Marco Plebani “Decimo Dan”, presentazione

Edizioni La Gru

La silloge raccoglie le liriche composte in quasi due decenni, dal 1999 al 2021. Si compone di tre sezioni: antimeridiano/Pomeriggio e sera/Notte

Il titolo fa riferimento metaforico al massimo grado delle arti marziali inteso come quel più alto livello di consapevolezza che la poesia fa raggiungere. C’è molto ritmo in Decimo Dan, molta musica, molta creatività. Quello di Plebani è uno stile decisamente anticonvenzionale, tagliente e profondo (da La Gru Edizioni).

Spigolando, alcuni stralci dalle tre sezioni:

Prisma

Esplodono colore e rumore

dei tuoi occhi.

Sotto qualsiasi sole,

dentro qualsiasi notte,

dietro qualsiasi lacrima.

CRONO

Colleziono ricordi per il futuro

IL MARE

Il mare ha bisogno,

il mare non è mai lo stesso,

il mare ha un sogno

custodito nel volteggio delle acque antiche.

Ma una volta,

una volta soltanto,

la mia lacrima ha contenuto il sale degli interi oceani

DESERTO

I venti

invano

cancellano

le orme

che imprimi

sulla mia anima

trasmigrante

verso la linea

di un orizzonte morbido

Brevi note biografiche

Marco Plebani (Jesi, 1978) è un insegnante di Lettere. Ha pubblicato il libro Un giorno qualsiasi (OTMA, 2011).

Assunta Orlando “Un posto per me”, NeP Editore

“Un posto per me”, un romanzo breve ispirato a una storia vera.
Un amore interrotto da un beffardo destino stravolge la vita della giovane Mariangela, svelando un filo doppio che non si è mai spezzato.
La protagonista si trova così al centro di una storia fatta di abbandoni, di rivelazioni, di dolori e, per quanto tenti di sopprimere e inibire i propri desideri, dovrà scegliere di agire.
Dovrà fare i conti con un passato drammatico, un presente costruito sull’inganno e un futuro sorprendente capace di rivelarle finalmente la strada indicata dal suo cuore.
Quello di Mariangela è un viaggio alla scoperta della sua identità e all’autodeterminazione del proprio destino.
Il luogo di pace e autenticità che la protagonista ricerca al di fuori di sé la condurrà nella parte più profonda della propria coscienza, luogo segreto dove dovrà affrontare i ricordi, i rimpianti, le paure e i sensi di colpa.
La speranza si trasformerà spesso in illusione, lasciando posto all’esplorazione della purezza di un amore, contro cui la vita sembra cospirare.
Nella storia, ispirata alla tradizione del romanzo psicologico, il lettore scopre i tratti distintivi, semplici ed essenziali, che identificano i personaggi e si abbandona facilmente all’intreccio delle loro esistenze.
La scrittura di Assunta Orlando perlustra, con rara perizia molecolare, il paesaggio dell’anima e ci consegna i fili dell’esistenza, in modo che ciascuno possa rintracciarvi traiettorie condivise

Assunta Orlando è nata a Porto Alegre (Brasile). Psicologa, vive con la sua famiglia a Villammare, in provincia di Salerno. Si definisce una scrittrice per caso. Il suo esordio avviene con NeP edizioni nel 2013 con il romanzo “Batti un colpo”.
La fortunata collaborazione con la casa editrice ha portato negli anni ad altre opere di successo, come “Ci penserò domani” (2014). “Sarà per te” (2015) e “Il viaggio” (2016) sono stati finalisti del “Premio Letterario Nazionale Bukowski”.
Seguono inoltre “Che Dio ti benedica” (2021) e “ALESSAndrina” (2022).

