TRASFORMAZIONI. Licantropie e altre terribili metamorfosi

Con racconti di Lovecraft, Hodgson, Bierce, Kipling, Saki, Crowe e tanti altri che esplorano uno dei temi più universali dell’immaginario umano

Copertina della raccolta antologica Trasformazioni. Licantropie e altre terribili trasformazioni. Oblivium Edotore

A cura di Michela Pollutri, con la collaborazione di Andrea Gide

Illustrazioni d’epoca

COLLANA Voci dall’ignoto

GENERE Racconti gotici e weird

25 racconti

Oblivium*

Dal 4 settembre

Dal mito antico alla fiaba popolare, dal folklore al racconto gotico e weird, il tema della metamorfosi parla di confini labili e pericolosi: tra umano e bestiale, tra identità stabile e alterità mutevole e caotica, tra civiltà e natura selvaggia; racconta la paura ancestrale di perdere le proprie sembianze, e quindi la propria umanità, ma anche la segreta fascinazione per l’abbandono delle costrizioni razionali, sociali e morali. 
Dedicata agli appassionati di horror classico, letteratura gotica e weird, l’antologia Trasformazioni. Licantropie e altre terribili metamorfosi esplora uno dei temi più potenti e universali dell’immaginario umano. Il volume raccoglie 25 racconti distribuiti in quattro sezioni che allargano progressivamente lo sguardo dal classico lupo mannaro alle metamorfosi più inquietanti e imprevedibili.

Licantropie vere o presunte riunisce i grandi classici del genere: dal Lupo mannaro di Orest Somov, ispirato al folklore ucraino, a Frederick Marryat col Lupo bianco dei Monti Hartz e la prima memorabile licantropia femminile; si prosegue con Sutherland Menzies, Catherine Crowe, Rudyard Kipling e altri, fino a H. Warner Munn e Arlton Eadie. La sezione esplora varianti europee ed extraeuropee, mostrando la vitalità del mito in contesti culturali anche molto diversi.

Altre metamorfosi allarga il campo a trasformazioni non lupesche, spesso ancora più disturbanti: l’uomo-tigre di Hugh Clifford, la fanciulla-gatto di Marcel Prévost, la donna-pantera di Ambrose Bierce, l’orrore fungino di W.H. Hodgson, l’ironia di Saki e la maledizione serpentiforme di Lovecraft e Bishop.

Fiabe e dintorni raccoglie testi dal forte valore simbolico e morale: dal Bisclavret alla Meravigliosa storia della bella Melusina di Ludwig Tieck, fino alle fiabe tradizionali africane e ai racconti di Christina Rossetti e Mary Mapes Dodge.

Ultime trasformazioni chiude il volume con due capolavori russi: La famiglia del Vurdalak di Aleksej Konstantinovič Tolstoj e Lazzaro di Leonid Andreev, dove la resurrezione diventa la più radicale delle metamorfosi.

ELENCO RACCONTI:

Licantropie vere o presunte

Il lupo mannaro – Orest Somov
Il lupo bianco dei Monti Hartz – Frederick Marryat
Hugues, il Lupo Mannaro – Sutherland Menzies
La storia di un Lupo Mannaro – Catherine Crowe
Il segno della bestia – Rudyard Kipling
Il lupo bianco di Kostopchin  – Sir Gilbert Campbell
I lupi mannari  – Honoré Beaugrand
La lupa  – Hector Hugh Munro (Saki)
Il licantropo  – Virgínia de Castro e Almeida
Il lupo mannaro di Ponkert  – H. Warner Munn
La Fanciulla-Lupo di Josselin – Arlton Eadie

Altre metamorfosi

La tigre mannara – Hugh Clifford
La fanciulla con il gatto d’oro – Marcel Prévost
Gli occhi della pantera – Ambrose Bierce
La voce nella notte – William Hope Hodgson
Laura  – Hector Hugh Munro (Saki)
La maledizione di Yig  – Z. Bishop e H.P. Lovecraft

Fiabe e dintorni

Bisclavret  – Constance Cary Harrison
La meravigliosa storia della bella Melusina  – L. Tieck
Due fiabe: Hero e Nick  – Christina Rossetti
Il bambino corvo – Mary Mapes Dodge
Leopardo dalla splendida pelle  – R.H. Nassau

