolo, infinito, mondo è Marco Filoni con “Inciampi” (pp. 72, EUR 13), pubblicato di recente dall’editore indipendente Italo Svevo. Filoni – nato a Fermo nel 1975, già dottore di ricerca in Storia della Filosofia e giornalista culturale, nonché autore e curatore di molteplici e rilevanti testi per prestigiosi editori, come Gallimard e Adelphi – guida il lettore in una biblioteca che, come notava Umberto Eco, è scoperta e come ripeteva Roland Barthes genera non poca frustrazione poiché «il libro desiderato non è mai dove lo si cerca». Molteplici, e spesso meravigliose, le storie raccontate – come quella di Henri Cinoc, reale e contemporaneamente invenzione di George Perec, indemoniato dai libri – o le citazioni più disparate. Da apprezzare, oltre il gusto per la raffinatezza dell’autore, la sua sincerità, che con un bonario sorriso mette a nudo la verità dello scrittore: quello «stare lì, seduto, prorogando le parole da scrivere per fare altro – di solito, altro di vanamente infruttuoso e gioiosamente futile. Fino a quando non si avvicina, ineluttabile e arcigna, la data di consegna: ecco allora che alla paura di scrivere qualcosa di brutto subentra la paura di non scrivere nulla». Un pensiero che potrebbe essere applicato a qualsiasi cosa – dal fare i compiti di scuola, al consegnare una relazione a lavoro – e che viene sublimata dalla straordinaria tendenza al procrastinare espressa nella nota massima di Mark Twain: «Non rimandare a domani ciò che puoi fare dopodomani». Come contraddire la straordinaria verità contenuta in quest’unica frase?

Salvina Pizzuoli “Il tempo smarrito. Memorie di un’ottuagenaria” con la recensione di Daniela Alibrandi

 

Esce solo in ebook questo racconto lungo di Salvina Pizzuoli dedicato ancora ad una donna che racconta un breve arco della propria vita; un percorso su base storica che si muove lungo  i ricordi della protagonista: la nascita nel 1929, la seconda guerra mondiale, la mafia, il viaggio nel dopo guerra, dalla Sicilia alla Toscana, verso Firenze .

In offerta lancio e natalizia a 0,99 centesimi. Su Amazon

e su Edida

Recensione di Daniela Alibrandi:

Un racconto delicato, dove si affacciano immagini a volte nitide, a volte sbiadite, i ricordi di una ottuagenaria, nata nell’ottobre del ‘29. L’autrice ha mosso passi rispettosi e delicati tra i preziosi ricordi di una donna, che si è trovata a vivere in uno dei periodi più significativi della nostra storia politica e sociale. Attraverso descrizioni toccanti e palpabili, scopriamo un’infanzia vissuta durante l’ascesa del Fascismo e un’adolescenza trascorsa nel dopoguerra. E come spesso accade nella mente degli anziani, alcune immagini restano scolpite e, anche se legate a ricordi lontani, sembrano in prospettiva molto vicine. È così che con uno stile fluido e originale, l’autrice passa con disinvoltura dal tempo passato al presente, come se le situazioni di allora fossero tuttora vive. L’infanzia descritta in maniera toccante nella grande casa e nella masseria, i giochi spensierati sull’aia. Intorno un mondo che si avvia alla distruzione della guerra, una Sicilia dilaniata dai bombardamenti e dalla mafia. La politica che entra prepotentemente nella famiglia. Il tutto intuito dalla sensibilità infantile, che diviene profonda consapevolezza nel momento in cui si deve lasciare il luogo in cui si è nati per non rivederlo mai più. E conoscere scenari diversi, sentiti come “stranieri”, in una Firenze che viene ammirata e amata profondamente. Un racconto che non lascia indifferenti e porta a capire quale sia la poesia che a volte cercano di raccontare gli sguardi umidi degli anziani. Ne raccomando la lettura.

