Arthur Rimbaud “Una stagione all’inferno”, presentazione

Torna in libreria “Una stagione all’inferno” con l’introduzione di Patti Smith, la traduzione e la postfazione di Edgardo Franzosini per il Saggiatore. L’unica opera completa che il poeta decise di dare alle stampe, rifiutando per gli altri scritti una loro pubblicazione.

Era il 1873 quando con questo scritto in prosa, l’ultimo lavoro letterario, costruisce un resoconto retrospettivo denunciando il fallimento della sua esperienza umana e poetica, di quella poesia cui aveva affidato negli anni adolescenziali la sua ribellione che decide pertanto di abbandonare avendo esaurito quanto credeva possibile attraverso l’opera letteraria.

Personalità travagliata, giovanissimo, dopo un corso di studi brillante, iniziò una vita errabonda soggiornando a Parigi e poi in Inghilterra legandosi a Verlaine con il quale convisse tra liti e riappacificazioni per circa un anno, riprendendo presto la sua vita vagabonda in Svezia, Germania e Italia ma anche in Africa, dimentico della sua attività letteraria che di fatto aveva abbandonato a vent’anni. Una stagione breve quella della sua poesia seguita però dal lavoro critico degli scrittori del Novecento con diverse e anche opposte interpretazioni che ha però hanno lasciato un segno profondo nel rinnovamento dei canoni poetici.

“Edgardo Franzosini traduce ex novo il testo, scrivendo una versione conclusiva che ci invita a cercare Rimbaud non in cielo con gli occhi puntati verso l’alto, ma giù, nel fango, dove scavando con le unghie possiamo rinvenire la gemma ardente della sua poesia”.(da Il Saggiatore)

Margaret Atwood “Il canto di Penelope” recensione di Salvina Pizzuoli

Traduzione di Margherita Crepax per Ponte alle Grazie, 2018

Un esempio di riscrittura datato nella prima stesura 2005 e firmato Atwood. Penelope è la protagonista di un suo ultimo canto, un riscatto, senza temere né gli dei né gli uomini, racconta dall’Ade di sé in prima persona: giovane sposa, poi regina di un regno abbandonato dall’eroe scaltro e bugiardo che partito un giorno per Troia non vi ha fatto più ritorno, l’uomo che conosciamo nei versi immortali dell’Odissea, protagonista di avventure e di viaggi nel periglioso mare che sarà costretto a percorrere incontrando pericoli e mostri e dee e che, ritornato a Itaca, saprà far valere i suoi diritti di re: uccide i Proci, gli usurpatori, e impicca le dodici ancelle

Come quando dei tordi con grandi ali o delle colombe/ si impigliano dentro una rete, che stia in un cespuglio…/così esse tenevano in fila le teste, ed al collo/ di tutte era un laccio, perché morissero d’odiosissima morte./ E per un po’ con i piedi scalciarono, non molto a lungo (Odissea XXII 465 – 473)

Nell’Introduzione la Atwood chiarisce il motivo che l’ha spinta alla ricerca e alla documentazione perché ”la storia così come viene raccontata nell’Odissea, non è del tutto logica” – scrive volutamente sibillina – “ci sono troppe incongruenze. Sono sempre stata tormentata dal pensiero di quelle ancelle impiccate e, nel Canto di Penelope, anche Penelope lo è”.

Chi presume di trovarsi di fronte ad un saggio sbaglia, in realtà la documentazione le è servita per raccontare meglio Penelope che in questa breve narrazione riferisce una storia in una chiave tutta al femminile, una confessione molto asciutta, priva di fronzoli o appigli emotivo emozionali, a tratti irriverente, a tratti volutamente eccessiva e ironica quando propone momenti della sua vita nell’Ade, tra il suo passato e il presente, nel mondo attuale. Alle pagine in prosa seguono anche in poesia: è il canto delle ancelle, il Coro della tragedia greca, le dodici ancelle impiccate, le altre voci al femminile che non esauriranno mai la loro volontà di sapere il perché, incalzando Odisseo anche nelle sue nuove vite.

