Arthur Conan Doyle “Prima di Sherlock Holmes. Racconti alle origini del mistero”, Oligo

Copertina dei racconti inediti di Arthur Conan Doyle "Prima di Sherlock Holmes. Racconti alle origini del mistero", OLIGO

Traduzione e cura di Anna Bonetti

Introduzione di Luca Crovi

Oligo

Dal 30 ottobre

Arthur Conan Doyle ha sempre avuto uno sguardo curioso e inquieto sul mondo, fissato sulle crepe della realtà quotidiana e pronto a fare emergere ciò che di oscuro, ambiguo o inspiegabile vi si nasconde. Ben prima che siglasse il celeberrimo ciclo dedicato a Sherlock Holmes, mostrò la sua sensibilità per la suspense nei racconti. Tre di questi vengono per la prima volta presentati in Italia in questo volume: The Cabman’s Story dove un vetturino attraversa una città attraversata dai crimini e accompagna persone dall’identità misteriosa (un cliente che muore sulla carrozza, un falsario che la usa per stampare valuta, un dinamitardo che vi si siede per piazzare una bomba); in Our Midnight Visitor, uno strano visitatore in vacanza su un’isola si rivelerà un ladro ricercato dalla polizia; mentre, in Touch and Go: A Midshipman’s Story, un’aspirante guardia marina vive una rischiosa avventura in mare con la sorellina e un’amica e viene salvato da un celebre ribelle irlandese che in cambio del suo prezioso intervento gli chiederà di tacere per sempre su quell’incontro.

I tre racconti che state per leggere in questo volume,ci mostrano un approccio investigativo molto simile a quello che successivamente avrà Sherlock Holmes nelle sue avventure, ma Conan Doyle li scrisse ben prima della creazione del segugio di Baker Street. The Cabman’story apparve in forma Anonima il 17 maggio del 1884 sulle pagine del “Cassell’s Saturday Journal”, Our Midnight Visitor comparve invece sul magazine “Temple Bar” nel dicembre del 1891, Touch and Go: A Midshipman’s Story nell’aprile del 1886 sul “Cassell’s Family Magazine”. Questi racconti sono stati per la prima volta editi insieme nel volume Uncollected Stories: The Unknown Conan Doyle pubblicato nel 1982 negli Stati Uniti da Doubleday e in Inghilterra da Secker & Warburg, un libro curato e prefatto da John Michael Gibson and Richard Lancelyn Green. […]Tutti e tre i racconti hanno una componente di mistero forte e vengono sviluppati in maniera tale che ci siano sorprese fino alla fine. [Luca Crovi]

Anna Bonetti (2002) vive a Roma. Si è formata nell’ambito della mediazione linguistica e della traduzione specializzata, per poi approfondire la traduzione editoriale attraverso un master dedicato. Ha pubblicato racconti per riviste dell’editore Articoli Liberi, mentre un’antologia è in uscita per Chiocciola Edizioni.

Anna Maria Ortese “La lente scura”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Copertina della raccolta di racconti di viaggio di A. Maria Ortese "La lente scura", Adelphi

Adelphi

Difficile definire la prosa della Ortese, inquadrarla dentro precisi confini: visionaria, trasfigurante, sono i primi aggettivi che mi paiono adatti ad una scrittura che, al di là delle definizioni, coinvolge e che io amo particolarmente; accolgo quindi  con entusiasmo questa nuova edizione di Adelphi dei racconti di viaggio, per una rilettura e un nuovo incontro a distanza di tempo.
Persone, ambienti, situazioni che il suo  occhio guarda, incontra dentro panorami, tra emozioni e visioni che si spalancano o si chiudono attraverso parole che non vogliono solo descrivere ma vivere quell’istante, quella persona, quell’insieme di natura e umanità, personalizzandola e facendola personaggio proprio, propria raffigurazione, in un tutt’uno tra vedere e sentire, tra fuori e dentro, tra occhio e anima.
Poi c’è la lente scura malinconica, per quel che non c’è, che manca, che non si trova: uno sguardo anche socio politico dell’esistenza di un periodo ben preciso, il dopoguerra, la miseria dei più, la propria, con la valigia sempre in mano e partenze e ritorni, quasi fughe per allontanare forse una malinconia struggente per un’armonia perduta, nel rifiuto di accettare il mondo così com’è e rifugiarsi nell’Utopia, come scrive nella Premerssa.

