In un piccolo paese di provincia, il “paese di Laggiù”, apparentemente lontano dal mondo frenetico e chiassoso della città, si muove una comunità di persone dalle molte storie, ma in ognuna di esse si affaccia il parroco, Don Malvino: una persona schietta, curiosa, ma anche a tratti rude e facile al nervosismo, seppur piena di bontà. È lui il deus ex machina che si cela dietro ogni vicenda, trasformando quella che apparentemente è una raccolta di dodici racconti in un romanzo corale dedicato a temi universali come l’amore, la morte, la solitudine, l’amicizia e la complicità.
Giù nella Bassa, adagiato sonnacchioso vicino al Grande Fiume e al suo affiliato, si erge dalla campagna un piccolo paese, fiero baluardo di gente semplice, rubiconda e chiassosa. Qui c’è il profumo di concime, di terra, di nebbia e il canto di cicale d’estate. I colori predominanti sono il caldo del sole e il verde smeraldo della campagna, con pezze di grano dorato e botoloni di fieno in estate; il grigio con punte di arancio in autunno e l’accecante bianco della neve d’inverno. Qui il vociare giornaliero lascia posto ad ampi silenzi all’imbrunire e a nottate che paiono voler far da coperta a chi vi si trova sotto. Il tempo si è spogliato della frenesia della città per rilassarsi in ogni anfratto, sentiero, casa e piazza. Qui le persone si danno ancora del voi. Roba d’altri tempi. Eppure, guai a toccarlo, il voi. Qualcuno venuto dalla città ci ha provato, ma è stato guardato come un sovversivo
Benedetta Maffezzoli, originaria di un piccolo paese del Mantovano, dopo un avvio di carriera da avvocato, lascia la toga e dà vita a www.nuvoleegomitoli.wordpress.com, la sua isola felice. Ha pubblicato: Scrivimi! (Sartori 2003), La musica di Emma (Sartori 2004), Alex Fangio (Robin 2007), Correva l’anno ed io divenni il caso (Statale 2011), Un caso potenzialmente problematico (Il Rio 2016) e Un piano perfetto (Il Rio 2018).
PRIMA TRADUZIONE ITALIANA PER I “RACCONTI MALVAGI” DEL PERUVIANO CLEMENTE PALMA
Prefazione epistolare di Miguel de Unamuno
Traduzione di Carlo Alberto Montaldo
Bibliotheka
Dal 5 giugno
Anche le più appassionate storie d’amore, quando vengono portate al limite, possono raggiungere gli estremi della crudeltà e dell’orrore. Ne sembra convinto lo scrittore peruviano Clemente Palma, che con Racconti malvagi, fissa il racconto peruviano moderno come genere propriamente definito. E non solo ne diventa il capostipite, ma ne stabilisce anche la componente fantastica all’interno della tradizione letteraria del suo paese.
Scritti con “lessico sano e immagini suggestive”, i racconti ruotano attorno alla morte, mezzo di liberazione, fuga dalla noia e dal disincanto. I protagonisti cercano sempre la restituzione dell’ideale estetico della bellezza, nonostante ciò conduca nella direzione del fantastico, del grottesco o delle peggiori manifestazioni del male. “Gli occhi di Lina” e “La fattoria bianca” sono, a questo proposito, i titoli più noti della raccolta.
Clemente Palma propone testi mitologici (L’ultimo fauno), storie con risonanze bibliche (Il figliol prodigo e Il quinto Vangelo) e insolite vicende legate alle allucinazioni (Fantasie da hashish). Un ingegnoso e umoristico esperimento (L’ultima bionda) trasporta il lettore nel fantascientifico e distopico anno 3025, animato dalla speranza di ricreare l’oro scomparso dalla terra attraverso gli ormai rarissimi capelli gialli delle donne. I temi del patto con il diavolo, il fantasma e il doppio (La fattoria bianca) e dell’eterna tensione tra il bene e il male (Le ceste) si alternano con il terribile diario di un uomo che ama la fidanzata, ma ne desidera la morte (Idealismi) o con la storia macabra e geniale, per molti aspetti sconcertante, di un innamorato che non riesce a sostenere il diabolico sguardo della donna amata (Gli occhi di Lina). Un caleidoscopio narrativo che ammalia e stordisce dimostrando tutta la versatilità, la capacità affabulatoria e la maestria narrativa di uno dei più innovativi scrittori del panorama latino-americano.
