Mori Yōko “Fiabe di letto”, presentazione

Traduzione di Greta Annese, Giuliana Carli e Daniela Travaglini

Curata da Giuliana Carli e Daniela Travaglini la raccolta di racconti della scrittrice giapponese Mori Yoko, nom de plume di Ito Masayo, raggruppa e percorre l’esperienza narrativa dell’autrice che esordì a trentotto anni con Fame d’amore cui seguirono storie brevi che raccontavano i furin, ovvero gli amori e il sesso extraconiugali.

Lo sfondo è quello del Giappone degli anni ‘80 nei quartieri di Tokyo, un paese in pieno benessere economico che però tiene le donne ancora con le “mani legate”, dentro gli o-miai, i matrimoni organizzati, e lontane dalla parità con i maschi: le loro relazioni fuori dal matrimonio, reali o immaginarie, diventano così una possibilità di autodeterminazione per uscire dalla gabbia delle convenzioni sociali che le soffocano e limitano la loro ansia di vivere.

19 i racconti complessivi di cui Fame d’amore che apre la raccolta è il romanzo del suo esordio nel 1978, seguito da racconti più brevi tratti da tre raccolte diverse (Fiabe di lettoIl sogno di CleopatraSenza Rancore): dieci anni li separano dal primo, ma resta presente il tema del desiderio di emancipazione fuori dagli schemi della società del tempo delle figure femminili che tratteggia.

Molto conosciuta in Giappone viene presentata e tradotta dalle curatrici per la prima volta in Italia per Lindau Editore.

“Nei suoi racconti, i ricchi e vivaci quartieri di Tokyo fanno da cornice a tradimenti consumati o solo immaginari, a vite segrete, a desideri frustrati o appagati clandestinamente. Ma soprattutto emerge con forza, spesso drammatica, il bisogno di autodeterminazione che anima le protagoniste, in un paese dove le donne erano ancora sottoposte a rigide convenzioni e spesso intrappolate in matrimoni infelici”[…]

“Nelle sue storie, spesso brevi ma di grande tensione narrativa, Mori Yōko esalta la forza liberatrice dell’eros e indaga con uno sguardo acuto e ironico i rapporti di coppia dentro e fuori dal matrimonio, portandone alla luce le contraddizioni ma anche quegli squarci di libertà in cui ogni donna può ricercare sé stessa” (da Lindau Editore)

Brevi note biografiche

Mori Yōko, (1940 – 1993) scrittrice, saggista e traduttrice giapponese, si formò presso l’Università di Belle Arti di Tokyo, dove studiò violino a lungo prima di dedicarsi alla scrittura. Ebbe un rapporto precoce e prolungato con la cinematografia e la letteratura occidentali, che riecheggiano spesso nelle sue opere. Esordì tuttavia solo a trentotto anni, ottenendo subito importanti riconoscimenti, soprattutto per i suoi racconti incentrati su figure femminili alle prese con i propri desideri di emancipazione. (da Lindau Autori)

George Sand “Racconti di una nonna”, per i giovani lettori, presentazione

Curatore: Monica Bedana
Traduttore: Silvia Casillo, Noemi Eva Cotterchio e Manuela Serra
Illustratore: Vendi Vernić

Scritti per le nipotine Aurore e Gabrielle negli ultimi anni della sua vita, tra il 1872 e il 1876, nella campagna di Nohant, in Francia nel territorio del Berry, regione della Loira, dove era tornata a vivere. George Sand era il nom de plume di Amandine-Lucie-Aurore Dupin, nata a Parigi nel 1804.

Sette racconti in cui sono protagonisti fate, giganti, statue che prendono vita, castelli abbandonati, fiori che bisbigliano ma che solo un orecchio attento tipico di una bambina curiosa può captare.

In questo mondo soprannaturale regna una fata speciale che ripara tutto e ridà vita a quanto è andato distrutto: è la Natura. E c’è anche “Miquel Miquelon che sogna di sconfiggere un perfido gigante usurpatore; Marguerite che si chiede se dare retta a un cigno o alla regina delle rane”.(da marcos y marcos libri)

e anche

Brevi note biografiche

[…]Amandine-Lucie-Aurore Dupin cresce a Nohant, in piena campagna, con la nonna, che le trasmette la passione della lettura e le offre un’educazione non convenzionale. A diciotto anni si sposa, ma nel 1831 abbandona il marito e si trasferisce con i figli a Parigi, dove si dedica alla scrittura e collabora con «Le Figaro». Indiana è il suo primo romanzo, pubblicato con lo pseudonimo di George Sand. Suscita scandalo per i contenuti sovversivi, la porta alla fama e la consacra come simbolo dell’emancipazione femminile nei salotti parigini. Scrittrice instancabile e intraprendente, fonda due periodici di ispirazione socialista e partecipa ai moti del 1848. Delusa dalle derive violente e dispotiche del movimento rivoluzionario, torna a Nohant, per dedicarsi a quella che viene ritenuta la sua produzione letteraria più riuscita. Racconti di una nonna appartiene a questo periodo particolarmente felice. […] Muore a Nohant nel 1876.

Charlotte Brontë “Il sortilegio con Il trovatello”. Racconti inediti. Cura e traduzione di Francesca Rizzi.

