Filippo Cerri “Di macchia e di morte. Ballata degli ultimi briganti”, presentazione

La storia del brigantaggio post-unitario ha sicuramente un fascino particolare tanto che i suoi personaggi, la loro vita e le loro avventure, di violenza e di sangue, facilmente sono diventate appannaggio di leggenda.

La Maremma annovera nella storia del periodo personaggi legati al fenomeno del brigantaggio come Domenico Tiburzi, sicuramente il più famoso esponente del brigantaggio in Maremma tra l’Ottocento ed il Novecento, che l’autore “Di macchia e di monte. Ballata degli ultimi briganti” conosce essendosi documentato, tra tradizione orale e saggistica, sulla sua figura e su altre storie e fatti realmente accaduti che hanno poi ispirato il romanzo stesso.

Una realtà storica che però viene narrata alla fine, quasi una ballata malinconica di personaggi realmente esistiti, sebbene coperti da nomi immaginari: Ettore Manfredi re dei boschi dei monti dell’Uccellina, Scannafosso il sanguinario, la Dama bella e misteriosa, Consolazione signora della malavita locale, protagonisti di un mondo dimenticato.

“Sono le storie dei luoghi d’Italia illuminati da una luce violenta e tetra, quella Maremma in cui si muovono i briganti: il biondo Bianciardi, il selvatico Manfredi, Tribunale di Grazia e Giustizia, e sopra di tutti, lo sfuggente Bastiani, modellato sulla falsariga del famoso Tiburzi, Re della Macchia, e numerosi altri figuri le cui storie originano dal vero ma finiscono nella leggenda”(da Effequ Edizioni)

e anche

Brevi note biografiche

Filippo Cerri (1991) è sceneggiatore e videomaker. Ha realizzato videoclip musicali, cortometraggi, documentari e ha contribuito alla realizzazione video dell’inchiesta vincitrice del Premio Morrione 2021. Suoi racconti sono pubblicati in riviste (come «In fuga dalla bocciofila») e antologie (come Albinia. 12 vie per raccontare una periferia, effequ 2017).

Marzia Sabella “Lo sputo”, presentazione

 […] E non si accontentò di rivelare nomi, trame e assassinii, ma volle riempire le aule dei processi di gesti teatrali e di sputi temerari, tra disprezzo e derisione, che denudavano i mafiosi dell’aura del potere… (dal Catalogo Sellerio)

Una storia vera, una storia del Novecento, una vicenda che si muove dagli anni Quaranta e accompagna Serafina, una donna siciliana senza paura e riverenza che ebbe il coraggio di denunciare l’associazione mafiosa di cui essa stessa aveva fatto parte, fino alla morte.

Il racconto si muove in avanti e indietro dopo la tragedia che colpisce i suoi affetti più importanti, il compagno e il figlio uccisi per una faida mafiosa, tra processi e sentenze in vari tribunali italiani e altri avvenimenti della sua vita. Un racconto che non è solo documentazione storica ma che, grazie all’abilità narrativa della scrittrice, diventa una vivida pagina letteraria:

“[…] E immergendosi in queste profondità di interpretazione, colmando le lacune con il verosimile letterario e l’immaginazione, l’autrice, Marzia Sabella, che da magistrato inquirente conosce bene le implicazioni del costume mafioso, scopre un personaggio perturbante”.(dal Catalogo Sellerio)

e anche


Brevi note biografiche

Marzia Sabella, magistrato siciliano, ha pubblicato Nostro onore (Einaudi, 2014)

Valeria Montaldi “Il filo di luce” presentazione

Ducato di Milano 1447. È Margherita la protagonista di una storia esemplare che ha inizio durante i festeggiamenti per la morte dell’ultimo detestato Visconti. Il lettore la seguirà fino al 1487 nella Milano degli Sforza. Margherita è un’orfana, allevata da Tebalda che la fa prostituire nonostante la giovane età, è povera, è analfabeta ma un grande coraggio e la voglia di non arrendersi la spingeranno a fuggire e la sua vita prenderà un nuovo corso: impara a leggere, scrivere e a lavorare la seta, fino a diventare maestra nell’arte di questa lavorazione e guidare una delle più importanti manifatture tessili di Milano. Un romanzo storico denso di figure femminili e realmente esistete e frutto dell’immaginario.

