Joyce Carol Oates “Pericoli di un viaggio nel tempo” presentazione

Una storia tra passato e futuro, di ribellione e anche una storia d’amore. È ambientata nel 2039, in un futuro visto in chiave distopica, dove il libero pensiero o fare semplicemente domande viene punito severamente. La punizione è esemplare, diremmo fantascientifica: si viene esiliati nel passato.

É questo ciò che accade alla protagonista, una giovane e brillante studentessa diciassettenne, Adriane Strohl, che finisce così nel 1959 dove ha un nuovo nome, Mary Ellen Enright, nuove materie da studiare, dove vive con frammentati ricordi della vita precedente e in mezzo a oggetti sconosciuti, ma è lì, in quel nuovo mondo, che si innamorerà del suo professore di psicologia, che si rivelerà anch’egli un esiliato.

Pericoli di un viaggio nel tempo si muove nel passato e nel futuro con rimandi all’oggi e alla recente politica negli U.S.A, relativamente alla chiusura delle frontiere e alla separazione dei nuclei familiari, ma con richiami al totalitarismo orwelliano di 1984 o al racconto dell’ancella della Atwood, con un finale inatteso che si colloca nei “pericoli” del viaggiare nel tempo.

Da La nave di Teseo

Adriane S. Strohl vive negli SNAR (Stati del Nord America Rifondati) una confederazione nata dopo i Grandi Attacchi Terroristici e la conseguente Guerra Contro il Terrore. Uno stato retto da un governo onnipresente e opprimente che non consente nessun tipo di dissenso. Adriane è solo una ragazzina di diciassette anni, idealista e curiosa, quando viene arrestata dalla Sicurezza Interna per aver osato fare delle domande a scuola. La sua condanna è quella di essere rimandata indietro nel tempo di ottant’anni e di scontare la pena a Wainscotia Fall, nel Wisconsin, per studiare nella locale università. Lasciata alla deriva nel tempo in questa idilliaca cittadina del Midwest, viene avviata a un percorso di “riabilitazione” per poter poi tornare a casa, ma non può resistere all’innamoramento per un altro esiliato, che la porterà a riflettere sul mondo di Wainscotia e sulla realtà che è costretta a vivere, con risultati al contempo devastanti e liberatori.[…]

Junio Rinaldi “Un padre, un figlio” recensione di Salvina Pizzuoli

Poche pagine, intense.

La morte vissuta attraverso la sofferenza di un figlio per il dolore che il male infligge sulla carne e sulla mente del padre nella lenta agonia. Parole silenti e pacate attraversano la trasformazione anche fisica della persona che gli è trascorsa accanto e che forse non riconosce più. L’affannarsi insensato per lenirne le pene, insieme al sentimento disarmate del sentirsi impotenti, i ricordi che si alternano con il loro ritmo lento alle realtà degli ultimi giorni, mentre il male incurabile con il suo logorio incessante cancella la vita e crea smarrimento nella mente del malato. Ma quell’uomo sofferente era stato un padre, un uomo, un marito, un combattente in una causa in cui aveva creduto, uno stimato lavoratore e un gentleman d’altri tempi.

Il racconto si apre con il ricordo di una frase dura, definitiva.

In quella frase letta da bambino su un portone di legno di una casa abbandonata, ricomparsa a distanza di cinquantasette anni, quasi un presagio “Vita sei bella, morte fai schifo”.

Si può raccontare un’agonia? Si legge nella pagina di apertura che precede il frontespizio.

Descrivere lo spegnersi di una vita […] Entrare nei dettagli della sofferenza […] Parlare dello sconforto che attanaglia […] Scacciare il tremendo pensiero di non potere fare nulla […] Tutto questo è lecito o è un’oscenità? Sì, si può raccontare un’agonia. Di osceno c’è solo la morte.

E Junio Rinaldi lo ha fatto e lo ha saputo fare con delicatezza, con la tristezza che l’accompagna, con l’amore e la dolcezza nel ricordare momenti di vita nel passato, nel confronto e nella piena consapevolezza del presente, del percorso crudele per accompagnare chi si ama verso la fine della vita.

La sinossi dal Catalogo Manni Editori

Dello stesso autore:

Quella lunga notte

Peter Cameron “Quella sera dorata” recensione di Salvina Pizzuoli

Quella sera dorata, titolo originale The city of your final destination più calzante della traduzione in italiano, è stato editato nel 2002.

Perché ci eccita tanto viaggiare, andare lontano? Per quello che ci lasciamo alle spalle o per quello che troviamo?

Pochi i personaggi che Cameron mette in scena sul palcoscenico della vita, possibili, ciascuno con le proprie manchevolezze e ossessioni. La storia che li porterà, per alterne vicende a condividere momenti salienti e conseguenze liberatorie, è una borsa di studio che potrebbe attivarsi per un giovane studioso, Omar Razaghi che vive in Kansas, attraverso la scrittura di una biografia dello scrittore Jules Gund che però abbisogna dell’autorizzazione degli eredi: Caroline Gund, Arden Langdon e Adam Gund. Lo scrittore in vero ha pubblicato solo un libro ma sufficiente per farlo inserire nella costellazione letteraria ed è morto suicida È così che Adam, il fratello, la moglie e l’amante vengono richiamati, dal futuro ed eventuale biografo, prima attraverso una missiva e successivamente visto il diniego in presenza, a fare i conti con quanto di fatto hanno lasciato in sospeso dei loro trascorsi, che ciascuno dissimula anche a se stesso ma che il fragile Omar, con le sue insicurezze e necessità di trovare una sua strada, riaccende e scatena.

Prevalentemente è ambientato in Uruguay dove anche il paesaggio è chiamato a recitare la sua parte, come tutta l’ambientazione e i ritmi di vita dei protagonisti che vivono a stretto contatto a Ochos Rios, una sperduta località nella pampa uruguaiana.

Perfettamente caratterizzati i protagonisti dalla sensibile mano di Cameron. Il romanzo è stato trasposto in un film da James Ivory.

Dello stesso autore:

Cose che succedono la notte

Sophie van Llewyn “Bottigliette” presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Sophie van Llewyn recentemente intervistata (Il Venerdì La Repubblica, 1 gennaio 2021), racconta dove e da cosa sia partita l’idea del suo romanzo e più precisamente, quando le viene chiesto come mai abbia avuto voglia di parlare degli anni Settanta nel proprio paese d’origine, la Romania, in un periodo storico travagliato dalla dittatura di Ceausescu, risponde che tutto ha avuto inizio dall’immagine di una giovane donna in attesa di essere interrogata nella stanza dei servizi segreti che nasconde nella propria borsa un piccolo oggetto prezioso per le autorità. Forse per questo il suo romanzo ha ad un certo punto una svolta magica…

Cresciuta nella Romania del post Ceausescu, siamo nel 1989, non le sono mancate né le storie né gli aneddoti legati al periodo della dittatura né le conoscenze ravvicinate del folclore locale ricco di riti e superstizioni.

Da Keller Editore

Nella Romania degli anni Settanta, oppressa dal regime comunista di Nicolae Ceaușescu, i giovani sposi Alina e Liviu, entrambi insegnanti, si ingegnano a incanalare come meglio possono la propria vita nelle strettoie della dittatura. Ma un giorno il fratello di Liviu fugge all’Ovest e, poco dopo, Alina si rifiuta di denunciare una sua piccola allieva per il possesso di una rivista proibita. La coppia entra così nel mirino delle forze governative, e le loro rispettive carriere, insieme al matrimonio, cominciano a sgretolarsi. Non resta che scappare dunque, anche per provare a salvare quel che resta della loro felicità.
Con una madre che non la appoggia e la Securitate determinata a distruggere le loro vite, Alina decide di rivolgersi a zia Theresa, moglie di un importante esponente del partito e depositaria di antichi e magici rituali popolari… [—]

L’AUTRICE

Sophie van Llewyn è nata e cresciuta a Tulcea, nel sud-est della Romania, vicino al delta del Danubio. Al termine degli studi si è trasferita in Germania dove vive e lavora in ambito medico. Scrive in lingua inglese. Bottigliette, il suo romanzo d’esordio, è costruito come una flash fiction ed è stato candidato al Women’s Prize, al Republic of Consciousness Prize e al People’s Book Prize.

Christina Dalcher “La classe” presentazione e con la recensione da “Il mestiere di leggere” di Pina Bertoli

La recensione di Pina Bertoli

Christina Dalcher se in Vox , con cui ha esordito nel 2018, racconta una società che, oltre a privare le donne del lavoro e della propria indipendenza economica, impedisce loro di usare più di cento parole al giorno, altrimenti una scarica elettrica glielo ricorderà prontamente, con il nuovo romanzo, titolo originale Master Class, presenta una società fondata sulle disuguaglianze questa volta non di genere ma di Q, il quoziente calcolato in base a test e al comportamento, che determina la divisione degli studenti in tre gruppi in base alle loro risultanze: scuole Argento per i migliori, Verdi per i mediocri e Gialle per gli ultimi. Protagonista è un’insegnante, Elena Fairchild, che vivrà l’esperienza attraverso la figlia Freddie. Entrambi i romanzi possono essere ascritti a quel genere definito “distopico” che ebbe i suoi natali con Orwell in 1984 e oggi ampiamente consolidato. Come per il romanzo di Orwell o della Atwood, le possibili e inquietanti prospettive che vi si evidenziano hanno valore di monito oltre ad essere una lettura che prende e che lascia il lettore travolto e partecipe fino al sorprendente finale.

Da Nord Edizioni

Elena Fairchild ha partecipato alla creazione del sistema Q e lo riteneva la chiave per una società più equa, più giusta. Adesso però, dopo alcuni anni come insegnante in una Scuola Argento, è tormentata dai dubbi: sebbene abbia accolto diversi alunni provenienti dalle Scuole Verdi, non ha mai visto qualcuno tornare dalle Scuole Gialle. I genitori ormai temono quel pullmino che passa di casa in casa il giorno successivo all’esame. E ora anche lei è una di quei genitori: sua figlia Freddie ha ottenuto un risultato troppo basso e le verrà portata via. Senza esitare, Elena si fa bocciare al test Q per insegnanti e viene trasferita nella stessa Scuola Gialla della figlia. […]

Brevi note biografiche

Christina Dalcher  ha insegnato fonologia, fonetica e italiano ed è stata ricercatrice. Si è specializzata in Linguistica alla George Mason University conseguendo successivamente un dottorato sulle variabili fonetiche, fonologiche, lenitive e sociolinguistiche e sulla lingua italiana presso la Georgetown University. Vive negli Stati Uniti .

Laura Calosso “Ma la sabbia non ritorna” presentazione

Laura Calosso dal 14 gennaio in libreria per la casa editrice SEM con il suo ultimo romanzo che, come i precedenti, lega pagine di narrativa a reportage di inchiesta giornalistica. Come “Due fiocchi di neve uguali” e “La stoffa delle donne“, il primo relativo all’indagine sulla sindrome del hikikomori (stare in disparte, il fenomeno giovanile di chi si chiude fuori dal mondo) e il secondo sulla tossicità di alcune stoffe importate dall’estero e presumibilmente utilizzate nel mondo della moda. In questo ultimo romanzo, il cui titolo richiama il tema, “Ma la sabbia non ritorna”, indaga sul fenomeno legato al traffico delle sabbie, utilizzate da grandi città costiere come Dubai e Hong Kong, per conquistare maggiore superficie rispetto al mare. È da qui che l’indagine s’intreccia con la trama del romanzo: la protagonista, una giornalista freelance, che nel suo repertage scopre i traffici illeciti con le sabbie, collega il fenomeno ad avvenimenti del passato familiare quando il padre, autore di varie operazioni scorrette e con il quale ha costruito un forte rapporto traumatico tanto da scegliere un mestiere che la portasse lontano, si era arricchito negli anni ‘60, quando era ancora bambina, proprio estraendo e trasportando sabbia con gravi conseguenze per l’ambiente. La trama si arricchisce con avvenimenti legati alla vita sentimentale di Elena, la protagonista, che traumatizzata negli affetti più profondi, continua una storia d’amore con un uomo di cui, di fatto, conosce pienamente le insicurezze e le fragilità.

Brevi note biografiche

Laura Calosso, laureata in Scienze politiche e in Letteratura tedesca, è una giornalista astigiana. Ha esordito con Mondadori per la narrativa con il romanzo A ogni costo, l’amore. Con la casa editrice SEM ha pubblicato nel 2017 La stoffa delle donne e nel 2019 Due fiocchi di neve uguali.

Muriel Barbery “I gatti della scrittrice”, presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

“I gatti della scrittrice” è un volumetto a firma Muriel Barbery, è lei la scrittrice in oggetto, autrice di best seller che, sull’onda di note pagine dedicate ai felini, si fa raccontare dai suoi consulenti letterari, ben quattro certosini, grigi con gli occhi arancioni che “ben s’intonano alla casa”…: Ocha, Mizu, Petrus e Kirin, la narratrice, o per meglio dire la voce narrante. Vivono in casa con la scrittrice e il marito musicista, l’una a destra e l’altro a sinistra nelle rispettive stanze, che a volte si incontrano al centro tra le due!

Ma di cosa vorrà raccontarci la dolce Kirin?

Degli scrittori ovviamente di cui ha una conoscenza diretta mettendo in evidenza i difetti tipici dei questa particolare specie umana: l’agitazione, il dubbio, la negazione dell’errore. E da bravi e coscienziosi consulenti, con il loro linguaggio, chiarissimo anche senza le parole, svolgono quell’indispensabile lavoro che è la revisione critica del testo, tanto da chiedere formalmente di partecipare ai “proventi” con tanto di contratto.

Il testo è snello, simpatico e illustrato deliziosamente dalla mano di Maria Guitart.

Da Edizioni e/o

Lo scrittore… un essere misterioso! Eppure se facessimo quattro chiacchiere con i suoi gatti lo capiremmo molto meglio. Attraverso le voci dei suoi alleati dalle zampe di velluto Muriel Barbery svela il dietro le quinte della creazione letteraria. Ognuno dei suoi quattro certosini ha il proprio carattere: c’è Ocha, il capo della banda, un duro dal cuore tenero; l’affettuosa Mizu, sua sorella, con le zampe un po’ storte; il placido e raffinato Petrus, che ama i fiori; e infine la narratrice, la graziosa Kirin. Ciascuno di loro ha anche il proprio ruolo da interpretare nella battaglia della scrittura: scontenti di essere soltanto compagni di svago, infatti, i gatti hanno spinto la propria devozione verso la padrona fino a imparare a leggere, diventando così nell’ombra i consulenti letterari della scrittrice. Un testo deliziosamente leggero sull’eterna poesia della quotidianità, spumeggiante di umorismo felino e filosofia nipponica, accompagnato dalle illustrazioni raffinate di Maria Guitart.

Brevi note biografiche

Muriel Barbery è autrice di L’eleganza del riccio (E/O, 2007), di Estasi culinarie (E/O, 2008) e Vita degli elfi (E/O 2016). Ha vissuto a Kyoto, Amsterdam e Parigi. Attualmente vive nella campagna francese.

Ayesha Harruna Attah “I cento pozzi di Salaga” recensione di Salvina Pizzuoli

Calato nella realtà territoriale e tribale, è una dettagliata pagina di storia della Costa d’Oro, il nome del Ghana prima dell’indipendenza, che conduce il lettore tra i paesaggi della savana e della foresta, a conoscere bevande e prodotti locali, usanze e tradizioni, nonché la lingua, riportata spesso nei termini originari, un complesso di dialetti sconosciuti a brevi distanze tra tribù e luoghi. Una pagina di storia che racconta un preciso momento della situazione nel Ghana pre-coloniale di fine Ottocento nei villaggi presso le città di Salaga-Kpembe, di Kete-Krachi, tra le genti islamiche dei Gonja e Dagomba: un fiume, il Volta, che segna e separa anche in nome di quell’emancipazione che dalle zone costiere non riesce a penetrare nei territori più interni dove ancora vige il commercio degli schiavi; gli scontri tra capi locali e la presenza degli europei, tedeschi, inglesi e francesi, che hanno sostituito portoghesi e olandesi usando proprio le rivalità esistenti tra i vari gruppi etnici o nei conflitti per il potere tra gli stessi. Richiamandosi all’esperienza della trisavola, l’autrice ricostruisce lo scenario storico attraverso gli avvenimenti focali della vita di due giovani donne, di estrazione sociale molto diversa, che, ciascuna con la propria esperienza e nell’ambito della propria vita associata, cercano in modo combattivo e senza rese di conquistarsi uno spazio più ampio. Il lettore così seguirà le vicende alternando la lettura di quanto riguarderà ora l’una ora l’altra.

Aminah è figlia di un artigiano di Botu, un piccolo villaggio sulle rotte delle grandi carovane che lì si fermano garantendo un certo commercio di cibi preparati a lei e alle sorelle, anche se preferirebbe di gran lunga confezionare scarpe, come fa il padre sebbene sia un mestiere non previsto per le donne dalla società patriarcale in cui vive. La sua vita scorre serena fino alla scomparsa del padre, che non farà ritorno dal suo viaggio verso i mercati cittadini, e successivamente al suo rapimento da parte di una banda di predoni, che bruciano e distruggono il villaggio seminando morte e distruzione, per procurare schiavi da vendere sul mercato di Salaga.

L’altra giovane donna è Wurche, di etnia Gonya, figlia del re di Kpembe Etuto, incline a quanto è considerato sconveniente per una fanciulla: l’uso delle armi e l’interesse verso la politica che vorrebbe indirizzare verso l’unione e la pacificazione consigliando il padre nelle sue decisioni. Ciascuna delle due sarà costretta dagli eventi a subire decisioni contrarie a quanto avevano aspirato: Wurche sarà costretta infatti a sposare un uomo che non ama solo per ottenere per il padre l’appoggio dei Dagomba.

Brevi note biografiche

Ayesha Harruna Attah è nata ad Accra (Ghana) nel 1983, in una famiglia di giornalisti . Ha studiato alla Columbia University e alla New York University, per poi tornare in Africa e cominciare a scrivere.

E anche:

la recensione su mangialibri

e l’intervista a Ayesha Harruna Attah

Franco Cardini “L’appetito dell’imperatore. Storie e sapori segreti della Storia” presentazione

Questo particolare volume scritto da Franco Cardini, Professore Emerito dell’Istituto italiano di Scienze umane, è un po’ narrativa, un po’ libro di cucina, con ricette sperimentate dall’autore stesso, e un po’ Storia, quella con la S maiuscola; sì perché come scrive in Invito alla lettura che apre la raccolta “Nessuna di queste “storie” è propriamente e totalmente fedele alla Storia: quasi tutte sono, in differente misura, un insieme di “vero storico” […] e di libera immaginazione, tuttavia attenta quantomeno al verosimile”, ma corredate in fondo a ciascuna da Note che ne evidenziano la base propriamente storica, aiutando il lettore più esigente a distinguere tra quest’ultima e l’invenzione; le Note inoltre sono corredate di indicazioni sulle fonti. Come anticipato si tratta infatti di un racconto originale, piacevole, pieno di curiosità proprio perché da storico le va “a scovare tra le pieghe della grande storia”. E non solo è corredato da Note, ma anche di tre Intermezzi semieruditi, sulle castagne, sul caffè e sui tartufi. I personaggi che accompagneranno il lettore in questa curiosa e simpatica carrellata storico-culinaria sono tra i più conosciuti, partendo da San Francesco, il Gran Khan, passando per Balzac e lo stesso imperatore Napoleone, il cui racconto dà poi il titolo a tutta la raccolta. Gran parte della nostra vita ruota attorno al cibo – scrive in Invito alla lettura – ne poetiamo, ne dipingiamo, lo traduciamo in suoni e in canti[…] ci ammaliamo per il cibo, guariamo grazie a lui o nonostante lui e, nonostante quanto documentato nelle pagine del suo testo, non si definisce affatto un gourmet, ma di essere guidato dalla pervicace natura di un contadino toscano che gli fa prediligere cibi semplici.

Dello stesso autore:

Notre-Dame Il cuore di luce dell’Europa

Lawrence d’Arabia

Ivan Doig “L’ultima corriera per la saggezza” presentazione

La recensione su mangialibri

Donal Cameron un ragazzino di 11 anni, orfano di entrambe i genitori, vive con la nonna, cuoca in un ranch nel Montana. I problemi di salute della donna costringeranno il giovane Donal a compiere un viaggio dal Montana al Wisconsin, per raggiungere gli zii Kitty ed Herman, che non conosce. È il 16 giugno del 1951 quando il giovane intraprende il lungo viaggio su una di quelle corriere della Greyhound Line, che attraversano tutti gli Stati Uniti. La nuova vita però si rivelerà difficile e così Donal, questa volta non più da solo ma in compagnia dello zio Herman, che approfitterà per andare alla scoperta dell’amato West, ripartirà, incontrando personaggi d’ogni sorta che appunterà sul libro delle dediche, dove raccoglie pensieri in rima delle persone che incontra, personaggi umili, umani, calorosi, tristi e felici, in un’America dai paesaggi sconfinati. Un viaggio che sarà un percorso di formazione in cui l’autore Doig rivisita e racconta, attraverso i ricordi della sua infanzia, l’America attraverso occhi di bambino. Questo romanzo è l’ultimo scritto prima della morte e rivela mirabilmente l’età dei sogni e delle scoperte nel percorso di crescita per diventare “grandi”

Brevi note biografiche

Ivan Doig (1939-2015) ha ambientato gran parte dei suoi romanzi nel Montana, dove era nato. Più volte premiato per i suoi romanzi, è stato anche finalista al National Book Award con il memoir This House of Sky. Nutrimenti ha pubblicato anche Il racconto del barista nel 2018.