“I gatti della scrittrice” è un volumetto a firma Muriel Barbery, è lei la scrittrice in oggetto, autrice di best seller che, sull’onda di note pagine dedicate ai felini, si fa raccontare dai suoi consulenti letterari, ben quattro certosini, grigi con gli occhi arancioni che “ben s’intonano alla casa”…: Ocha, Mizu, Petrus e Kirin, la narratrice, o per meglio dire la voce narrante. Vivono in casa con la scrittrice e il marito musicista, l’una a destra e l’altro a sinistra nelle rispettive stanze, che a volte si incontrano al centro tra le due!
Ma di cosa vorrà raccontarci la dolce Kirin?
Degli scrittori ovviamente di cui ha una conoscenza diretta mettendo in evidenza i difetti tipici dei questa particolare specie umana: l’agitazione, il dubbio, la negazione dell’errore. E da bravi e coscienziosi consulenti, con il loro linguaggio, chiarissimo anche senza le parole, svolgono quell’indispensabile lavoro che è la revisione critica del testo, tanto da chiedere formalmente di partecipare ai “proventi” con tanto di contratto.
Il testo è snello, simpatico e illustrato deliziosamente dalla mano di Maria Guitart.
Lo scrittore… un essere misterioso! Eppure se facessimo quattro chiacchiere con i suoi gatti lo capiremmo molto meglio. Attraverso le voci dei suoi alleati dalle zampe di velluto Muriel Barbery svela il dietro le quinte della creazione letteraria. Ognuno dei suoi quattro certosini ha il proprio carattere: c’è Ocha, il capo della banda, un duro dal cuore tenero; l’affettuosa Mizu, sua sorella, con le zampe un po’ storte; il placido e raffinato Petrus, che ama i fiori; e infine la narratrice, la graziosa Kirin. Ciascuno di loro ha anche il proprio ruolo da interpretare nella battaglia della scrittura: scontenti di essere soltanto compagni di svago, infatti, i gatti hanno spinto la propria devozione verso la padrona fino a imparare a leggere, diventando così nell’ombra i consulenti letterari della scrittrice. Un testo deliziosamente leggero sull’eterna poesia della quotidianità, spumeggiante di umorismo felino e filosofia nipponica, accompagnato dalle illustrazioni raffinate di Maria Guitart.
Brevi note biografiche
Muriel Barbery è autrice di L’eleganza del riccio (E/O, 2007), di Estasi culinarie (E/O, 2008) e Vita degli elfi (E/O 2016). Ha vissuto a Kyoto, Amsterdam e Parigi. Attualmente vive nella campagna francese.
Calato nella realtà territoriale e tribale, è una dettagliata pagina di storia della Costa d’Oro, il nome del Ghana prima dell’indipendenza, che conduce il lettore tra i paesaggi della savana e della foresta, a conoscere bevande e prodotti locali, usanze e tradizioni, nonché la lingua, riportata spesso nei termini originari, un complesso di dialetti sconosciuti a brevi distanze tra tribù e luoghi. Una pagina di storia che racconta un preciso momento della situazione nel Ghana pre-coloniale di fine Ottocento nei villaggi presso le città di Salaga-Kpembe, di Kete-Krachi, tra le genti islamiche dei Gonja e Dagomba: un fiume, il Volta, che segna e separa anche in nome di quell’emancipazione che dalle zone costiere non riesce a penetrare nei territori più interni dove ancora vige il commercio degli schiavi; gli scontri tra capi locali e la presenza degli europei, tedeschi, inglesi e francesi, che hanno sostituito portoghesi e olandesi usando proprio le rivalità esistenti tra i vari gruppi etnici o nei conflitti per il potere tra gli stessi. Richiamandosi all’esperienza della trisavola, l’autrice ricostruisce lo scenario storico attraverso gli avvenimenti focali della vita di due giovani donne, di estrazione sociale molto diversa, che, ciascuna con la propria esperienza e nell’ambito della propria vita associata, cercano in modo combattivo e senza rese di conquistarsi uno spazio più ampio. Il lettore così seguirà le vicende alternando la lettura di quanto riguarderà ora l’una ora l’altra.
Aminah è figlia di un artigiano di Botu, un piccolo villaggio sulle rotte delle grandi carovane che lì si fermano garantendo un certo commercio di cibi preparati a lei e alle sorelle, anche se preferirebbe di gran lunga confezionare scarpe, come fa il padre sebbene sia un mestiere non previsto per le donne dalla società patriarcale in cui vive. La sua vita scorre serena fino alla scomparsa del padre, che non farà ritorno dal suo viaggio verso i mercati cittadini, e successivamente al suo rapimento da parte di una banda di predoni, che bruciano e distruggono il villaggio seminando morte e distruzione, per procurare schiavi da vendere sul mercato di Salaga.
L’altra giovane donna è Wurche, di etnia Gonya, figlia del re di Kpembe Etuto, incline a quanto è considerato sconveniente per una fanciulla: l’uso delle armi e l’interesse verso la politica che vorrebbe indirizzare verso l’unione e la pacificazione consigliando il padre nelle sue decisioni. Ciascuna delle due sarà costretta dagli eventi a subire decisioni contrarie a quanto avevano aspirato: Wurche sarà costretta infatti a sposare un uomo che non ama solo per ottenere per il padre l’appoggio dei Dagomba.
Brevi note biografiche
Ayesha Harruna Attah è nata ad Accra (Ghana) nel 1983, in una famiglia di giornalisti . Ha studiato alla Columbia University e alla New York University, per poi tornare in Africa e cominciare a scrivere.
Questo particolare volume scritto da Franco Cardini, Professore Emerito dell’Istituto italiano di Scienze umane, è un po’ narrativa, un po’ libro di cucina, con ricette sperimentate dall’autore stesso, e un po’ Storia, quella con la S maiuscola; sì perché come scrive in Invito alla lettura che apre la raccolta “Nessuna di queste “storie” è propriamente e totalmente fedele alla Storia: quasi tutte sono, in differente misura, un insieme di “vero storico” […] e di libera immaginazione, tuttavia attenta quantomeno al verosimile”, ma corredate in fondo a ciascuna da Note che ne evidenziano la base propriamente storica, aiutando il lettore più esigente a distinguere tra quest’ultima e l’invenzione; le Note inoltre sono corredate di indicazioni sulle fonti. Come anticipato si tratta infatti di un racconto originale, piacevole, pieno di curiosità proprio perché da storico le va “a scovare tra le pieghe della grande storia”. E non solo è corredato da Note, ma anche di tre Intermezzi semieruditi, sulle castagne, sul caffè e sui tartufi. I personaggi che accompagneranno il lettore in questa curiosa e simpatica carrellata storico-culinaria sono tra i più conosciuti, partendo da San Francesco, il Gran Khan, passando per Balzac e lo stesso imperatore Napoleone, il cui racconto dà poi il titolo a tutta la raccolta. Gran parte della nostra vita ruota attorno al cibo – scrive in Invito alla lettura – ne poetiamo, ne dipingiamo, lo traduciamo in suoni e in canti[…] ci ammaliamo per il cibo, guariamo grazie a lui o nonostante lui e, nonostante quanto documentato nelle pagine del suo testo, non si definisce affatto un gourmet, ma di essere guidato dalla pervicace natura di un contadino toscano che gli fa prediligere cibi semplici.
Donal Cameron un ragazzino di 11 anni, orfano di entrambe i genitori, vive con la nonna, cuoca in un ranch nel Montana. I problemi di salute della donna costringeranno il giovane Donal a compiere un viaggio dal Montana al Wisconsin, per raggiungere gli zii Kitty ed Herman, che non conosce. È il 16 giugno del 1951 quando il giovane intraprende il lungo viaggio su una di quelle corriere della Greyhound Line, che attraversano tutti gli Stati Uniti. La nuova vita però si rivelerà difficile e così Donal, questa volta non più da solo ma in compagnia dello zio Herman, che approfitterà per andare alla scoperta dell’amato West, ripartirà, incontrando personaggi d’ogni sorta che appunterà sul libro delle dediche, dove raccoglie pensieri in rima delle persone che incontra, personaggi umili, umani, calorosi, tristi e felici, in un’America dai paesaggi sconfinati. Un viaggio che sarà un percorso di formazione in cui l’autore Doig rivisita e racconta, attraverso i ricordi della sua infanzia, l’America attraverso occhi di bambino. Questo romanzo è l’ultimo scritto prima della morte e rivela mirabilmente l’età dei sogni e delle scoperte nel percorso di crescita per diventare “grandi”
Brevi note biografiche
Ivan Doig (1939-2015) ha ambientato gran parte dei suoi romanzi nel Montana, dove era nato. Più volte premiato per i suoi romanzi, è stato anche finalista al National Book Award con il memoir This House of Sky. Nutrimenti ha pubblicato anche Il racconto del barista nel 2018.
Un grande romanzo sull’amore, la poesia e la memoria. Una storia famigliare che va dall’inizio del XX secondo fino ai giorni nostri e si snoda in tutta l’Islanda. Quella di Stefánsson è una scrittura che incanta e infonde nuova vita alla grande letteratura islandese.( da Iperborea Editore)
Islandese nato a Reykjavík, poeta e poi romanziere, Stefánsson esordisce nella prosa con “Crepitio di stelle” che ha per protagonista un bambino di sette anni che racconta, ormai quarantenne, sull’onda del ricordo senza quindi un vero e proprio filo narrativo ma con passaggi e salti, avanti e indietro nel tempo. Il lettore lo segue nell’Islanda del Novecento e in quella degli anni ‘70 ripercorrendo la storia di quattro generazioni nell’arco di centocinquanta anni: quella del bisnonno e quella del padre; con il primo agli inizi del Novecento dentro la sua vita burrascosa e inquieta, in quella del padre e nella propria tornando dove ha vissuto l’infanzia, in un condominio di Reykjavík, ricostruita e rivissuta attraverso i pensieri e i modi di un bambino, resi con sottigliezza psicologica, suscitati e riaccesi dall’impatto con un passato che non trova riscontri nella memoria. Due storie che s’intrecciano e confluiscono insieme alle voci dei personaggi che costellano momenti della quotidianità, inseguendo i guizzi della memoria che sovrappone, dilata, si sofferma o sorvola. E insieme a queste presenze e dentro questi ritagli fissati nel tempo c’è l’Islanda con i suoi paesaggi.
Brevi note biografiche
Jón Kalman Stefánsson (1963), insegnante e bibliotecario, è passato alla narrativa dopo tre raccolte poetiche. Più volte nominato al Premio del Consiglio Nordico, con Luce d’estate ed è subito notte ha ricevuto nel 2005 il Premio Islandese per la Letteratura. Paradiso e inferno (Iperborea 2011) è stato definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni, che insieme a La tristezza degli angeli (Iperborea, 2012) e Il cuore dell’uomo (Iperborea, 2014) costituisce una trilogia.
Ordos, che significa città dai molti palazzi, è nata ex novo nei primi anni del nostro millennio nella Mongolia interna cinese, in pieno deserto, a circa 500 chilometri da Pechino per volontà del governo cinese, nell’ambito di un processo di inurbamento delle masse rurali, e con i capitali derivati dagli enormi giacimenti di carbone del sottosuolo. Una città avveniristica, ma progetto fallito perché oggi Ordos è una città quasi deserta. È qui che si ambienta parte della storia della protagonista, una mongola, costretta dalle decisioni dei fratelli, desiderosi di abbandonare il lavoro faticoso e poco redditizio degli allevatori della steppa, a lasciare la vita nomade per vivere in città.
Il racconto si apre con gli spazi, ampi, sterminati, i colori vividi, poi profondamente custoditi nella memoria del cuore, le tradizioni radicate, le abilità coltivate da generazioni, dell’ambiente e della vita nomade. Dopo l’abbandono della terra natia e degli affetti, nell’angustia e nella segregazione della nuova realtà di vita in città che schiaccia e mortifica, l’incontro tra Bolormaa la protagonista con la cinese Xiao Li, sua compagna di lavoro in una moderna fabbrica tessile dove lavorano come operaie tessitrici, sfruttate e schiavizzate: unico desiderio e speranza diventa la fuga, che non sempre realizza quanto si è sperato. E il viaggio verso un altro mondo ha inizio, terribile e pieno di sofferenza, inseguendo le promesse di un filo di lana di cachemire, concretizzatosi in una creazione della protagonista con l’ultima lana del suo gregge e gli insegnamenti della nonna per colorarla, rossa infuocata e di morbidezza impareggiabile venduta a malincuore ad una donna italiana al mercato di Ordos, ma ben pagata.
