Antonio Manzini “I tramezzini di Rocco Schiavone”, presentazione

Copertina dela serie di racconti sul passato di Rocco Schiavone  di Antonio Manzini "I tramezzini di Rocco Schiavone", Sellerio

[…] Ma il colpo finale lo ricevette al binario 4 mentre attendeva un treno per Torino. Nei distributori automatici, insieme ai Tuc, alla Coca-Cola e ai Bounty, c’erano dei tramezzini. Tonno e pomodoro. Non ebbe neanche il coraggio di prendere la bottiglietta di acqua, si allontanò come da una casa in fiamme. E capi che anche i tramezzini erano entrati a far parte dei suoi ricordi. Altro non erano che pezzi perduti e ormai irrecuperabili.

Si apre nella Nota di lettura con una citazione:

“Sono scintille, ricordi, lacerti della vita di Rocco, e la catalogazione è solo un omaggio. Una citazione chiara, quindi, direi quasi ovvia per chi ha amato e ama Camilleri. A lui è dedicato questo libro, perché chi ha gli arancini chi i tramezzini, chi caro Andrea “…teme strutture chiasmiche che lo ributtans, chi cammina con un valzer triste chi cresce un teatro dove stava una cantina… Chi sa… che ci sarà la luna, meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio che rimesta la zuppa di pesce delle stelle” e infine c’è chi come noi ha creduto e crede ancora nell’amicizia più profonda e la rispetta nel segreto del ricordo”.

Vi si riconoscono i versi di Guccini e quel riferimento al ricordo che è il fil rouge della raccolta di racconti

Mentre per il commissario Montalbano  ci sono gli Arancini di Adelina, per Rocco Schiavone i tramezzini, per Proust la madeleine della Recherche, a riattivare i ricordi proprio perché questo ultimo lavoro di Manzini raccoglie brandelli della vita di Rocco. Una serie di racconti che di fatto tratteggiano del protagonista e personaggio un ritratto inedito in questa ricostruzione del suo passato  tra infanzia e maturità, tra Roma e Aosta; l’amicizia con i compagni di Trastevere, prima da bambini e poi da adolescenti e l’incontro con la moglie Marina, in una Panarea settembrina,  perduta ma sempre presente e vicina;  sogni dell’infanzia, segreti di famiglia, affetto e sprezzo per i colleghi; alcune storie poliziesche a testimonianza della sua formazione, il suo intuito, tra umorismo e dramma, nella ricerca della  verità  stigmatizzando la stupidità.

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Felix Timmermans “Le ore liete della beghina Sinforosa”, Bibliotheka

Torna in libreria dopo 65 anni con una nuova traduzione il racconto ormai introvabile di Felix Timmermans De zeer schone uren van juffrouw Symforosa, begijntje, del 1918. 

Copertina dei racconti di Felix Timmermans "Le ore liete della beghina Sinforosa", Bibliotheka

A cura di Francesca Barresi

Illustrazioni di Jules Joseph Fonteyne,  testo fiammingo a fronte

Bibliotheka

Dal 17 luglio

La storia di un amore che fugge e trascina il lettore in un teatro dove va in scena una sognante rappresentazione. La beghina Sinforosa attende invano che Martino, il giardiniere di cui è innamorata, corrisponda i suoi sentimenti. L’incontro tra i due avviene in un roseto: qui l’incantesimo tocca il suo culmine e trova il suo epilogo, l’infatuazione si realizza e svanisce d’un colpo, i due amori si divaricano. La trama si gioca attorno al raggiungimento di un punto di incontro che sfugge continuamente, per poi restare irrealizzato. Lo scrittore ne racconta i movimenti lasciandoli sospesi nel loro inappagato desiderio, cesellando sulla dinamica di questa tensione la psicologia dei personaggi.

Timmermans nutriva un profondo amore per il beghinaggio cittadino, uno dei più antichi del Belgio, risalente alla prima metà del XIII secolo: qui l’autore sceglie di far risuonare ‘le ore liete’ della giovane Sinforosa, descrivendo il beghinaggio con la maestria di un acquerellista che utilizza trasparenze, velature, coloriture deli­cate e tocchi leggeri. L’opera può essere classificata come un poemetto in prosa che si colloca nella più ampia narrativa fiamminga, dove fa breccia una psicologia del pro­fondo e affiora la sostanza spirituale e identitaria di una precisa enclave linguistica e culturale, attin­gendo i propri temi nel vissuto e nel linguaggio di mistici, poeti e artisti locali. La scena in cui si muovono i protagonisti, più che riflettere un ideale arcaico e anti-capitalistico sembra riecheggiare uno stato di grazia pre-moderno in cui si avvera l’incantesimo dell’amore nostalgico tra Sinforosa e Martino. (Francesca Barresi)

Felix Timmermans (Lier 1886-1947), scrittore belga di lingua nederlandese, è stato candidato tre volte al Premio Nobel per la letteratura. Noto per il romanzo Pallieter e per il quadro di vita fiamminga Salmo contadino, ha scritto vari racconti e le biografie dedicate a San Francesco e ai pittori Bruegel e Adriaen Brouwer.