Pubblicati per la prima volta in Italia i due racconti sono stati scritti in età giovanile, a diciassette e diciotto anni, e fanno parte della saga iniziale di Glass Tower, sviluppatasi poi nei leggendari regni di Angria, Wellingtonsland e Verdopolis, che vide i fratelli Brontë impegnati nella scrittura prima insieme, Anne Emily Charlotte e il fratello Branwell, poi i due più grandi Charlotte e Branwell e Emily insieme ad Anne, tra il 1829 e il 1839. Il trovatello racconta come Edward Sidney trovi le sue origini a Glass Tower e inizi una nuova vita, mentre Il sortilegio narra del fratello gemello del re di Zamorna, mitico personaggio di un mondo fantastico creato dalla fantasia da Charlotte Brontë.

“Amore, passione, gelosia, intrighi politici e familiari, ma anche magia e una preziosa rappresentazione delle classi sociali e della condizione dei bambini: un libro grazie al quale ripercorrere i primi, decisivi passi della grande romanziera e conoscere meglio l’incredibile mondo a cui ha saputo dar vita”.( da Edizioni Clichy)

Charlotte Brontë nasce a Thornton, nello Yorkshire, Inghilterra, il 21 aprile 1816, terza dei sei figli di Patrick Brontë, pastore protestante di origine irlandese, e Maria Branwell, insegnante in una scuola religiosa: oltre a lei ci sono Maria, Elizabeth, Patrick Branwell, Emily (che fra tutti diventerà la più celebre, grazie al suo romanzo Cime tempestose) e Anne. Orfana di madre dall’età di cinque anni, inizia la sua attività letteraria fin da giovanissima, nel 1826, insieme alle sorelle e al fratello, creando la Glass Town Saga e il regno di Angria. Nel 1847 viene dato alle stampe Jane Eyre, il suo capolavoro, con lo pseudonimo di Currer Bell, a cui seguirà poi la pubblicazione degli altri suoi romanzi: Shirley (1849) e Villette (1853). Affetta da tubercolosi, muore a Haworth il 31 marzo 1855, incinta del suo primo figlio.(da Clichy Edizioni, Autore)

Il racconto della domenica

Le gatte

Il palazzotto neogotico, con la torretta e il bugnato rustico della facciata, si distingueva tra le case basse con balconi e terrazze e giardini all’inizio della bella strada in salita di una delle tante colline intorno alla città. Lo avevo notato subito quando anni addietro avevo percorso quella via alla ricerca del numero civico indicato dall’agenzia incaricata della vendita dell’appartamento che poi sarebbe diventato di mia proprietà. La posizione elevata, la strada e i campi, visibili dalla parte retrostante, mi avevano conquistato: la vista era magnifica; mi aveva ricordato i quadri di Monet punteggiati dei colori caldi e soffusi dei fiori di campo; meritava la spesa seppure nella limitazione degli ambienti all’interno.

Con il passare del tempo mi ero abituato alla singolarità delle forme di quell’unico fabbricato che così poco si intonava con le altre costruzioni tanto ariose e aperte in confronto all’ austerità cupa del palazzotto protetto da un muretto e da un’ inferriata a barre fitte e scure Era però possibile sbirciare al di là del pesante cancello, filtrando lo sguardo tra i ricci e gli anelli di ferro che ne alleggerivano la struttura e il peso. Strano a dirsi, non c’era stata volta che passando, e da allora c’ero passato davanti spesso, non avessi sentito il desiderio impellente di gettare un occhio al cortile interno sempre uguale nella sua trascuratezza, abbandonato alle intemperanze della natura, con le erbacce che spuntavano a ciuffi tra le pietre spaccate del selciato o ricoperto dalle foglie cadute dai rami di due alti e imponenti tigli. Vivificavano l’ambiente due gatte, una tigrata e l’altra a pelo lungo e fulvo costantemente appollaiate su una panchina di pietra.

Per il resto il luogo era privo di vita. Le gatte erano curate e sembravano le padrone di quel territorio disabitato.

Non era mia abitudine chiedere e pertanto nulla sapevo circa gli eventuali inquilini che comunque non avevo mai visto, né intravisto durante le numerose passeggiate lungo quella strada che da subito avevo amato; la percorrevo infatti spesso a piedi, in tutte le stagioni.

Ne amavo i giardini di cui spesso riuscivo a carpire solo scorci e fugaci vedute, gradevoli per l’intensità dei colori e per i loro accostamenti nati da una magistrale tavolozza.

Ne amavo le siepi di gelsomino che si affacciavano sul marciapiede con i loro piccoli calici bianchi o azzurri, riempiendo l’aria della sera di avvolgente profumo, ma l’amavo soprattutto in inverno quando la vita sembrava fermare il passo e attendere. Niente tripudi di fioriture, niente foglie sugli alberi, niente rose, niente profumi, niente colori, solo sagome scarne, pieni e vuoti; riuscivo solo in quella stagione a vedere la grande finestra che si apriva nel fabbricato in cima alla collina, in estate completamente nascosta dal fogliame.