“Valeria Montaldi, maestra del genere, firma un romanzo storico sorprendentemente attuale, una storia di riscatto e solidarietà sul palcoscenico di una Milano sforzesca che non è mai sembrata così viva. Una città dove è possibile che anche la più umile delle popolane diventi padrona della propria vita”.( da Rizzoli Libri)

Brevi note biografiche

Valeria Montaldi ha esordito nel 2001 con Il mercante di lana, cui sono seguiti Il signore del falco, Il monaco inglese, entrambi finalisti al Premio Bancarella, Il manoscritto dell’imperatore, La ribelle e La prigioniera del silenzio, tutti disponibili in BUR, La randagia e Il pane del diavolo. I suoi romanzi sono stati pubblicati anche in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Grecia, Serbia, Ungheria, Brasile. Il suo sito è http://www.valeriamontaldi.it. (da Rizzoli Autori)

Un romanzo ispira un cammino

di Luisa Gianassi

Mentre salgo la mulattiera che conduce alla stazione fantasma di Fornello penso ai montanari che fino agli anni ’60 hanno percorso questi sentieri chiamandoli via dei romei, perché li percorrevano i pellegrini cristiani che nel medioevo andavano a Roma. Per questo “Il bambino del treno”, che doveva chiamarsi Anselmo, ebbe nome Romeo. Proprio la lettura del romanzo “Il bambino del treno” di Paolo Casadio ha ispirato la mia visita alla ex stazione ferroviaria di Fornello alle pendici di poggio degli Allocchi, sull’Appennino Toscano, ai confini con la Romagna. Troppo forte è stato il desiderio di visitare i luoghi dove i protagonisti del romanzo hanno vissuto tra il 1935 e il 1944 e dove è nato il piccolo Romeo. È un romanzo che parla d’infanzia, di amore, di amicizia, di solidarietà. La vita del capostazione Tini e della sua famiglia si intreccia con quella dei montanari e pastori della valle del Muccione, che nella loro vita semplice racchiudono tanta umanità e dignità. La grande storia, quella della seconda guerra mondiale, del fascismo e dell’antisemitismo, incrocia le storie di vita quotidiana degli abitanti di Fornello, di questo piccolo mondo di case disseminate tra montagne e mulattiere, che sembra protetto e immune da tutto quello che sta capitando, nello stesso periodo, nel resto d’Italia e del mondo. I personaggi del romanzo sono di fantasia, ma realistici nelle loro tipicità, sia fisiche che caratteriali e capaci di creare un grande legame empatico nel lettore che ha vissuto o conosciuto, attraverso racconti di genitori e nonni, il mondo agricolo fino agli anni 1960, scandito dal ritmo delle stagioni fatto di semine e raccolti.

Il cammino e la dismessa Stazione di Fornello

Reale è l’ambientazione del romanzo. Ne ho avuto consapevolezza quando, dopo aver salito con fatica le scoscese pietraie a strapiombo sulle profonde valli scavate dal torrente Muccione, ho avvistato oltre i ponti della ferrovia il rosa perlino, ormai stinto, della stazione ferroviaria di Fornello inaugurata nel 1893 e soppressa nel 1968. I fabbricati della stazione sono abbandonati, non hanno più porte e, con le dovute cautele, si può entrare. I muri sanno, conservano memorie, ma non possono parlare. A me invece questi muri parlano attraverso i personaggi del romanzo. Nella piccola stanza al primo piano dell’edifico un maestro insegna a 5 piccoli montanari, che fanno contemporaneamente ciascuno una classe diversa, mentre il piccolo Romeo, bambino di poche parole ma curioso e attento impara a stare “dalla parte giusta”, dalla parte dei perdenti e dei perseguitati. Nella sala d’aspetto della stazione mi sembra di vedere  persone ammassate per la sosta di una notte, prima di essere ricondotte, come bestiame, nei vagoni del convoglio diretto in Germania. Giovannino, il capostazione al quale “Quel cuore di gambero gli suggerisce giusti pensieri ma azioni prudenti “ non impedirà la partenza del treno ignaro che il figlio ha fatto la scelta giusta… I binari ci sono ancora e un treno passa, fischia e mi riporta alla realtà.