Dalla quarta di copertina:

“C’è stato il tempo di vivere e dimenticare e c’è il tempo di rivivere; quale preferire e assecondare? Il dolore e la felicità sono gli stessi, la frustrazione e l’impotenza insopportabili” Questa la frase a premessa del racconto, costruito su base storica, con il quale la protagonista introduce una narrazione che accompagna le fasi essenziali della sua vita dalla nascita agli anni del dopoguerra che decide di ripercorrere nel giorno del suo ottantesimo compleanno, tra ricordi, avvenimenti, personaggi reali e di fantasia, in un viaggio dalla Sicilia attraverso la Puglia e poi in Toscana. Il tema ripropone il tempo di cui non abbiamo memoria, un tempo smarrito che cerchiamo a volte senza risultato: perché ci sfugge?

Come inizia:

Il tempo dentro di me, il tempo che non si vede
e ci impasta
Mercè Rodoreda La piazza del Diamante

Prologo

Oggi è il mio compleanno, compio ottant’anni.

Il fastello degli anni, no, non mi angustia; sono traguardi legati ad una convenzione; dentro mi hanno appena sfiorata. Sono sempre io, mi riconosco. Ora che c’è più passato che futuro nella mia storia, lo inseguo, lo ripercorro, lo riassaporo, mi fermo a ripassare la mia vita, ma non sono in grado di scorrerlo tutto; questo è il mio cruccio. Sfugge al controllo una lunga parentesi della quale mi restano inspiegabilmente pochi episodi; riemergono con impazienza e stento a riconoscerli come miei, quasi fossero invecchiati precocemente, prima di me. La mente ritorna sempre più spesso a quel tempo sperduto nelle pieghe della memoria, ma così palpabile; mi turba, con i pochi frammenti rimasti.

Perché?

Il futuro è ormai troppo breve, vicino alle conclusioni e incerto oppure i pezzi perduti sono davvero così rilevanti? Non so rispondere; ho vissuto buona parte della mia vita senza averne conservato un ricordo completo; sono riuscita a trattenerne pochi brandelli, sfilacciati e strappati in più punti. Sono spaventata e affascinata da questo tempo smarrito; preferirei impegnarmi a trascorrere intensamente l’ultimo lasso della storia che mi appartiene più che immaginarne il finale o rimpiangere o rammaricarmi delle stagioni perdute dal ricordo. Il richiamo del passato è forte e deciso; sento una strana ansia, forse paura, di non riuscire a mettere a fuoco neppure i pochi episodi che la mia mente ha conservato. Nessuno può illuminare gli spazi bui di questa ricerca, ma vorrei dare ordine ai pezzi che si presentano senza una precisa scansione temporale; posso provare a ricucirli senza pretese; capire perché riemergono quando meno me lo aspetto e perché mi angustiano tanto.

C’è stato il tempo di vivere e dimenticare e c’è il tempo di rivivere; quale preferire e assecondare? Il dolore o la felicità sono gli stessi, la frustrazione e l’impotenza insopportabili.

La grande casa

Della prima infanzia ho come tutti solo una piccola scorta di episodi, non sempre congruenti ed identici. La memoria me li riporta sconnessi e mi ci perdo dentro confondendoli tra le immagini di vecchie foto o tra brani di conversazione che mi pare di ricordare, tra gesti o sguardi di adulti, sfuggiti e carpiti dai piccoli; ma forse ricordi veri non sono, sono solo fotogrammi che la mia mente ha ottenuto cucendo ritagli di vissuto con i racconti di mia madre, non sempre disponibile a rinverdire il passato, o con le sue scarne risposte alle domande che insistentemente le rivolgevo. So con certezza di essere nata il 21 ottobre del 1929, di lunedì che, come ripeteva sempre mia madre, era una giornata fortunata perché al paese era giorno di fiera. Nei suoi racconti, snocciolati alla buona dietro mia insistenza, il parto assumeva i contorni di una favola lieta: tra una doglia e l’altra mangiava le mandorle sgusciate che teneva in tasca, incurante dell’affaccendarsi delle altre donne, quelle esperte di parti, quelle che avevano già partorito tanti figli.

Nacqui nella grande casa.