Clemente Palma Ramírez (Lima, 1872-1946), scrittore, giornalista e uomo politico, fu tra i più raffinati esponenti della narrativa modernista latinoamericana e, in Perù, tra i fautori dell’affermazione del racconto moderno come genere propriamente definito. Influenzato da Edgar Allan Poe, ma anche dagli scrittori russi dell’Ottocento e dal decadentismo francese, introdusse nella letteratura del suo Paese temi fantastici, psicologici, horror e di fantascienza, distanziandosi dalla tradizione del realismo regionalistico, di cui il padre, direttore della Biblioteca Nacional del Perù, era stato eccellente esponente. Console in Francia, fu in seguito deputato e direttore di riviste (Prisma e Variedades) e del quotidiano La Crónica.
Miguel de Unamuno y Jugo (Bilbao, 29 settembre 1864 – Salamanca, 31 dicembre 1936) è stato un poeta, filosofo, scrittore, drammaturgo e politico spagnolo di origini basche che, rinnovandoli, ha portato sul piano filosofico i motivi più tipici del hispanismo, seppure in opere non sistematiche e quasi sempre di carattere letterario. Canonicamente, viene fatto rientrare nel movimento letterario chiamato Generazione del ’98, espressione del modernismo letterario spagnolo.
Per la prima volta in Italiano i racconti di una delle più importanti donne di cultura della prima metà del Novecento
Traduzione e cura di Silvia Carraro
OLIGO
Dal 22 maggio
Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), scrittrice e attrice teatrale francese, nonché tra le principali figure della cultura europea della prima metà del Novecento, in questa raccolta di racconti – per la prima volta presentata in italiano in forma integrale – mostra la capacità umana di adattarsi e di prosperare nonostante circostanze avverse e privazioni materiali, riuscendo a trovare segni di bellezza e spiragli di luce quando tutto sembra essere avvolto dalle tenebre. Troveremo scene di quotidianità ai tempi della Grande Guerra, narrate con un imprevedibile umorismo: un mondo segnato, che il potere della letteratura trascende in un luogo di bellezza e di meraviglia; e, ancora, temi come la maternità, la natura e il mondo animale, per Colette simbolo di resilienza e della continuità della vita nonostante le avversità.
Dalla introduzione di Silvia Carraro:
Colette è stata una scrittrice, attrice, giornalista e critica francese, ed è considerata una delle figure di spicco della cultura europea della prima metà del XX secolo. In Francia viene letteralmente venerata, elevata a mito nazionale, in quanto simbolo di una donna e di una letteratura libera, anticonformista ed emancipata. Ha sfidato le convezioni sociali e morali e ha contribuito a rompere alcuni dei tabù femminili più radicati nella società. Fuori dalla Francia, in passato è stata ingiustamente ridotta a una mera scrittrice erotica; il tempo, però, ha saputo riconoscerle il suo immenso contributo per una letteratura profonda, introspettiva, femminista e rivoluzionaria […] In un mondo sempre più dominato dall’oscurità, la ricerca della luce, interiore ed esteriore, deve essere attività cruciale nella vita di tutti i giorni, per non soccombere ai momenti di buio. La resilienza, parola riscoperta negli ultimi anni, in quest’opera ritrova il suo significato più profondo. A distanza di oltre cento anni dalla Grande Guerra narrata da Colette, ritroviamo oggi la stessa urgenza di affrontare sfide e difficoltà risultanti da crisi globali, guerre e cambiamenti sociali. La stanza illuminata resta dunque un’opera estremamente attuale, simbolo di una letteratura impegnata e profonda, una letteratura che lenisce l’anima e può aiutare ad aprire gli occhi su ciò che, in ultima analisi, conta davvero.