Jules Joseph Fonteyne (Bruges 1878-1964), artista fiammingo, è stato pittore, incisore e illustratore di libri. Nel 1927 fu nominato direttore dell’Accademia di Bruges, incarico che affiancò all’insegnamento.

Camillo Boito “Senso”, Bibliotheka

Storia di una relazione, di un tradimento, di un inganno, di una vendetta. Un libro che ha ispirato il cinema di Visconti e di Brass

Il testo, a cura di Enrico De Luca, ripropone fedelmente il testo della seconda edizione Treves del 1883.

Copertina del racconto di camillo Boito "Senso" Bibliotheka

A cura di Enrico De Luca

Bibliotheka

Dal 10 luglio 2026

Nel quadro delle guerre d’indipendenza, una donna travolta da una vulcanica passione amorosa non tarderà a mostrare il suo carattere spietato. È il filo conduttore di Senso, il racconto di Camillo Boito che Bibliotheka manda in libreria il 10 luglio a cura di Enrico De Luca riproponendo fedelmente il testo della seconda edizione Treves del 1883 (72 pagine, 14 euro).


Con la sua audace storia melodrammatica d’amore e di vendetta, Senso attrasse da subito l’attenzione del cinema, ma solo nel 1953 Luchino Visconti, con l’aiuto di Suso Cecchi d’Amico e di altri collaboratori, fra cui Giorgio Bassani, ne trasse una sceneggiatura per una pellicola che uscì l’anno seguente.  Interpretato da Alida Valli, Farley Granger e Massimo Girotti, il film fu curato minuziosamente, l’azione e le situazioni psicologiche originarie vennero dilatate e amplificate, ma alla sua uscita dovette subire una serie di interventi censori che costrinsero il regista a modificarne persino il finale. 
Nel 2002 apparve un altro adattamento per il grande schermo, assai più libero: il film erotico scritto e diretto da Tinto Brass, con Anna Galiena e Gabriel Garko, dal titolo Senso ’45, ambientato a Venezia negli ultimi mesi del regime fascista.
Camillo Boito fu un importante architetto che si occupò, fra le altre cose, anche del restauro cosiddetto filologico e che assai sporadicamente si cimentò, pur con la consapevolezza di non possedere le medesime doti del fratello minore Arrigo, nella scrittura letteraria con poche e altalenanti prove nel genere del racconto. Dopo i primi esperimenti giovanili, ben strutturati ma dalle trame piuttosto esili, alcuni dei quali confluiti nelle Storielle vane (Treves 1876), Camillo scrisse Senso, che diede il titolo alla sua seconda raccolta di novelle, Senso. Nuove storielle vane (Treves 1883). (Enrico De Luca)

Camillo Boito (1836-1914), architetto e scrittore, fratello di Arrigo, insegnò per quasi mezzo secolo all’Accademia di Brera. Restaurò vari monumenti (tra cui la basilica di Sant’Antonio di Padova) e tra le sue opere originali si ricordano il grandioso scalone di palazzo Franchetti a Venezia, Il Palazzo delle debite a Padova e la Casa di riposo per i musicisti a Milano. Fu autore di alcuni racconti in cui si rivela raffinato narratore, capace di cogliere finezze psicologiche e venature paesaggistiche di particolare pregio.

Jan Brokken “La malinconia del viaggiatore”, presentazione

Copertina della raccolta di racconti di Jan Brokken, "La malinconia del viaggiatore", Iperborea

Tra l’Europa e l’America, il grande viaggiatore Jan Brokken firma quattordici racconti di speranza e nostalgia sulla grande cultura occidentale.
[…]Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere.[…] ( da Iperborea)

TRADUZIONE dI: Claudia Cozzi

ILLUSTRAZIONI dI: Sara Cimarosti

Cristina Taglietti nella sua presentazione al testo (La lettura 7 giugno 2026) inquadra precisamente il contenuto del volume quando scrive:

“I quattordici testi che compongono il libro non raccontano soltanto luoghi: raccontano le tracce lasciate dagli artisti, dagli scrittori, dai musicisti che li hanno attraversati, trasformandoli in paesaggi della memoria.[…] Più vicino a Cees Nooteboom e a Claudio Magris che ai tradizionali autori di viaggio come Bruce Chatwin o Paul Theroux, Brokken pratica il pellegrinaggio culturale come forma narrativa. Non cerca l’orizzonte aperto, l’ebbrezza dello spostamento, ma le sedimentazioni; viaggia per verificare che le opere, le voci e le vite che hanno costruito l’Europa continuino a parlarci”.