I libri di Assunta Orlando

Gerlando Fabio Sorrentino “La benda al cuore”, presentazione

PAV Edizioni

È il racconto, romanzato, degli ultimi tre giorni di vita e della misteriosa morte di un personaggio realmente esistito, il Maresciallo Ugo Cavallero (1880-1943), capo di stato maggiore generale delle Forze Armate Italiane durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1943), trovato morto la mattina del 14 settembre 1943 nel giardino di un albergo di Frascati (RM), con un colpo di pistola alla testa.
A prima vista un suicidio, salvo il piccolo particolare che Cavallero era notoriamente mancino mentre il colpo mortale era penetrato dal lato destro del cranio.
Gli storici dibattono ancora se si sia suicidato, se sia stato ucciso dai tedeschi dopo avere rifiutato la proposta germanica di porsi a capo del ricostituendo esercito fascista nel nord Italia, alleato dei nazisti, o se sia stato ucciso dai fascisti per vendetta a seguito di un presunto tradimento nei confronti di Mussolini.

dalla sinossi da PAV Edizioni

L’autore ci conduce attraverso gli ultimi tre giorni di vita del generale, raccontando gli eventi che portarono alla sua tragica scomparsa, avvenuta nel settembre del 1943: si trattò di un suicidio oppure di un omicidio ordito dai tedeschi o dai fascisti? La morte di Cavallero è solo uno dei tanti elementi che compongono questo romanzo. Vi è presente anche una drammatica e dettagliata ricostruzione delle convulse giornate che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943. Una pagina della storia italiana caratterizzata da una grande confusione, dalle atrocità e deportazioni perpetrate dai tedeschi e dalle devastazioni causate dalle Forze Alleate.

e anche

Brevi note biografiche

Originario di Agrigento ma abruzzese d’adozione, Gerlando Fabio Sorrentino ha consolidato la sua presenza nel panorama letterario italiano con una carriera variegata che spazia dal romanzo alla poesia, ricevendo significativi riconoscimenti, tra cui una segnalazione sul Venerdì di Repubblica da parte del giornalista Corrado Augias, distinguendosi per la sua capacità di unire la meticolosità della ricerca storica alla profondità dell’analisi psicologica. Sorrentino continua il suo percorso di esplorazione dei meandri più oscuri della storia italiana, offrendo un’opera matura e articolata e trovando in “La Benda al Cuore” uno dei suoi apici espressivi.

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Le ultime voci

Resa von Schirnhofer “Sull’uomo Nietzsche”, presentazione

Un testo importantissimo nella bibliografia e nella biografia nietzschiana, ma anche una lettura godibile per chi sia semplicemente curioso di conoscere aspetti inediti e personali di uno dei più importanti e carismatici filosofi del secolo scorso. ” (da La Feltrinelli)

Per la prima volta in italiano curata e tradotta da Susanna Mati, una biografia del filosofo incontrato, vissuto e visto dalla protagonista femminile durante un soggiorno a Nizza e a Sils-Maria  nel 1884, 14 giorni sereni da cui derivarono queste annotazioni datate 1937, quando lei era ormai 82enne: l’austriaca Resa Von Schirnhofer, un’anziana signora che decide di rendere aperti i suoi ricordi di giovane donna che conobbe e frequentò il filosofo quando aveva quarant’anni. Un incontro e uno scambio epistolare al suo seguito da cui derivano ricordi attenti ed equilibrati ma anche aneddoti e passaggi interessanti a documentare lo sviluppo del pensiero nietzschiano.

Pagine diverse sull’uomo Nietzsche perché, sebbene lei fosse una giovane studentessa in filosofia, il loro era stato un rapporto non tra docente e discente, ma tra un uomo e una donna che sanno condividere momenti di tranquilla serenità, parlando, ridendo, discutendo su libri e autori letti, ascoltando dell’ultima opera, Zarathustra, che in quel periodo Nietzsche aveva realizzato: momenti riposanti, gradevoli che solo l’amicizia sa regalare.

Le pagine di tuttatoscanalibri più lette nel mese di settembre 2023

Kanako Nishi “La salita verso casa”

Francesco Savio “Felice chi è diverso”

E.Lee Masters “Antologia di Spoon River

Luca Doninelli “Nero fiorentino”

Carmelo Sardo “Dove non batte il sole”

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Alberto Riva “Ultima estate a Roccamare”

Alice Winn “In Memoriam”

Giovanni Nucci “Gli dei alle sei”

Alessia Gazzola “Una piccola formalità”

Ken Follett “Le armi della luce”, presentazione

La libertà si conquista con fatica e si perde con facilità. Trasformare questa verità in narrativa è stato il lavoro della mia vita (da Ken Follett in tuttolibri 23 settembre 2023)

Traduzione di Annamaria Raffo

Titolo originale The Armour of Light, l’armatura di luce, quinto capitolo che chiude la saga di Kingsbridge e si ambienta  tra il 1792 e il 1824, agli albori della Rivoluzione industriale sullo sfondo delle guerre napoleoniche.