Le due giovani, fuggono con un viaggio clandestino lunghissimo e pericoloso per ritrovarsi anche in quel nuovo mondo, al di là dei tanti confini e dei chilometri percorsi, chiuse nella stessa prigione. Ma il filo di cachemire rosso non si è ancora spezzato e avvolgerà altri protagonisti con la medesima volontà di realizzare le proprie aspirazioni. Una storia di amicizia, di volontà e di resistenza per superare soprusi e angherie per un progetto di vita migliore e realizzata.
Nel caleidoscopio di colori del mercato di Ordos, in Cina, ce n’è uno che spicca su tutti. È il rosso, brillante e purissimo, di un maglione di cachemire. Alessandra se ne innamora subito: è quella la perla rara che le permetterà di risollevare le sorti della sua boutique di Firenze. A venderglielo è una ragazza di nome Bolormaa, e lo fa a malincuore. Perché per lei quel maglione è casa. Lo ha infatti realizzato con l’ultima lana del suo allevamento, prima che l’estate troppo torrida e l’inverno eccezionalmente rigido sterminassero il gregge e la costringessero a lasciare la Mongolia. È un incontro fugace, eppure l’immagine di quella signora, libera ed elegante, rimane scolpita nella mente di Bolormaa. A poco a poco, quel ricordo fa maturare in lei il sogno di una nuova vita in Italia. Armata solo del biglietto da visita che Alessandra le ha lasciato, Bolormaa s’imbarca allora in un viaggio rischiosissimo, che la porterà da Pechino a Oulan-Oude, in Mongolia, poi a Mosca lungo la Transiberiana e da lì in Italia, là dove il filo rosso del suo coraggio si ricongiungerà con quello di Alessandra, che ormai sta perdendo la speranza di salvare il suo negozio. E sarà proprio Bolormaa a darle la forza di cambiare un destino che sembra segnato…
Christiana Moreau vive a Seraing, in provincia di Liegi. Pittrice e scultrice autodidatta, è alla costante ricerca di nuovi modi per esprimere la sua creatività. Ha esordito con una raccolta di poesie nel 2014, per poi passare alla narrativa. Cachemire rosso è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.
«Il partigiano americano» è l’originale racconto di una storia vera che vive per la prima volta scorrendo sul binario di uno stile narrativo coinvolgente e il rigore saggistico.
Renato Berardinucci, il protagonista, è nato in America, terra della libertà e delle opportunità per i suoi genitori emigrati dall’Abruzzo, e per lui l’Italia è un luogo dell’anima. Visto da lontano il fascismo gli ha dato l’orgoglio delle origini, ma quando dal college di Philadelphia si ritrova al liceo classico di Pescara, l’amico Hans, ebreo viennese, gli apre gli occhi. Il devastante bombardamento di fine agosto 1943 e il disastro dell’8 settembre seguito dall’occupazione tedesca, lo spingono alla scelta della resistenza. Crea una banda partigiana formata da giovani come lui ai quali trasmette una carica ideale. È abile nei travestimenti, sfida più volte la sorte, e in uno scontro a fuoco uccide un ufficiale tedesco. Con l’arrivo degli Alleati decide di compiere un’ultima missione. La madre ha un presagio e vuole seguirlo. Lo vedrà morire mentre si sacrifica per salvare i compagni dal plotone d’esecuzione.
Abruzzo 1957. Un’auto percorre le strade polverose dell’interno. L’anziano uomo sul sedile posteriore è tornato dagli Stati Uniti per cercare la spia fascista che nel 1944 aveva consegnato il figlio partigiano ai tedeschi. Renato Berardinucci (Philadelphia 1921 – Arischia 1944) era stato ucciso da un plotone d’esecuzione a soli 23 anni. Poco prima della scarica fatale, si era gettato contro i soldati per salvare i compagni, davanti agli occhi della madre impazzita di dolore. Dopo tanti anni, consegnano una medaglia d’oro al valor militare al padre Vincenzo, che invece è in cerca di un’impossibile vendetta. Una storia vera.