E aggiunge un altro importante elemento alla sua analisi del contenuto:

“La musica non è semplicemente uno dei temi del libro: è il suo principio organizzatore. Bartók, Dvorák, Olivier Messiaen, il violoncellista Anner Bijlsma, il misterioso Servais, Monteverdi e molti altri trasformano l’Europa di Brokken in una sorta di partitura culturale. E anche quando parla di letteratura, Brokken continua a ragionare in termini musicali. Nell’incontro finale con Ismail Kadare, ormai anziano, lo scrittore albanese dice di invidiare ai musicisti la capacità di creare una lingua sempre nuova. «Noi — dice — abbiamo a disposizione soltanto parole spesso abusate, consumate, appesantite, cariche di significati perché qualche ideologia se n’è impadronita”.

L’incipit:

La cassetta delle lettere nel cimitero

A Collioure, nel cimitero, ho visto una cassetta delle lettere. Non un’imitazione, no, era una vera cassetta delle poste francesi, fissata a una lapide, o meglio, incassata per metà nel la pietra. Ci si poteva imbucare una lettera, e dalla facilità con cui si apriva lo sportellino si capiva che nel corso degli anni l’avevano fatto in molti. Doveva essere lì da parecchio tempo: il giallo originario era sbiadito, il metallo ossi dato. Era diventata una cassetta delle lettere in lutto, ma il logo delle poste francesi restava ben riconoscibile. Degli orari di ritiro non c’erano indica zioni. Del resto è comprensibile: al cospetto dell’eternità, la fretta si arresta al cancello del cimitero. Bisognava abbassarsi parecchio per imbucare una lettera, e inginocchiarsi mi sembrava il modo migliore.

Jan Brokken Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dall’ordinario e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, è autore di numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin. Oltre al bestseller Anime baltiche, Iperborea ha pubblicato: Nella casa del pianistaJungle RudyIl giardino dei cosacchiBagliori a San PietroburgoI GiustiL’anima delle cittàLa suite di Giava e La scoperta dell’Olanda, finalista al premio Strega europeo 2025.(da Iperborea)

Emanuela Romeo “Tattura tà, tattura tà”, NeP Edizioni

Breve racconto di un telaio e di un corredo per cinque nipoti

Copertina del racconto di Emanuela Romeo "“Tattura tà, tattura tà”, NeP Edizioni

Il titolo onomatopeico richiama il rumore del telaio che accompagna il gesto sapiente di una bambina, Angela Rosa. Un suono antico e ritmico, quasi ipnotico, che proviene da uno strumento custode di una tradizione millenaria. Strumento attraverso cui poter esprimere crescendo la propria creatività e realizzare qualcosa di bello che la donna non avrebbe mai usato, perché la sua vita sarebbe stata dedicata alle sue cinque nipoti.

Nel cuore del racconto vi è il rituale della preparazione del corredo in un piccolo paese della Calabria: un gesto quotidiano che fino agli anni Settanta rappresentava un patrimonio comune, condiviso da tutte le famiglie indipendentemente dall’estrazione sociale.
Una tradizione fatta di ricordi e condivisione, che si svela poco alla volta. Il telaio diventa così simbolo di continuità e appartenenza ad un passato che continua a vivere nei gesti, negli oggetti e nei legami.
Ogni tessuto realizzato a mano diventa un piccolo capolavoro irriproducibile, destinato ad acquisire nel tempo un valore sempre più prezioso. Ogni filo intrecciato custodisce storie, affetti, sacrifici e sogni e scandisce la ricostruzione nostalgica della storia di una famiglia.

Con uno stile intimo e una narrazione autentica e spontanea, Emanuela Romeo racconta la forza dell’unione familiare e il valore delle esperienze tramandate di generazione in generazione. Un viaggio sentimentale fatto di piccole cose, di relazioni autentiche e di insegnamenti destinati a resistere al tempo.

“Tattura tà, tattura tà” vuole essere un tributo ad Angela Rosa ma anche un omaggio alla memoria femminile, alla creatività artigiana e alla forza silenziosa delle tradizioni che continuano ancora oggi a raccontarci chi siamo.

Un libro capace di parlare al cuore e di invitare a riscoprire la bellezza delle emozioni sincere e dell’appartenenza alle proprie radici familiari.