Colette, pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), è una delle figure più emblematiche della letteratura francese del XX secolo. Nota per il suo stile vivace e sensuale, le sue opere esplorano la libertà, il desiderio e l’identità femminile in tutte le sue sfumature. Autrice di romanzi, giornalista e attrice teatrale è un simbolo di emancipazione culturale e artistica capace di sfidare le convenzioni del tempo. L’autrice nacque a Saint-Sauveur-en-Puisaye, in Borgogna, nel 1873, crebbe in una famiglia modesta ma intellettualmente vivace, influenzata soprattutto dalla madre, Sidonie Landoy, chiamata Sido, che trasmise alla giovane l’amore per la natura e per la scrittura.
Silvia Carraro, dopo la laurea in Mediazione Linguistica e Culturale e un master in Traduzione Settoriale da inglese e francese, nel 2023 approda al mondo della traduzione editoriale, grazie alla collaborazione con Quelle Histoire, casa editrice francese tra le più importanti nel mondo dei contenuti storici per bambini.
Storie vere nelle quali si avverte l’ala del destino, dice lei di questo suo ultimo libro. In che senso vere e in che senso destino?
Vere nel senso che sono accadute, e nel narrarle ho solamente aggiunto – o meglio: tolto – quel tanto che serve per rendere epifania un fatto della vita. Perché, ovviamente, nel momento in cui si scrive si scelgono un taglio, una prospettiva: un quadro non è una finestra. E destino perché… be’, quanti di noi non hanno avuto amici che per una improvvisa ragione non han preso quell’aereo, precipitato, quella nave, naufragata? Non sono tuttavia questi gli episodi che attraggono la mia attenzione. Il destino può essere benevolo o tragico, talvolta annunciato per bocca dei profeti e più spesso da segni quasi inavvertiti o misteriosi, e in genere ci viene incontro senza proclami. Quella che ci sembrò allora una disgrazia si rivela, oggi, salvifica, e le trombe del trionfo risuonano, a distanza, funeree. Avrei potuto scrivere, in merito, almeno una decina di altre storie vere di questo tipo. Da scrittore preferisco di gran lunga quei fatti che solamente dopo un certo tempo rivelano in modo drammatico la potenza di una sorte già scritta. Come nel caso di Edipo, per capirci.
Nel suo libro vi sono molte anonime persone comuni e pochi personaggi noti – dei quali in genere non fa il nome: penso a Diana Arbus o a Edison Marshall. Compare, nominato soltanto alla fine, anche Napoleone. Può raccontare ai nostri lettori un solo destino famoso che non ha scritto?
Quando il 4 gennaio 1960 la Facel Vega di Michel Gallimard si schiantò contro un platano sulla statale 5 presso Villeblevin, il premio Nobel Albert Camus – che spesso sosteneva come “la morte più stupida” fosse un incidente automobilistico – morì sul colpo, stampata sul volto un’espressione di orrore. Gallimard morì pochi giorni dopo mentre, sedute dietro, Janine e Anne Gallimard sopravvissero. Stavano tornando a Parigi dalle vacanze in Provenza, e Camus aveva già acquistato il biglietto del treno, trovato nella tasca del cappotto, accettando solo all’ultimo istante l’offerta di un passaggio in auto del suo editore. Nella valigia di Camus venne trovato il manoscritto inedito del romanzo Il primo uomo. Mesi prima, una cartomante consultata per gioco di società gli aveva rivelato che quello sarebbe stato il suo ultimo libro. Profezia accolta da Camus con divertita incredulità, visto che lo scrittore aveva appena quarantasei anni. Nel suo giovanile diario di un viaggio in Toscana si può leggere: “Quando sarò vecchio, vorrei che mi fosse concesso di tornare in questa strada di Siena che non ha eguali nel mondo e di morirvi in un fossato, circondato solo dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che amo”.
Ma lei crede che tutto, come nel titolo del suo libro, già è scritto?
