Alberto Giuliani “Gli immortali. Storie dal mondo che verrà”recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno Culture 30 dicembre

Viaggio in giro per il mondo con Giuliani
di Flavia Piccinni
Ci sono dei libri che non passano di moda, e che sono chiamati classici. E poi ci sono delle avventure che è bello leggere perché parlano del nostro tempo e ci raccontano qualcosa di noi. Fra queste spicca “Gli Immortali” di Alberto Giuliani, fotografo vincitore dei più importanti premi internazionali. Conoscevo Giuliani per i suoi straordinari scatti, capaci di raccontare storie e luoghi in dettagli e sguardi, ma con questo libro – che è un po’ reportage e un po’ autofiction – pubblicato da Il Saggiatore (pp. 230, EUR 19) ne ho scoperto la profonda anima fin dall’attacco preciso e inquietante: «Anni fa, sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, una donna mi lesse la mano. E un paio di anni dopo, nell’autunno del 1999, un bramino della città sacra di Vrindavan, in India, guardò nel mio futuro. Entrambi mi raccontarono le stesse gioie che mi avrebbe riservato la vita. E della morte. Prematura e violenta. Che dovrebbe cogliermi fra poco». Ed è questa rivelazione che guida Giuliani nel suo viaggio in giro per il mondo, in luoghi di struggente bellezza – come il fiume Yamuna, in India, o nella parte più segreta della Norvegia – e capaci di indicare la rotta per il futuro, come l’istituto NASA alle Hawaii. Assecondando la sua storia, di viaggiatore e di pensatore, Giuliani viene sospinto dalle sue domande, come un contemporaneo Dante, negli inferi della nostra vita e del nostro pianeta. Anche questo – insieme alla bella scrittura – fa del suo esordio un libro dotato di un senso atavico e necessario, che torna sempre al punto d’origine, in India, perché «l’India è un posto dove tutte le anime in cerca di qualcosa prima o poi passano». —

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Salvina Pizzuoli “Il tempo smarrito. Memorie di un’ottuagenaria” con la recensione di Daniela Alibrandi

 

Esce solo in ebook questo racconto lungo di Salvina Pizzuoli dedicato ancora ad una donna che racconta un breve arco della propria vita; un percorso su base storica che si muove lungo  i ricordi della protagonista: la nascita nel 1929, la seconda guerra mondiale, la mafia, il viaggio nel dopo guerra, dalla Sicilia alla Toscana, verso Firenze .

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e su Edida

Recensione di Daniela Alibrandi:

Un racconto delicato, dove si affacciano immagini a volte nitide, a volte sbiadite, i ricordi di una ottuagenaria, nata nell’ottobre del ‘29. L’autrice ha mosso passi rispettosi e delicati tra i preziosi ricordi di una donna, che si è trovata a vivere in uno dei periodi più significativi della nostra storia politica e sociale. Attraverso descrizioni toccanti e palpabili, scopriamo un’infanzia vissuta durante l’ascesa del Fascismo e un’adolescenza trascorsa nel dopoguerra. E come spesso accade nella mente degli anziani, alcune immagini restano scolpite e, anche se legate a ricordi lontani, sembrano in prospettiva molto vicine. È così che con uno stile fluido e originale, l’autrice passa con disinvoltura dal tempo passato al presente, come se le situazioni di allora fossero tuttora vive. L’infanzia descritta in maniera toccante nella grande casa e nella masseria, i giochi spensierati sull’aia. Intorno un mondo che si avvia alla distruzione della guerra, una Sicilia dilaniata dai bombardamenti e dalla mafia. La politica che entra prepotentemente nella famiglia. Il tutto intuito dalla sensibilità infantile, che diviene profonda consapevolezza nel momento in cui si deve lasciare il luogo in cui si è nati per non rivederlo mai più. E conoscere scenari diversi, sentiti come “stranieri”, in una Firenze che viene ammirata e amata profondamente. Un racconto che non lascia indifferenti e porta a capire quale sia la poesia che a volte cercano di raccontare gli sguardi umidi degli anziani. Ne raccomando la lettura.

Dalla quarta di copertina:

“C’è stato il tempo di vivere e dimenticare e c’è il tempo di rivivere; quale preferire e assecondare? Il dolore e la felicità sono gli stessi, la frustrazione e l’impotenza insopportabili” Questa la frase a premessa del racconto, costruito su base storica, con il quale la protagonista introduce una narrazione che accompagna le fasi essenziali della sua vita dalla nascita agli anni del dopoguerra che decide di ripercorrere nel giorno del suo ottantesimo compleanno, tra ricordi, avvenimenti, personaggi reali e di fantasia, in un viaggio dalla Sicilia attraverso la Puglia e poi in Toscana. Il tema ripropone il tempo di cui non abbiamo memoria, un tempo smarrito che cerchiamo a volte senza risultato: perché ci sfugge?