Emanuela Romeo, laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere, con indirizzo in Linguistica comparata anglo-irlandese, è docente di lingua inglese e progettista europea. Da sempre coltiva un vivo interesse per il teatro e la letteratura, passioni che accompagnano il suo percorso professionale e culturale.
 Oggi il suo nome è legato soprattutto al mondo della formazione professionale. Per NeP dirige la collana editoriale “Donne Oggi” e, dal 2014, ha pubblicato numerosi contributi e opere.

Banu Mushtaq “Interno indiano”, presentazione

Copertina della raccolta di 12 racconti di Banu Mushtaq, Frassinelli Editore

“Interno indiano è un mosaico di sentimenti, paure e resistenze, un viaggio nella parte più segreta della casa, dove le donne vivono, si nascondono, brillano. Ogni storia è una piccola luce accesa dall’interno”.(da Sperling&Kupfer)

Heart Lamp, è il titolo nella traduzione inglese della raccolta di 12 racconti vincitrice dell’ultima edizione dell’International Booker Prize 2025. Originariamente pubblicati in lingua kannada tra il 1990 e il 2023, i dodici racconti sono stati scritti da Banu Mushtaq, scrittrice, attivista e avvocatessa indiana

In Italia il volume è edito da Frassinelli (Piemme), per la traduzione di Tiziana Lo Porto con  il titolo Interno indiano. Banu Mushtaq mette in scena la quotidianità prendendo ispirazione dalle storie di chi si rivolgeva a lei come avvocato per chiederle aiuto: bambine, adulte e anziane all’interno delle comunità musulmane patriarcali dell’India meridionale, donne musulmane che la scrittrice in oltre trent’anni di attività legale, ha assistito e difeso, vittime  di discriminazioni e abusi come per la protagonista di uno dei racconti che è stata rinnegata dal marito per non avergli dato un figlio maschio o un’altra che, malata di tumore e gettata fuori di casa, nella sua preghiera ad Allah Sii donna almeno una volta, oh Signore!, gli chiede di sperimentare, almeno una volta, cosa significhi essere donna. 

Il  filo conduttore  è quello delle antiche strategie con cui le donne vi si oppongono per non essere completamente annullate e silenziate. Ne è nato un documento su una realtà femminile non sempre conosciuta e indagata.

Banu Mushtaq è una scrittrice, giornalista, attivista e avvocata indiana. Autrice di racconti, saggi, poesie e un romanzo in lingua kannada, ha iniziato a scrivere negli anni Settanta all’interno di ambienti letterari progressisti, nati come forma di protesta contro le disuguaglianze sociali e culturali. In quel contesto, dominato da voci maschili, Mushtaq è stata una delle pochissime donne a imporsi. Ha ricevuto i principali premi letterari del suo Paese. Interno indiano è la sua prima opera tradotta all’estero: ha vinto l’International Booker Prize ed è in via di pubblicazione in oltre 25 Paesi.

Benedetta Maffezzoli “Il paese di Laggiù”, CN/OLIGO

DODICI RACCONTI DI PROVINCIA CHE FORMANO UN ROMANZO CORALE ATTORNO ALLA FIGURA DI DON MALVINO, MODERNO DON CAMILLO

Copertina della raccolta di 12 racconti di Benedetta Maffezzoli "Il paese di Laggiù", CN/OLIGO

Collana: Tascabili

CN/OLIGO

In un piccolo paese di provincia, il “paese di Laggiù”, apparentemente lontano dal mondo frenetico e chiassoso della città, si muove una comunità di persone dalle molte storie, ma in ognuna di esse si affaccia il parroco, Don Malvino: una persona schietta, curiosa, ma anche a tratti rude e facile al nervosismo, seppur piena di bontà. È lui il deus ex machina che si cela dietro ogni vicenda, trasformando quella che apparentemente è una raccolta di dodici racconti in un romanzo corale dedicato a temi universali come l’amore, la morte, la solitudine, l’amicizia e la complicità.

Giù nella Bassa, adagiato sonnacchioso vicino al Grande Fiume e al suo affiliato, si erge dalla campagna un piccolo paese, fiero baluardo di gente semplice, rubiconda e chiassosa. Qui c’è il profumo di concime, di terra, di nebbia e il canto di cicale d’estate. I colori predominanti sono il caldo del sole e il verde smeraldo della campagna, con pezze di grano dorato e botoloni di fieno in estate; il grigio con punte di arancio in autunno e l’accecante bianco della neve d’inverno. Qui il vociare giornaliero lascia posto ad ampi silenzi all’imbrunire e a nottate che paiono voler far da coperta a chi vi si trova sotto. Il tempo si è spogliato della frenesia della città per rilassarsi in ogni anfratto, sentiero, casa e piazza. Qui le persone si danno ancora del voi. Roba d’altri tempi. Eppure, guai a toccarlo, il voi. Qualcuno venuto dalla città ci ha provato, ma è stato guardato come un sovversivo