Fu proprio una notte d’estate che tutto ebbe inizio e che da allora avrebbe completamente trasformato il mio rapporto con il palazzotto e con tutto ciò che conteneva. Preso da una delle mie frenetiche e angosciose ansietà, mi ero precipitato fuori nella strada; avevo camminato fino a sfinirmi, ma non sapevo di preciso per quanto, annebbiato dal turbinio dei miei tormentosi pensieri. Stanco, nel rientrare a casa mi ero poi lasciato prendere da quel sentore di fresco che già ai piedi della salita rendeva il caldo meno soffocante quando, passando accanto al palazzotto, mi accorsi che il grosso cancello era scostato; un occhio meno avvezzo forse non lo avrebbe neppure notato, ma il mio abituato, si. Rimasi lì fermo a sincerarsene. Non c’erano dubbi, era stato aperto.

Mille congetture si fecero strada nella mia mente affollandola, senza però fornirmi una soluzione plausibile. Mai, ed erano ormai trascorse varie stagioni, quel cancello non lo avevo visto né spalancato né aperto né tanto meno scostato.

Incredulo mi trovai a spingere con la mano sul battente e a intrufolarmi nel cortile. Era tutto molto silenzioso, sotto la luce dei potenti lampioni che qualche mese addietro avevano sostituito i precedenti, vecchi e discreti; ora quella luce sfacciata illuminava la via da seguire.

Non ero ancora a metà del percorso tra il cortile e il portone d’ingresso che un movimento attirò la mia attenzione: le gatte erano comparse da dietro la casa. Sembrava mi venissero incontro sebbene non mi avessero degnato mai di uno sguardo.

Si accucciarono a qualche passo da me. Il comportamento mi sembrò singolare; non mi intendevo di gatti, ma qualunque animale alla vista di uno sconosciuto avrebbe trovato più conveniente la fuga.

L’arrivo improvviso delle gatte mi aveva distolto dai miei pensieri che si rincorrevano arruffati e confusi; in realtà cosa ci facevo lì e perché mi era saltato in mente di correre un rischio simile? Chiunque avrebbe potuto a ragione considerarmi un intruso. Eppure la curiosità, cresciuta nel tempo, aveva prevalso su ogni ragionevole considerazione.

Stavo per avanzare quando le gatte cominciarono a dirigersi lentamente verso l’angolo dal quale erano arrivate.

Decisi di seguirle.

Cosa può spingere un uomo assennato, sfiancato dal tentativo di sfinire i suoi cattivi pensieri, in un cortile privato, nel cuore di una notte estiva, a seguire due gatte all’interno di un’abitazione?

Me lo sarei chiesto inutilmente mille e una volta nei giorni e negli anni successivi. Tuttavia nel preciso istante in cui avevo varcato quel cancello, tutta la mia ansia era scomparsa per lasciare posto a una suggestione che andava raggomitolandomi.

Girato l’angolo, sul retro del palazzo l’oscurità era maggiore, ma il riflesso della luce forte del lampione alto sulle case mi permise di distinguere un portoncino di servizio, anch’esso accostato; le gatte intanto erano entrate. Lo spinsi senza alcuna esitazione. Nella luce che filtrava chiara dalla lunetta del portone dell’ingresso principale nella parete di fronte a quello di servizio, lo spazio interno appariva disadorno e occupato interamente da una scala di pietra che addossata alla parete a destra saliva al piano superiore. Scorsi le gatte appostate sulla parte dove la scala si faceva più larga, prima del corrimano, anch’esso di pietra, ma più scura, di un grigio levigato dal tempo e dalle molte mani che lo avevano stretto. Quando mi videro mi precedettero, quasi a fare da guida. Giunto in cima continuai a seguirle verso un’ampia stanza che si apriva proprio di fronte al corridoio d’ingresso al piano superiore. Una luce, come a bagliori, sembrava rischiararla, ma il raggio potente del lampione insinuandosi tra gli scuri accostati la rivelava in tutta la sua magnifica e composta eleganza: le pareti in angolo a destra erano completamente tappezzate da libri ben disposti in scaffali che lasciavano trasparire solo gli assi portanti tanto erano stipati. In basso altri libri, più alla rinfusa su sedie, poltrone, mobili, nella libreria girevole. Mi colpì il bagliore di una fiamma che si era come ravvivata per un’impercettibile corrente; la cenere rianimata diffondeva all’intorno un alone di luce rossastra che mi permise di cogliere i contorni del bel caminetto rivestito di maioliche portoghesi; avrei riconosciuto ovunque quella manifattura unica e gradevolissima nelle sue gradazioni e disegni dal blu intenso. Quei bagliori, insieme ai tappeti, alle poltrone, ai divani e ai libri conferivano all’ambiente un’atmosfera calda e accogliente; una stanza studio, come sottolineava una piccola scrivania rococò, di sicura manifattura fiorentina, splendida in angolo, vicino alla seconda ampia finestra, alla luce della quale distinsi il bel piano di lavoro lavorato a intarsio. Ero talmente affascinato da quell’ambiente così simile a quello che avrei avuto in mente per il mio appartamento che non colsi subito, lì, vicino a me, la poltrona ingombra di qualcosa che assomigliava a un fagotto.

La mia attenzione era intermittente nel tentativo di cogliere più elementi contemporaneamente.