Il romanzo

La sinossi:

Il casellante Giovanni Tini è tra i vincitori del concorso da capostazione, dopo essersi finalmente iscritto al pnf. Un’adesione tardiva, provocata più dal desiderio di migliorare lo stipendio che di condividere ideali. Ma l’avanzamento ottenuto ha il sapore della beffa, come l’uomo comprende nell’istante in cui giunge alla stazione di Fornello, nel giugno 1935, insieme alla moglie incinta e a un cane d’incerta razza; perché attorno ai binari e all’edificio che sarà biglietteria e casa non c’è nulla. Mulattiere, montagne, torrenti, castagneti e rari edifici di arenaria sperduti in quella valle appenninica: questo è ciò che il destino ha in serbo per lui. Tre mesi più tardi, in quella stessa stazione, nasce Romeo, l’unico figlio di Giovanni e Lucia, e quel luogo che ai coniugi Tini pareva così sperduto e solitario si riempie di vita. Romeo cresce così, gli orari scanditi dai radi passaggi dei convogli, i ritmi immutabili delle stagioni, i giochi con il cane Pipito, l’antica lentezza di un paese che il mondo e le nuove leggi che lo governano sembrano aver dimenticato.
Una sera del dicembre 1943, però, tutto cambia, e la vita che Giovanni, Lucia e Romeo hanno conosciuto e amato viene spazzata via. Quando un convoglio diverso dagli altri cancella l’isolamento. Trasporta uomini, donne, bambini, ed è diretto in Germania. Per Giovanni è lo scontro con le scelte che ha fatto, forse con troppa leggerezza, le cui conseguenze non ha mai voluto guardare da vicino. Per Romeo è l’incontro con una realtà di cui non è in grado di concepire l’esistenza. Per entrambi, quell’unico treno tra i molti che hanno visto passare segnerà un punto di non ritorno (da Piemme Edizioni)

e anche

Brevi note biografiche dell’Autore

Paolo Casadio Nato a Ravenna nel 1955, figlio di una generazione cui i genitori non insegnavano il dialetto, s’interessa da anni alla lingua e ai racconti della sua terra. Esordisce come coautore con il romanzo Alan Sagrot (Il Maestrale, 2012). La quarta estate, ambientato a Marina di Ravenna nel 1943, è il suo primo romanzo come autore singolo.(da Piemme Edizioni, Autori)

Gerlando Fabio Sorrentino “Le ultime voci”, Porto Seguro Editore Firenze, presentazione

659 pagine, Porto Seguro Firenze, Collana “Fiamme di carta”.

Prezzo di copertina € 23,90

Il romanzo ha una chiara ispirazione storica. È il 390 d.C. e già si intravede il tramonto dell’Impero Romano d’Occidente. L’imperatore Teodosio è costretto a umiliarsi al cospetto del potente vescovo Ambrogio, a seguito della strage di Tessalonica: ormai il potere temporale della Chiesa è sempre più ingerente, nonostante ci siano molte reticenze, anche da parte di aristocratici, ad abbandonare gli antichi culti pagani.

Anche sul fronte politico l’Impero appare al capolinea. Eugenio, l’usurpatore, ha già radunato un esercito: lo scontro con Teodosio avverrà sul fiume Frigido.

Alla Storia si intrecciano poi le vicende di una misteriosa comunità, Eurotheis, che ai margini dell’impero lotta per salvare dall’oblio il sapere di un’intera civiltà.

Le ultime voci è il racconto dell’irreversibile crisi di un sistema politico e ideologico: la fine di un mondo.

Brevi note biografiche

Gerlando Fabio Sorrentino è nato ad Agrigento nel 1968 e vive attualmente a Pescara. Ha già pubblicato un romanzo, Luna Fritta (2009, Fermento) e una raccolta poetica, I sogni dei ciechi (2012, Rupe Mutevole).

HANS TUZZI INTERVISTA OTTAVIA NICCOLI autrice del giallo storico “Morte al filatoio” edito da Vallecchi Firenze, in libreria il 9 dicembre

IL LIBRO

La copertina è di Lisa Vassalle

“Un thriller che è un meraviglioso spaccato della Bologna di fine Cinquecento.”