Come inizia:

Il tempo dentro di me, il tempo che non si vede
e ci impasta
Mercè Rodoreda La piazza del Diamante

Prologo

Oggi è il mio compleanno, compio ottant’anni.

Il fastello degli anni, no, non mi angustia; sono traguardi legati ad una convenzione; dentro mi hanno appena sfiorata. Sono sempre io, mi riconosco. Ora che c’è più passato che futuro nella mia storia, lo inseguo, lo ripercorro, lo riassaporo, mi fermo a ripassare la mia vita, ma non sono in grado di scorrerlo tutto; questo è il mio cruccio. Sfugge al controllo una lunga parentesi della quale mi restano inspiegabilmente pochi episodi; riemergono con impazienza e stento a riconoscerli come miei, quasi fossero invecchiati precocemente, prima di me. La mente ritorna sempre più spesso a quel tempo sperduto nelle pieghe della memoria, ma così palpabile; mi turba, con i pochi frammenti rimasti.

Perché?

Il futuro è ormai troppo breve, vicino alle conclusioni e incerto oppure i pezzi perduti sono davvero così rilevanti? Non so rispondere; ho vissuto buona parte della mia vita senza averne conservato un ricordo completo; sono riuscita a trattenerne pochi brandelli, sfilacciati e strappati in più punti. Sono spaventata e affascinata da questo tempo smarrito; preferirei impegnarmi a trascorrere intensamente l’ultimo lasso della storia che mi appartiene più che immaginarne il finale o rimpiangere o rammaricarmi delle stagioni perdute dal ricordo. Il richiamo del passato è forte e deciso; sento una strana ansia, forse paura, di non riuscire a mettere a fuoco neppure i pochi episodi che la mia mente ha conservato. Nessuno può illuminare gli spazi bui di questa ricerca, ma vorrei dare ordine ai pezzi che si presentano senza una precisa scansione temporale; posso provare a ricucirli senza pretese; capire perché riemergono quando meno me lo aspetto e perché mi angustiano tanto.

C’è stato il tempo di vivere e dimenticare e c’è il tempo di rivivere; quale preferire e assecondare? Il dolore o la felicità sono gli stessi, la frustrazione e l’impotenza insopportabili.

La grande casa

Della prima infanzia ho come tutti solo una piccola scorta di episodi, non sempre congruenti ed identici. La memoria me li riporta sconnessi e mi ci perdo dentro confondendoli tra le immagini di vecchie foto o tra brani di conversazione che mi pare di ricordare, tra gesti o sguardi di adulti, sfuggiti e carpiti dai piccoli; ma forse ricordi veri non sono, sono solo fotogrammi che la mia mente ha ottenuto cucendo ritagli di vissuto con i racconti di mia madre, non sempre disponibile a rinverdire il passato, o con le sue scarne risposte alle domande che insistentemente le rivolgevo. So con certezza di essere nata il 21 ottobre del 1929, di lunedì che, come ripeteva sempre mia madre, era una giornata fortunata perché al paese era giorno di fiera. Nei suoi racconti, snocciolati alla buona dietro mia insistenza, il parto assumeva i contorni di una favola lieta: tra una doglia e l’altra mangiava le mandorle sgusciate che teneva in tasca, incurante dell’affaccendarsi delle altre donne, quelle esperte di parti, quelle che avevano già partorito tanti figli.

Nacqui nella grande casa.

Non ero particolarmente graziosa né bella, ricordava mia madre, anzi, insisteva che per la mia magrezza aveva in un primo momento avuto l’impressione di aver partorito un coniglio, di quelli scuoiati che lei vedeva spesso penzolare inerti nella zona adibita al macello. Avevo anche una grande bocca che le donne curarono prontamente con delicati ma costanti sfregamenti di spicchi di limone, quelli nostrani e abbondanti nel giardino del nonno e naturalmente astringenti, come tutti ben sapevano già allora…

 

dello stesso autore su tuttatoscanalibri e sul sito di EDIDA.net:

in ebook 

Salvina Pizzuoli, Corti e… fantastici, Edida 2016

Salvina Pizzuoli – Quattro donne e una cucina, Edida 2014

in cartaceo e in ebook:

Salvina Pizzuoli “La valle dell’Arno tra storia e geografia”