“Per cui devo ammettere che buona parte di questa, e della visione buia carpita dalla Lente, buona parte appartiene soltanto a me, alla mia indole, è soltanto mia. Nel vivere umano, mentre i decenni e i mezzi secoli rotolano via sempre più in fretta, con un effetto di turbine e di rovina – non visibile e quindi non rimediabile – io vedo da tempo una macchia, come vedo una macchia nella natura dell’uomo anche buono, e forse una macchia nel sole stesso. E a questa percezione – devo dire – è forse dovuta la mia propensione per il poco – o il nulla – e la mia reverenza per l’Utopia – sempre alta e presente come una luce bianca tra le nuvole basse, nello sconfortato vivere”.

La sua raccolta di racconti  sembra la biografia  di un’ eterna sfollata e nomade, tra Napoli, Roma, Milano, Sanremo, in una perenne precarietà economica e abitativa, così ben delineata senza enfasi nelle sue pagine. Nei suoi racconti stralci di vita così ammaliatori, così coinvolgenti e veri, da leggere lentamente e assaporare nella plasticità dell’eloquio che sa farne racconto, emozione, esistenza, immagini, colore, tutti partecipati.

In questi stralci un assaggio

La precarietà del vivere

“In quel tempo, come del resto in tutti i tempi, io non avevo molto denaro, anzi non ne avevo affatto: lavorare in quel viavai, era sempre più difficile, così non riuscivo a pagare l’affitto dell’anticamera (ventimila lire), e insomma mi trovavo in difficoltà. Da queste mi tolse, impensatamente, la contessa N. Una mattina venne da me, e mi disse che l’anticamera le serviva, me ne dovevo andare al più presto. Aggiunse che, a suo parere, io non avevo molta voglia di lavorare, perdevo tempo, e la mia situazione faceva paura. Non avevo nulla da obiettare, perciò riempii di nuovo le mie valigie e le trascinai faticosamente fino alla portineria della signora Emma. Allora la signora Emma non aveva raggiunto ancora l’attuale prosperità, viveva con una certa modestia, e mi accolse perciò umanamente”.

Geografie dell’anima

“Un vento furioso agita il cielo della città; sulle colline si sfrena. Armenti infiniti di nuvole di pallido piombo attraversano senza sosta il campo selvaggio dell’aria, spinte da un pastore invisibile; all’orizzonte precipitano, all’altro orizzonte ne spuntano di nuove, avanzano a testa bassa e, strada facendo, spesso non sono più nuvole, ma grandi teste di cane, o carri, o carovane, o città irraggiungibili. Passa il vento, e tutti gli infissi della casa tremano, i vetri cantano in modo impercettibile, ogni altra voce si attenua. Tace, poi, questo vento, e allora, improvvisamente, è una tromba di silenzio che s’apre nel vasto cielo”

Riflessioni

“Anzitutto, il cielo di Genova – e la cosa comincia forse da qui – non è molto italiano, non è ardente come ce lo dànno le cartoline illustrate, ma neppure vuoto come il cielo della Val Padana. È argento e acciaio fusi insieme, con nuvole che lo percorrono a volte gaiamente, a volte con una violenza bestiale. In quanto al mare, il famoso mare azzurro e pieno di bandiere, questo mare non c’è: io non vedevo al suo posto che una cosa grigia, respinta da ogni parte, come per una guerra non dichiarata, ma non meno reale, dai fabbricati di cemento. Ma pur essendo metallico il cielo, e remoto il mare, si sentiva la loro grandezza e libertà, il loro fiato”

Moti interiori

“Non posso dire, in quei tre mesi, di aver conosciuto Genova, ch’è immensa, e per buona parte arrampicata sui monti, né di averla amata, perché per i sentimenti ci vuole forza, e io non ne avevo. So unicamente questo: che mi dava fiducia, e un’emozione sotterranea, come di chi attraversa qualcosa di già conosciuto, e bello, e che però mai si potrà identificare. Andare in centro, quando potevo prendere l’auto, era una cosa lieta. Sapevo che in nessun momento mi sarei imbattuta in estranei. Sui mezzi pubblici, nei negozi, passeggiando per il porto, in ogni luogo erano sguardi miti, voci note, parole familiari, come quelle che si sentono in casa. Non vi era nessun timore, in nessun luogo”.

Trasfigurazioni

“Se c’è una città che ci fa ancora credere in Dio, e nella libertà e dolcezza del vivere umano, questa è Napoli. Napoli con le sue miserie, i suoi dolori, le sue pazzie, con le sue risorse, le sue intuizioni, i suoi canti, la sua celeste allegria.Napoli con quella sua misura così profonda e così preziosa del vivere vero; con quella sua familiarità con le cose eterne, che la fa sorridere a tutto quanto è promessa dell’uomo, celebrazione, vanità, bugia. Questa Napoli: saggia e folle, perduta e vittoriosa insieme: testimone in un mondo crudele, di giorno in giorno più oscuro, di momento in momento più vano, di quella meraviglia che si chiama Poesia”.