Ultime trasformazioni

La Famiglia del Vurdalak – Aleksej  K. Tolstoj
Lazzaro  – Leonid Andreev

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* Dalla pluriennale esperienza nella pubblicazione di classici di Caravaggio Editore (sotto la direzione editoriale di Enrico De Luca), nasce Oblivium Edizioni: un nuovo marchio dedicato al gotico e al weird. Caravaggio Editore si è affermata negli ultimi anni come una realtà apprezzata per la serietà delle sue edizioni: testi integrali, rispettosi degli originali, annotati e arricchiti da apparati iconografici d’epoca. È proprio da questa attenzione per la qualità che nasce il marchio Oblivium, che si propone come un vero e proprio “riscattatore dall’oblio” di testi classici dimenticati, mai tradotti in italiano o ingiustamente trascurati. Il nome stesso del marchio – che evoca ciò che è stato dimenticato – riassume la sua missione: riportare alla luce opere che meritano di essere lette ancora. All’interno delle due collane principali – Redivivi e Voci dall’ignoto – verranno pubblicati romanzi inediti, raccolte d’autore e antologie tematiche di racconti. Ogni volume sarà caratterizzato da un’alta qualità editoriale: come per Caravaggio, traduzioni accurate, testi integrali e un ricco corredo illustrativo che attinge al meglio dell’illustrazione d’Ottocento e inizio Novecento o realizzato appositamente da artisti contemporanei. Oblivium Edizioni nasce con l’ambizione di portare in libreria e fra le mani di chi legge testi potenti e fuori dal tempo: libri che restituiscono il gusto autentico della letteratura orrorifica classica, senza semplificazioni o adattamenti.

Virginia Woolf “Vita di Violet. Tre storie giovanili”, a cura di Nadia Fusini

Copertina dei tre racconti inediti di Virginia Woolf "Vita di Violet. Tre storie giovanili",  a cura di Nadia Fusini, Feltrinelli

Una scoperta letteraria inattesa, che oltre a restituirci uno spaccato importante della vita di Virginia Woolf si rivela, soprattutto, un vero piacere da leggere (da Feltrinelli)

È il 1907, Virginia Woolf dedica tre storie all’amica e confidente Mary Violet Dickinson, insolitamente alta per l’epoca, superava il metro e ottanta, che nella fantasia di Virginia, diventa una gigantessa protagonista di tre favole nelle quali la sua altezza è un vero e proprio superpotere con cui combatte mostri marini e convenzioni sociali.
Il testo rappresenta il primissimo esperimento narrativo compiuto dalla Woolf, rivelandone una sorprendente vena comica e fiabesca
Violet Dickinson ha svolto un ruolo fondamentale nella vita dell’Autrice, sia a livello emotivo nei momenti di grave crisi psichica legata alla morte di Stella e poi del padre, sia come vera e propria mentore editoriale, come riemerge nella recente pubblicazione di una breve serie di racconti giovanili e inediti intitolata The life of Violet (Vita di Violet) .

Dalla prefazione di Nadia Fusini “Una storia nella storia”

[…]a Virginia, ripeto, piace ridere, e soprattutto le piace far ridere noi, i suoi lettori e le sue lettrici. E di certo vuol far sorridere la donna a cui manda questi reperti, per la quale li scrive! In questi reperti miracolosamente ritrovati, che qui vi presentiamo, in effetti Virginia ci riesce, eccome! Nel suo intento dichiarato, le scritture che vi offriamo sono una comunicazione intima, privata, rivolta a un’amica che ama con quella speciale predilezione fervida e incantata che Virginia riserva alle donne, per lei la manifestazione più alta della meraviglia della creatura umana. Le donne sono esseri superiori, Virginia non ne ha dubbio: mettono al mondo il mondo. E lo proteggono, lo custodiscono. Questo gesto vitale lei riconosce a Violet Dickinson, che non è e non sarà mai biologicamente madre, ma da lei Virginia si sente “messa al mondo”. Riconosciuta, amata da lei; e vedremo come e perché addentrandoci in questo specialissimo tributo amoroso, che vuole essere a tutti gli effetti un omaggio, un piccolo dono geniale di scrittura amorosa, una specie di serenata, che Virginia le dedica nel 1907. In segno di gratitudine. Il titolo che dà al suo dono è Una vita. Una biografia fantastica”