Il Fato il Caso la Necessità… e poi: l’arbitrio umano è libero o servo? Ma qui siamo già nella miseria del pensiero monoteista… Sono domande disperatamente senza risposta. Il fascino del pensiero greco arcaico è nella sua compresenza di possibili. Caos non è il principio di tutte le cose ma, ingenerato esserci, è l’origine di cose che prima non erano, entità eterna che non esiste dall’eternità, e tutte le cose esistenti: il sole, la luna, i pianeti, le stelle, e la nostra terra con il mare, e i suoi monti, e i suoi fiumi, e alberi e erbe e ogni creatura vivente derivano dalla Notte del Caos primigenio. Poi, con l’esigenza di ordine, ecco che dal Caos si genera il Cosmo per atto di un potere eterno e ingenerato, divino – la Mente di Anassagora, il Demiurgo platonico, il Dio biblico il cui spirito aleggia sull’abisso prima di separare tenebra e luce. Troppo facile. Tuttavia la moderna scienza non se la cava meglio: porre l’origine dell’Universo nel momento in cui un punto, quasi un buco nero al contrario, iniziò a espandersi 13,8 miliardi di anni fa lascia comunque un minuscolo spazio di tempo – là, quando il Tempo non c’era – ed è quello che gli scienziati chiamano “il tempo di Plank”, 10-43 secondi, quando le forze dello spazio-tempo sono ancora un tutt’uno indistinto. Il tempo di Plank è il tempo del Caos, il tempo in cui il serpente Ofione si arrotola sette volte intorno all’uovo cosmico deposto da Eurinome. Poi da quell’uovo usciranno tutte le cose esistenti: il sole la luna le stelle i pianeti e, fra questi, fragile, periferica, minuscola, questa nostra meravigliosa Terra.
E, in questa vertigine cosmica, la scrittura…
Già. Citerò il mio coetaneo Jesús Ferrero, scrittore ancora inedito in Italia: “Quando due astri si frappongono, la loro luce apparente si estingue, ma nella loro breve convergenza acquistano una nuova luminosità nera e ardente”. Se ai due astri sostituiamo il tema e lo stile, funziona lo stesso. Personalmente, resto convinto che se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia. E resto convinto che le realtà più vere, nella nostra vita, non buttano ombra. Cosa c’è di più reale del destino, per un essere vivente? E cosa di più prezioso, per diventare uomini, della forza generatrice della sconfitta?
Una scelta di scrittura, la sua, forse per pochi, certo poco premiante presso il grande pubblico dei lettori sebbene stimata da noti critici.
Che il sistema, ogni sistema, e oggi in Italia più che in passato, abbia i suoi meccanismi di censura e emarginazione, questo è ovvio. Purtroppo nelle arti la censura peggiore è il mercato, che privilegia ciò che è modesto, prevedibile, innocuo nella propria apparente diversità in realtà perfettamente allineata al sentire del gregge. Personalmente tuttavia preferisco ancora l’opaca UE con la sua censura di mercato alla Russia di Putin o agli USA di Trump – per citare due nazioni nelle quali comunque non vorrei vivere, a prescindere dai loro governi.
Che cosa intende esattamente con censura di mercato?