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

L’iguana

Matteo Moca, “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico“

Grazia Deledda “La leggenda nera e altri racconti giovanili”, Caravaggio Editore

Copertina della raccolta di novelle giovanili di Grazia Deledda. Caravaggio Editore

A cura di Michela Pollutri

Premessa di Enrico De Luca

Collana: I Classici Ritrovati

Caravaggio Editore

Dall’8 ottobre

Nel centenario dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda (1926), questa raccolta torna alle origini della sua produzione. La leggenda nera e altri racconti giovanili riunisce sedici novelle composte tra il 1888 e il 1892: pagine rare, in gran parte apparse soltanto sulle riviste del tempo e rimaste ai margini delle opere più note.
Il volume comprende il noto Sangue sardo accanto a racconti meno conosciuti come Remigia Helder, Il castello di S. Lor, Nell’abisso, Amori fatali, Sulle montagne sarde, Vendette d’amore, Il ritratto, Ignorata ecc.
Sono storie di amori impossibili, rivalità, vendette e figure femminili fiere, ambientate tra paesaggi sardi, grotte, montagne e scenari lontani o immaginari. Nella scrittura della giovanissima Deledda convivono il gusto del romanzo d’appendice, l’ombra del gotico, l’energia del melodramma e improvvisi lampi d’ironia.
Queste novelle non chiedono di essere lette come opere già compiute, ma come l’officina di una scrittrice in formazione: una testimonianza rara delle sue letture, delle sue prime prove e della tenacia con cui, ancora adolescente, cominciò a trasformare la propria terra e le inquietudini del tempo in letteratura.

«L’igneo sogno della gloria le aveva essiccato la vita, e ora, ora che finalmente s’avvicinava il confine della brughiera desolata, la povera e ignorata artista cadeva sui dumi che le avevano lacerato le carni, gli occhi abbruciati dal miraggio, il cuore arso dalla febbre della gloria.»

Ma assodato che queste prime prove giovanili possano sicuramente presentare limiti e ingenuità, sarebbe davvero un peccato lasciarle cadere nell’oblio, relegandole esclusivamente a qualche occasionale menzione. Con questo volume si vuole permettere ai lettori di farsi un’idea propria su questi scritti che, in qualche modo, da un lato mostrano una giovane Deledda con grandi aspirazioni, desiderosa di esplorare nuovi mondi ma anche di conoscere meglio il proprio, permettendoci di entrare con lei «nella sua bianca e nuda cameretta»,8 e dall’altro contengono quei primi semi che troveranno il modo di germogliare negli anni a venire (Michela Pollutri)

Grazia Deledda nacque a Nuoro nel 1871, in una famiglia agiata della borghesia locale. Formò la propria cultura soprattutto da autodidatta e iniziò giovanissima a pubblicare racconti e novelle. Nel 1896, con La via del male, raggiunse il primo importante riconoscimento nazionale. Nel 1900 sposò Palmiro Madesani e si trasferì con lui a Roma, dove proseguì con straordinaria costanza la sua attività letteraria. Tra le sue opere più celebri ricordiamo Elias Portolu (1903), Cenere (1904), L’edera (1908), Colombi e sparvieri (1912), Canne al vento (1913), Marianna Sirca (1915) e La madre (1920). Nel 1926 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura. Morì a Roma il 15 agosto 1936; il romanzo autobiografico Cosima fu pubblicato postumo nel 1937.

Michela Pollutri, laureata in Lettere Moderne, è editrice dei marchi Caravaggio Editore e Oblivium Edizioni, per i quali è anche illustratrice e grafica. Nel 2026 ha curato l’antologia Trasformazioni. Licantropie e altre terribili metamorfosi e il volume di Grazia Deledda La leggenda nera e altri racconti giovanili.

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Canne al vento

La raccolta di racconti al femminile, tra i quali quelli della Deledda, in Le scrittrici della notte a cura di Lipperini

La raccolta di sei racconti in “La regina delle tenebre” con il discorso dell’autrice nel giorno della consegna del Premio.