Salvina Pizzuoli “Nell’altro giardino”, in cartaceo 2019

Alessandro Ferrini e Salvina Pizzuoli, Odessa: l’ora della fuga, Edida 2015

Alessandro Ferrini  e Salvina Pizzuoli ODESSA Caccia in Argentina 2018

Alessandro Ferrini  e Salvina Pizzuoli “La val di Merse. Luoghi e paesaggi”

A. Ferrini S.Pizzuoli “Fatti e Fattacci al tempo di Firenze capitale”

Andrea Bonacchi “Il burqa delle streghe” recensione di Luisa Gianassi

Le opinioni dei lettori

“Il burqa delle streghe” di Andrea Bonacchi – edito da Apice libri – oltre ad essere un romanzo pieno di colpi di scena che ne rendono avvincente la lettura, è anche ricco di idee e spunti di riflessione. Si parla di anoressia, di emancipazione femminile e della possibilità di una convivenza pacifica tra Popoli. Ambientato in Toscana, spazia tra campagna e città: attraverso l’amore tra il protagonista narrante e Fadwa, una giovane donna libanese, si incontrano e scontrano occidente e mondo islamico. L’autore nell’evoluzione delle vicende svela che la vera integrazione può passare solo attraverso l’universo femminile, le cui caratteristiche sono l’empatia e la solidarietà. Proprio grazie all’energia femminile si evolve anche la crescita personale del protagonista, il cui nome viene rivelato solo nell’ultima pagina del romanzo, a significare che finalmente ha trovato la sua strada e consapevolezza di sé. Il burqa in questo romanzo perde il suo significato oggettivo legato al mondo islamico e diventa il simbolo di ogni forma di condizionamento, dato anche da modelli sociali, culturali o religiosi del nostro occidente. Infatti Fadwa, discutendo con una sua coetanea Toscana dice “anche voi occidentali avete il vostro burqa: la taglia 38”.

Luisa Gianassi

Annie Ernaux “L’evento”

È l’ottobre del 1963 e una studentessa universitaria aspetta per più di una settimana che le venga il ciclo. Tutte le sere prende la sua agenda e scrive sempre la stessa parola, in maiuscolo e sottolineata: niente. Ormai non riesce a pensare ad altro. Non è più in grado di apprezzare la bellezza di un film italiano in bianco e nero (Il posto di Ermanno Olmi) o di una pièce teatrale contemporanea (A porte chiuse di Sartre), perché ha una «realtà» che le cresce dentro la pancia. Nemmeno lo studio universitario o l’insegnamento del francese possono distoglierla dall’idea che quasi certamente è rimasta incinta di P., uno studente di scienze politiche conosciuto durante le vacanze estive…

continua a leggere:  la recensione di Lorenzo Pierangeli su mangialibri

e recensioni ai romanzi della Ernaux

Salvina Pizzuoli “Nell’altro giardino” recensione di Federica Zani

Una delle immagini più belle e famose della Recherche di Proust è quella dei giardini di Combray, la città dove il Narratore ha trascorso l’infanzia, che scaturiscono dalla sua tazza di tè: quel tè bevuto per caso il cui sapore ha miracolosamente riattivato tutti i ricordi di un periodo della sua vita che credeva perduto. La memoria come un giardino da esplorare: una metafora che, sebbene in modo diverso, è alla base anche di Nell’altro giardino, che si apre infatti con una citazione della sterminata opera proustiana.

Di giardini in questo romanzo ce ne sono due, ma il più importante è il terzo: l’altro, quello che non si vede. È il giardino del tempo perso per sempre, trascurato, impossibile da recuperare. Il Narratore proustiano trova la chiave per entrare nel giardino della memoria; nel nostro romanzo, invece, la chiave non c’è. Non si può raccontare quello che non si ricorda; si può solo segnare lo spazio occupato dalla sua assenza. Per questo il lettore sulla sua strada troverà molti vuoti, molti spazi bianchi di cui i personaggi per primi non sanno dare spiegazione. È una situazione in cui anche noi ci troviamo: la storia della nostra vita è scritta sopra la massa informe delle cose che abbiamo dimenticato. Quante sono, di tutte quelle che abbiamo vissuto, le ore che si sono davvero impresse nella nostra memoria? La percentuale, se ben ci si pensa, è desolante.