“Questa è solo una delle storie che ho trovato nei movimenti per la libertà. Ho scritto della lotta per la libertà di religione nella Colonna di fuoco, per il voto alle donne nella Caduta dei giganti, per i diritti civili nei Giorni dell’eternità. Il mio ultimo libro, Le armi della luce, che verrà pubblicato a settembre, parla della lotta dei lavoratori degli opifici tessili per il diritto a riunirsi in sindacati.”

Così l’autore nella presentazione del suo ultimo lavoro ma aggiunge una serie di riflessioni interessanti: si chiede quale sia il ruolo della narrativa che racconta il passato che qualifica come “innanzitutto educativo” in quanto avvicina la storia al lettore avendo meno vincoli dello storico in quanto legato ai fatti e al quale sono quindi precluse le congetture sulle quali al contrario costruisce il narratore: “la narrativa non può sostituirsi alla storia degli accademici ma, paradossalmente, può renderla più reale. E più divertente” e aggiunge “I miei libri sostengono la causa della libertà romanzando le vite delle persone che la perseguono”

Che in effetti i romanzi di Follett siano stati chiarificatori di molti passaggi storici difficili indicati è indubbio: lo stesso autore fa riferimento a quanto accaduto con I pilastri della Terra, sottolineando che se “I libri di storia si vendono a migliaia, i romanzi storici a milioni. Ventisette milioni di persone hanno acquistato il mio romanzo I pilastri della terra e hanno appreso come furono costruite le grandi cattedrali medievali e perché”.

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I pilastri della Terra

Fu sera e fu mattina

Emanuele Trevi “La casa del mago”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Ponte alle Grazie Edizioni

Un romanzo in cui si racconta del rapporto genitori figli e più in particolare di padre e figlio; in questo di Trevi il padre, noto psicoanalista, viene presentato come un enigma, inconoscibile e sconosciuto ma accettato come tale: in una recente intervista infatti l’autore sottolinea come egli accolga “che ci sia una parte inconoscibile di lui” non solo perché spesso chiuso in quello che viene definito il “retrobottega” ovvero quel suo rifugiarsi interiore che segna un’evasione dal mondo esterno e dagli altri:

“aveva l’abitudine di andarsene nel bel mezzo di qualsiasi cosa e chi si è visto si è visto (“rimane l’involucro ma lui chissà dov’è”): difficile prevedere per quanto sarebbe stato via. […]Lui sembrava viverci in pianta abbastanza stabile nell’arrière boutique. Nel senso che poteva essere adorabile, ma la sua condizione naturale o meglio l’istinto primario, era quello del rintanato, del disertore dal consorzio umano”.

E altrove precisa

“Ma io lo amavo, e per me amare significa accettare l’enigma di una persona in quanto tale, non sono venuto al mondo per sciogliere nodi o scovare tesori”.

E poi c’è il rapporto con la casa, quella che era stata l’abitazione studio del padre, invendibile alla sua morte:

“Vendere casa di mio padre, la casa che aveva lasciato in eredità a me e a mia sorella, con tanto di breve lettera da aprirsi in caso di morte, così si leggeva sulla busta lasciata in bella vista su una mensola della libreria (come se la morte, tutto considerato, fosse un «caso» che poteva benissimo non verificarsi), vendere casa di mio padre si rivelò più difficile di quello che avevamo previsto” al punto che decide di andare ad abitarci e farne la propria casa.