Il discorso della Deledda per il Nobel da Teche

Maurizio Persiani “La bruschetta”, NeP Edizioni

Copertina della racconta di racconti di Maurizio Persiani "La bruschetta", NeP Edizioni

“La bruschetta” è la nuova raccolta di racconti di Maurizio Persiani. Tre storie differenti per ambientazione, personaggi e registro narrativo, accomunate da uno sguardo curioso e talvolta ironico sulle contraddizioni dell’esistenza, sulle relazioni umane e sulla distanza che può separare la realtà dalla sua rappresentazione.

Nel racconto d’apertura, che dà il titolo alla raccolta, in un’accogliente taverna si festeggia in allegria la laurea di Carmela, mangiando bruschette e bevendo vino. Finché un evento improvviso spezza l’allegria e cambia completamente la vita del protagonista. Da quel momento ricordi, sogni e realtà iniziano a sovrapporsi, trascinandolo in un’esperienza nella quale diventa sempre più difficile stabilire cosa sia realmente accaduto e cosa, invece, appartenga a un’altra dimensione della coscienza.

Il secondo racconto, “L’infernale potere del Breve” segna il ritorno del commissario Fosco Reggiani, uno dei personaggi più amati creati da Persiani, che conferma la sua abilità nel muoversi con sicurezza all’interno del genere poliziesco. Il commissario si trova stavolta ad affrontare un’indagine complessa, sulle tracce di un personaggio malavitoso, ricercato dalla polizia internazionale, che vuole appropriarsi dei beni di un suo amico ristoratore con violenze e sopraffazioni.

Chiude la raccolta “Come mai”, il racconto più apertamente introspettivo dei tre. Ad andare in scena è l’eterno dilemma tra essere o apparire, che attanaglia un giovane in occasione della presentazione del libro di un famoso scrittore. È lì che ogni prospettiva del suo presente e futuro si ribalta, mettendo in crisi l’idea stessa di autenticità.

Sul piano stilistico, Maurizio Persiani affida la narrazione a una scrittura immediata e vivace, nella quale il dialogo occupa un ruolo centrale e contribuisce a definire personaggi, situazioni e ritmo del racconto. Il suo sguardo parte spesso dalla quotidianità, osservata con ironia e con attenzione ai comportamenti umani, per condurre il lettore verso sviluppi inattesi, mentre il registro narrativo cambia insieme alle storie.
Un libro che rappresenta l’ennesima tappa del percorso creativo di una penna prolifica e capace di spaziare tra generi narrativi diversi.

Maurizio Persiani è nato a Roma, dove vive e lavora. È giornalista professionista ed è il primo autore di NeP edizioni. Ha scritto diversi racconti, alcuni dei quali pubblicati nelle raccolte di novelle contemporanee: “Racconti di tenebra” (1987, Newton Compton Editori) e “Racconti d’incubo” (1988, Newton Compton Editori) a cura di Gabriele La Porta.Con Piero Bernacchi ha scritto il romanzo “La porta grigia” (Edizioni Era Incontro). La sua “Hoama, i segreti di Ostia” (2008) è la prima opera in assoluto edita da NeP edizioni. Segue un lungo e fortunato sodalizio, che vede la pubblicazione di numerosi altri titoli: “Maga” (2009), “Anime sparse” (2009), “Anime sparse due” (2010), “Il colpo del coniglio” (2010), “Es la historia de un amor…” (2011), “Il Greco” (2011), “O Curandeiro” (2012), “Me” (2013), “Le campane di Mücheln” (2013), “Ciao, chi sei?” (2014) “Amore, scendo alla prossima” (2015). Inoltre, “La Tessera mancante” (2016), “Il bandolo della matassa” (2017), “L’aroma del caffè” (2018), “Il Senso del Serpente” (2018), “Anche le masche amano il sole” (2019), “Il sole che non c’è” (2020), “La prova” (2021), “La Malia di Alice” (2021), “Il Geco” (2021) “Il caso NN” (2022), “Una notte di primavera” (2023) e “Le stelle non mentono mai” (2024), “Sintonia” (2025).

“I racconti del Grand Guignol”a cura di Jacopo Corazza e Gianluca Venditti, Alcatraz

La nuova edizione dell’antologia, con un racconto inedito in italiano, per scoprire le sensazioni portate in scena nel più spaventoso teatro di tutti i tempi. Il terrore è servito

Copertina dell'antologia "I racconti del Grand Guignol"a cura di Jacopo Corazza e Gianluca Venditti, Alcatraz

Traduzioni di Lucio Besana

Nota introduttiva di Martin Schirenc (leader dei Pungent Stench)