Benedetta Maffezzoli, originaria di un piccolo paese del Mantovano, dopo un avvio di carriera da avvocato, lascia la toga e dà vita a www.nuvoleegomitoli.wordpress.com, la sua isola felice. Ha pubblicato: Scrivimi! (Sartori 2003), La musica di Emma (Sartori 2004), Alex Fangio (Robin 2007), Correva l’anno ed io divenni il caso (Statale 2011), Un caso potenzialmente problematico (Il Rio 2016) e Un piano perfetto (Il Rio 2018).

Clemente Palma “Racconti malvagi”, Bibliotheka

PRIMA TRADUZIONE ITALIANA PER I “RACCONTI MALVAGI” DEL PERUVIANO CLEMENTE PALMA

Copertina della raccolta di racconti di Clemente Palma "Racconti malvagi", Bibliotheka, prima traduzione italiana .

Prefazione epistolare di Miguel de Unamuno

Traduzione di Carlo Alberto Montaldo

Bibliotheka

Dal 5 giugno

Anche le più appassionate storie d’amore, quando vengono portate al limite, possono raggiungere gli estremi della crudeltà e dell’orrore. Ne sembra convinto lo scrittore peruviano Clemente Palma, che con Racconti malvagi, fissa il racconto peruviano moderno come genere propriamente definito. E non solo ne diventa il capostipite, ma ne stabilisce anche la componente fantastica all’interno della tradizione letteraria del suo paese.

Scritti con “lessico sano e immagini suggestive”, i racconti ruotano attorno alla morte, mezzo di liberazione, fuga dalla noia e dal disincanto. I protagonisti cercano sempre la restituzione dell’ideale estetico della bellezza, nonostante ciò conduca nella direzione del fantastico, del grottesco o delle peggiori manifestazioni del male. “Gli occhi di Lina” e “La fattoria bianca” sono, a questo proposito, i titoli più noti della raccolta.

Clemente Palma propone testi mitologici (L’ultimo fauno), storie con risonanze bibliche (Il figliol prodigo e Il quinto Vangelo) e insolite vicende legate alle allucinazioni (Fantasie da hashish). Un ingegnoso e umoristico esperimento (L’ultima bionda) trasporta il lettore nel fantascientifico e distopico anno 3025, animato dalla speranza di ricreare l’oro scomparso dalla terra attraverso gli ormai rarissimi capelli gialli delle donne.
I temi del patto con il diavolo, il fantasma e il doppio (La fattoria bianca) e dell’eterna tensione tra il bene e il male (Le ceste) si alternano con il terribile diario di un uomo che ama la fidanzata, ma ne desidera la morte (Idealismi) o con la storia macabra e geniale, per molti aspetti sconcertante, di un innamorato che non riesce a sostenere il diabolico sguardo della donna amata (Gli occhi di Lina).
Un caleidoscopio narrativo che ammalia e stordisce dimostrando tutta la versatilità, la capacità affabulatoria e la maestria narrativa di uno dei più  innovativi scrittori del panorama latino-americano.

Clemente Palma Ramírez (Lima, 1872-1946), scrittore, giornalista e uomo politico, fu tra i più raffinati esponenti della narrativa modernista latinoamericana e, in Perù, tra i fautori dell’affermazione del racconto moderno come genere propriamente definito. Influenzato da Edgar Allan Poe, ma anche dagli scrittori russi dell’Ottocento e dal decadentismo francese, introdusse nella letteratura del suo Paese temi fantastici, psicologici, horror e di fantascienza, distanziandosi dalla tradizione del realismo regionalistico, di cui il padre, direttore della Biblioteca Nacional del Perù, era stato eccellente esponente. Console in Francia, fu in seguito deputato e direttore di riviste (Prisma e Variedades) e del quotidiano La Crónica.

Miguel de Unamuno y Jugo (Bilbao, 29 settembre 1864 – Salamanca, 31 dicembre 1936) è stato un poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico spagnolo di origini basche che, rinnovandoli, ha portato sul piano filosofico i motivi più tipici del hispanismo, seppure in opere non sistematiche e quasi sempre di carattere letterario. Canonicamente, viene fatto rientrare nel movimento letterario chiamato Generazione del ’98, espressione del modernismo letterario spagnolo.