Intendo dire che le Case editrici industriali, dominate dai marketing men, escludono a prescindere tutto ciò che non garantisce buoni margini di guadagno. E questo, nel Paese col più basso numero di lettori in Europa, significa privilegiare nel migliore dei casi la base necessaria a ogni panorama letterario, cioè il buon livello medio ben confezionato che altrove è collina e da noi viene spacciato per vetta, nel peggiore quel che risponde ai più banali desideri delle Casalinghe di Voghera con alla loro testa la comare Pipa di Ionesco. Poi, ovvio, ci sono argomenti tabù in questi anni di pesante ma colorata Controriforma. Chiarisco meglio: in anni meno stolti ipocriti e moralisti, Djuna Barnes ebbe il coraggio di scrivere ciò che tutti in fondo al cuore conosciamo per esperienza diretta: “I bambini sanno quello che non possono dire: a loro piace vedere Cappuccetto Rosso e il lupo insieme a letto!” Della verità dell’inconscio parallelo chiunque da piccolo sia stato latore di una realtà percepita come segreta, sa: non occorrono altre parole o analisi. Nell’ambiguità umana è già, pertanto, tutta l’ambiguità dell’arte. Ma oggi non si può dire, tutto qua. È un po’ come affermare i diritti dei palestinesi… Che poi ogni scrittore possa dire dei propri simili quel che Truman Capote scrisse di Tennessee Williams e che in realtà avrebbe potuto riferire a sé stesso (“C’è qui un ometto tarchiato con un temperamento drammatico che, come una delle sue eroine alla deriva, cerca attenzione e solidarietà sciorinando bugie, cui crede per metà, a perfetti estranei. Estranei perché non ha amici, e non ha amici perché le sole creature di cui ha compassione sono i suoi personaggi e sé stesso – tutti gli altri sono soltanto pubblico”) vale per la più parte dei letterati d’ambo i sessi, che in genere, quand’anche bravi e non tarchiati, umanamente non sempre valgono quello che scrivono.
Lei non frequenta social. Una scelta, presumo.
Ignoro serenamente i social perché non sono masochista – non a quel punto, almeno: capisco di più un Angelo Poliziano che amava farsi frustare con corregge imbevute d’aceto per raggiungere l’estrema eccitazione che non quanti seguono le serie televisive, le chat di rancorosi semianalfabeti o podcast di ebete autosoddisfacimento. Insomma, e mi pare impossibile, concordo quasi con Silvio Berlusconi: l’uomo medio, oggi, ha lo sviluppo cerebrale di un undicenne non particolarmente sveglio. Ma da questa premessa comune seguono comportamenti di fatto opposti. Lui condivise il programma di Licio Gelli, io credo che l’umanità presa nell’insieme possa progredire e sono convinto che se il mondo fosse stato sempre governato dai vari Silvio oggi saremmo ancora come Roma prima dei Gracchi. Per nostra fortuna il mondo talvolta fu governato e guidato da figure diverse. Nostra fortuna, sì, nostra: anche del volgare popolano ignorante che oggi bercia su X e prima del luglio 1789 sarebbe stato mandato di notte a batter gli stagni così che le rane non turbassero il sonno del signor marchese.
La scuola ha delle responsabilità?
Certo che sì, per quanto vittima di una politica che ha scientemente demolito l’insegnamento pubblico perché gli ignoranti si opprimono meglio: outlet e stadio. Ma, vede, e torno al Poliziano, forse se ai giovani virgulti in classe si offrisse un approccio più sgarzolino alla letteratura – che so, la lettera in cui Machiavelli narra della vecchia puttana veronese, la lettera di Pascoli sulla cacata che impelle mentre il cesso sul ballatoio è occupato (il che, tra parentesi, offre un bello squarcio di meditazione sulle condizioni di vita di un celebre poeta professore universitario ospite a cena da un senatore del Regno nell’Italia di centovent’anni fa) o, per Gozzano, poemi sottilmente erotici come Invernale – se insomma si facesse loro capire che quei nomi sulle pagine dell’antologia erano fatti di carne e sangue, oltre che di cervello, forse (dico forse) non avremmo i laureati zombie di oggi. Incollati a vedere ben altre cacate – ma in piattaforma, che spesso è anche forma piatta. Col che, sia chiaro, non sono favorevole agli Squittini e alle loro lezioni social, non sociali.