Non ero particolarmente graziosa né bella, ricordava mia madre, anzi, insisteva che per la mia magrezza aveva in un primo momento avuto l’impressione di aver partorito un coniglio, di quelli scuoiati che lei vedeva spesso penzolare inerti nella zona adibita al macello. Avevo anche una grande bocca che le donne curarono prontamente con delicati ma costanti sfregamenti di spicchi di limone, quelli nostrani e abbondanti nel giardino del nonno e naturalmente astringenti, come tutti ben sapevano già allora…

 

dello stesso autore su tuttatoscanalibri e sul sito di EDIDA.net:

in ebook 

Salvina Pizzuoli, Corti e… fantastici, Edida 2016

Salvina Pizzuoli – Quattro donne e una cucina, Edida 2014

in cartaceo e in ebook:

Salvina Pizzuoli “La valle dell’Arno tra storia e geografia”

Salvina Pizzuoli “Nell’altro giardino”, in cartaceo 2019

Alessandro Ferrini e Salvina Pizzuoli, Odessa: l’ora della fuga, Edida 2015

Alessandro Ferrini  e Salvina Pizzuoli ODESSA Caccia in Argentina 2018

Alessandro Ferrini  e Salvina Pizzuoli “La val di Merse. Luoghi e paesaggi”

A. Ferrini S.Pizzuoli “Fatti e Fattacci al tempo di Firenze capitale”

A Natale leggi con EDIDA

 

piccolo prezzo, grandi letture!

Qui il nostro catalogo e il Progetto editoriale

Qui la nostra pagina Facebook

Qualche assaggio:

Verne “La sfinge dei ghiacci”

Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekill e mister Hyde” illustrato con i disegni di Mauro Moretti

Stevenson “Il diavolo nella bottiglia” con testo originale a fronte e le illustrazioni di Elena Salucco

 thriller di successo:

Ferrini Pizzuoli “Odessa. L’ora della fuga”

o il sequel “Odessa. Caccia in Argentina”

gialli, fantasy, mistero 

Maria Castellett “Delitti”

Ferrini “Il complesso di Arkhàn”

ma anche storici e di viaggio

Alessandro Cosi “L’oro di Tolosa”

Salvina Pizzuoli “La valle dell’Arno tra storia e geografia”

Ferrini Pizzuoli “La val di Merse. Luoghi e paesaggi”

per i più piccini

Stefano Angelo “Theo e il drago artiglio rosso”


E tanti altri… Li trovate tutti presentati nel catalogo del sito di Edida 

 

Matthew Sturgis “Oscar. La vita di Oscar Wilde” recensione di Michele Mari da La Repubblica Cultura

La verità, vi prego su Oscar Wilde

Esce quella che in Gran Bretagna è considerata la biografia definitiva dello scrittore Ma si può realmente ricostruire l’esistenza di chi viveva come su un palcoscenico?

di Michele Mari

La vita di Oscar Wilde sembra fatta apposta per mettere in difficoltà un biografo (un biografo, intendo, animato da uno zelo positivo di stampo settecentesco e impermeabile alle suggestioni della “vita romanzata”), visto che non c’è aspetto, nei gesti, nella condotta, nelle affermazioni di questo straordinario poseur che non sia programmaticamente (e però anche naturalmente, congenialmente) improntato alla mistificazione. Wilde cambiava nome e soprannome così come si cambiava d’abito, si fece eleggere abbastanza presto come arbiter elegantiarum quando non faceva che satireggiare ogni tipo di moda, si acconciava da greco e da italiano, da barbaro e da orientale; e naturalmente da uomo e da donna. Aveva rapporti con ogni genere di persona, transitivamente: frequentava le regge e i salotti ma anche gli angiporti, impostava le proprie relazioni su un piano ora di raffinatezza intellettuale ora di immediatezza fisica, è passato alla storia come maestro di aforismi senza aver mai pubblicato una raccolta di aforismi, ha pubblicato molto ma ha sempre alimentato l’idea che la sua vera opera fosse nella chiacchiera o nella vita stessa, o ancor meglio nei pettegolezzi degli altri su di lui. Ecco, fosse stato il personaggio di un libro di Mark Twain quel libro si intitolerebbe L’uomo che diventò un pettegolezzo, l’uomo che a differenza di Dreyfus non ebbe bisogno di essere processato per essere “un caso” perché lo era già prima e lo rimase sempre, agli occhi dei genitori (a lungo la madre non si capacitò di non avere avuto una femmina), dei compagni e dei maestri, agli occhi della moglie, che scoprì molto presto di essere poco più di una copertura, e di questo o quell’amante, puntualmente manipolato mentre lui, Wilde, recitava alla perfezione la parte del manipolato.