Colette “La stanza illuminata”, OLIGO

 Per la prima volta in Italiano i racconti di una delle più importanti donne di cultura della prima metà del Novecento

 

Copertina della raccolta di racconti, per la prima volta in italiano, di Colette "la stanza illuminata", Oligo Editore

Traduzione e cura di Silvia Carraro

OLIGO

Dal 22 maggio

Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), scrittrice e attrice teatrale francese, nonché tra le principali figure della cultura europea della prima metà del Novecento, in questa raccolta di racconti – per la prima volta presentata in italiano in forma integrale – mostra la capacità umana di adattarsi e di prosperare nonostante circostanze avverse e privazioni materiali, riuscendo a trovare segni di bellezza e spiragli di luce quando tutto sembra essere avvolto dalle tenebre. Troveremo scene di quotidianità ai tempi della Grande Guerra, narrate con un imprevedibile umorismo: un mondo segnato, che il potere della letteratura trascende in un luogo di bellezza e di meraviglia; e, ancora, temi come la maternità, la natura e il mondo animale, per Colette simbolo di resilienza e della continuità della vita nonostante le avversità.

Dalla introduzione di Silvia Carraro: 

Colette è stata una scrittrice, attrice, giornalista e critica francese, ed è considerata una delle figure di spicco della cultura europea della prima metà del XX secolo. In Francia viene letteralmente venerata, elevata a mito nazionale, in quanto simbolo di una donna e di una letteratura libera, anticonformista ed emancipata. Ha sfidato le convezioni sociali e morali e ha contribuito a rompere alcuni dei tabù femminili più radicati nella società. Fuori dalla Francia, in passato è stata ingiustamente ridotta a una mera scrittrice erotica; il tempo, però, ha saputo riconoscerle il suo immenso contributo per una letteratura profonda, introspettiva, femminista e rivoluzionaria […] In un mondo sempre più dominato dall’oscurità, la ricerca della luce, interiore ed esteriore, deve essere attività cruciale nella vita di tutti i giorni, per non soccombere ai momenti di buio. La resilienza, parola riscoperta negli ultimi anni, in quest’opera ritrova il suo significato più profondo. A distanza di oltre cento anni dalla Grande Guerra narrata da Colette, ritroviamo oggi la stessa urgenza di affrontare sfide e difficoltà risultanti da crisi globali, guerre e cambiamenti sociali. La stanza illuminata resta dunque un’opera estremamente attuale, simbolo di una letteratura impegnata e profonda, una letteratura che lenisce l’anima e può aiutare ad aprire gli occhi su ciò che, in ultima analisi, conta davvero.

Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), è una delle figure più emblematiche della letteratura francese del XX secolo. Nota per il suo stile vivace e sensuale, le sue opere esplorano la libertà, il desiderio e l’identità femminile in tutte le sue sfumature. Autrice di romanzi, giornalista e attrice teatrale è un simbolo di emancipazione culturale e artistica capace di sfidare le convenzioni del tempo. L’autrice nacque a Saint-Sauveur-en-Puisaye, in Borgogna, nel 1873, crebbe in una famiglia modesta ma intellettualmente vivace, influenzata soprattutto dalla madre, Sidonie Landoy, chiamata Sido, che trasmise alla giovane l’amore per la natura e per la scrittura.

Silvia Carraro, dopo la laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Traduzione Settoriale da inglese e francese, nel 2023 approda al mondo della traduzione editoriale, grazie alla collaborazione con Quelle Histoire, casa editrice francese tra le più importanti nel mondo dei contenuti storici per bambini.

ll 22 maggio sarà in libreria “è scritto” (così: tutto minuscolo), l’ultimo libro di Hans Tuzzi edito da Bollati Boringhieri. Ne parliamo con l’autore.

Storie vere nelle quali si avverte l’ala del destino, dice lei di questo suo ultimo libro. In che senso vere e in che senso destino?

Vere nel senso che sono accadute, e nel narrarle ho solamente aggiunto – o meglio: tolto – quel tanto che serve per rendere epifania un fatto della vita. Perché, ovviamente, nel momento in cui si scrive si scelgono un taglio, una prospettiva: un quadro non è una finestra. E destino perché… be’, quanti di noi non hanno avuto amici che per una improvvisa ragione non han preso quell’aereo, precipitato, quella nave, naufragata? Non sono tuttavia questi gli episodi che attraggono la mia attenzione. Il destino può essere benevolo o tragico, talvolta annunciato per bocca dei profeti e più spesso da segni quasi inavvertiti o misteriosi, e in genere ci viene incontro senza proclami. Quella che ci sembrò allora una disgrazia si rivela, oggi, salvifica, e le trombe del trionfo risuonano, a distanza, funeree. Avrei potuto scrivere, in merito, almeno una decina di altre storie vere di questo tipo. Da scrittore preferisco di gran lunga quei fatti che solamente dopo un certo tempo rivelano in modo drammatico la potenza di una sorte già scritta. Come nel caso di Edipo, per capirci.