E aggiunge nell’interessante introduzione

“Virginia è davvero giovane quando compone queste “scene di vita” per Violet. Epperò gioca con estrema bravura con il tono fiabesco, fantastico, addirittura farsesco, dimostrando una nonchalance straordinaria, un estro naturale per la slapstick comedy, per la farsa, per la pagliacciata”.

della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Su e giù per le strade di Londra

Virginia Woolf (su Consigli)

Vittorio Orsenigo “103 storie di seduzione ( e una postilla)”, Bibliotheka

VITTORIO ORSENIGO TORNA IN LIBRERIA CON “103 STORIE DI SEDUZIONE”

 Una piccola opera ormai introvabile dello scrittore e regista milanese morto nel 2025 all’età di 99 anni

 Una serie di racconti capaci di evocare morbosità eccitanti, delicati prudori e tormenti metafisici, in cui dilaga una quieta sensualità che ammalia e stordisce

Copertina della raccolta di racconti di Vittorio Orsenigo "103 storie di seduzione ( e una postilla)", Bibliotheka

Prefazione di Lucio Klobas

Bibliotheka

Dal 21 agosto

“Due o tre amori nel giro di un mese. Uno dei tre lo chiamava grottesco. Per gli altri, entrambi in via di rapida estinzione, cercava ancora le parole adatte”.

Vittorio Orsenigo possiede l’arte candida e raffinata dell’incompiutezza, come dimostrano le 103 storie di seduzione (e una postilla), un libro divenuto ormai introvabile.

“Se la scrittura avesse un sesso, quella di Orsenigo sarebbe sicuramente una scrittura femminile nell’accezione più accattivante e perversa del termine”, scrive Lucio Koblas nella prefazione. “I suoi racconti sfiorano una morbosità eccitante, accendono delicati prudori, tormenti metafisici, ma nel momento esatto in cui dilaga una quieta sensualità si sciolgono all’improvviso consapevoli del carattere sopraffattorio e arbitrario che impongono al lettore”.

Vittorio Orsenigo (1926 – 2025), regista e scrittore, si avvicina al panorama artistico milanese dell’immediato dopoguerra.Seguendo l’invito di Elio Vittorini, cura un ciclo di letture alla Casa della cultura di Milano presentando una selezione di testi teatrali di Christopher Isherwood, Bertold Brecht e Wystan Hugh Auden, allora poco noti in Italia. Nel 1950 esordisce come regista al Piccolo Teatro di Milano, grazie al direttore Paolo Grassi, con Ubu Roi di Jarry e Le Mammelle di Tiresia di Apollinaire. Giuseppe Pontiggia lo ha definito “uno straordinario raccontatore orale”, dotato di un’energia prorompente di fronte alla quale si resta stupefatti. “C’è un’impavidità dell’assurdo, c’è il coraggio di inoltrarsi per sentieri apparentemente senza sbocco, in vicoli ciechi da rapine”.

Buon Ferragosto e buona lettura con tuttatoscanalibri!

Il mese di agosto in un mosaico romano, nome dato in onore dell'imperatore Augustol
Il mese di agosto in un mosaico romano, nome dato in onore dell’imperatore Augusto che in quel mese aveva ottenuto il primo consolato.

Ferragosto conserva nell’etimo i motivi di un periodo di riposo dal lavoro istituito nel 18 a.C. dall’imperatore Augusto, meglio conosciuto come Ottaviano primo imperatore romano, dal 27 a.C. al 14 d.C. 
Il termine deriva appunto da feriae Augusti che iniziavano il primo giorno di agosto: furono istituite in aggiunta ad altre festività dello stesso mese, come i Vinalia rustica, del 19 agosto, dedicate alla protezione dell’uva che stava maturando,  i Nemoralia dedicate a Diana che si svolgevano dal 13 al 15, tutte legate in modo da determinare un periodo sufficientemente lungo di riposo per i lavoratori dei campi che avevano lavorato durante la stagione estiva.
Le dure fatiche legate alla raccolta dei cereali avevano infatti raggiunto il culmine e andavano a terminare, in attesa della vendemmia e della raccolta delle olive.
Una festa pagana quindi o meglio un riconoscimento al sacrosanto riposo di chi si era affaccendato nei duri lavori dei campi.
Una festa antica legata alle fatiche estive e alle sue divinità e che è rimasta nell’immaginario collettivo proprio con le sue caratteristiche di momento di riposo e di svago anche se ha perso le sue connotazioni legate alle attività agricole restando comunque ben separata dalla festa dell’Assunzione nonostante l’avvento del cristianesimo ne avesse trasportato la ricorrenza al 15 agosto assimilandola alla festa religiosa.

e buona lettura con tuttatoscanalibri:

Antonio Manzini “I tramezzini di Rocco Schiavone”, presentazione

Copertina dela serie di racconti sul passato di Rocco Schiavone  di Antonio Manzini "I tramezzini di Rocco Schiavone", Sellerio

[…] Ma il colpo finale lo ricevette al binario 4 mentre attendeva un treno per Torino. Nei distributori automatici, insieme ai Tuc, alla Coca-Cola e ai Bounty, c’erano dei tramezzini. Tonno e pomodoro. Non ebbe neanche il coraggio di prendere la bottiglietta di acqua, si allontanò come da una casa in fiamme. E capi che anche i tramezzini erano entrati a far parte dei suoi ricordi. Altro non erano che pezzi perduti e ormai irrecuperabili.

Si apre nella Nota di lettura con una citazione:

“Sono scintille, ricordi, lacerti della vita di Rocco, e la catalogazione è solo un omaggio. Una citazione chiara, quindi, direi quasi ovvia per chi ha amato e ama Camilleri. A lui è dedicato questo libro, perché chi ha gli arancini chi i tramezzini, chi caro Andrea “…teme strutture chiasmiche che lo ributtans, chi cammina con un valzer triste chi cresce un teatro dove stava una cantina… Chi sa… che ci sarà la luna, meraviglioso cucchiaio d’argento di Dio che rimesta la zuppa di pesce delle stelle” e infine c’è chi come noi ha creduto e crede ancora nell’amicizia più profonda e la rispetta nel segreto del ricordo”.

Vi si riconoscono i versi di Guccini e quel riferimento al ricordo che è il fil rouge della raccolta di racconti

Mentre per il commissario Montalbano  ci sono gli Arancini di Adelina, per Rocco Schiavone i tramezzini, per Proust la madeleine della Recherche, a riattivare i ricordi proprio perché questo ultimo lavoro di Manzini raccoglie brandelli della vita di Rocco. Una serie di racconti che di fatto tratteggiano del protagonista e personaggio un ritratto inedito in questa ricostruzione del suo passato  tra infanzia e maturità, tra Roma e Aosta; l’amicizia con i compagni di Trastevere, prima da bambini e poi da adolescenti e l’incontro con la moglie Marina, in una Panarea settembrina,  perduta ma sempre presente e vicina;  sogni dell’infanzia, segreti di famiglia, affetto e sprezzo per i colleghi; alcune storie poliziesche a testimonianza della sua formazione, il suo intuito, tra umorismo e dramma, nella ricerca della  verità  stigmatizzando la stupidità.

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Felix Timmermans “Le ore liete della beghina Sinforosa”, Bibliotheka

Torna in libreria dopo 65 anni con una nuova traduzione il racconto ormai introvabile di Felix Timmermans De zeer schone uren van juffrouw Symforosa, begijntje, del 1918. 

Copertina dei racconti di Felix Timmermans "Le ore liete della beghina Sinforosa", Bibliotheka

A cura di Francesca Barresi

Illustrazioni di Jules Joseph Fonteyne,  testo fiammingo a fronte

Bibliotheka

Dal 17 luglio

La storia di un amore che fugge e trascina il lettore in un teatro dove va in scena una sognante rappresentazione. La beghina Sinforosa attende invano che Martino, il giardiniere di cui è innamorata, corrisponda i suoi sentimenti. L’incontro tra i due avviene in un roseto: qui l’incantesimo tocca il suo culmine e trova il suo epilogo, l’infatuazione si realizza e svanisce d’un colpo, i due amori si divaricano. La trama si gioca attorno al raggiungimento di un punto di incontro che sfugge continuamente, per poi restare irrealizzato. Lo scrittore ne racconta i movimenti lasciandoli sospesi nel loro inappagato desiderio, cesellando sulla dinamica di questa tensione la psicologia dei personaggi.

Timmermans nutriva un profondo amore per il beghinaggio cittadino, uno dei più antichi del Belgio, risalente alla prima metà del XIII secolo: qui l’autore sceglie di far risuonare ‘le ore liete’ della giovane Sinforosa, descrivendo il beghinaggio con la maestria di un acquerellista che utilizza trasparenze, velature, coloriture deli­cate e tocchi leggeri. L’opera può essere classificata come un poemetto in prosa che si colloca nella più ampia narrativa fiamminga, dove fa breccia una psicologia del pro­fondo e affiora la sostanza spirituale e identitaria di una precisa enclave linguistica e culturale, attin­gendo i propri temi nel vissuto e nel linguaggio di mistici, poeti e artisti locali. La scena in cui si muovono i protagonisti, più che riflettere un ideale arcaico e anti-capitalistico sembra riecheggiare uno stato di grazia pre-moderno in cui si avvera l’incantesimo dell’amore nostalgico tra Sinforosa e Martino. (Francesca Barresi)

Felix Timmermans (Lier 1886-1947), scrittore belga di lingua nederlandese, è stato candidato tre volte al Premio Nobel per la letteratura. Noto per il romanzo Pallieter e per il quadro di vita fiamminga Salmo contadino, ha scritto vari racconti e le biografie dedicate a San Francesco e ai pittori Bruegel e Adriaen Brouwer.

Jules Joseph Fonteyne (Bruges 1878-1964), artista fiammingo, è stato pittore, incisore e illustratore di libri. Nel 1927 fu nominato direttore dell’Accademia di Bruges, incarico che affiancò all’insegnamento.

Camillo Boito “Senso”, Bibliotheka

Storia di una relazione, di un tradimento, di un inganno, di una vendetta. Un libro che ha ispirato il cinema di Visconti e di Brass

Il testo, a cura di Enrico De Luca, ripropone fedelmente il testo della seconda edizione Treves del 1883.

Copertina del racconto di camillo Boito "Senso" Bibliotheka

A cura di Enrico De Luca

Bibliotheka

Dal 10 luglio 2026

Nel quadro delle guerre d’indipendenza, una donna travolta da una vulcanica passione amorosa non tarderà a mostrare il suo carattere spietato. È il filo conduttore di Senso, il racconto di Camillo Boito che Bibliotheka manda in libreria il 10 luglio a cura di Enrico De Luca riproponendo fedelmente il testo della seconda edizione Treves del 1883 (72 pagine, 14 euro).


Con la sua audace storia melodrammatica d’amore e di vendetta, Senso attrasse da subito l’attenzione del cinema, ma solo nel 1953 Luchino Visconti, con l’aiuto di Suso Cecchi d’Amico e di altri collaboratori, fra cui Giorgio Bassani, ne trasse una sceneggiatura per una pellicola che uscì l’anno seguente.  Interpretato da Alida Valli, Farley Granger e Massimo Girotti, il film fu curato minuziosamente, l’azione e le situazioni psicologiche originarie vennero dilatate e amplificate, ma alla sua uscita dovette subire una serie di interventi censori che costrinsero il regista a modificarne persino il finale. 
Nel 2002 apparve un altro adattamento per il grande schermo, assai più libero: il film erotico scritto e diretto da Tinto Brass, con Anna Galiena e Gabriel Garko, dal titolo Senso ’45, ambientato a Venezia negli ultimi mesi del regime fascista.
Camillo Boito fu un importante architetto che si occupò, fra le altre cose, anche del restauro cosiddetto filologico e che assai sporadicamente si cimentò, pur con la consapevolezza di non possedere le medesime doti del fratello minore Arrigo, nella scrittura letteraria con poche e altalenanti prove nel genere del racconto. Dopo i primi esperimenti giovanili, ben strutturati ma dalle trame piuttosto esili, alcuni dei quali confluiti nelle Storielle vane (Treves 1876), Camillo scrisse Senso, che diede il titolo alla sua seconda raccolta di novelle, Senso. Nuove storielle vane (Treves 1883). (Enrico De Luca)

Camillo Boito (1836-1914), architetto e scrittore, fratello di Arrigo, insegnò per quasi mezzo secolo all’Accademia di Brera. Restaurò vari monumenti (tra cui la basilica di Sant’Antonio di Padova) e tra le sue opere originali si ricordano il grandioso scalone di palazzo Franchetti a Venezia, Il Palazzo delle debite a Padova e la Casa di riposo per i musicisti a Milano. Fu autore di alcuni racconti in cui si rivela raffinato narratore, capace di cogliere finezze psicologiche e venature paesaggistiche di particolare pregio.

Jan Brokken “La malinconia del viaggiatore”, presentazione

Copertina della raccolta di racconti di Jan Brokken, "La malinconia del viaggiatore", Iperborea

Tra l’Europa e l’America, il grande viaggiatore Jan Brokken firma quattordici racconti di speranza e nostalgia sulla grande cultura occidentale.
[…]Nei quattordici racconti che compongono La malinconia del viaggiatore, Jan Brokken si muove nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere.[…] ( da Iperborea)

TRADUZIONE dI: Claudia Cozzi

ILLUSTRAZIONI dI: Sara Cimarosti

Cristina Taglietti nella sua presentazione al testo (La lettura 7 giugno 2026) inquadra precisamente il contenuto del volume quando scrive:

“I quattordici testi che compongono il libro non raccontano soltanto luoghi: raccontano le tracce lasciate dagli artisti, dagli scrittori, dai musicisti che li hanno attraversati, trasformandoli in paesaggi della memoria.[…] Più vicino a Cees Nooteboom e a Claudio Magris che ai tradizionali autori di viaggio come Bruce Chatwin o Paul Theroux, Brokken pratica il pellegrinaggio culturale come forma narrativa. Non cerca l’orizzonte aperto, l’ebbrezza dello spostamento, ma le sedimentazioni; viaggia per verificare che le opere, le voci e le vite che hanno costruito l’Europa continuino a parlarci”.

E aggiunge un altro importante elemento alla sua analisi del contenuto:

“La musica non è semplicemente uno dei temi del libro: è il suo principio organizzatore. Bartók, Dvorák, Olivier Messiaen, il violoncellista Anner Bijlsma, il misterioso Servais, Monteverdi e molti altri trasformano l’Europa di Brokken in una sorta di partitura culturale. E anche quando parla di letteratura, Brokken continua a ragionare in termini musicali. Nell’incontro finale con Ismail Kadare, ormai anziano, lo scrittore albanese dice di invidiare ai musicisti la capacità di creare una lingua sempre nuova. «Noi — dice — abbiamo a disposizione soltanto parole spesso abusate, consumate, appesantite, cariche di significati perché qualche ideologia se n’è impadronita”.

L’incipit:

La cassetta delle lettere nel cimitero

A Collioure, nel cimitero, ho visto una cassetta delle lettere. Non un’imitazione, no, era una vera cassetta delle poste francesi, fissata a una lapide, o meglio, incassata per metà nel la pietra. Ci si poteva imbucare una lettera, e dalla facilità con cui si apriva lo sportellino si capiva che nel corso degli anni l’avevano fatto in molti. Doveva essere lì da parecchio tempo: il giallo originario era sbiadito, il metallo ossi dato. Era diventata una cassetta delle lettere in lutto, ma il logo delle poste francesi restava ben riconoscibile. Degli orari di ritiro non c’erano indica zioni. Del resto è comprensibile: al cospetto dell’eternità, la fretta si arresta al cancello del cimitero. Bisognava abbassarsi parecchio per imbucare una lettera, e inginocchiarsi mi sembrava il modo migliore.

Jan Brokken Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dall’ordinario e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, è autore di numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin. Oltre al bestseller Anime baltiche, Iperborea ha pubblicato: Nella casa del pianistaJungle RudyIl giardino dei cosacchiBagliori a San PietroburgoI GiustiL’anima delle cittàLa suite di Giava e La scoperta dell’Olanda, finalista al premio Strega europeo 2025.(da Iperborea)

Emanuela Romeo “Tattura tà, tattura tà”, NeP Edizioni

Breve racconto di un telaio e di un corredo per cinque nipoti

Copertina del racconto di Emanuela Romeo "“Tattura tà, tattura tà”, NeP Edizioni

Il titolo onomatopeico richiama il rumore del telaio che accompagna il gesto sapiente di una bambina, Angela Rosa. Un suono antico e ritmico, quasi ipnotico, che proviene da uno strumento custode di una tradizione millenaria. Strumento attraverso cui poter esprimere crescendo la propria creatività e realizzare qualcosa di bello che la donna non avrebbe mai usato, perché la sua vita sarebbe stata dedicata alle sue cinque nipoti.