Il rapporto con Alfred Douglas (il destinatario del De profundis) è paradigmatico, tanto che in virtù della ridda di accuse reciproche fra i due protagonisti è diventato il terreno sul quale storici e biografi più si sono dati battaglia, declinandolo ogni volta in modo diverso. Navigando spettacolarmente sulle proprie opere come un surfista sulle onde, Wilde disegnava traiettorie effimere che lo consegnavano all’opinione pubblica e suscitavano reazioni elementari ed estreme: stratificate nel tempo, queste reazioni rendono conto della fondamentale acriticità della bibliografia critica wildiana, tutta sbilanciata sul versante biografico e aneddotico. Le biografie wildiane, paragonabili per quantità e per divergenze solo alle biografie di Lewis Carroll, sono caratterizzate da un forte tasso di competitività: ognuna vuole fare giustizia dei pettegolezzi (appunto) cui le precedenti avrebbero indulto; ognuna vuol essere “definitiva” e, in termini di serietà, la “prima”. Così, per limitarci a qualche nome, a Pearson è succeduto Julian, a Julian Croft-Cooke, a Croft-Cooke Montgomery Hyde, a Montgomery Hyde Hellmann, che avendo vinto il Pulitzer per la miglior biografia sembrava aver messo una grossa pietra sulla questione. E invece ora, a trent’anni di distanza, esce un testo di oltre mille pagine salutato dal Guardian come “la biografia ultimativa”. Lo ha scritto Matthew Sturgis (tradotto da Utet in Italia), che nella prefazione, chiedendo retoricamente se una nuova biografia fosse davvero necessaria, risponde di sì soprattutto in virtù dei documenti venuti alla luce negli ultimi decenni: carte processuali, articoli di giornali, minute, e soprattutto lettere, moltissime lettere. Forte di tanta filologia, Sturgis non esita a svalutare la storiografia precedente per il suo estetismo e per la mancanza di profilassi nel tenere separata la biografia dalla critica: Hellmann, per esempio, si sarebbe comportato «più da critico letterario che da storico», fornendo «un’analisi della vita quasi esclusivamente attraverso il prisma delle opere». Per Borges ogni scrittore è doppio: c’è quello che vive perché l’altro scriva, e c’è quello che scrive ma non vive di vita propria. Come se rispettasse alla lettera questa scissione metaforica, Sturgis si occupa solo del Wilde che vive, e in questo il suo libro si colloca effettivamente ad una soglia inarrivata; il rischio però, non sempre evitato, è che trattati come “dati” i fatti siano appiattiti in un’unica prospettiva documentaria: una lettera d’amore sullo stesso piano di una richiesta di denaro, lo scontrino di un lavanderia sullo stesso piano dell’abbozzo di una poesia. Sotto questo aspetto Sturgis ha lavorato “contro” Wilde, che per tutta la vita ripeté di aver messo molta più arte nella sua vita che nelle sue opere. Per contro, Wilde sembra essersi già vendicato, perché la sua azione mistificatrice non si è esaurita il 30 novembre 1900, giorno della sua morte; al contrario, come ammette con un filo di sgomento lo stesso Sturgis, «nella sua esistenza postuma ha indossato tante maschere quante ne sfoggiò in vita, e con il medesimo brio. È stato un ribelle della controcultura, un martire gay, una vittima dell’oppressione coloniale britannica, un proto-modernista, un precursore del cool, e la lista non si esaurisce certo qui».

Come avrebbe accolto, Wilde, queste mille pagine? Lui, che sceglieva le medicine in base al colore delle pastiglie e che non riuscì mai a vivere senza vedersi vivere? Probabilmente con l’aria monellesca di chi fingendosi pentito di una gaffe dice: «Oddio, l’ho fatta grossa!». Poi però avrebbe aggiunto le parole che anche Sturgis pone a epigrafe del capitolo sul carcere: «Non chiedetemi di parlarne, per favore».