E il racconto si apre alle scoperte ai ritrovamenti, il museo del padre, a quegli oggetti che potrebbero svelare l’uomo. E il raccontato si estende ai nuovi rapporti che vi si aprono: la visitatrice, una presenza notturna che si aggira tra le stanze lasciando segni del suo passaggio, la  Degenerata come aveva ribattezzato Rocio, “una donnetta peruviana, alta meno di un metro e sessanta,[…] incontrata per caso che lavorava a ore, facendo le pulizie nelle case dei dintorni”, la Gatta Morta amica e cugina della Degenerata, ma anche oggetti come i sassi che il padre lucidava con perizia fino a sviscerarne il colore e la sostanza, e il volume di Jung completamente pieno ai margini di annotazioni, e la scrivania e la sedia su cui sedeva il padre durante le analisi,  quasi simulacri; eppure “prevaleva la sensazione di non essere mai veramente solo: come se in quella casa il presente convivesse con il passato, o magari con il futuro, generando delle continue sovrapposizioni”

Un mondo nella casa del mago, e non poteva essere altrimenti e una conclusione, che nel testo non è tale ma chiarifica:

“Rimane da dire che quando sfoglio la copia ingiallita e squinternata del venerabile Libro dei mutamenti (lo tengo sempre dove l’ho trovato, sul ripiano della scrivania, accanto al telefono), cerco lo stesso esagramma, il sessantunesimo della serie: Ciung Fu, La veracità intrinseca.[…] Più di ogni foto e di ogni ricordo mio o di chi l’ha conosciuto, questa combinazione di linee mi appare il più fedele ritratto di quell’uomo meraviglioso e misterioso che è stato mio padre”.

Una precisazione sull’immagine di copertina, nell’intervista di Francesca Pellas su la Lettura del 9 settembre 2023, Trevi la rivela: un argento di Giosetta Fioroni le cui creazioni sono molto apprezzate e che il padre, dotato di un particolare genio per l’arte oltre ad essere un disegnatore, aveva intuito sin da quando l’artista lo dipingeva.

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I cani del nulla. Una storia vera

Due vite

Guillermo Busutil “Papiroflessia. Di libri e letture”, Graphe.it

Postille di Antonio Castronuovo e Massimo Gatta

Brevissime meditazioni tutte dedicate alla lettura e all’amore per la parola scritta.

«In piena luce,

all’aria aperta, non temere:

apri un libro»

Graphe.it

La “papiroflessia” è l’arte di piegare la carta per ottenerne forme tridimensionali. Non c’è titolo più adatto di quello scelto da Guillermo Busutil per descrivere il contenuto, altrimenti difficile da etichettare, di questo volumetto. Fra le pagine abitano brevissime meditazioni tutte dedicate alla lettura e all’amore per la parola scritta; non veri e propri aforismi, non versi poetici, forse le due cose insieme. O forse, invece, più che di frasi si tratta in qualche modo di oggetti, che hanno una funzione in sé ma che flessi, ripiegati su loro stessi più e più volte, restituiscono all’occhio di chi legge una realtà concreta, sfaccettata, le cui tre (o più?) dimensioni stimolano l’intelletto a cercare nuove prospettive.

Amici lettori – o, forse, meglio “amici”, senza “lettori” – se avete deciso per qualche arcano motivo, per scelta o per vocazione, vendetta o altro, di non leggere più libri, di non leggere affatto o di non possedere alcun libro, allora tenetevi ben lontani da questa biblioraccolta di Guillermo Busutil. Perché? Beh, perché questo non è un libro, così come la pipa di Magritte non è una pipa. Ma come? direte. Come è possibile che questo libro di Busutil, fatto di carta, caratteri, copertina, aforismi (li ho contati, sono 737), inchiostro e prezzo di copertina non sia un libro? Come dovrebbe essere allora un libro? Avete ragione. Infatti questo libro di Guillermo Busutil è un libro e nello stesso tempo non lo è. Le cose si complicano perché, alla fine e forse da sempre, la lettura è difficile, così come la bellezza di cui parlava il poeta americano Ezra Pound. (dalla postfazione di Massimo Gatta)