Alla mia sinistra una bassa scaffalatura stretta e lunga quanto tutto il lato dell’ampia stanza, conteneva una raccolta di classici latini e greci in edizione economica che avevo subito riconosciuto dalle vecchie copertine di cartoncino sottile; il loro aspetto sciupato e gualcito evidenziava l’ operosità del tempo, ma anche le ripetute letture; sopra di essa, una scelta di opere di impressionisti e macchiaioli, quelli che più amavo, tappezzava letteralmente la parte restante della parete. Rimasi incantato come Batà dalla luce della luna mentre li osservavo al chiarore dei lampioni filtrato dagli scuri e al baluginare del caminetto; tutto in quella stanza pareva studiato per avvolgermi e accarezzarmi l’anima e io rispondevo lasciandomi prendere e cullare.

Era come in un dejà vu, conoscevo quell’ambiente, c’ero già stato e lì stavo bene; come un brutto cofanetto, il palazzotto, pur

nell’ abbandono apparente ed esterno degli ambienti disadorni e trascurati, custodiva un gioiello.

A quel punto mi detti a ricercare segni di un’eventuale effrazione, ma non ravvisai alcunché, né in quella stanza né negli ambienti limitrofi vuoti e bui a cui faceva riscontro quell’unica stanza dove il disordine era quello di chi legge, studia, cerca, rilegge, vive; un mondo parallelo, chiuso e isolato. Avrei continuato a crogiolarmi in quell’ambiente senza pormi domande, senza dubbi o incertezze, sicuro delle risposte come già date, se le gatte non mi avessero svegliato da quel torpore piacevole, piazzandosi accanto a quella poltrona ingombra che ancora non avevo considerato.

Fu allora che mi accorsi che il fagotto era in realtà un ammasso sì di abiti, ma che vestivano qualcuno.

Per un attimo il cuore ebbe un sussulto e poi sembrò fermarsi completamente. Avrei voluto urlare, ma la voce si era completamente strozzata in gola; avrei voluto allontanarmi, ma le gambe non obbedivano; in tutto questo tumultuare di sensazioni di cui mi sembrava di non avere alcuna coscienza e consapevolezza, i miei occhi sbarrati erano riusciti a penetrare meglio tra le pieghe del fagotto e a distinguere un lungo impermeabile beige che ricopriva una figura minutissima e scarna, stretto da una cintura che segnava il punto vita. La testa era nascosta da uno strano copricapo, simile al cappello di un fantino che a sua volta si calzava su un foulard che incorniciava il viso asciutto di una vecchia signora. I suoi occhi erano chiusi e la sua testa era reclinata morbidamente sulla spalliera alta della poltrona nella quale era alloggiata. Accanto a lei, a cavallo del bracciolo, un volumetto dei classici, come se stesse leggendolo e lo avesse un attimo appoggiato per tenere il segno e riprenderne la lettura successivamente.

Sembrava così tranquilla che il cuore ricominciò a battermi in petto. La stanza e la vecchia signora sembravano non avere nulla in comune, l’una sobria ed elegante l’altra bizzarra e trasandata, eppure da quel viso traspariva un’ espressione di compiuta quiete.

Con una tranquillità di cui non mi credevo capace, diedi ancora un’occhiata alla bella stanza dove solitaria viveva la vecchia signora e mi avviai verso le scale per uscire, ma senza fretta.

Fu solo allora che mi accorsi che le gatte per tutto il tempo, che a me era sembrato lunghissimo, erano rimaste accoccolate accanto al caminetto acceso e che ora come riscosse mi stavano accompagnando ancora una volta, in un percorso a ritroso.

Lasciai tutto come lo avevo trovato: sia il portone di servizio che il cancello; anche di questo non seppi mai spiegarmi il perché.

Trasognato, mi avviai verso casa dove crollai in un sonno profondo e senza sogni.

Il risveglio fu meno sereno. Il primo impulso fu quello di pensare che avessi sognato, ma la vivezza delle immagini che ancora mi turbinavano nella mente affermavano il contrario.

Decisi allora di tornare là con l’intento di soffermarmi a controllare e guardare meglio i luoghi alla luce del giorno.

Giunto davanti al cancello vidi che era ancora accostato. Feci finta di chinarmi ad allacciare le scarpe per avere più tempo di guardare senza dare nell’occhio. Tutto sembrava immutato: gli alberi, le erbacce e la panchina sulla quale le gatte ancora una volta erano appollaiate.

Richiamai la loro attenzione sfregando i piedi sul selciato, ma loro, sornione, non colsero o non vollero cogliere e rimasero incuranti accovacciate sulla loro panchina.

Le domande si affollarono: cosa era accaduto nella casa dove nessuno fino a poche ore prima aveva manomesso nulla? e la vecchia signora? era solo un fagotto di stracci che la mia mente agitata aveva vestito o c’era davvero? e perché non l’avevo mai vista né incontrata? se c’era, stava davvero dormendo o era, orrore solo a pensarci, morta da tempo? nulla era cambiato nell’ampio cortile; davvero avevo visto un caminetto acceso in piena estate? davvero avevo ammirato la bella stanza che tanto assomigliava a quella vagheggiata?

Non mi restava altro che constatarlo contravvenendo alla mia indole. Con fare svagato, da visitatore casuale, mi spinsi oltre il cancello avviandomi con passo lento verso il retro del cortile e verso quell’ingresso di servizio che ormai mi era noto. A metà percorso qualcosa intervenne a far vacillare la sicurezza dei miei passi. Ricordavo benissimo di aver seguito le gatte sul retro della casa, ma il percorso mi era sembrato molto più breve.