Postfazione di Fabrizio Foni

Collana Biblioteca di Lovecraft 11

edizione illustrata

Alcatraz

Dal 18 settembre

In sessantasei anni di attività il Théâtre du Grand Guignol ha sia drammatizzato narrativa esistente (anche nomi del calibro di Poe e Maupassant), sia imperniato narrativa nuova sui copioni portati in scena. 
L’antologia, contiene un racconto inedito pubblicato per la prima volta in italiano: ‘All’alba’ di André Lorde.  
Gli autori qui presenti sono Maurice Level, apprezzato da Lovecraft nel suo saggio Supernatural Horror in Literature, Maurice Renard, André de Lorde, Tristan Bernard e Jean Sartène.
Una carrellata di folli esperimenti, torture, atroci vendette, tragici equivoci, ritorni dalla tomba: tòpoi che trovarono degno suggello nelle scioccanti rappresentazioni teatrali, in una combinazione di reale e soprannaturale che lascia al lettore il giudizio finale su quale dei due sappia essere più agghiacciante.

Lo spunto che ha ispirato il progetto della presente antologia, qui proposta in una versione riveduta e ampliata, è stato il riferimento fatto da H.P. Lovecraft nel suo saggio Supernatural Horror in Literature (1927) alla narrativa breve del francese Maurice Level, cugino di Marcel Schwob. Il Maestro di Providence demarcava le differenze di quel particolare sottogenere (il conte cruel, attribuibile in primis a Villiers de l’Isle-Adam) rispetto al canonico weird. Sostenendo che nell’ambito del primo «lo strazio emotivo è ottenuto attraverso tormenti drammatici, frustrazioni e raccapriccianti orrori fisici», dichiarava Level un «genio francese […] più naturalmente portato per questo realismo oscuro che per la suggestione dell’invisibile», i cui brevissimi episodi «si sono così facilmente prestati ad adattamenti teatrali nei “thriller” del Grand Guignol». La fama conseguita successivamente negli Stati Uniti da Level, nonché la riscoperta postuma persino in patria, sono in gran parte merito di Lovecraft. In sessantasei anni di attività il Théâtre du Grand Guignol ha sia drammatizzato narrativa già esistente (includendo anche autori del calibro di Poe, Stevenson, Maupassant e Mirbeau), sia fornito, con molti dei copioni portati in scena, il materiale per successive narrativizzazioni. Partendo da Level abbiamo perciò ritenuto interessante attingere da entrambe le fonti e lavorare alla prima raccolta in italiano di racconti uniti da questo legame a doppio senso, e per la quasi totalità inediti: i Racconti del Grand Guignol. (Dalla prefazione di Gianluca Venditti)

TRASFORMAZIONI. Licantropie e altre terribili metamorfosi

Con racconti di Lovecraft, Hodgson, Bierce, Kipling, Saki, Crowe e tanti altri che esplorano uno dei temi più universali dell’immaginario umano

Copertina della raccolta antologica Trasformazioni. Licantropie e altre terribili trasformazioni. Oblivium Edotore

A cura di Michela Pollutri, con la collaborazione di Andrea Gide

Illustrazioni d’epoca

COLLANA Voci dall’ignoto

GENERE Racconti gotici e weird

25 racconti

Oblivium*

Dal 4 settembre

Dal mito antico alla fiaba popolare, dal folklore al racconto gotico e weird, il tema della metamorfosi parla di confini labili e pericolosi: tra umano e bestiale, tra identità stabile e alterità mutevole e caotica, tra civiltà e natura selvaggia; racconta la paura ancestrale di perdere le proprie sembianze, e quindi la propria umanità, ma anche la segreta fascinazione per l’abbandono delle costrizioni razionali, sociali e morali. 
Dedicata agli appassionati di horror classico, letteratura gotica e weird, l’antologia Trasformazioni. Licantropie e altre terribili metamorfosi esplora uno dei temi più potenti e universali dell’immaginario umano. Il volume raccoglie 25 racconti distribuiti in quattro sezioni che allargano progressivamente lo sguardo dal classico lupo mannaro alle metamorfosi più inquietanti e imprevedibili.

Licantropie vere o presunte riunisce i grandi classici del genere: dal Lupo mannaro di Orest Somov, ispirato al folklore ucraino, a Frederick Marryat col Lupo bianco dei Monti Hartz e la prima memorabile licantropia femminile; si prosegue con Sutherland Menzies, Catherine Crowe, Rudyard Kipling e altri, fino a H. Warner Munn e Arlton Eadie. La sezione esplora varianti europee ed extraeuropee, mostrando la vitalità del mito in contesti culturali anche molto diversi.