Marco Patricelli (Pescara 1963) ha scritto saggi storici per Mondadori, UTET, Laterza, Hobby & Work; in Polonia per Wydawnictwo Literackie, Bellona, Arte, Wydawnictwa Uniwersytetu Warszawskiego; in Francia per JC Lattès e in Repubblica Ceca per Grada. Nel 2010, con la prima biografia del capitano Witold Pilecki, Il volontario, ha vinto l’edizione XLIII del prestigioso Premio Acqui Storia. Dai suoi lavori sono stati tratti docufilm e docufiction per RAI, Mediaset e ZDF. Ha curato diverse consulenze storiche per le maggiori reti televisive e radiofoniche nazionali ed è stato invitato a dare contributi alla realizzazione di documentari in Germania e Polonia. Svolge intensa attività convegnistica in Italia e all’estero. Per un decennio ha insegnato Storia dell’Europa contemporanea all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti. È stato insignito del titolo di Bene Merito, della Croce di Ufficiale al merito della Repubblica di Polonia e del cavalierato dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. È laureato in Giurisprudenza ed è diplomato al Conservatorio. Alla figura di Pilecki ha dedicato nel 2019 una Suite in 8 quadri per grande orchestra sinfonica. Vive tra Praga e Pescara.
Un avanzo di troppi risvegli è il titolo del romanzo d’esordio di Valentina Morelli.
Due storie parallele, di un uomo e di un bambino, due storie che finiscono per incontrarsi: l’ uomo, una vita contrassegnata da vent’anni di prigione, sostenuto da un obbligo: tornare in Sicilia perché lo ha promesso. Saro, un adolescente, fa consegne a domicilio per la macelleria del padre ma odia la carne di cavallo che lui macella e sogna un futuro diverso insieme ad Agata di cui è perdutamente innamorato. Due vite difficili, l’una che insegue un obiettivo, l’altra fatta di sogni e di fughe da un presente che attanaglia. La prima vita si muove da Milano, la seconda ha come sfondo Catania.
Saro sogna di fuggire. Da Catania, da quelle catene che non lo fanno respirare, dal rischio di diventare come suo padre e suo fratello. Allora Saro studia, e immagina il futuro assieme ad Agata, quella ragazza di cui è follemente innamorato e che prima o poi lo noterà.
A Milano un uomo senza nome sale su un treno. Ha i vestiti stracciati, le scarpe sfondate e una piccola sacca con dentro tutta la sua vita. Deve tornare a casa. Anche se non ha soldi, anche se non ha certezze. Anche se gli ultimi vent’anni li ha passati in carcere. Perché ha fatto una promessa, e non esiste nulla di più importante.
Valentina Morelli è nata a Modena e cresciuta a Milano, vive a Genova da vent’anni dove lavora come project manager. Ha collaborato con la rivista letteraria Cadillac. “Un avanzo di troppi risvegli” è il suo primo romanzo.
“L’appello” raccoglie da settembre a luglio le notazioni del professore supplente Omero Romeo con il titolo “Alla ricerca del tempo sprecato Diario di un professore cieco”, come si legge nell’Indice. Al supplente viene affidato l’incarico di portare alla maturità un gruppo sparuto di alunni, nove cui si è aggiunta una ragazza ripetente; sono stati messi insieme “per non ridistribuirli in altre classi” fa presente il Dirigente scolastico, ma di fatto una classe-ghetto di ragazzi con varie difficoltà. Si apre con un Prologo in cui il professore si presenta ed è proprio nel prologo che il lettore trova la ragione del titolo, introdotta da una serie di citazioni sul valore del “nome” cui gli antichi davano una valenza augurale e profetica ritenendo “nomen omen”. E anche il nome proprio del docente sa di presagio: è Omero colui che non vede, ma può vedere con tutti gli altri sensi, forse meno fallaci della vista di chi guarda e spesso non vede. É così che l’appello diventa un momento di conoscenza: Sprechiamo la maggior parte del nostro tempo e delle nostre energie a nasconderci, ma sotto sotto vogliamo venire alla luce[…] E un nome ben detto dà luce e dà alla luce ogni angolo dell’anima e del corpo […] Questo è il potere di un nome proprio[…] Questo è il miracolo di un appello ben fatto e anche la stessa etimologia della parola ci conduce a questo significato di spingere verso, come fa una donna quando dà alla luce.