Forse non ricordavo a causa del buio quel cespuglio che vi si addossava? Lo avevo sicuramente aggirato.

Ci provai ancora e cercai un varco che non c’era: il passaggio era completamente sbarrato da un muro di pietra.

Sentivo la bocca farsi più secca e il bisogno di ingoiare sempre più insistente e difficoltoso mentre la gola si stringeva in un nodo serrato che mi impediva di deglutire in modo normale. Quel muro non lo avevo mai notato nonostante le continue sbirciate attraverso il cancello. Istintivamente mi voltai a guardare in una prospettiva capovolta. Immediatamente mi accorsi che la distanza era maggiore di quella che avevo percorso la notte precedente, ma compresi che l’esistenza del muro perimetrale addossato al palazzo mi era stata impedita dai due poderosi tigli che limitavano la visuale del cortile.

Le deduzioni ricavate dalla breve esplorazione non solo non mi avevano chiarito l’enigma, ma stavano se possibile complicandolo. Immerso nella nube nera dei miei pensieri non mi accorsi di sbattere quasi subito contro la panchina di pietra, la panchina sulla quale le gatte trascorrevano le loro giornate. Ciò che vidi mi lasciò letteralmente di sasso. I miei pensieri per quanto arruffati erano stati fino a quel momento una presenza; in quel preciso istante percepii con un vigore mai provato cosa potesse significare “testa vuota”.

Non c’erano pensieri, non c’erano domande, non c’era emozione, né sensazione ma una voragine senza fondo mi stava trascinando in un vortice che non riuscivo a percepire con i sensi, esisteva intorno a me risucchiandomi nella sua spirale sempre più stretta e soffocante. Uscire o riemergere non era possibile, potevo solo sprofondare.

Mi ritrovai con una mano appoggiata sul bordo inciso della vecchia panchina; non sapevo quanto tempo fosse effettivamente trascorso, ma mi riscossi e avvertii di essere tutto intero.

Le belle gatte mi fissavano sornione, beatamente accucciate sullo stesso lato della panchina, immote e fisse nella consistenza vetrosa della porcellana. A guardarle così da vicino era possibile notare la notevole rispondenza al vero, nonostante alcuni tratti sbeccati dal logorio del tempo; ben fatte e verosimili nelle loro espressioni paciose e paffute, erano le padrone di quel cortile che non potevano abbandonare.

da Salvina Pizzuoli “Corti e… fantastici”

Il racconto della domenica

SARRA

La prima domenica dopo Pasqua ricorreva la festa di San Costantino, nei salti di Bottuda.

I salti di Bottuda sono campagne assai distanti dal paese omonimo, e per arrivare alla chiesetta intorno a cui si fa la festa campestre, bisogna attraversare una valle, un bosco, una pianura. Ma i Bottudesi amano assai il loro San Costantino, e per tutto l’inverno sognano di attraversare il bosco, la valle e la pianura, pur di festeggiare il Santo ballando, cantando, bevendo acquavite e vino bianco fino a mezzogiorno, e liquore d’anice e vino rosso fino all’ora del ritorno.

Ed è giusto che essi si divertano finalmente. Hanno lavorato tutto l’inverno crudo, dissodando e seminando la terra selvatica, guardando le greggie assiderate e magre: ora le pecore hanno la lana lunga, il grano verdeggia sui ciglioni, le macchie sono fiorite, il cielo è azzurro. Bisogna ringraziare San Costantino delle buone promesse della terra e del gregge, e bere e ballare e cantare in suo onore.

Anche Sarra* Fioreddu sognava la festa, le danze, i mercanti di stoffe colorate e di gioielli falsi, ma non osava neppure esprimere il suo desiderio.

In casa sua la maltrattavano perché non voleva sposare un pastore che possedeva cento pecore, cavalli, terre, e un cane famoso in tutti i paesi vicini.

– Cosa me ne faccio delle sue pecore e del suo cane, che possa mangiar le viscere del suo padrone! – diceva Sarra. – Mattia sembra egli stesso un cane peloso, col suo naso grosso e gli occhi rossi. Eppoi egli ha venti anni più di me, è grasso e basso. Io non lo voglio, mi fa schifo; meglio morire.

Essa era alta, fina, un po’ curva, ma molto bella e bianca in viso; inoltre aveva gli occhi azzurri, una rarità per il paese. Era civettuola, voleva sposare un giovine roseo, non peloso, alto e sottile, la cui cintura ricamata potesse cingere la vita d’una donna.

Il padre e i fratelli – uomini rozzi e ubbriaconi – s’erano fissati in mente che ella dovesse sposare Mattia, il pastore ricco, e la maltrattavano crudelmente.

Ella non poteva aprir bocca che subito non si sentisse minacciata di venir trascinata pei capelli: intorno a sé non vedeva che visi inferociti, occhi verdi d’ira, e non udiva che parole vituperose. Bastava che comparisse lei perché tutti i suoi parenti prendessero l’aspetto di cani arrabbiati.