Una lettura diversa dell’Odissea, da un nuovo punto di vista, spiazzante, decisamente interessante.

Della stessa autrice:

“Moltissimo”

Tornare a galla”

Pablo Neruda “Bestiario”, presentazione

Un grande amore per la natura e per il suo Paese, Bestiario, come scriveva Giuseppe Bellini, ispanista e professore universitario di letteratura ispano americana nonché amico di Neruda e massimo interprete della sua poesia in Italia, era un antico progetto del poeta cileno: lo aveva infatti invitato a raccogliere le liriche che oggi ritroviamo nel volume edito da Guanda per la traduzione di Ilide Carmignani, precedute da un Prologo della poetessa cubana Reina Maria Rodriguez e illustrato da Luis Scafati disegnatore e scultore argentino:

“l’inconfondibile voce del poeta diventa anche linguaggio grafico e risuona ancor più vivida attraverso queste pagine” (da Guanda ).

Una raccolta di odi dedicata a ciascun animale, dal più grande al più piccolo, dai terrestri ai volatili: al cavallo, all’elefante, ma anche alla farfalla e al gatto e alla lucertola… o al ragno al quale vorrebbe chiedere di tessergli una stella.

Creature che testimoniano il “fascino primitivo e vitale” della sua terra:

“Neruda si fa albatros, venuto a morire sulle umide sabbie cilene, vuole conversare con i maiali, con i cavalli, con «gli uccelli che si mangiano la notte»; vuole imparare dai gatti, orgogliosi e indifferenti, celebrare la bellezza delle farfalle, l’ingegno dei ragni, la danza delle pulci, il canto delle rane…” (da Guanda)

Brevi note biografiche

Pablo Neruda (Parral, 1904 – Santiago del Cile, 1973), poeta cileno, è una delle voci più rappresentative della letteratura latino­americana del Novecento. Nel 1926 venne nominato console e iniziò una importante carriera diplomatica che lo portò a viaggiare molto e a stringere sodalizi con intellettuali come Rafael Alberti, Federico García Lorca, Octavio Paz. Nel 1944 Neruda tornò in ­Cile e fu eletto senatore, ma un’accusa di tradimento lo costrinse a un lungo esilio. Negli anni Settanta, sotto la presidenza di Allende, venne nominato ambasciatore a Parigi e nel 1971 vinse il Premio Nobel per la Letteratura. Morì nel settembre del 1973, pochi mesi dopo il golpe di Pinochet. Nel catalogo Guanda sono presenti le seguenti opere: Venti poesie d’amore e una canzone disperata, Poesie erotiche, Poesie d’amore e di vita, Poesie di una vita Per nascere son nato e Bestiario.

Margaret Atwood “Moltissimo” a cura di Renata Morresi, recensione di Salvina Pizzuoli

Moltissimo è una raccolta di cinquantasette poesie, con testo a fronte, divise in cinque sezioni che, come l’autrice stessa indica nella presentazione alle lettrici ed ai lettori, sono state scritte tra il 2008 e il 2019.

“Scritte a mano, riposte in un cassetto, battute, riviste. In questi undici anni le cose si sono fatte più scure nel mondo. E poi, sono invecchiata. Sono morte persone che mi erano molto vicine.
La poesia ha a che vedere con la sostanza dell’esistenza umana: la vita, la morte, la rigenerazione, il cambiamento; così come l’equità e l’iniquità, l’ingiustizia e a volte anche la giustizia. Il mondo in tutta la sua varietà. Il clima. Il tempo. La tristezza. La gioia. E gli uccelli. Ci sono tanti uccelli in queste poesie[…] ne vorrei ancora di più nella prossima raccolta […]”

Il titolo è dato dalla composizione inserita nella quinta sezione: una parola antica, che va sbiadendo/ Moltissimo volli/Moltissimo pregai. Io lo amai moltissimo.

E conclude:

“Moltissimo amate, riunite qui insieme/ in questo cassetto chiuso, /ormai sbiadite, mi mancate. Mi manca chi è mancato, chi è partito troppo presto./Mi mancano anche quelli che sono ancora qui./Mi mancate tutti moltissimo./ Moltissimo rimpianto ho di voi/ Rimpianto: ecco un’altra parola/ che non senti più tanto spesso”.