Nel suo libro vi sono molte anonime persone comuni e pochi personaggi noti – dei quali in genere non fa il nome: penso a Diana Arbus o a Edison Marshall. Compare, nominato soltanto alla fine, anche Napoleone. Può raccontare ai nostri lettori un solo destino famoso che non ha scritto?

Quando il 4 gennaio 1960 la Facel Vega di Michel Gallimard si schiantò contro un platano sulla statale 5 presso Villeblevin, il premio Nobel Albert Camus – che spesso sosteneva come “la morte più stupida” fosse un incidente automobilistico – morì sul colpo, stampata sul volto un’espressione di orrore. Gallimard morì pochi giorni dopo mentre, sedute dietro, Janine e Anne Gallimard sopravvissero. Stavano tornando a Parigi dalle vacanze in Provenza, e Camus aveva già acquistato il biglietto del treno, trovato nella tasca del cappotto, accettando solo all’ultimo istante l’offerta di un passaggio in auto del suo editore. Nella valigia di Camus venne trovato il manoscritto inedito del romanzo Il primo uomo. Mesi prima, una cartomante consultata per gioco di società gli aveva rivelato che quello sarebbe stato il suo ultimo libro. Profezia accolta da Camus con divertita incredulità, visto che lo scrittore aveva appena quarantasei anni. Nel suo giovanile diario di un viaggio in Toscana si può leggere: “Quando sarò vecchio, vorrei che mi fosse concesso di tornare in questa strada di Siena che non ha eguali nel mondo e di morirvi in un fossato, circondato solo dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che amo”.

Ma lei crede che tutto, come nel titolo del suo libro, già è scritto?

Il Fato il Caso la Necessità… e poi: l’arbitrio umano è libero o servo? Ma qui siamo già nella miseria del pensiero monoteista… Sono domande disperatamente senza risposta.
Il fascino del pensiero greco arcaico è nella sua compresenza di possibili. Caos non è il principio di tutte le cose ma, ingenerato esserci, è l’origine di cose che prima non erano, entità eterna che non esiste dall’eternità, e tutte le cose esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, e la nostra terra con il mare, e i suoi monti, e i suoi fiumi, e alberi e erbe e ogni creatura vivente derivano dalla Notte del Caos primigenio. Poi, con l’esigenza di ordine, ecco che dal Caos si genera il Cosmo per atto di un potere eterno e ingenerato, divino – la Mente di Anassagora, il Demiurgo platonico, il Dio biblico il cui spirito aleggia sull’abisso prima di separare tenebra e luce. Troppo facile. Tuttavia la moderna scienza non se la cava meglio: porre l’origine dell’Universo nel momento in cui un punto, quasi un buco nero al contrario, iniziò a espandersi 13,8 miliardi di anni fa lascia comunque un minuscolo spazio di tempo – là, quando il Tempo non c’era – ed è quello che gli scienziati chiamano “il tempo di Plank”, 10-43 secondi, quando le forze dello spazio-tempo sono ancora un tutt’uno indistinto. Il tempo di Plank è il tempo del Caos, il tempo in cui il serpente Ofione si arrotola sette volte intorno all’uovo cosmico deposto da Eurinome. Poi da quell’uovo usciranno tutte le cose esistenti: il sole la luna le stelle i pianeti e, fra questi, fragile, periferica, minuscola, questa nostra meravigliosa Terra.

E, in questa vertigine cosmica, la scrittura…

Già. Citerò il mio coetaneo Jesús Ferrero, scrittore ancora inedito in Italia: “Quando due astri si frappongono, la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente”. Se ai due astri sostituiamo il tema e lo stile, funziona lo stesso. Personalmente, resto convinto che se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia. E resto convinto che le realtà più vere, nella nostra vita, non buttano ombra. Cosa c’è di più reale del destino, per un essere vivente? E cosa di più prezioso, per diventare uomini, della forza generatrice della sconfitta?

Una scelta di scrittura, la sua, forse per pochi, certo poco premiante presso il grande pubblico dei lettori sebbene stimata da noti critici.

Che il sistema, ogni sistema, e oggi in Italia più che in passato, abbia i suoi meccanismi di censura e emarginazione, questo è ovvio. Purtroppo nelle arti la censura peggiore è il mercato, che privilegia ciò che è modesto, prevedibile, innocuo nella propria apparente diversità in realtà perfettamente allineata al sentire del gregge. Personalmente tuttavia preferisco ancora l’opaca UE con la sua censura di mercato alla Russia di Putin o agli USA di Trump – per citare due nazioni nelle quali comunque non vorrei vivere, a prescindere dai loro governi.