Ma lei restava dura. Diceva:

– Maltrattatemi pure, strappatemi i capelli, fatemi a pezzetti: l’ultimo pezzetto dirà no, no, no.

Fin dai primi d’aprile sentì che il padre e i fratelli con le loro fidanzate dovevano andar alla festa di San Costantino. Facevano già tanti progetti.

– Porteremo questo, porteremo quest’altro; mangeremo sotto l’albero a destra della chiesa, canteremo su quest’argomento, compreremo questo, compreremo quest’altro.

Sarra ascoltava con gli occhi spalancati, arrossiva d’invidia, si rodeva, spesso di notte piangeva amaramente. Ah, mai fino ad allora aveva sentita tutta la sua disgrazia. Non poter andare alla festa mentre ci andavano anche i mendicanti; non poter esprimere il suo desiderio, non poter neppure parlare!

Tutto ciò accresceva il suo odio e la sua ripugnanza per Mattia. Ella piangeva di rabbia, quando pensava a lui stringeva i pugni, sputava, lo ingiuriava continuamente fra di sé. E se lo vedeva gli voltava le spalle e impallidiva d’odio.

Intanto giunse la Pasqua, passò; cominciarono i preparativi per la festa.

Si fecero le focacce dolci ed il pane, fu portato l’agnello dall’ovile, si comprarono le arancie, il vino, il nasco** s’estrasse il primo miele. Sarra rodevasi di desiderio e di rancore: sapeva che Mattia non sarebbe andato a San Costantino e ciò accresceva la sua voglia.

La notte precedente la festa, la ragazza dormì poco e pianse: poi sognò che anch’ella era andata alla festa e che ballava con un giovine alto e bello; e svegliandosi provò uno stringimento al cuore.

S’alzò che era ancor notte: nella cucina stavano disposte in fila le bisacce colme, pronte le briglie, i freni, gli sproni ripuliti. Nel cortiletto i cavalli ruminavano: e nel silenzio dell’aria tiepida risuonava di tanto in tanto il rumore metallico delle loro zampate sul lastrico umido di rugiada.

Sarra guardò, ascoltò, accese il fuoco, mise a bollire il caffè e ricominciò a lagrimare.

Il padre che dormiva su una stuoia, si svegliò e sbadigliò; poi chiese con voce assonnata e rude. – Che cosa hai? Perché piangi?

Sarra si sentì intenerire, ma nello stesso tempo ebbe paura, scoppiò a pianger forte e non rispose.

Il padre s’alzo e curvandosi su una bisaccia la sollevò come per provarne il peso.

– Che il diavolo ti tolga le scarpe, – diceva intanto a Sarra, – tu vorresti venire alla festa di San Costantino?

Ella continuò a singhiozzare, col viso nascosto nel grembiale. Il padre le si rivolse minaccioso:

– Rispondi a tuo padre. Vuoi o non vuoi venire alla festa?

– Sì – ella rispose con un filo di voce.

– Sì! – disse il padre contraffacendola. – Ebbene, che il diavolo ti porti, va, cambiati il fazzoletto e le scarpe.

Sarra andò via rapidamente.

Allora anche i fratelli si alzarono, rotolarono le stuoie, rizzandole lungo la parete, e si guardarono fra loro.

– Ella viene – dissero a bassa voce.

E sulle prime parvero contenti, ma tosto ripresero la loro solita aria di malcontento.

– Ah, – diceva il padre, parlando fra sé, mentre sceglieva la briglia del suo cavallo, – non ci sarebbe stato bisogno di ciò.

Sarra riapparve subito, rossa, un po’ ansante, con gli occhi ancora gonfi ma lucenti di gioia. S’era cambiata in un attimo; aveva una camicia bianchissima, le scarpe nuove, il corsetto guarnito di trine d’oro, e in testa un gran fazzoletto frangiato, di damasco violaceo.

Quando le cavalcature furon pronte ella sedette in groppa alla cavalla grigia montata da suo padre. E via per la valle, il bosco, la pianura, nel purissimo e odoroso mattino di aprile.

Durante il viaggio nessuno dei parenti di Sarra, e neppure le sue future cognate, le rivolsero la parola: ma ella non se ne curava. Rideva e chiacchierava con gli altri paesani che andavano alla festa, ed era felice in modo inesprimibile.

La rugiada brillava sui grani: nelle macchie cantavano gli uccelli; l’aria era satura di profumi; i più bei giovani di Bottuda si recavano alla festa, voltandosi per guardare Sarra il cui volto, nel fazzoletto di damasco violaceo, pareva una rosa di macchia.

Ella rideva e parlava in alto per farsi udire dai giovanotti, guardandoli col suo azzurro sguardo apparentemente ingenuo, pieno di vita e di gioia.

– Noi balleremo assieme – dicevano gli occhi dei giovani e quelli di Sarra. – Chi sa come ci divertiremo.

Ed infatti ella si divertì follemente tutta la giornata: trovò le sue amiche, ballò, civettò, fu corteggiata a più non posso.

Il padre ed i fratelli bevevano acquavite e vino giallo, anice e vino rosso, giocavano alle carte ed al bersaglio e non badavano a lei.

Ella fece tutto ciò che le parve e piacque senza mai ricordarsi di Mattia e delle persecuzioni sofferte; comprò anellini con pietre gialle e verdi, ricevette qualche regalo galante e nascose tutto entro il seno.