Altre metamorfosi allarga il campo a trasformazioni non lupesche, spesso ancora più disturbanti: l’uomo-tigre di Hugh Clifford, la fanciulla-gatto di Marcel Prévost, la donna-pantera di Ambrose Bierce, l’orrore fungino di W.H. Hodgson, l’ironia di Saki e la maledizione serpentiforme di Lovecraft e Bishop.

Fiabe e dintorni raccoglie testi dal forte valore simbolico e morale: dal Bisclavret alla Meravigliosa storia della bella Melusina di Ludwig Tieck, fino alle fiabe tradizionali africane e ai racconti di Christina Rossetti e Mary Mapes Dodge.

Ultime trasformazioni chiude il volume con due capolavori russi: La famiglia del Vurdalak di Aleksej Konstantinovič Tolstoj e Lazzaro di Leonid Andreev, dove la resurrezione diventa la più radicale delle metamorfosi.

ELENCO RACCONTI:

Licantropie vere o presunte

Il lupo mannaro – Orest Somov
Il lupo bianco dei Monti Hartz – Frederick Marryat
Hugues, il Lupo Mannaro – Sutherland Menzies
La storia di un Lupo Mannaro – Catherine Crowe
Il segno della bestia – Rudyard Kipling
Il lupo bianco di Kostopchin  – Sir Gilbert Campbell
I lupi mannari  – Honoré Beaugrand
La lupa  – Hector Hugh Munro (Saki)
Il licantropo  – Virgínia de Castro e Almeida
Il lupo mannaro di Ponkert  – H. Warner Munn
La Fanciulla-Lupo di Josselin – Arlton Eadie

Altre metamorfosi

La tigre mannara – Hugh Clifford
La fanciulla con il gatto d’oro – Marcel Prévost
Gli occhi della pantera – Ambrose Bierce
La voce nella notte – William Hope Hodgson
Laura  – Hector Hugh Munro (Saki)
La maledizione di Yig  – Z. Bishop e H.P. Lovecraft

Fiabe e dintorni

Bisclavret  – Constance Cary Harrison
La meravigliosa storia della bella Melusina  – L. Tieck
Due fiabe: Hero e Nick  – Christina Rossetti
Il bambino corvo – Mary Mapes Dodge
Leopardo dalla splendida pelle  – R.H. Nassau

Ultime trasformazioni

La Famiglia del Vurdalak – Aleksej  K. Tolstoj
Lazzaro  – Leonid Andreev

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* Dalla pluriennale esperienza nella pubblicazione di classici di Caravaggio Editore (sotto la direzione editoriale di Enrico De Luca), nasce Oblivium Edizioni: un nuovo marchio dedicato al gotico e al weird. Caravaggio Editore si è affermata negli ultimi anni come una realtà apprezzata per la serietà delle sue edizioni: testi integrali, rispettosi degli originali, annotati e arricchiti da apparati iconografici d’epoca. È proprio da questa attenzione per la qualità che nasce il marchio Oblivium, che si propone come un vero e proprio “riscattatore dall’oblio” di testi classici dimenticati, mai tradotti in italiano o ingiustamente trascurati. Il nome stesso del marchio – che evoca ciò che è stato dimenticato – riassume la sua missione: riportare alla luce opere che meritano di essere lette ancora. All’interno delle due collane principali – Redivivi e Voci dall’ignoto – verranno pubblicati romanzi inediti, raccolte d’autore e antologie tematiche di racconti. Ogni volume sarà caratterizzato da un’alta qualità editoriale: come per Caravaggio, traduzioni accurate, testi integrali e un ricco corredo illustrativo che attinge al meglio dell’illustrazione d’Ottocento e inizio Novecento o realizzato appositamente da artisti contemporanei. Oblivium Edizioni nasce con l’ambizione di portare in libreria e fra le mani di chi legge testi potenti e fuori dal tempo: libri che restituiscono il gusto autentico della letteratura orrorifica classica, senza semplificazioni o adattamenti.

Virginia Woolf “Vita di Violet. Tre storie giovanili”, a cura di Nadia Fusini

Copertina dei tre racconti inediti di Virginia Woolf "Vita di Violet. Tre storie giovanili",  a cura di Nadia Fusini, Feltrinelli

Una scoperta letteraria inattesa, che oltre a restituirci uno spaccato importante della vita di Virginia Woolf si rivela, soprattutto, un vero piacere da leggere (da Feltrinelli)

È il 1907, Virginia Woolf dedica tre storie all’amica e confidente Mary Violet Dickinson, insolitamente alta per l’epoca, superava il metro e ottanta, che nella fantasia di Virginia, diventa una gigantessa protagonista di tre favole nelle quali la sua altezza è un vero e proprio superpotere con cui combatte mostri marini e convenzioni sociali.
Il testo rappresenta il primissimo esperimento narrativo compiuto dalla Woolf, rivelandone una sorprendente vena comica e fiabesca
Violet Dickinson ha svolto un ruolo fondamentale nella vita dell’Autrice, sia a livello emotivo nei momenti di grave crisi psichica legata alla morte di Stella e poi del padre, sia come vera e propria mentore editoriale, come riemerge nella recente pubblicazione di una breve serie di racconti giovanili e inediti intitolata The life of Violet (Vita di Violet) .