Bologna, 9 novembre 1592: don Tomasso, che dirige l’ospizio di San Biagio, viene coinvolto mentre è al Tribunale del Torrone in una denuncia per diffamazione voluta da Violante, una donna che un libello anonimo accusa di aver avvelenato il marito. Il notaio Martini, inquirente amico del prete, gli chiede in via non ufficiale di prendere informazioni da don Lucio, il sacerdote che ha proceduto al funerale e che for se è stato anche l’amante della donna. Nel frattempo, don Tomasso apprende da due ragazzini rifugiatisi all’ospizio, Ettore e Gian Andrea, che il primo ha appena visto il cadavere di una giovane donna nei sotterranei del filatoio di tal Righi. Il corpo, gettato nel canale, verrà infatti ritrovato di lì a poco. La morta risulta essere una lavorante del Righi, Caterina Pancaldi, e l’esame autoptico dichiara che ha perso da poco la verginità. Partono quindi tre processi: quello per il libello, quello per avvelenamento del marito di Violante e quello per “la putta” trovata nel canale. Mentre si svolgono gli interrogatori, don Tomasso aiutato da Gian Andrea prosegue nella ricerca di ipotesi e indizi per incastrare l’omicida. (da Vallecchi Firenze)

e anche

Brevi note biografiche

Ottavia Niccoli, già docente alle Università di Bologna e Trento, è autrice di saggi su Rinascimento e Riforma editi da Einaudi e Laterza, noti e tradotti a livello internazionale. Questo è il suo esordio come romanziera (da Vallecchi Autore)

L’INTERVISTA di Hans Tuzzi a Ottavia Niccoli

Tu nasci come storica della Riforma e delle sue ripercussioni nella vita italiana del Cinquecento. Intrinseca di Carlo Ginzburg, attenta alla scuola delle Annales, ora esordisci nel genere giallo. Come mai?

Amo moltissimo leggere i polizieschi, che trovo emozionanti (almeno i  migliori), pieni di situazioni variegate, di colpi di scena, ricchi di tocchi ironici e di tracce di vita quotidiana (di nuovo: almeno i migliori), e che quindi non mi annoiano (quasi) mai. Trovo poi che sono anche confortanti, in quanto  di solito finiscono bene, nel senso che la giustizia trionfa e c’è una soluzione che è riconosciuta come VERA. Mentre questo nella vita accade di rado, perché il dubbio, l’incertezza, la delusione sono sempre presenti. Così anche in passato (qualche decennio fa) avevo iniziato un giallo che si svolgeva nel dipartimento in cui all’epoca insegnavo. Sia la vittima che l’assassino che l’investigatore erano miei colleghi, ai quali avevo lasciato nome e cognome reali. Anzi, partecipavo anch’io alla vicenda, ed ero io che trovavo il cadavere; ovviamente dopo i primi capitoli ho lasciato perdere. Ma ora che sono ormai da parecchi anni in pensione, e sento che la voglia di scrivere saggi scientifici declina decisamente, sono ritornata a quella vecchia passione e ho voluto provare. È stato molto emozionante.

Teatro della vicenda è una inedita Bologna negli ultimi anni del XVI secolo. Dico inedita perché ad esempio non sapevo che Bologna fosse allora una città di “vie d’acqua”. Ma perché hai scelto  Bologna?

Perché ci abito, e conosco abbastanza bene gli spazi, le strade, le forme di governo e l’economia della città tra Cinque e Seicento. All’epoca l’industria della seta dava da mangiare a mezza Bologna: erano attivi con vari compiti migliaia di uomini, ragazze e bambini, che lavoravano nei filatoi o in casa propria. E i filatoi utilizzavano grandi macchinari mossi per l’appunto da quelle vie d’acqua. Una di esse, anzi, il canale Fiaccalcollo, scorre tuttora sotto la cantina della casa in cui abito; quando da un buco nel muro l’ho visto correre tumultuosamente e ne ho sentito il rombo, ho deciso che doveva avere una parte importante nel racconto, e così è stato. Sapevo che nell’edificio  – che aveva allora una struttura assai diversa rispetto a quella attuale – era sito all’epoca l’ospizio di San Biagio, un ricovero per i pellegrini, e che all’angolo della strada c’era la spezieria di cui si serviva l’ospizio, e che ora, dopo più di quattro secoli, è la farmacia in cui vado a comprare le medicine. Mi è sembrato anche in questo caso, come tanti anni fa, di essere una testimone degli eventi che raccontavo. Potevo seguire passo passo i personaggi, uno per uno. Diciamo che potevo quasi vederli.