Verso l’ora della partenza ella era stanca di ballare, i piedi le bruciavano, le mascelle le facevano male dal gran ridere, e si sventolava sul viso infuocato i lembi del fazzoletto violaceo, ma vedeva con dispiacere avvicinarsi il momento di partire.

Il sole tramontava, il cielo accendevasi di oro all’orizzonte, l’ombra della chiesetta allungavasi sull’erba calpestata; un gran silenzio scendeva già sulla pianura. Il sogno era finito.

A poco a poco la gente se ne andò: gli uomini erano quasi tutti ubbriachi, le donne melanconiche. I Fioreddu furono fra gli ultimi a partire, e il padre si attardò più di tutti. Era anch’egli ubbriaco, ma fingeva di esserlo più di quanto veramente lo era. Barcollava, chiudeva gli occhi, balbettava. A cavallo dondolava di qua e di là dalla sella, e Sarra doveva quasi sostenerlo perché non cadesse. La cavalla andava lentamente, e si lasciò sopraggiungere e sorpassare anche dai carri dei mercanti e dai mendicanti che facevano la strada a piedi. A poco a poco zio Fioreddu e la figliuola rimasero ultimi e soli nel sentiero all’entrata del bosco. Le ombre cadevano: attraverso i rami immobili nella quiete del crepuscolo il cielo impallidiva. Il roteare dei carri, i passi dei cavalli, le voci, i canti morivano in lontananza.

Zio Fioreddu continuava a dondolare in sella e pareva dormisse. Sarra fu colta da grave tristezza. Il suo volto si fece bianco bianco, gli occhi così facili al riso ed al pianto si velarono.

Ella aveva paura di trovarsi così nel bosco sola con quell’uomo ubbriaco, e non osava svegliarlo e dirgli di viaggiare più sollecitamente.

Per quanto poteva batteva il piede sul ventre della cavalla, ma la bestia scuoteva la coda, rizzava le orecchie e continuava a camminare lentamente. Era sazia, la cavalla, sazia di erba e di fronde; non le importava quindi, come quando zio Fioreddu tornava dal lavoro, di trottare rapidamente verso la mangiatoia.

Sarra cominciò a incollerirsi e inquietarsi. La notte cadeva, i rumori dei carri e le voci dei viandanti s’erano spenti; zio Fioreddu continuava a dormire.

– San Costantino mio, – diceva Sarra fra sé, – cosa è questo? Aiutateci voi, altrimenti arriveremo domani mattina.

Ad un tratto ella provò un grande spavento, le parve veder Mattia dietro un albero, nell’ultimo barlume del crepuscolo.

– È il demonio – pensò: ma tosto diede un grido acutissimo e si strinse alla vita di suo padre,

perché realmente Mattia balzò in avanti e fermò la cavalla.

Era armato di fucile, di pistola, di leppa (coltello) e pareva un brigante: dopo di lui vennero

correndo altri due uomini che Sarra riconobbe benissimo. Eran due servi di Mattia. La fanciulla capì immediatamente che volevano rapirla, e si mise a urlare, avvinchiandosi a suo padre e chiamando soccorso. Zio Fioreddu parve destarsi.

– Cosa c’è? – chiese con voce rauca ed assonnata. – Cosa vuoi, Mattia?

– Smontate – disse costui. – Lasciatemi vostra figlia e la vostra cavalla e tornate a piedi, al paese. Vi riporterò tutto in buono stato.

Zio Fioreddu si mise a ridere e disse:

– Eh, eh, tu scherzi. Vuoi andare alla festa, ora, tu? Sei matto? Noi torniamo ora, dalla festa.

– Si vede bene! – disse Mattia. – Quanti calici avete bevuto? Basta, smontate con le buone, altrimenti vi farò smontare con le cattive.

– No! No! – urlava Sarra. – Non lasciatemi, babbo mio. Farò tutto ciò che vorrete, ma ora non lasciatemi.

Tutto fu inutile. Invano le sue grida risuonarono nel bosco: mezzo morta ella si trovò, dopo aver dato parecchi pugni, graffi e pedate, in balìa del suo rapitore.

Ziu Fioreddu, che rideva e parlava insensatamente, fu lasciato nel bosco, e Sarra fu condotta all’ovile del rapitore.

Là c’era la sorella di Mattia, una brutta donna nera dalle labbra grosse, che cercò confortare la fanciulla.

– Non temere, colomba mia, – le disse, – nessuno ti torcerà un capello: domani mattina Mattia, ti ricondurrà a casa tua, ed anche la cavalla ricondurrà. E subito vi sposerete, colomba mia, non temere.

– No, non lo credere, labbra di cavallo – disse Sarra con disprezzo. – Voi siete tante bestie feroci, ma io non sposerò tuo fratello.

– Cosa vuoi, sorella cara? – disse l’altra stendendo una stuoia accanto al fuoco. – Chi vuoi che ti sposi, ora? Dopo questo fatto chi vuoi che ti sposi? Coricati, sta tranquilla, ché con mio fratello tu starai come una regina. Cosa vuoi di più? Coricati, Sarrina mia. Domani mattina faremo il caffè, dopo torneremo tutti assieme al paese, e domani mattina stesso Mattia ti farà il dono di sposo: otto anelli con pietre, una medaglia d’argento, le scarpe ricamate, il fazzoletto color di garofano.

