Anna Maria Ortese “La lente scura”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Copertina della raccolta di racconti di viaggio di A. Maria Ortese "La lente scura", Adelphi

Adelphi

Difficile definire la prosa della Ortese, inquadrarla dentro precisi confini: visionaria, trasfigurante, sono i primi aggettivi che mi paiono adatti ad una scrittura che, al di là delle definizioni, coinvolge e che io amo particolarmente; accolgo quindi  con entusiasmo questa nuova edizione di Adelphi dei racconti di viaggio, per una rilettura e un nuovo incontro a distanza di tempo.
Persone, ambienti, situazioni che il suo  occhio guarda, incontra dentro panorami, tra emozioni e visioni che si spalancano o si chiudono attraverso parole che non vogliono solo descrivere ma vivere quell’istante, quella persona, quell’insieme di natura e umanità, personalizzandola e facendola personaggio proprio, propria raffigurazione, in un tutt’uno tra vedere e sentire, tra fuori e dentro, tra occhio e anima.
Poi c’è la lente scura malinconica, per quel che non c’è, che manca, che non si trova: uno sguardo anche socio politico dell’esistenza di un periodo ben preciso, il dopoguerra, la miseria dei più, la propria, con la valigia sempre in mano e partenze e ritorni, quasi fughe per allontanare forse una malinconia struggente per un’armonia perduta, nel rifiuto di accettare il mondo così com’è e rifugiarsi nell’Utopia, come scrive nella Premerssa.

“Per cui devo ammettere che buona parte di questa, e della visione buia carpita dalla Lente, buona parte appartiene soltanto a me, alla mia indole, è soltanto mia. Nel vivere umano, mentre i decenni e i mezzi secoli rotolano via sempre più in fretta, con un effetto di turbine e di rovina – non visibile e quindi non rimediabile – io vedo da tempo una macchia, come vedo una macchia nella natura dell’uomo anche buono, e forse una macchia nel sole stesso. E a questa percezione – devo dire – è forse dovuta la mia propensione per il poco – o il nulla – e la mia reverenza per l’Utopia – sempre alta e presente come una luce bianca tra le nuvole basse, nello sconfortato vivere”.

La sua raccolta di racconti  sembra la biografia  di un’ eterna sfollata e nomade, tra Napoli, Roma, Milano, Sanremo, in una perenne precarietà economica e abitativa, così ben delineata senza enfasi nelle sue pagine. Nei suoi racconti stralci di vita così ammaliatori, così coinvolgenti e veri, da leggere lentamente e assaporare nella plasticità dell’eloquio che sa farne racconto, emozione, esistenza, immagini, colore, tutti partecipati.

In questi stralci un assaggio

La precarietà del vivere

“In quel tempo, come del resto in tutti i tempi, io non avevo molto denaro, anzi non ne avevo affatto: lavorare in quel viavai, era sempre più difficile, così non riuscivo a pagare l’affitto dell’anticamera (ventimila lire), e insomma mi trovavo in difficoltà. Da queste mi tolse, impensatamente, la contessa N. Una mattina venne da me, e mi disse che l’anticamera le serviva, me ne dovevo andare al più presto. Aggiunse che, a suo parere, io non avevo molta voglia di lavorare, perdevo tempo, e la mia situazione faceva paura. Non avevo nulla da obiettare, perciò riempii di nuovo le mie valigie e le trascinai faticosamente fino alla portineria della signora Emma. Allora la signora Emma non aveva raggiunto ancora l’attuale prosperità, viveva con una certa modestia, e mi accolse perciò umanamente”.

Geografie dell’anima

“Un vento furioso agita il cielo della città; sulle colline si sfrena. Armenti infiniti di nuvole di pallido piombo attraversano senza sosta il campo selvaggio dell’aria, spinte da un pastore invisibile; all’orizzonte precipitano, all’altro orizzonte ne spuntano di nuove, avanzano a testa bassa e, strada facendo, spesso non sono più nuvole, ma grandi teste di cane, o carri, o carovane, o città irraggiungibili. Passa il vento, e tutti gli infissi della casa tremano, i vetri cantano in modo impercettibile, ogni altra voce si attenua. Tace, poi, questo vento, e allora, improvvisamente, è una tromba di silenzio che s’apre nel vasto cielo”

Riflessioni

“Anzitutto, il cielo di Genova – e la cosa comincia forse da qui – non è molto italiano, non è ardente come ce lo dànno le cartoline illustrate, ma neppure vuoto come il cielo della Val Padana. È argento e acciaio fusi insieme, con nuvole che lo percorrono a volte gaiamente, a volte con una violenza bestiale. In quanto al mare, il famoso mare azzurro e pieno di bandiere, questo mare non c’è: io non vedevo al suo posto che una cosa grigia, respinta da ogni parte, come per una guerra non dichiarata, ma non meno reale, dai fabbricati di cemento. Ma pur essendo metallico il cielo, e remoto il mare, si sentiva la loro grandezza e libertà, il loro fiato”

Moti interiori

“Non posso dire, in quei tre mesi, di aver conosciuto Genova, ch’è immensa, e per buona parte arrampicata sui monti, né di averla amata, perché per i sentimenti ci vuole forza, e io non ne avevo. So unicamente questo: che mi dava fiducia, e un’emozione sotterranea, come di chi attraversa qualcosa di già conosciuto, e bello, e che però mai si potrà identificare. Andare in centro, quando potevo prendere l’auto, era una cosa lieta. Sapevo che in nessun momento mi sarei imbattuta in estranei. Sui mezzi pubblici, nei negozi, passeggiando per il porto, in ogni luogo erano sguardi miti, voci note, parole familiari, come quelle che si sentono in casa. Non vi era nessun timore, in nessun luogo”.

Trasfigurazioni

“Se c’è una città che ci fa ancora credere in Dio, e nella libertà e dolcezza del vivere umano, questa è Napoli. Napoli con le sue miserie, i suoi dolori, le sue pazzie, con le sue risorse, le sue intuizioni, i suoi canti, la sua celeste allegria.Napoli con quella sua misura così profonda e così preziosa del vivere vero; con quella sua familiarità con le cose eterne, che la fa sorridere a tutto quanto è promessa dell’uomo, celebrazione, vanità, bugia. Questa Napoli: saggia e folle, perduta e vittoriosa insieme: testimone in un mondo crudele, di giorno in giorno più oscuro, di momento in momento più vano, di quella meraviglia che si chiama Poesia”.

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L’iguana

Matteo Moca, “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico“

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