E perché il tuo investigatore è un prete?

Perché avevo deciso che la vicenda aveva il suo fulcro appunto nell’ospizio di San Biagio, e a dirigere un ospizio per i pellegrini poteva ben esserci un ecclesiastico (l’ho chiamato don Tomasso). E dato il contesto storico del 1592 in cui si svolge la storia, e quello dei precedenti decenni, che hanno visto forti tentativi di novità nel mondo della Chiesa e la loro sostanziale sconfitta, potevo facilmente dargli esperienze non lineari e una personalità complessa. Sono proprio alcuni momenti cruciali della sua storia di vita, e le situazioni che ne sono derivate, che gli consentono di arrivare alla soluzione del caso.

Non ha influito nemmeno in minima parte la suggestione di padre Brown, il mite investigatore creato da Chesterton?

No, per nulla, non ci ho affatto pensato (anche se in gioventù ho letto i racconti di Chesterton). Tra l’altro don Tomasso non è affatto mite. Si controlla molto, ma non sempre ci riesce del tutto. Secondo la concezione della medicina del tempo, ha certamente un temperamento sanguigno, e secondo me è anche un po’ collerico.

Chi ha letto i tuoi saggi ritrova qui, ma perfettamente amalgamati nella narrazione, senza nessuna pesantezza erudita, particolari curiosi del tempo. Ad esempio, i medici non toccavano i corpi, che venivano maneggiati da cerusici, cioè barbieri abilitati. Anche la nostra gestualità cambia nei secoli?

Certamente. I gesti sono legati al contesto culturale e politico corrente (infatti ho appena pubblicato un piccolo libro che si occupa proprio di questo tema). Basti pensare a un gesto di saluto fino a due anni fa assolutamente ovvio, come la stretta di mano; secondo alcuni studiosi è possibile collocarne la nascita nei Paesi Bassi di metà Seicento, come segno di solidarietà politica e poi di amicizia e di lealtà. E chissà se questo modo di salutarci sopravvivrà alla pandemia?

Possiamo sperare, noi lettori, che la vita letteraria di don Tomasso non si concluda con “Morte al filatoio”?

Lo spero anch’io. Vedremo!

e anche

la recensione di Salvina Pizzuoli

Costanza DiQuattro “Giuditta e il monsù” presentazione

Nell’ultimo romanzo della DiQuattro ancora la Sicilia protagonista e il mondo aristocratico di Ibla tra Ottocento e Novecento. Si apre nel 1884 e si chiude con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Ancora una famiglia illustre e il contorno di quella carovana di personaggi minori che la costellano. Un mondo, come afferma l’autrice in una recente intervista, di personaggi che ruota attorno ai protagonisti che riesce proprio per questo motivo a dare “la reale dimensione di dove ci troviamo, delle abitudini del luogo, del periodo storico” un po’ alla Verga che nei Malavoglia ricostruisce un universo umano variegato dando uno spessore corale al suo romanzo, ribadisce la DiQuattro.

Prende spunto da una storia raccontata e poi ovviamente romanzata dall’autrice ma partendo da quanto sentito: un amore difficile e sfortunato tra una giovane nobile, Giuditta, e il monsù della famiglia, Fortunato.

Ma chi è il monsù? È il “signore” della cucina, lo chef si direbbe oggi, un rappresentante della schiera dei cuochi arrivati in Sicilia dalla Francia durante il regno borbonico quando si diffuse la consuetudine di avere, nelle famiglie blasonate, cuochi francesi ( per saperne di più ) il termine deriverebbe dal monsieur francese, sicilianizzato.

A proposito della lingua anche in questo romanzo compaiono molti termini del siciliano della zona che, come tutti i dialetti ha le sue caratteristiche e le sue terminologie.