E se l’appello non fosse un semplice elenco? Se pronunciare un nome significasse far esistere un po’ di più chi lo porta? Allora la risposta “presente!” conterrebbe il segreto per un’adesione coraggiosa alla vita. Questa è la scuola che Omero Romeo sogna. Quarantacinque anni, gli occhiali da sole sempre sul naso, Omero viene chiamato come supplente di Scienze in una classe che affronterà gli esami di maturità. Una classe-ghetto, in cui sono stati confinati i casi disperati della scuola. La sfida sembra impossibile per lui, che è diventato cieco e non sa se sarà mai più capace di insegnare, e forse persino di vivere. Non potendo vedere i volti degli alunni, inventa un nuovo modo di fare l’appello, convinto che per salvare il mondo occorra salvare ogni nome, anche se a portarlo sono una ragazza che nasconde una ferita inconfessabile, un rapper che vive in una casa famiglia, un nerd che entra in contatto con gli altri solo da dietro uno schermo, una figlia abbandonata, un aspirante pugile che sogna di diventare come Rocky… Nessuno li vedeva, eppure il professore che non ci vede ce la fa.[…]
I Neko Cafè, neko vuol dire gatto in giapponese, nascono proprio nel paese del sol levante, il primo fu creato a Osaka nel 2004, per svariate ragioni: sicuramente il gatto è considerato porta fortuna per eccellenza, ma soprattutto perché centri di relax dove, oltre a consumare spuntini, è possibile coccolare un gatto e sentirsi a casa in un ambiente gradevole e accogliente con in più le eventuali effusioni di un felino. Ed è ai Neko Cafè che si ispira questa breve storia a lieto fine, ne abbiamo bisogno, una favola lieve dove l’eroe, in questo caso l’eroina di nome Nagore, dopo un periodo in cui il mondo pare crollarle addosso perché senza lavoro, abbandonata dal compagno, lontana da Londra e dall’attività svolta fino ad allora e, tornata a Barcellona, con il rischio anche di perdere l’appartamento in cui vive in affitto, riceve come offerta di lavoro quello di cameriera in un cat cafè. Che fare? Non ci sono soluzioni e, nonostante il terrore dei gatti che l’accompagna sin da piccola, decide di accettare il posto di lavoro.
E da questo momento in poi la situazione cambierà completamente. Grazie ai gatti? Anche e grazie alla proprietaria del Neko, la giapponese Yumi: imparerà, disegnando e osservando il comportamento dei sette mici che vivono nel cafè, a individuare ben sette, più una legge felina per la vita. La lezione finale dei gatti, come si legge in copertina, recita così: Non ti servono sette (o nove) vite, puoi essere felice in questa.
A cosa si deve questa magia? Possiamo leggerla nella definizione del vecchio Elías, uno dei personaggi e grande estimatore di gatti: Un bel libro, un té caldo e un gatto in grembo… Esiste forse una felicità maggiore su questa terra?
Cui aggiunge in un’altra pagina: I gatti ci aiutano a connetterci con la nostra autentica essenza. Hanno dei superpoteri! E non c’è dubbio che quanto si dice sul fatto che siano in grado di eliminare le energie negative sia vero
Provare per credere i Neko Cafè o simili ci sono ormai anche in Italia!
E, per restare in tema, alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli
Gatti
Randagi Se ne stanno vicini vicini, quasi non ci fosse più spazio, ma non soffiano, non aggrediscono, non si azzuffano. Aspettano. Sono tanti e sanno, come creature avvezzate, l’ora il giorno e il luogo di quel pasto promesso. Si assembrano allora nelle vicinanze: c’è chi attende sdraiato, mostrando ancora meglio invalidità e menomazioni, chi si apposta in posizione strategica, in alto, per scorgere da lontano l’arrivo sperato, c’è chi per ingannare l’attesa si rannicchia su se stesso, nell’allerta costante di un orecchio sollevato, chi con fare da sentinella monta la guardia accovacciato sulle zampe posteriori, il muso intento, la coda arrotolata ad abbracciare le zampe anteriori, l’aria tesa di chi spera e non sa se ha riposto troppa fiducia in quell’attesa. L’assembramento è variopinto: sono di tutti i colori e di tutti gli screziati possibili e non sempre ben assortiti. Non sono belli o graziosi o eleganti, mostrano anche nelle fattezze i segni di una vita emarginata, senza identità, spaventati e arresi. Una maschera nera su un naso bianco, un occhio marrone e uno spento, una zampa maldestra, una coda sbilenca, l’aria insicura sotto lo sguardo vigile, la paura nello scatto sempre pronto. Ora, chini sui contenitori di plastica ingombri di miscugli colorati che nulla hanno a che spartire con la dieta di una razza felina, consumano pazientemente quanto viene loro elargito.