Fra le ore che quasi tutti ricordiamo ci sono probabilmente quelle in qualche modo legate all’amore. La ricerca di un modo giusto di dare e ricevere amore è infatti ciò che accomuna tutte le protagoniste. Sono donne che coprono lo spazio di tre generazioni, mostrando l’ampiezza e la varietà dello spettro emotivo nell’adolescenza, nella maturità e nella vecchiaia. La loro ricerca non si appiattisce sul cosiddetto “amore romantico” di troppi romanzi rosa; anzi, se c’è una lezione in questo libro, è forse proprio che non sempre le forme canoniche dell’affetto, così come la società le propone, sono di una taglia adatta a tutti. Bisogna avere la forza di guardare attraverso gli stereotipi per trovare la propria forma d’amore fatta su misura, l’unica in grado di riempire di senso la propria vita. È un percorso difficile e non tutti riescono a concluderlo con successo: qualcuno si smarrisce per strada. Nell’altro giardino, con la sua particolare struttura narrativa corale, che non si focalizza su un solo personaggio, riesce a raccontare con partecipazione la vicenda di ognuna di queste donne, comprendendo senza giudicare.

Federica Zani

dello stesso autore su tuttatoscanalibri e sul sito di EDIDA.net:

in ebook 

Salvina Pizzuoli, Corti e… fantastici, Edida 2016
Salvina Pizzuoli – Quattro donne e una cucina, Edida 2014
Salvina Pizzuoli – Il tempo smarrito. Memorie di un’ottuagenaria, Edida 2019

in cartaceo e in ebook:

Salvina Pizzuoli “La valle dell’Arno tra storia e geografia”
Alessandro Ferrini e Salvina Pizzuoli, Odessa: l’ora della fuga, Edida 2015
Alessandro Ferrini  e Salvina Pizzuoli ODESSA Caccia in Argentina 2018
Alessandro Ferrini  e Salvina Pizzuoli “La val di Merse. Luoghi e paesaggi”
A. Ferrini S.Pizzuoli “Fatti e Fattacci al tempo di Firenze capitale”
Alessandro Ferrini e Salvina Pizzuoli “Lungo la via Francigena in Toscana”
Alessandro Ferrini e Salvina Pizzuoli “Odessa Operazione Damocle
Alessandro Ferrini e Salvina Pizzuoli “Odessa. Il tesoro del lago”
Alessandro Ferrini e Salvina Pizzuoli “Odessa Operazione Obersalzberg”
Salvina Pizzuoli “Il Viaggiastorie” Racconti fantastici

Kate Quinn “Fiori dalla cenere” recensione di Salvina Pizzuoli

“Le spie donne della prima guerra mondiale sono quasi del tutto dimenticate, al giorno d’oggi. […] È evidente che vedere donne in ruoli attivi nelle zone di guerra era sconvolgente, per l’epoca. Ma queste donne lasciarono comunque un’eredità. Le ragazze degli anni ‘30 e ‘40 diventarono spie contro i nazisti perché ispirate dai libri e racconti su donne come Louise de Bettignies […] colpite dal suo coraggio, dalla sua forza e dalla sua incrollabile risolutezza, proprio come ho immaginato che succedesse a Charlie di fronte a Eve”. Così, nella Nota dell’Autrice, precisa Kate Quinn.

Eroine sono proprio alcune delle protagoniste nella trasposizione narrativa della Quinn e realmente esistite: Louise de Bettignies, nome in codice Alice Dubois, insieme a Marie-Léonie Vanhoutte fondò la “Rete di Alice”; catturate dai tedeschi, scontarono la pena a Seiburg dove Louise morì di pleurite all’età di 38 anni mentre Léonie sopravvisse diventando una spia pluridecorata; le sue azioni nonché le esperienze e le operazioni di spionaggio vennero descritte dal marito di lei, Antoine Redier, in La Guerre des Femmes. Histoire de Louise de Bettignies et de ses companiones.

Il racconto delle vicende narrate dalla Quinn si articola su due piani temporali, 1915 e il 1947 , e procede attraverso le vicende vissute da Charlie ed Eve, entrambe personaggi d’invenzione; Charlie è alla ricerca di Rose, scomparsa dopo il secondo conflitto mondiale in Francia, l’amata cugina della quale non ha più notizie, Eve è stata una giovane spia della Rete di Alice. La ricerca di Rose porta Charlie a incontrare Eve e ad intraprendere con lei un viaggio di ricerca che ha come fulcro un personaggio, anch’esso d’invenzione, nei panni di un profittatore collaborazionista. Le due donne si scontrano e successivamente si incontrano scoprendo la prima la propria strada e la seconda recuperando un passato che l’aveva distrutta non solo fisicamente ma soprattutto l’aveva resa ruvida, cruda con se stessa e troppo diretta e aggressiva con gli altri.

Una storia a lieto fine che riscatta le esperienze di dolore e di soprusi subite dalle protagoniste nella realtà, raccontate con sensibilità femminile, attenta ad evidenziare la loro incrollabile determinazione e una resistenza fisica e psicologica fuori dal comune.

e anche:

la recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno