Franco Cardini “Lawrence d’Arabia” recensione da Il Venerdì La Repubblica 3 gennaio

[…]nato come una serie di trasmissioni radiofoniche, lo storico compie proprio un viaggio nell’enigma, in quella “sorta di sfinge” che fu il colonnello inglese, nato nel 1888 e morto nel 1935 in un incidente di moto, sua grande passione. Chi era in realtà, Lawrence? Erudito, mitomane, eroe, spia, doppiogiochista, “paradossale cultore dell’eccesso attraverso la rinunzia?” Le risposte in questo notevolissimo ritratto,(da AI.Ri. Il Venerdì La Repubblica)

 

 

vedi anche l’intervista di Paolo Mieli a Franco Cardini  su Lawrence d’Arabia   

e anche

vedi anche l’intervista a Franco Cardini su Lawrence d’Arabia

           

               

 

Albert Camus “Il primo uomo” recensione di Salvina Pizzuoli

Quella notte che era in lui, sì, quelle radici oscure e confuse che lo collegavano a questa terra splendida e terrificante, ai suoi giorni infuocati come alle sere improvvise che ti stringono il cuore…

Un romanzo postumo, ricostruito dalla figlia Catherine in base al manoscritto ritrovato tra le lamiere di quell’auto dove nella notte del gennaio del 1960 Camus aveva trovato la morte. Un romanzo incompiuto, un romanzo dedicato all’Algeria, alla bellezza e agli affetti.

Si apre, come per un antefatto, con il tragitto su una carretta di due viaggiatori, due coloni francesi, i coniugi Cormery, nella notte africana, una notte frenetica nel raggiungere un rifugio per la partoriente, per il marito alla ricerca di un medico, per le due donne, un’europea e un’africana, che l’assisteranno, fino alla nascita di Jacques, che il lettore ritroverà quarant’anni dopo, partito alla ricerca di notizie del padre che non ha mai conosciuto, perché caduto un anno dopo la sua nascita come combattente durante la prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, e sepolto nel cimitero di Saint Breiuc, dove il figlio scoprirà, con incredula notazione costernata, “che l’uomo che giaceva sepolto sotto quella pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui” perché morto a soli ventinove anni.

E nel ritorno ad Algeri, verso la sua Africa, il lettore ripercorre con Jacques Cormery, il protagonista, un cammino a ritroso nel tempo della memoria, dove anche la miseria, che ne ha caratterizzato l’infanzia e la giovinezza, viene alleggerita nella dolcezza del ricordo di luoghi e persone e ambienti algerini, luoghi e persone di un’infanzia “misera ma felice”. E il lettore accompagna il protagonista nella sua rassegna, tra scorci vividissimi della memoria, che immortalano in pagine liriche i giochi da bambino, la famiglia, la madre, la nonna e lo zio Etienne, il maestro, signor Bernard, educatore e un quasi padre, figura imponente e tratteggiata con mano felice, che lo indirizza, studente promettente, al Liceo.

Pagine leggere sulle quali aleggia il sorriso lieve di chi è sopraffatto dall’emozione lungo il percorso della memoria che sola sa immortalare e restituire, nell’ineffabile levità di un tempo di cui restano solo le impressioni felici, il passato.

Un grande romanzo, che il fatto di essere incompleto e di essere stato ricostruito su appunti, scritti spesso con grafia difficile e oscura, nulla toglie alle sue pagine, ma la cui stesura ha permesso ai lettori di vivere dentro la bellezza sopraffina, delicata e dolcissima, di accurate descrizioni, quasi un’inquadratura cinematografica, del cammino di crescita e di formazione di un primo uomo.

E anche Jacques, che aveva voluto sfuggire al paese senza nome, alla folla e a una famiglia senza nome, mentre qualcosa nel suo animo non aveva mai smesso di invocare quel silenzio e quell’anonimato […] camminando nella notte degli anni sulla terra dell’oblio, dove ognuno era il primo uomo, e dove egli stesso aveva dovuto allevarsi da solo, senza un padre […] crescere da solo, in forza e in potenza, trovare da solo la sua morale e la sua verità, sino a nascere come uomo per poi nascere di nuovo …

Dello stesso autore “Lo straniero”

Autori toscani? Sì, grazie…

Gentili lettori, iniziamo la nostra rassegna letteraria sugli autori toscani di ieri e di oggi o che scrivono o hanno ambientato le loro opere in Toscana, con una novella di Ferdinando Paolieri, fiorentino,  tratta da Novelle toscane pubblicato a Torino nel 1913. Pittore e poeta fu a lungo giornalista de La Nazione.

All’attenzione dei nostri lettori “Il rimedio pei topi” novella che ritrae una  figura caratteristica della campagna toscana: il barrocciaio.

Il testo in alcuni punti è stato arricchito di note a chiarimento di vocaboli toscani oggi in disuso.

Arguto il finale e le considerazioni che concludono la novella.

Buona lettura!

Scrittori toscani? Sì, grazie…

A partire dal prossimo venerdì su tuttatoscanalibri.com e su tuttatoscana.net

 

racconti, novelle, brani scelti da autori toscani di ieri e di oggi o che scrivono o hanno ambientato le loro opere in Toscana,

per un fine settimana di letture, per tutti!

I consigli di Martina Castagnoli: M. Nicoletti “Chaturman Rai – fotografo contadino della Himalaya”

 

Il consiglio di inizio d’anno riguarda un testo singolare e prezioso che racconta di una storia vista, vissuta da spettatore e raccontata, dallo scrittore Martino Nicoletti. Si narra che uno dei mestieri tramandati sulle montagne dell ‘Himalaya fosse quello dei fotografi itineranti. Essi, a dispetto delle asperità e del clima rigido, vagavano di paese in paese con rudimentali macchine fotografiche e per pochi spiccioli o per un pasto caldo, venivano ingaggiati per fare fototessere da apporre ai documenti. Il romanzo di Exorma ci racconta la storia di Chaturman Rai, contadino analfabeta che, affascinato da questi atipici personaggi, con grande sacrificio riuscì a comprarsi una piccola macchina fotografica. Da contadino imparò con dedizione il mestiere del fotografo e da semplice ritrattista con gli anni divenne un apprezzato artista. La vicenda ci insegna (o ricorda, e magari lo dovremmo tenere a mente tra i buoni propositi per l’anno appena iniziato) di quanto, se pur in condizioni avverse, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino e della misura in cui, da uomini liberi (sempre bene sottolinearlo) sia lo spostare “più il là” l ‘asticella del desiderare qualcosa di migliore per noi stessi, a rendere la nostra vita ancora più preziosa.

Charles Simmons “Acqua di mare” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

Vai alla recensione di Maria Anna Patti

 

Dal catalogo delle  Edizioni Sur:

Acqua di mare, pubblicato per la prima volta nel 1998, è l’ultima opera di un grande scrittore da riscoprire: «un piccolo capolavoro», come lo ha definito il New York Times, una commedia delicata e commovente che SUR ripropone oggi in una nuova traduzione d’autore firmata da Tommaso Pincio.

 

Fuani Marino “Svegliami a mezzanotte” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 6 gennaio

La dolorosa fuga dal mondo di Fuani Marino

di Flavia Piccinni

 

Metà pomeriggio. C’è una donna che sta cucinando, e che alza lo sguardo: vede un sacco della spazzatura che si schianta al suolo. Quello che vola, però, non è un sacco. È Fuani Marino, che si è lanciata dal balcone della casa della zia, in una località di villeggiatura a Pescara. È Fuani Marino – giornalista, nata a Napoli nel 1980 – che con una struggente precisione racconta in “Svegliami a mezzanotte” pubblicato da Einaudi (pp. 159, EUR 17) la sua storia, affrontando il disturbo bipolare, il malessere, l’arrivo della notte e il tentativo di morire. «Sono caduta, ma non sono morta. Sono invece rimasta cosciente durante il volo e anche subito dopo, ho sentito qualcuno urlare e voci familiari vicine a me. Ho sentito tutto meno che il dolore». Il dolore arriva con i mesi seguenti, insieme all’ospedale, insieme alla riabilitazione, insieme ai dubbi che già l’autrice aveva raccontato nel suo precedente romanzo, il toccante “Il panorama alle spalle” (Scatole Parlanti, 2017). E ora Fuani racconta della sua vita da adolescente, degli anni dell’università , della vita dopo il master, del lavoro in un’agenzia pubblicitaria a Roma, e di quello in un quotidiano locale, scrive di sé fino all’amore con Riccardo, divenuto negli anni suo marito. Racconta della maternità, della figlia Greta, di una casa a Napoli bellissima che diviene una prigione, del cercare se stessi, del trovarsi nei libri e svela che cosa accade quando la mente si annida nel buio, e non trova luce da nessuna parte se non nell’unica via di salvezza dal mondo: il suicidio. —

Alberto Giuliani “Gli immortali. Storie dal mondo che verrà”recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno Culture 30 dicembre

Viaggio in giro per il mondo con Giuliani
di Flavia Piccinni
Ci sono dei libri che non passano di moda, e che sono chiamati classici. E poi ci sono delle avventure che è bello leggere perché parlano del nostro tempo e ci raccontano qualcosa di noi. Fra queste spicca “Gli Immortali” di Alberto Giuliani, fotografo vincitore dei più importanti premi internazionali. Conoscevo Giuliani per i suoi straordinari scatti, capaci di raccontare storie e luoghi in dettagli e sguardi, ma con questo libro – che è un po’ reportage e un po’ autofiction – pubblicato da Il Saggiatore (pp. 230, EUR 19) ne ho scoperto la profonda anima fin dall’attacco preciso e inquietante: «Anni fa, sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, una donna mi lesse la mano. E un paio di anni dopo, nell’autunno del 1999, un bramino della città sacra di Vrindavan, in India, guardò nel mio futuro. Entrambi mi raccontarono le stesse gioie che mi avrebbe riservato la vita. E della morte. Prematura e violenta. Che dovrebbe cogliermi fra poco». Ed è questa rivelazione che guida Giuliani nel suo viaggio in giro per il mondo, in luoghi di struggente bellezza – come il fiume Yamuna, in India, o nella parte più segreta della Norvegia – e capaci di indicare la rotta per il futuro, come l’istituto NASA alle Hawaii. Assecondando la sua storia, di viaggiatore e di pensatore, Giuliani viene sospinto dalle sue domande, come un contemporaneo Dante, negli inferi della nostra vita e del nostro pianeta. Anche questo – insieme alla bella scrittura – fa del suo esordio un libro dotato di un senso atavico e necessario, che torna sempre al punto d’origine, in India, perché «l’India è un posto dove tutte le anime in cerca di qualcosa prima o poi passano». —