Impossibile scorrere queste pagine con la consueta strategia di lettura, quando ci ritagliamo un tempo di pace interiore, apriamo un libro con l’intento di leggere almeno dieci facciate e ci accovacciamo in poltrona; oppure ci incamminiamo con passo distratto, quello gravato – per intenderci – dal rischio d’inciampo in sporgente radice. Impossibile agire così, e per una semplice ragione: l’opera è formata da circa ottocento libri, quante sono le tarsie che compongono questo mosaico di prose brevi, anzi brevissime. Ogni tessera attira lo sguardo, ogni frammento si staglia sulla pagina a disdegno dei circostanti. Ognuno degli ottocento libri esercita il peso specifico di più pagine: reclama quiete, pretende una pigra sosta di raccoglimento. (dalla postfazione di Antonio Castronuovo)

Opinionista e critico letterario per La Opinión de Málaga, GUILLERMO BUSUTIL scrive anche per La Vanguardia in qualità di critico d’arte, per il quotidiano El País e per Crónica Global. Presente in varie antologie, è autore di numerosi libri, come anche di cataloghi di mostre. Nel 2021 ha ricevuto il Premio nazionale di giornalismo culturale da parte del Ministero della cultura spagnolo.

Cristina Annino “L’udito cronico”, Graphe.it

Ne L’udito cronico, il canto della compianta autrice toscana si contraddistingue per la sua forza impersonale, eversiva, tinta di un sarcasmo pungente, mai banale.

Paura della solitudine

……… Così
stiamo. Ma a volte
il cane ha gesti indifferenti,
passa con la sua
morte, e non siede.

Questa agile ma sorprendente raccolta di Cristina Annino comparve nella collettanea Nuovi poeti italiani 3 a cura di Walter Siti nel 1984. Mai apparsa di seguito in un volume a sé stante, viene qui riproposta nella sua versione originale. Anche in quest’opera, intitolata L’udito cronico, il canto della compianta autrice toscana si contraddistingue per la sua forza impersonale, eversiva, tinta di un sarcasmo pungente, mai banale. Nella lunga e originale traiettoria compiuta, Annino è difatti sempre rimasta fedele al proprio “fare poesia”, in senso per davvero materico, e in questa silloge ancora una volta la sua scrittura si fonda su una commistione di interessi sia visivi (fu anche originale pittrice) che lirico-musicali, divenendo così un preciso cesello meta-realistico, un patchwork del linguaggio in continua tensione. Si può dunque parlare di poesia pseudo-dadaista, come anche di poesia civile, di un civile però votato al suono, dove il tono affabulatorio e la messa in scena di un irriverente teatrino ritmico-verbale danno vita a una poesia di elementi che giocano in maniera quasi distopica sul tavolo dell’esistenza, in cui l’io (spesso declinato provocatoriamente al maschile) è un automa perennemente in bilico tra evoluzione e disfacimento. Un canto elettrico che sorprende per la sua luminosità prosodica coinvolgendo direttamente il lettore nell’attenzione del mondo tramite l’enunciazione dell’avvenimento, che non è mai qui mera meta-cronaca, bensì concatenazione di possibili realtà, configurazione astrale e terrestre di significato e mistero.

Cristina Annino (pseudonimo di Cristina Fratini, 1941-2022), è stata scrittrice e poetessa. Dopo gli studi in Lettere Moderne a Firenze dove si laureò con una tesi sulle prose di César Vallejo ha frequentato, sempre a Firenze, il Caffè Paszkowski dove entrò in contatto con il Gruppo ’70, fondato nel 1963 da Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti. Esordì nel 1969, pubblicando, con le edizioni Téchne, Non me lo dire, non posso crederci. Nel 1989 si trasferì a Roma e iniziò a dipingere, tenendo mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Tra le altre sue raccolte poetiche si segnalano Ritratto di un amico paziente (Gabrieli, 1977), Il cane dei miracoli (Bastogi, 1980), Madrid (Corpo 10, 1987 – ex aequo Premio Pozzale Luigi Russo; poi Stampa 2009, 2017), Casa d’aquila (Levante, 2008), Magnificat (Puntoacapo, 2010 –  premio Lorenzo Montano), Chanson turca (LietoColle, 2012), Anatomie in fuga (Donzelli, 2016), Le perle di Loch Ness (Arcipelago Itaca, 2019) e il postumo Avatar (Avagliano, 2022). È stata anche autrice di due romanzi: Boiter (Forum/Quinta generazione, 1979) e Connivenza amorosa (Greco&Greco, 2017).