Dalla prefazione di Nadia Fusini “Una storia nella storia”

[…]a Virginia, ripeto, piace ridere, e soprattutto le piace far ridere noi, i suoi lettori e le sue lettrici. E di certo vuol far sorridere la donna a cui manda questi reperti, per la quale li scrive! In questi reperti miracolosamente ritrovati, che qui vi presentiamo, in effetti Virginia ci riesce, eccome! Nel suo intento dichiarato, le scritture che vi offriamo sono una comunicazione intima, privata, rivolta a un’amica che ama con quella speciale predilezione fervida e incantata che Virginia riserva alle donne, per lei la manifestazione più alta della meraviglia della creatura umana. Le donne sono esseri superiori, Virginia non ne ha dubbio: mettono al mondo il mondo. E lo proteggono, lo custodiscono. Questo gesto vitale lei riconosce a Violet Dickinson, che non è e non sarà mai biologicamente madre, ma da lei Virginia si sente “messa al mondo”. Riconosciuta, amata da lei; e vedremo come e perché addentrandoci in questo specialissimo tributo amoroso, che vuole essere a tutti gli effetti un omaggio, un piccolo dono geniale di scrittura amorosa, una specie di serenata, che Virginia le dedica nel 1907. In segno di gratitudine. Il titolo che dà al suo dono è Una vita. Una biografia fantastica”

E aggiunge nell’interessante introduzione

“Virginia è davvero giovane quando compone queste “scene di vita” per Violet. Epperò gioca con estrema bravura con il tono fiabesco, fantastico, addirittura farsesco, dimostrando una nonchalance straordinaria, un estro naturale per la slapstick comedy, per la farsa, per la pagliacciata”.

della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Su e giù per le strade di Londra

Virginia Woolf (su Consigli)

Vittorio Orsenigo “103 storie di seduzione ( e una postilla)”, Bibliotheka

VITTORIO ORSENIGO TORNA IN LIBRERIA CON “103 STORIE DI SEDUZIONE”

 Una piccola opera ormai introvabile dello scrittore e regista milanese morto nel 2025 all’età di 99 anni

 Una serie di racconti capaci di evocare morbosità eccitanti, delicati prudori e tormenti metafisici, in cui dilaga una quieta sensualità che ammalia e stordisce

Copertina della raccolta di racconti di Vittorio Orsenigo "103 storie di seduzione ( e una postilla)", Bibliotheka

Prefazione di Lucio Klobas

Bibliotheka

Dal 21 agosto

“Due o tre amori nel giro di un mese. Uno dei tre lo chiamava grottesco. Per gli altri, entrambi in via di rapida estinzione, cercava ancora le parole adatte”.

Vittorio Orsenigo possiede l’arte candida e raffinata dell’incompiutezza, come dimostrano le 103 storie di seduzione (e una postilla), un libro divenuto ormai introvabile.

“Se la scrittura avesse un sesso, quella di Orsenigo sarebbe sicuramente una scrittura femminile nell’accezione più accattivante e perversa del termine”, scrive Lucio Koblas nella prefazione. “I suoi racconti sfiorano una morbosità eccitante, accendono delicati prudori, tormenti metafisici, ma nel momento esatto in cui dilaga una quieta sensualità si sciolgono all’improvviso consapevoli del carattere sopraffattorio e arbitrario che impongono al lettore”.

Vittorio Orsenigo (1926 – 2025), regista e scrittore, si avvicina al panorama artistico milanese dell’immediato dopoguerra.Seguendo l’invito di Elio Vittorini, cura un ciclo di letture alla Casa della cultura di Milano presentando una selezione di testi teatrali di Christopher Isherwood, Bertold Brecht e Wystan Hugh Auden, allora poco noti in Italia. Nel 1950 esordisce come regista al Piccolo Teatro di Milano, grazie al direttore Paolo Grassi, con Ubu Roi di Jarry e Le Mammelle di Tiresia di Apollinaire. Giuseppe Pontiggia lo ha definito “uno straordinario raccontatore orale”, dotato di un’energia prorompente di fronte alla quale si resta stupefatti. “C’è un’impavidità dell’assurdo, c’è il coraggio di inoltrarsi per sentieri apparentemente senza sbocco, in vicoli ciechi da rapine”.