In libreria il racconto di Thomas Mann nella traduzione di Giorgio Zampa e con uno scritto di Adriano Sofri per Quodlibet Editore
Pubblicato nel 1930, il racconto breve racconta l’esperienza familiare vissuta nell’agosto del 1926 in una località balneare toscana, in Versilia, nel racconto identificata in Torre di Venere, in realtà Forte dei Marmi. La storia racconta la vacanza realmente vissuta dalla famiglia Mann in quel periodo particolare che segnò l’affermazione del regima fascista in Italia. Alloggiati in un primo momento al Grand Hotel, si vedono costretti a preferire una tranquilla pensioncina per l’atteggiamento intransigente di alcuni ospiti italiani nei confronti dei piccoli di famiglia: la loro tosse, disturbante e forse contagiosa, e l’inopinata idea di sciacquarsi in mare non indossando nulla da parte della più piccola. Ma il vero nucleo è lo spettacolo cui la famiglia assiste in uno dei locali: un prestigiatore, illusionista, il mago Cipolla. Il mago, dall’aspetto sgradevole tanto quanto i suoi modi, riesce a soggiogare il pubblico al punto da manipolare in maniera umiliante gli spettatori. Un racconto che unisce elementi autobiografici e un episodio durante la villeggiatura a una lettura sui meccanismi di potere e sulla suggestione che stava per pervadere intere popolazioni.
«Al tempo in cui lo scrissi», confessò Mann anni dopo, «non credevo alla possibilità di un Cipolla tedesco. Era una sopravvalutazione patriottica del mio paese.»
Thomas Mann, nato nel 1875 a Lubecca esordì giovanissimo con il romanzo I Buddenbrook (1901) ispirato alla sua storia famigliare. Lasciò la Germania nazista nel 1933 e dal 1938 visse negli Stati Uniti. Tornato in Europa nel 1952 morì in Svizzera nel 1955. Premio Nobel per la letteratura nel 1929, tra i suoi romanzi e racconti ricordiamo anche Tonio Kröger (1903), Morte a Venezia (1913), La montagna incantata (1924), la tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli (1933-1943) e Doktor Faustus (1947).
Mary Shelley inedita: tradotti per la prima volta in italiano i racconti che svelano la parte meno conosciuta dell’autrice di Frankenstein.
Introduzione e traduzione di Giulia Di Biagio
Bibliotheka
Dal 1 maggio
I personaggi che si muovono in queste pagine, monache e fanciulle rinchiuse, viaggiatori malinconici, eroine sospese tra devozione e desiderio, vivono in una tensione costante tra ciò che li trattiene e ciò che li respinge. La fuga è il vero filo conduttore dell’intera raccolta. Lontani dalle atmosfere gotiche di Frankenstein e dalle riflessioni filosofiche dei romanzi maggiori, questi Racconti italiani rivelano una scrittrice attenta alle sfumature psicologiche, ai sentimenti e alle contraddizioni. I racconti sono ambientati a: Roma, Gaeta, Napoli, Paestum, Sorrento e al Passo del San Gottardo.
L’Italia di Shelley non è solo uno scenario pittoresco o romantico, ma un laboratorio di sentimenti e di contrasti morali. L’autrice vi proietta le tensioni della propria epoca e della propria esperienza: la fragilità della donna in una società che la costringe, l’oscillazione tra fede e dubbio, la distanza tra l’ideale e la realtà. Attraverso lo sguardo di personaggi inglesi, stranieri o erranti, l’Italia appare come un Paese di splendore e corruzione, di fede ardente e ipocrisia, di passione e violenza: un vero e proprio microcosmo in cui si riflette il destino umano nella sua interezza. Ma l’elemento più affascinante di questi racconti è la loro modernità. Shelley vi intreccia introspezione e osservazione sociale, affetto e ironia, fino a delineare figure femminili complesse, animate da desideri e paure che non conoscono tempo. (Dall’Introduzione di Giulia Di Biagio)
Mary Shelley (Londra 1797-1851), figlia del filosofo William Godwin e di Mary Wollstonecraft, autrice della prima dichiarazione dei diritti delle donne, a 16 anni conosce Percy B. Shelley, già sposato, e a 17 anni fugge con lui in Svizzera. A 18 scrive Frankenstein o il moderno Prometeo, considerato il primo romanzo gotico di fantascienza, seguito da altre opere: Valperga, vicenda romanzesca ambientata nell’Italia del Medioevo, e The last man e Lodore. Nel 1818, in Italia, scrive Mathilda. Nel 1822, dopo la morte di Percy, fa ritorno in Inghilterra.