Che cosa intende esattamente con censura di mercato?

Intendo dire che le Case editrici industriali, dominate dai marketing men, escludono a prescindere tutto ciò che non garantisce buoni margini di guadagno. E questo, nel Paese col più basso numero di lettori in Europa, significa privilegiare nel migliore dei casi la base necessaria a ogni panorama letterario, cioè il buon livello medio ben confezionato che altrove è collina e da noi viene spacciato per vetta, nel peggiore quel che risponde ai più banali desideri delle Casalinghe di Voghera con alla loro testa la comare Pipa di Ionesco. Poi, ovvio, ci sono argomenti tabù in questi anni di pesante ma colorata Controriforma. Chiarisco meglio: in anni meno stolti ipocriti e moralisti, Djuna Barnes ebbe il coraggio di scrivere ciò che tutti in fondo al cuore conosciamo per esperienza diretta: “I bambini sanno quello che non possono dire: a loro piace vedere Cappuccetto Rosso e il lupo insieme a letto!” Della verità dell’inconscio parallelo chiunque da piccolo sia stato latore di una realtà percepita come segreta, sa: non occorrono altre parole o analisi. Nell’ambiguità umana è già, pertanto, tutta l’ambiguità dell’arte. Ma oggi non si può dire, tutto qua. È un po’ come affermare i diritti dei palestinesi…
Che poi ogni scrittore possa dire dei propri simili quel che Truman Capote scrisse di Tennessee Williams e che in realtà avrebbe potuto riferire a sé stesso (“C’è qui un ometto tarchiato con un temperamento drammatico che, come una delle sue eroine alla deriva, cerca attenzione e solidarietà sciorinando bugie, cui crede per metà, a perfetti estranei. Estranei perché non ha amici, e non ha amici perché le sole creature di cui ha compassione sono i suoi personaggi e sé stesso – tutti gli altri sono soltanto pubblico”) vale per la più parte dei letterati d’ambo i sessi, che in genere, quand’anche bravi e non tarchiati, umanamente non sempre valgono quello che scrivono.

Lei non frequenta social. Una scelta, presumo.

Ignoro serenamente i social perché non sono masochista – non a quel punto, almeno: capisco di più un Angelo Poliziano che amava farsi frustare con corregge imbevute d’aceto per raggiungere l’estrema eccitazione che non quanti seguono le serie televisive, le chat di rancorosi semianalfabeti o podcast di ebete autosoddisfacimento. Insomma, e mi pare impossibile, concordo quasi con Silvio Berlusconi: l’uomo medio, oggi, ha lo sviluppo cerebrale di un undicenne non particolarmente sveglio. Ma da questa premessa comune seguono comportamenti di fatto opposti. Lui condivise il programma di Licio Gelli, io credo che l’umanità presa nell’insieme possa progredire e sono convinto che se il mondo fosse stato sempre governato dai vari Silvio oggi saremmo ancora come Roma prima dei Gracchi. Per nostra fortuna il mondo talvolta fu governato e guidato da figure diverse. Nostra fortuna, sì, nostra: anche del volgare popolano ignorante che oggi bercia su X e prima del luglio 1789 sarebbe stato mandato di notte a batter gli stagni così che le rane non turbassero il sonno del signor marchese.

La scuola ha delle responsabilità?

Certo che sì, per quanto vittima di una politica che ha scientemente demolito l’insegnamento pubblico perché gli ignoranti si opprimono meglio: outlet e stadio. Ma, vede, e torno al Poliziano, forse se ai giovani virgulti in classe si offrisse un approccio più sgarzolino alla letteratura – che so, la lettera in cui Machiavelli narra della vecchia puttana veronese, la lettera di Pascoli sulla cacata che impelle mentre il cesso sul ballatoio è occupato (il che, tra parentesi, offre un bello squarcio di meditazione sulle condizioni di vita di un celebre poeta professore universitario ospite a cena da un senatore del Regno nell’Italia di centovent’anni fa) o, per Gozzano, poemi sottilmente erotici come Invernale – se insomma si facesse loro capire che quei nomi sulle pagine dell’antologia erano fatti di carne e sangue, oltre che di cervello, forse (dico forse) non avremmo i laureati zombie di oggi. Incollati a vedere ben altre cacate – ma in piattaforma, che spesso è anche forma piatta. Col che, sia chiaro, non sono favorevole agli Squittini e alle loro lezioni social, non sociali.


La recensione di Alberto Genovese su Dialoghi Mediterranei

L’intervista su Il Libraio

L’articolo di Francesco Rognoni su Alias Il Manifesto

L’intervista all’autore di RaiCultura

dalla Quarta di copertina

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