Nostalgiche, descrittive di un pianeta amato nei suoi fiori e nelle sue creature, come in Balene in cui una madre piange la morte del suo piccolo dovuto a “plastica tossica”, e diventato esso stesso tossico, versi di profondo rammarico e di domande impotenti come in “Fogliame”: la plastica nera chi la pianta, chi la miete questa coltura, ma soprattutto l’ultimo verso Chi mette un limite?

E non solo. Versi ironici dettati dal tempo che passa e che lascia il suo segno ne “La donna di latta si fa fare un massaggio” o in “Tradimento” dove i due amanti sorpresi si mostrano nelle loro nudità impietose.

Ma la poesia non si racconta, si legge, si rilegge e ci lascia perplessi, ci strappa un sorriso amaro, ci commuove, ci rallegra o ci rattrista e comunque ci trasporta in un mondo di immagini e di parole tutte da sentire.

Cesare Pavese “L’opera poetica. Testi editi, inediti, traduzioni” presentazione

L’Opera poetica raccoglie e illustra il patrimonio di un grande della letteratura italiana conosciuto forse più per i suoi romanzi e le sue traduzioni della produzione nord americana. Il volume per la Collana degli Oscar Mondadori Baobab Moderni, è una raccolta ricca e completa, di milleottocento pagine, con molte composizioni inedite, edizione critica curata da Antonio Sichera e Antonio Di Silvestro.

Un patrimonio di scritti quello di Pavese iniziato in giovane età, continuato negli anni del Liceo quando intraprende un lungo cammino, quasi un apprendistato, durante il quale legge e traduce poesia dal latino ma anche dall’inglese, dal francese e dal tedesco, accompagnato dallo scrivere testi che scambia in particolare con l’amico Sturani.

Un apprendistato fatto di letture e imitazioni come accade per Shelley, di studio, di traduzione e quindi di rielaborazione, alla ricerca della propria voce originale attraverso il confronto con altre voci e linguaggi e storie che raccontano vite e soprattutto con la scoperta e la traduzione di Le foglie d’erba di Whitman e l’Antologia di Spoon River di Lee Masters.

Da Oscar Mondadori Libri)

“Il suo percorso è presentato integralmente in questo volume, che offre al lettore testi editi e inediti, tutti accuratamente commentati e accompagnati da note filologiche. La prima sezione contiene le due raccolte già note, Lavorare stanca, nelle edizioni del 1936 e del 1943, e la postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi; la seconda dà conto della prolifica attività del Pavese traduttore di poesia; la terza infine apre uno spiraglio sullo sterminato “laboratorio poetico” dello scrittore, dalle prove giovanili alle traduzioni da Omero che lo accompagnarono negli anni del confino”.

e anche

Brevi note biografiche

Cesare Pavese, Santo Stefano Belbo, Cuneo, 1908 – Torino 1950. Poeta, studioso di letteratura americana, traduttore, ha pubblicato opere saggistiche, poetiche e narrative. Tra le sue opere Lavorare stanca (1936), Paesi tuoi (1941), Dialoghi con Leucò (1947), La casa in collina (1948) e La luna e i falò (1950).

Giovanni Giudici “La vita in versi” Scalpendi Editore

Giovanni Giudici, La vita in versi

La vita in versi: Il volume riprende l’intero “corpus” poetico di Giudici, costituito dalle dodici raccolte da lui pubblicate, e arricchito dalla riproduzione in appendice alle sue prime “plaquettes”, nonché da una cospicua sezione di poesie inedite.(da unilibro)

PER L’ ALTO MARE APERTO collana diretta da Edoardo Esposito
Classici e moderni, prosa e poesia, italiani e stranieri. Si potrà trovare questo e quello nel “mare aperto” che contiamo di attraversare e che non si porrà problemi di tempi e di generi, cercando solo di seguire il vento di una “buona letteratura” e di rinnovare la tradizione delle collane “universali” coltivando sia il gusto per la memoria
sia la curiosità per il presente.