“Ibla, 1884. A Palazzo Chiaramonte, una notte di maggio porta con sé due nascite anziché una soltanto. Fortunato, abbandonato davanti al portone, e Giuditta, l’ultima fimmina di quattro sorelle. Figlia del marchese Romualdo, tutto silenzi, assenze e donne che non si contano più, e di sua moglie Ottavia,

Dopo Donnafugata, Costanza DiQuattro invita a sfogliare un nuovo album di famiglia, fatto di segreti inconfessabili, redenzioni agrodolci, e tanta, infinita dolcezza”.( da Libri Baldini e Costoli)

e anche

Brevi note biografiche

DiQuattro Costanza

Costanza DiQuattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e
mostre. Ha collaborato con «Il Foglio» e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro. da Baldini e Costoli Autori)

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri:

“Donnafugata”

“La mia casa di Montalbano”

Roberto Tiraboschi “Il rospo e la badessa” presentazione

“Il rospo e la badessa” è l’ultimo romanzo di Tiraboschi che, come i tre che lo hanno preceduto ( la trilogia sulla nascita di Venezia La pietra per gli occhi, La bottega dello speziale, L’angelo del mare fangoso) racconta attraverso episodi noti ed altri meno conosciuti la storia della città lagunare. A Venezia il 1172, l’anno in cui è ambientato il nuovo romanzo, segna un periodo storico di forte cambiamento non solo nell’ordinamento politico ma anche nell’assetto urbanistico con la trasformazione di tutta l’area intorno a San Marco: in quell’epoca infatti piazza San Marco era tagliata da un canale, il rio Batario, ed era un orto.

Protagonista, insieme ad un folto numero di personaggi e comparse, è la badessa Sicara Caroso che oltre a dirigere il monastero di San Lorenzo ha doti di esorcista: viene infatti chiamata in un altro convento per scacciare il demonio da una giovane monaca che, dopo qualche giorno, viene trovata cadavere in fondo a un pozzo e alla quale estrarrà un rospo dalla gola, simbolo satanico, La ricerca della verità da parte della bella badessa avviene in un periodo abbastanza difficile nella storia della Repubblica lagunare: il doge Vitale II Michiel è stato pugnalato durante una sommossa, mentre la città senza guida, è in preda ad una epidemia di peste portata in città dai superstiti di una disastrosa spedizione di guerra a Costantinopoli che ha quasi completamente distrutto la flotta e ucciso ammiragli e molti nobili.

E non solo, nuovi Intrighi di palazzo cercano di riformare la procedura di elezione del doge: non più per acclamazione diretta, ma attraverso un nuovo organismo politico, il Maggior Consiglio. Sarà proprio il nuovo doge a decidere di pavimentare e far diventare piazza gli orti di San Marco.

Il racconto storico si fa thriller storico nella narrazione avvincente e documentata di Tiraboschi.

“Venezia, maggio 1172. Sicara Caroso, badessa del monastero di San Lorenzo, quando scoppia la rivolta in città sta recandosi a San Giacomo in Paludo, un convento sperduto nella laguna. Una giovane monaca indemoniata, Persede Gradenigo, figlia di uno dei nobili più in vista, è stata trovata affogata in fondo a un pozzo. Le consorelle sostengono che si è tolta la vita, spinta dal demonio che la possedeva. La badessa è piena di dubbi. Ha inizio così un lungo e tortuoso percorso alla ricerca della verità. Nel Rospo e la badessa il romanzo storico si mescola al romanzo noir in un intreccio di estrema attualità”. ( da E/O Edizioni)

e anche

Brevi note biografiche

Roberto Tiraboschi è nato a Bergamo e vive tra Roma e Venezia. Drammaturgo e sceneggiatore, ha scritto per diversi registi italiani, tra cui Liliana Cavani, Marco Pontecorvo, Silvio Soldini. Le Edizioni E/O hanno pubblicato i romanzi Sguardo 11 e Sonno, vincitore del Premio nazionale di narrativa Bergamo e del Premio Stresa di narrativa, nonché la saga in tre volumi sulla nascita di Venezia: La pietra per gli occhiLa bottega dello speziale e L’angelo del mare fangoso.