Di razza Acciambellato tra cuscini vaporosi non fa una mossa, sembra dipinto. Il pelo lucido e compatto, lo sguardo svagato, l’aria sicura e di sfida di chi ottiene senza chiedere attenzione e moine. Annoiato da tanto interesse, non partecipa, ma con distacco divistico, accetta. Pigramente si solleva e con fare aggraziato segue un percorso abituale che da braccioli a spalliere lo porteranno sul davanzale, dietro i vetri di un’ampia e luminosa finestra, tutta per lui, per la sua distrazione e divertimento. Perfetto, elegante, armonioso, tutto da guardare, se ne sta in posizione accovacciata, la bella testa eretta, le orecchie svettanti, la coda agitata da piccole e cadenzate battute sul legno levigato del davanzale, quasi a scandire il tempo di una visione felice, ma contenuta. Abitudinario e preciso, conosce bene i tempi dello svago e del sonno e della tenerezza e degli spuntini. La sua ciotola è sempre piena di biscottini, da sgranocchiare e spilluzzicare; non mangia, assaggia con il fare pulito di tutti i componenti la sua razza, ma più aggraziato e con quella noncuranza tipica di chi sa che non gli mancherà mai né la quantità né la varietà.
Di campagna Tra le erbe alte il suo mantello a chiazze bianco e nero si nota evidente, ma questo non preclude la riuscita della caccia. È acquattato e teso. Ogni suo muscolo è quasi visibile nella tensione. La preda ignara prosegue il suo percorso, ma non è mai perduta di vista. Si maschera e mimetizza tra le erbe che con i loro flessibili fuscelli gli fanno da tana e lo nascondono. Non si muove in fretta, ma quasi striscia, sollevandosi appena sulle zampe schiacciate sul terreno. La coda annuncia l’agguato; è tesa, quasi rigida. Tutto il suo corpo si muove impercettibilmente accompagnato dal fremito appena visibile della coda. Lo scatto è improvviso: le unghie delle zampe anteriori sono atterrate precisamente sulla vittima, la bocca ora si muove all’unisono e afferra ciò che è già stato artigliato e stordito e bloccato. La caccia è finita e la preda ora ciondola dalla sua bocca. Si muove con fare trionfante verso un luogo appartato a consumare.
Di città Attraversano strade trafficate con la testa incassata nelle spalle, quasi a ignorare il pericolo. Raggiungono i marciapiedi come approdi di naufraghi. Un salto sul muretto più basso e poi ancora salti verso giardini e terrazze e cortili dove chiedere ospitalità e rubare un magro e sudato pasto artigliando e sforacchiando robusti sacchi di plastica che custodiscono appetitosi, ma avari avanzi. Uno zerbino come giaciglio o il cuscino morbido di una poltrona, quando va bene. Sonni poco profondi e sempre allerta, miagolii disperati quando la fame è troppo insistente; se c’è chi risponde alle richieste si diventa amici, ma occasionali. Procedono guardinghi lungo i marciapiedi, si fermano un momento e si guardano intorno dubbiosi, proseguendo poi per la loro meta. La città offre affascinanti avventure; è grande e piena di spazi da esplorare. Spariscono a volte per mesi interi, ma spesso tornano guidati da un istinto infallibile e dalla ricerca di un posto al sicuro. Avvezzi a tutti i pericoli e difficoltà vivono alla giornata, ma ricordando precisamente i punti nei quali trovare cibo a buon mercato, giacigli accoglienti, caldi ricoveri nelle notti quando il freddo è pungente. Pance vuote, levatacce, corse sfrenate di inseguimenti più o meno molesti di simili o di umani, incidenti mortali: risvolti malevoli della vita vagabonda di città.
Generosi Lo zerbino è un vassoio per gli omaggi: un topolino, un passerotto, una lucertola; non sono quotidiani, ma occasionali. Ottimo cacciatore, è discreto, non chiede, non pretende, ma all’occorrenza sa farsi accudire. Per generosità offre il suo prezioso carniere o è spinto da desiderio di affermazione? È muscoloso e agile, più di altri della sua razza. I suoi salti sono poderosi e sicuri anche quando l’altezza è rilevante. Nonostante si fa mansueto e domestico quando balza sui davanzali per ricevere la guadagnata considerazione.