[…]un’opera notevole sia dal punto di vista letterario – vi si ritrova tutto il talento di Highsmith per la suspense –, sia per l’accuratezza con cui ricostruisce il mondo rurale del passato: recensendolo, un critico si meravigliò per la «perfetta aderenza storica, psicologica e sociale» con cui l’autrice statunitense aveva saputo rappresentare una realtà che «siamo abituati a vedere dipinta sugli ex-voto».(da Casagrande Editore)
Un racconto inedito della maestra del noir Patricia Highsmith, pubblicato anche in Italia per Casagrande con la traduzione di Maurizia Balmelli, con sette xilografie di Giovanni Bianconi e una postfazione di Daniele Cuffaro.
A Patricia Highsmith in visita a Cavigliano, l’amica sociologa Ellen Rifkin Hill segnalò una vecchia casa di cui l’autrice americana si innamorò decidendo di andare a vivere in Ticino dove trascorse poi tutti gli anni della vita fino alla scomparsa nel 1995. Scritto nel 1888 su richiesta del settimanale francese Le Nouvel observateur, era comparso tra le pagine di un quotidiano locale ma poi dimenticato: racconta di un contadino dell’Ottocento ingiustamente scomunicato e costretto a un lungo cammino infernale attraverso il Ticino per la salvazione; intitolato Un lungo cammino dall’inferno. Un racconto del vecchio Ticino è ripubblicato con il suo titolo originale.
Brevi note biografiche
Nata Mary Patricia Plangman a Fort Worth, Texas, il 19 gennaio 1921, è stata maestra del thriller psicologico del noir, nota per il personaggio di Tom Ripley. La sua scrittura si concentra sulla suspense psicologica, la colpa e il male, spesso descrivendo il crimine dal punto di vista dell’assassino. Dal 1963 si è trasferita definitivamente in Europa, trascorrendo gli ultimi anni in Svizzera (Aurigeno, Locarno), dove è morta il 4 febbraio 1995.
Sul sentiero degli dèi: liriche e racconti della Riviera di Ulisse La senda de los dioses: líricas y cuentos de la Ribera de Ulises doppia edizione italiano-spagnolo
Sul sentiero degli dèi: liriche e racconti della Riviera di Ulisse accompagna il lettore in uno dei tratti più suggestivi della costa tirrenica, compreso tra il Circeo e Scauri di Minturno passando da Terracina, Sperlonga, Gaeta e Formia. Un mare di storia, mito e profonda bellezza che l’autore ha raccolto in liriche e racconti carichi di suggestioni.
La senda de los dioses: líricas y cuentos de la Ribera de Ulises acompaña el lector en unos de los tramos más sugestivo de la costa del mar Tirreno, comprendido entre el Circeo y Scauri de Minturno, pasando por Terracina, Sperlonga, Gaeta y Formia. Un mar de historia, mito e infinita belleza que el autor ha recopilado en líricas y cuentos cargados de sugestión.
Jason R. Forbus è autore di romanzi, fiabe, poesia e saggi. Laureato in Sociologia presso l’Università di Aberdeen, divide il suo lavoro tra consulenze per le Nazioni Unite e una passione per la letteratura in tutte le sue forme. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 12 lingue.