Nel cuore del racconto vi è il rituale della preparazione del corredo in un piccolo paese della Calabria: un gesto quotidiano che fino agli anni Settanta rappresentava un patrimonio comune, condiviso da tutte le famiglie indipendentemente dall’estrazione sociale.
Una tradizione fatta di ricordi e condivisione, che si svela poco alla volta. Il telaio diventa così simbolo di continuità e appartenenza ad un passato che continua a vivere nei gesti, negli oggetti e nei legami.
Ogni tessuto realizzato a mano diventa un piccolo capolavoro irriproducibile, destinato ad acquisire nel tempo un valore sempre più prezioso. Ogni filo intrecciato custodisce storie, affetti, sacrifici e sogni e scandisce la ricostruzione nostalgica della storia di una famiglia.

Con uno stile intimo e una narrazione autentica e spontanea, Emanuela Romeo racconta la forza dell’unione familiare e il valore delle esperienze tramandate di generazione in generazione. Un viaggio sentimentale fatto di piccole cose, di relazioni autentiche e di insegnamenti destinati a resistere al tempo.

“Tattura tà, tattura tà” vuole essere un tributo ad Angela Rosa ma anche un omaggio alla memoria femminile, alla creatività artigiana e alla forza silenziosa delle tradizioni che continuano ancora oggi a raccontarci chi siamo.

Un libro capace di parlare al cuore e di invitare a riscoprire la bellezza delle emozioni sincere e dell’appartenenza alle proprie radici familiari.

Emanuela Romeo, laureata con lode in Lingue e Letterature Straniere, con indirizzo in Linguistica comparata anglo-irlandese, è docente di lingua inglese e progettista europea. Da sempre coltiva un vivo interesse per il teatro e la letteratura, passioni che accompagnano il suo percorso professionale e culturale.
 Oggi il suo nome è legato soprattutto al mondo della formazione professionale. Per NeP dirige la collana editoriale “Donne Oggi” e, dal 2014, ha pubblicato numerosi contributi e opere.

Banu Mushtaq “Interno indiano”, presentazione

Copertina della raccolta di 12 racconti di Banu Mushtaq, Frassinelli Editore

“Interno indiano è un mosaico di sentimenti, paure e resistenze, un viaggio nella parte più segreta della casa, dove le donne vivono, si nascondono, brillano. Ogni storia è una piccola luce accesa dall’interno”.(da Sperling&Kupfer)

Heart Lamp, è il titolo nella traduzione inglese della raccolta di 12 racconti vincitrice dell’ultima edizione dell’International Booker Prize 2025. Originariamente pubblicati in lingua kannada tra il 1990 e il 2023, i dodici racconti sono stati scritti da Banu Mushtaq, scrittrice, attivista e avvocatessa indiana

In Italia il volume è edito da Frassinelli (Piemme), per la traduzione di Tiziana Lo Porto con  il titolo Interno indiano. Banu Mushtaq mette in scena la quotidianità prendendo ispirazione dalle storie di chi si rivolgeva a lei come avvocato per chiederle aiuto: bambine, adulte e anziane all’interno delle comunità musulmane patriarcali dell’India meridionale, donne musulmane che la scrittrice in oltre trent’anni di attività legale, ha assistito e difeso, vittime  di discriminazioni e abusi come per la protagonista di uno dei racconti che è stata rinnegata dal marito per non avergli dato un figlio maschio o un’altra che, malata di tumore e gettata fuori di casa, nella sua preghiera ad Allah Sii donna almeno una volta, oh Signore!, gli chiede di sperimentare, almeno una volta, cosa significhi essere donna. 

Il  filo conduttore  è quello delle antiche strategie con cui le donne vi si oppongono per non essere completamente annullate e silenziate. Ne è nato un documento su una realtà femminile non sempre conosciuta e indagata.

Banu Mushtaq è una scrittrice, giornalista, attivista e avvocata indiana. Autrice di racconti, saggi, poesie e un romanzo in lingua kannada, ha iniziato a scrivere negli anni Settanta all’interno di ambienti letterari progressisti, nati come forma di protesta contro le disuguaglianze sociali e culturali. In quel contesto, dominato da voci maschili, Mushtaq è stata una delle pochissime donne a imporsi. Ha ricevuto i principali premi letterari del suo Paese. Interno indiano è la sua prima opera tradotta all’estero: ha vinto l’International Booker Prize ed è in via di pubblicazione in oltre 25 Paesi.