Andrea Molesini “Il rogo della Repubblica”

In questo nuovo romanzo di Andrea Molesini, autore nel 2011 di Non tutti i bastardi sono di Vienna, vincitore del Premio Campiello e tradotto in varie lingue., lo scrittore prende le mosse da un fatto realmente accaduto il 6 luglio del 1480: tre ebrei di Portobuffolè, piccolo paese del trevigiano, vengono bruciati vivi in piazza San Marco perché giudicati colpevoli dal Senato della Repubblica di Venezia con l’accusa di infanticidio rituale dopo la scomparsa di un bambino e di averlo ucciso .per impastare col suo sangue le focaccine pasquali. Tra storia e invenzione, il nuovo romanzo ha per protagonista Boris da Candia un avventuriero al soldo dell’esercito ombra della Serenissima, ma anche un colto umanista che sa rivedere il proprio passato alla luce dell’incontro e del dialogo con Servadio, uno dei tre accusati; l’archisinagogo riesce a far vacillare le convinzioni dell miscredente avventuriero Boris, generando in lui una impellente e nuova sete di giustizia

dal Catalogo Sellerio Editore

La scrittura musicale di Andrea Molesini scolpisce con maestria l’amara intensità emotiva della vicenda. Boris è un personaggio che scopre di essere, a dispetto del proprio passato, la porta che mette in comunicazione due mondi, la commedia e la tragedia, che si intrecciano e fondono nel sempiterno spettacolo dell’azione, dove da sempre il male pubblico giunge alla casa di ognuno.

E anche

Brevi note biografiche

Andrea Molesini ha pubblicato con questa casa editrice: Non tutti i bastardi sono di Vienna, che nel 2011 ha vinto, tra gli altri, il Premio Campiello e il Premio Comisso, tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e molte altre lingue, La primavera del lupo (2013), Presagio (2014), Dove un’ombra sconsolata mi cerca (2019) e Il rogo della Repubblica (2021).

Jusuf Buxhovi “Per te terra mia. Le confessioni di Gjon Nikola Kazazi” presentazione

JUSUF BUXHOVI

 PER TE TERRA MIA

LE CONFESSIONI DI GJON NIKOLA KAZAZI

A cura di Giovanni Cedrone – Traduzione di Liljana Cuka Maksuti

L’arrivo della peste, il confinamento, la sfiducia verso il potere, il rapporto con Dio e la necessità di organizzare una “resistenza”, morale e fattiva, contro un’autorità che vuole annientare un popolo nella dignità e nell’onore per creare un “ nuovo uomo imperiale” privo di radici . Il racconto, incredibilmente intenso e ricco di spunti filosofici, parla di un legame indissolubile tra un popolo e la sua terra, ma è allo stesso tempo anche una storia di fede e di disobbedienza come strumento per arrivare all’emancipazione dell’anima, sempre sul filo sottile dell’eresia. È anche una lotta contro il senso di impotenza che l’uomo prova di fronte a un’epidemia misteriosa e minacciosa in cui si riescono a scorgere molte analogie con il presente. “Libertà o morte” è il bivio di fronte al quale si ritrovano i protagonisti, prigionieri di un mondo in cui politica e religione si contendono spazi e proseliti.

Da Armando Editore un breve filmato a presentazione del volume

JUSUF BUXHOVI, autore, scrittore, storico, giornalista e attivista politico. Nasce a Peja il 4 agosto 1946. Nel 1968 si laurea presso l’Università di Prishtina al Dipartimento di Lingua e Letteratura Albanese. Inizia la sua carriera giornalistica al quotidiano “Rilindja” a Prishtina nel 1967 nel campo della cultura. Dal 1976 al 2000 è corrispondente permanente del giornale “Rilindja” accreditato a Bonn, in Germania. Alla fine degli anni ’80, in un momento particolarmente difficile per il Kosovo, è tra i fondatori della Lega democratica del Kosovo. Dal 2000 al 2008, oltre all’attività letteraria, si impegna in ricerche storiografiche negli archivi tedeschi. Dal 2008 vive e lavora a Prishtina. Ha pubblicato oltre 40 volumi tra romanzi e saggi. Per il romanzo storico Per te terra mia. Le confessioni di Gjon Nikola Kazazi, scritto nel 1982, si tratta della prima traduzione in lingua italiana.