Nota introduttiva di Gianluca Venditti, prefazione di Lucio Besana
Traduzioni di Lucio Besana e Diego Bertelli
Illustrazioni di Domenico D. Venezia
In appendice illustrazioni originali incluse nelle prime edizioni dei racconti
Collana Biblioteca di Lovecraft 10
Dal 10 aprile
Fantasmi, apparizioni, cimiteri, case maledette, esseri misteriosi, antiche leggende… i grandi temi dell’horror classico in quattro racconti scelti da H.P. Lovecraft. Così il maestro di Providence ci presenta E.F. Benson nel suo saggio Supernatural Horrorin Literature: «Ultimamente la narrativa del soprannaturale sta conoscendo un periodo felice, ed un suo insigne esponente è il versatile E.F. Benson il cui The Man Who Went Too Far narra tenebrosamente di una casa al limitare di un cupo bosco e dell’impronta dello zoccolo di Pan sul petto di un uomo morto. Il volume di Benson, Visible and Invisible, contiene numerose storie di rara efficacia; ‘Negotium Perambulans’, la cui trama riguarda un mostro abominevole proveniente da un antico pannello ecclesiastico che compie una vendetta soprannaturale in un solitario villaggio sulla costa della Cornovaglia; e ‘The Horror-Horn’, nel quale si muove a lunghi balzi uno spaventoso essere subumano che dimora in inaccessibili vette alpine. ‘The Face’ è di una potenza letale con la sua inesorabile aura di morte».
Un nuovo volume per tutti gli amanti della letteratura weird, horror e soprannaturale.
Edward Frederic Benson (24 luglio 1867 – 29 febbraio 1940) fu un romanziere, biografo e autore di racconti inglese, noto per le sue storie di fantasmi e di soprannaturale. Nato al Wellington College nel Berkshire, era il quinto figlio di Edward White Benson, futuro Arcivescovo di Canterbury, e di Mary Sidgwick. Cresciuto in una famiglia intellettuale e religiosa, Benson sviluppò fin da giovane un talento letterario precoce, pubblicando il suo primo libro, Sketches from Marlborough, ancora studente. Studiò a Marlborough College e al King’s College di Cambridge, dove coltivò amicizie e amori omosessuali che influenzarono la sensibilità dei suoi racconti. Benson fu un autore versatile, ma rimane celebre soprattutto per i suoi racconti di fantasmi, caratterizzati da atmosfere inquietanti e sottili ironie, come The Face, The Man Who WentToo Far, The Horror-Horn e Negotium Perambulans. Accanto al soprannaturale, scrisse romanzi satirici e umoristici, tra cui la celebre serie Mapp e Lucia, e opere giovanili come Dodo e DavidBlaize. Le sue opere mostrano spesso una sensibilità omoerotica, unita a un’arguzia sottile e a un senso del grottesco. Nel corso della vita, visse anche a Londra e sull’isola di Capri, frequentata da un circolo di intellettuali omosessuali. Morì il 29 febbraio 1940, lasciando un’eredità letteraria che combina brillantezza sociale, humor e un inquietante talento per l’orrore soprannaturale.
Ci sono momenti in cui una scelta minima può cambiare tutto. Un pensiero che ritorna, una parola non detta, un desiderio che chiede spazio. L’introspettore attraversa queste soglie invisibili, raccontando uomini e donne colti nell’istante in cui qualcosa si incrina o si rivela. Le storie si muovono tra relazioni, ossessioni, slanci improvvisi e silenzi carichi di significato, seguendo percorsi interiori tanto intimi quanto universali. Pagina dopo pagina, il lettore è invitato a entrare in situazioni riconoscibili, dove le emozioni non vengono spiegate ma vissute, e ogni finale lascia una traccia, una domanda, un’eco. Un libro che accompagna dentro le storie e resta con chi legge, anche dopo.
Mark W. McDowell nasce nel 1960 a Bethesda, nel Maryland, da padre americano e madre italiana. Dopo una formazione classica, si laurea in Economia e lavora per anni nel campo dell’imprenditoria, occupandosi della gestione di aziende attive in settori diversi, dall’industria farmaceutica all’import-export. Parallelamente sviluppa un forte interesse per l’arte e lo spettacolo, collaborando all’organizzazione di eventi culturali e alla produzione di videoclip musicali. Si avvicina quindi alla scrittura, prima attraverso testi musicali e successivamente alla narrativa breve. L’introspettore segna il suo esordio letterario e riflette una prospettiva culturale sospesa tra Europa e Stati Uniti, attenta alle dinamiche interiori e alle contraddizioni dell’esperienza umana.