Dopo le prime plaquettes poetiche (L’educazione cattolica in particolare, 1963), è con questo libro che si afferma l’originalità della poesia di Giudici e del personaggio che, sostituendosi al tradizionale io poetico, animerà molti dei suoi versi con la miscela agrodolce dei suoi affetti e dei suoi risentimenti, delle sue convinzioni e delle sue ansie. È un personaggio che ha fatto pensare in prima istanza a Charlot, ma che, della vita che mette in scena, finisce per rappresentare assai più gli aspetti tragici che quelli comici, rivelando l’amarezza del suo ruolo di forzato attore.

Lo sfondo è quello del dopoguerra e della società del benessere in particolare; la dimensione è, più o meno velatamente, quella autobiografica che darà voce fin nelle ultime raccolte ai momenti più lirici della poesia di Giudici. Pianamente, ma con sofferta e tagliente lucidità, si racconta nella forma del verso la quotidianità di un’esistenza che, nel suo svolgersi tra casa e ufficio, tra doveri da assolvere e desideri inappagati, non rinuncia però alla propria dignità e fa, del suo riflettere sul mondo e del proprio muoversi nel mondo, confessione impietosa, cogliendo con il registro dell’ironia gli aspetti farseschi del vivere.

Sapiente, in questa rappresentazione, la capacità di coniugare le scorie della realtà, relegate di solito all’ambito prosastico del discorso, con l’uso di uno strofismo musicalmente caratterizzato e in particolare della rima. Due modi di segno quasi opposto e perciò ancora più significativi nel loro abbinamento; nella scena alterata e sconvolta dagli esperimenti della neoavanguardia degli anni sessanta, Giudici faceva emergere la dimensione problematica dell’esistenza senza rinunciare alla comunicazione, e riportando la poesia a quella leggibilità con cui non ha mai cessato di dare emozioni.

Giovanni Giudici (1924-2011), nato a Le Grazie (SP), è vissuto a Roma, Ivrea, Torino, Milano, esercitando la professione di giornalista e di copywriter. Dopo le prime plaquettes e dopo il volume La vita in versi (1965) si è affermato come uno dei più vivi poeti del secondo Novecento con i volumi di Autobiologia (1969), O beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), Salutz (1986), Fortezza (1990), Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999).

Pagine 156, prezzo 14,50.

Intenso anche il suo impegno di traduttore (si veda in questa collana l’Eugenio Onieghin di Puškin), in parte consegnato all’autoantologia Addio, proibito piangere (1982); e gli scritti di riflessione critica (La letteratura verso Hiroshima, 1976; La dama non cercata, 1985; Per forza e per amore, 1996).

“L’Antonia. Poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti” presentazione

Antonia Pozzi è stata una poetessa, una fotografa e un’alpinista. La sua raccolta di poesie venne pubblicata postuma con il titolo Parole, era il 1939, Antonia si era tolta la vita con una dose di barbiturici l’anno precedente, aveva ventisei anni, ma nonostante la fresca età ha lasciato una ricca produzione di liriche, molte presenti in poesiedautore, e di foto, un’altra delle sue passioni insieme a quella per la montagna: la presenta e la racconta Paolo Cognetti che ha in comune con lei la scrittura e l’amore per la montagna, in questo bel volume che, come dice la presentazione “scorre sotto i nostri occhi come un docufilm” dove i versi si alternano alle immagini fotografiche e al racconto del curatore.

Nella sua breve vita la giovane Antonia ebbe un amore osteggiato, cui si ispirarono molte delle poesie, per il suo insegnante di latino Antonio Maria Cervi ma la montagna e i soggiorni a Pasturo, piccolo paese della Valsassina, presenti nella sua poesia, diventano luoghi d’ispirazione e rifugi per ritrovarsi. È nel 1929 che nasce in lei la nuova passione per la fotografia che l’accompagnerà per tutto il breve percorso della sua esistenza. La natura compare come tema delle sue composizioni, quella dei paesaggi montani e anche la morte è un tema presente ed è sentita come raggiungimento di pace.