A questo link approfondimenti sull’autrice su Graphe.it

Fiorenzo De Vita “Oltre la strada. Filosofia di viaggio”, Mursia

Mursia Editore

«Così si va, annusando un profumo d’aria nuova, come seguendo un presagio, un istinto. Si va sentendosi perduti nel mondo e allo stesso tempo, segretamente, salvi. Così comincia un viaggio trasformativo, accorgendosi di essere già in viaggio.»

In un’epoca caratterizzata da una crisi profonda di certezze e riferimenti, la ricerca del proprio posto nel mondo da parte dell’uomo contemporaneo diventa sempre di più ricerca di senso; una ricerca soggettiva che impone un percorso di trasformazione e cambio radicale di prospettive, un nuovo modo di «sentirsi» nel mondo. Il tema del viaggio è quello che descrive meglio questa condizione esistenziale, affrontata in Oltre la strada (il nuovo Tracce pag. 238, euro 18,00 Mursia) a partire da un viaggio a piedi realmente compiuto dall’autore.

Oltre la strada non è un saggio filosofico «classico» ma una testimonianza e, insieme, l’invito a una «pratica filosofica». Non intende affermare verità assolute ma incoraggiare a intraprendere un viaggio che, più che il mero spostamento da un luogo a un altro, è un vero e proprio percorso trasformativo: un andare oltre i luoghi conosciuti, oltre la strada già tracciata o immaginata. Esorta a riscoprire la propria vita come un cammino.

«Le considerazioni racchiuse in questo scritto nascono da un viaggio a piedi che ho fatto davvero, le cui tracce raccolsi in un diario che scrivevo quotidianamente alla fine di ogni giorno di cammino. Quel che leggerete in questo libro, dunque, è un distillato di quelle pagine che in fondo erano null’altro che l’impronta fisica, carnale, incarnata del mio essere in movimento, in vita, in cammino; ne segue il tragitto, le esperienze, gli incontri, i mutamenti. Le tappe attraverso cui procedo nell’esposizione – essere polvere, diventare corpo, diventare mondo, diventare casa, essere nessuno – ricalcano esattamente il percorso di quel che ho vissuto attraverso il viaggio, perciò l’intenzione di queste pagine non è quella di un mero esercizio retorico o stilistico, ma di consegnare a chi le leggerà una testimonianza. […] Fu un viaggio che iniziò con una condizione di crisi interiore, e da tale ventre nasce questo scritto. Perciò mi auguro che sappia invitarvi alla coscienza vera, quella che si fa – e non che si legge – tra le pieghe di un’esistenza vissuta. In tal senso, mi auguro che questo sia un racconto autenticamente filosofico. Troppo, ancora, io credo, siamo vittime di un’idea di sapere legato all’accumulazione quantitativa di nozioni che si risolve in ultima analisi a una sterile celebrazione del già dato, già noto, già digerito; un’idea di sapere che si risolve tutto nella mente e in cui, purtroppo, la stessa idea di filosofia ha smarrito il senso. […] La filosofia è una cosa che si fa, non che si dice. Fare filosofia è diventare consapevoli dell’esistenza, e questo è qualcosa che non può che cominciare da se stessi, dalla propria esistenza, che certamente non è fatta solo di mente (la quale ne è, anzi, una parte piuttosto marginale). La filosofia è la saggezza di vita che si radica nella nostra vita e che, per questo, ci aiuta a meglio viverla.»(Dalla premessa dell’autore)

Fiorenzo De Vita, nato a Monza nel 1977, si trasferisce a 13 anni nel Cilento, terra di origine. Laureatosi in Filosofia, viaggia e risiede in diversi luoghi del Nord Italia dove incontra il mondo educativo, le pratiche filosofiche e le cure orientali. Attualmente risiede in provincia di Como, dove si occupa di crescita personale, educazione e scrittura.