Buon Ferragosto e buona lettura con tuttatoscanalibri!

Il mese di agosto in un mosaico romano, nome dato in onore dell'imperatore Augustol
Il mese di agosto in un mosaico romano, nome dato in onore dell’imperatore Augusto che in quel mese aveva ottenuto il primo consolato.

Ferragosto conserva nell’etimo i motivi di un periodo di riposo dal lavoro istituito nel 18 a.C. dall’imperatore Augusto, meglio conosciuto come Ottaviano primo imperatore romano, dal 27 a.C. al 14 d.C. 
Il termine deriva appunto da feriae Augusti che iniziavano il primo giorno di agosto: furono istituite in aggiunta ad altre festività dello stesso mese, come i Vinalia rustica, del 19 agosto, dedicate alla protezione dell’uva che stava maturando,  i Nemoralia dedicate a Diana che si svolgevano dal 13 al 15, tutte legate in modo da determinare un periodo sufficientemente lungo di riposo per i lavoratori dei campi che avevano lavorato durante la stagione estiva.
Le dure fatiche legate alla raccolta dei cereali avevano infatti raggiunto il culmine e andavano a terminare, in attesa della vendemmia e della raccolta delle olive.
Una festa pagana quindi o meglio un riconoscimento al sacrosanto riposo di chi si era affaccendato nei duri lavori dei campi.
Una festa antica legata alle fatiche estive e alle sue divinità e che è rimasta nell’immaginario collettivo proprio con le sue caratteristiche di momento di riposo e di svago anche se ha perso le sue connotazioni legate alle attività agricole restando comunque ben separata dalla festa dell’Assunzione nonostante l’avvento del cristianesimo ne avesse trasportato la ricorrenza al 15 agosto assimilandola alla festa religiosa.

e buona lettura con tuttatoscanalibri:

Antonio Manzini “I tramezzini di Rocco Schiavone”, presentazione

Copertina dela serie di racconti sul passato di Rocco Schiavone  di Antonio Manzini "I tramezzini di Rocco Schiavone", Sellerio

[…] Ma il colpo finale lo ricevette al binario 4 mentre attendeva un treno per Torino. Nei distributori automatici, insieme ai Tuc, alla Coca-Cola e ai Bounty, c’erano dei tramezzini. Tonno e pomodoro. Non ebbe neanche il coraggio di prendere la bottiglietta di acqua, si allontanò come da una casa in fiamme. E capi che anche i tramezzini erano entrati a far parte dei suoi ricordi. Altro non erano che pezzi perduti e ormai irrecuperabili.

Si apre nella Nota di lettura con una citazione:

“Sono scintille, ricordi, lacerti della vita di Rocco, e la catalogazione è solo un omaggio. Una citazione chiara, quindi, direi quasi ovvia per chi ha amato e ama Camilleri. A lui è dedicato questo libro, perché chi ha gli arancini chi i tramezzini, chi caro Andrea “…teme strutture chiasmiche che lo ributtans, chi cammina con un valzer triste chi cresce un teatro dove stava una cantina… Chi sa… che ci sarà la luna, meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio che rimesta la zuppa di pesce delle stelle” e infine c’è chi come noi ha creduto e crede ancora nell’amicizia più profonda e la rispetta nel segreto del ricordo”.

Vi si riconoscono i versi di Guccini e quel riferimento al ricordo che è il fil rouge della raccolta di racconti

Mentre per il commissario Montalbano  ci sono gli Arancini di Adelina, per Rocco Schiavone i tramezzini, per Proust la madeleine della Recherche, a riattivare i ricordi proprio perché questo ultimo lavoro di Manzini raccoglie brandelli della vita di Rocco. Una serie di racconti che di fatto tratteggiano del protagonista e personaggio un ritratto inedito in questa ricostruzione del suo passato  tra infanzia e maturità, tra Roma e Aosta; l’amicizia con i compagni di Trastevere, prima da bambini e poi da adolescenti e l’incontro con la moglie Marina, in una Panarea settembrina,  perduta ma sempre presente e vicina;  sogni dell’infanzia, segreti di famiglia, affetto e sprezzo per i colleghi; alcune storie poliziesche a testimonianza della sua formazione, il suo intuito, tra umorismo e dramma, nella ricerca della  verità  stigmatizzando la stupidità.

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