Da Ponte alle Grazie Editore

[…]La montagna è sempre statala sua maestra e il suo rifugio. Si chiama Antonia Pozzi ed è morta suicida nel 1938, ma qui rivive per noi attraverso foto, diari, lettere e poesie, frammenti di un’esistenza che palpita ancora grazie al racconto di Cognetti che, mescolando le proprie parole alle sue, ce la restituisce in un ritratto nitido e delicato: un omaggio a un’artista che, senza saperlo e senza volerlo, ha scritto un capitolo della storia del secolo scorso.

Paolo Cognetti ha esordito a ventisei anni con la prima raccolta di racconti, con “Le otto montagne”(2016) ha vinto il Premio Strega; il suo ultimo libro è “Senza mai arrivare in cima” del 2018.

Anne Sexton “Il libro della follia” presentazione

Il 27 corrente mese in libreria per La Nave di Teseo, a cura di Rosaria Lo Russo poetessa e traduttrice di varie autrici tra le quali la statunitense Anne Saxton con il testo a fronte, verrà pubblicata per la prima volta in Italia nella traduzione integrale la raccolta delle poesie scritte nel ‘72 più tre racconti inediti ritrovati, con il titolo “Il libro della follia”.

Vincitrice nel 1967 del Premio Pulitzer, Anne Saxton nasce a Newton 1928 e muore suicida a Weston, in Massachusett, nel 1974. Afflitta da una malattia bipolare aveva sofferto di disturbi psichici che nella creazione poetica riusciva a dominare esternando i propri sentimenti negativi. Il suo stile in una prima fase fu di tipo “confessionale”, etichetta che contemplava un indirizzo poetico sviluppatosi negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta in cui l’autore manifestava le emozioni più segretamente custodite nell’inconscio, approdando alla scrittura come forma di psicoterapia, consigliatole anche dal suo psichiatra e divenendo insieme a Sylvia Plath una delle rappresentanti di rilievo del movimento.

“Con una scrittura più vicina a quella delle canzoni rock che alla poesia sua contemporanea, la lingua inconfondibile della Follia di Anne Sexton ha influenzato, per stile e tematiche, non solo la poesia successiva americana e poi internazionale, ma anche la scrittura di divi del pop rock come Peter Gabriel e Kate Bush”.( da La nave di Teseo Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Anne Sexton (1928-1974), nata Anne Grey Harvey a Newton, Massachusetts, inizia a scrivere poesie durante il collegio. A diciannove anni sposa Alfred Muller Sexton da cui ha due figlie. Affetta da disturbo bipolare, viene incoraggiata dal suo medico a recuperare l’interesse per la poesia e nell’autunno 1957 frequenta gruppi di scrittura a Boston incontrando autori come Maxine Kumin, Robert Lowell e Sylvia Plath. Negli anni sessanta pubblica i suoi primi libri, To Bedlam and Part Way Back (1960) e All My Pretty Ones (1962). Nel 1965 viene eletta Fellow della Royal Society of Literature a Londra e nel 1967 riceve il premio Pulitzer per la poesia per la sua terza raccolta, Live or Die. Ha pubblicato sette volumi di poesie, e quattro libri per bambini con Maxine Kumin, ricevendo numerosi riconoscimenti tra cui una Guggenheim Fellowship, il Shelley Memorial Prize, il Levinson Prize e la Frost Fellowship alla Bread Loaf Writers Conference. Ha insegnato alla Boston University e alla Colgate University. È morta suicida il 4 ottobre 1974.

Rosaria Lo Russo

Poeta, traduttrice, saggista, lettrice-performer, voce recitante e insegnante di letteratura e lettura di poesia da alta voce, si occupa di letteratura, poesia e teatro e dei rapporti fra poesia e performance teatrali, di drammaturgia, letteratura teatrale e letteratura comparata moderne e contemporanee.Si è laureata discutendo una tesi in Storia dello Spettacolo presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, dal titolo La protagonista di Pirandello. Miti, personaggi e ruoli, vincitrice del “Premio Nazionale Luigi Pirandello” bandito dal Centro Nazionale di Studi Pirandelliani di Agrigento, nel 1992.