La donna continuò ad enumerare i doni dello sposo, ma Sarra le volse le spalle e si accoccolò in un angolo della capanna.

Ah, ella lo vedeva bene. Tutti erano d’accordo in quest’orrenda commedia, compresi i suoi fratelli ed il padre. Che cosa le restava a fare contro quelle bestie feroci, com’ella le chiamava.

– Cosa farò io? – pensava, singhiozzando. – Io andrò dagli uomini della giustizia e denunzierò queste bestie feroci? E poi? Li condanneranno, ma nessuno più mi sposerà dopo che sono stata rapita. Tutti crederanno che io abbia passato la notte con quel cane di Mattia, e nessuno più mi guarderà.

In questi pensieri ella pianse a lungo e disperò; a poco a poco si calmò, e verso l’alba cominciò ad assopirsi. Allora nel dormiveglia, una strana e selvaggia dolcezza le scese nel cuore.

– Quelle bestie feroci! – pensava vagamente. – Esse mi hanno ammazzata; ma toccherà poi a me. Ah, fratelli cari, voi credete che profitterete del benestare di Mattia? Sarò io la padrona; vi discaccerò come cani rognosi. E tu, Mattia, credi che avrai una moglie fedele? Io ti sposerò, ma tu ti sbagli, bestia feroce…Così si addormentò.

Note

* Alessandra

** vino bianco sardo dolce e forte


da Grazia Deledda La regina delle tenebre raccolta di racconti

Il racconto della domenica

IL DOTTOR FICICCHIA

A Ramacca, parlando del Dottor Ficicchia, i contadini solevano dire: – Almeno ci ammazza gratis!

E non era vero.

Si faceva pagare forse più degli altri medici, in tutte le maniere possibili, se non con denaro sonante.

Appena entrato in una di quelle luride casette dove l’asino, il maiale e le galline contendevano il poco spazio alla famiglia umana, mescolando esalazioni d’ogni sorta che appestavano l’aria, egli cavava fuori il taccuino e vi notava il nome, il cognome, il mestiere dell’ammalato e il nome della moglie e dei figli, quasi dovesse riempire una scheda da censimento, e soltanto dopo aver terminato quest’operazione preliminare, sedeva, tastava il polso, osservava la lingua, chiedeva informazioni. Scritta la ricetta, le rare volte che ne scriveva una, scrollava il capo e aggiungeva invariabilmente:

– La cosa è grave; ma rimedieremo!

Talvolta rimediava come i suoi colleghi, spacciando l’ammalato; spesso però lo guariva, o meglio, lo lasciava guarire, ordinando un po’ d’acqua bollita con lo zucchero e qualche purgante. Questa parsimonia di medicine i contadini la interpretavano a modo loro:

– Il Dott. Ficicchia non è d’intesa col farmacista.

Infatti questi, che non poteva perdonargli il disdegno pe’ suoi intrugli, se ne vendicava chiamandolo: Asino laureato. E vedendolo andare attorno per le visite sul bell’asino di Pantelleria che trottava al pari di un cavallo, gli rideva dietro le spalle, e insinuava che sarebbe stato lo stesso se, invece di andare in persona dagli ammalati, avesse mandato la propria cavalcatura che sapeva di medicina quanto lui e forse anche più di lui.

I contadini, al contrario, portavano il dottore in palma di mano, e si sarebbero fatti squartare per rendergli un servizio. Egli lo sapeva e con questo si consolava di tutte le malignità del farmacista e del collega dottor La Bella che curava i massai grassi e l’aristocrazia, cioè: il Barone, nei pochi mesi che veniva a passare in paese, e il suo amministratore, che faceva il barone tutto l’anno ed era il vero padrone di Ramacca.

Il dottor Ficicchia non serviva solamente da medico pe’ suoi clienti, ma da consultore legale, da avvocato, da uomo di affari, e qualche volta anche da combinatore di matrimoni.

Di estate, la mattina, il vasto cortile della sua casa era pieno di gente; ed egli scendeva giù in berretto e pianelle, con la pipa di terracotta tra i denti, e dava consulti alla lesta, serio, impettito, con un’aria da oracolo che sbalordiva i contadini e li faceva andar via contenti come pasque, già mezzi guariti per la gran fiducia che le insignificanti ordinazioni ispiravano.

Il cortile era ingombro di massi che dovevano servire per la fabbrica della sua casa, e intanto servivano da sedili. Lo stesso dottore sedeva su questo o su quel lastrone, accavalciando le gambe e dondolandole, secondo i casi più o meno gravi, mandando fuori frequenti boccate di fumo sputacchiando tra un’ordinazione e l’altra, accarezzando i bambini, ammonendo le mamme se avevano trascurato i suoi consigli, strizzando un foruncolo, medicando una piaga con certo impiastro di propria invenzione che costava quattro soldi, ma da pagarsi in contanti, perché gli ingredienti bisognava comprarli e venivano da lontano. – Il farmacista per quell’impiastro non si sarebbe contentato neppure d’una lira…. e chi sa che pasticcio avrebbe fatto! – Le povere donnicciole che non avevano nemmeno quei quattro soldi, portavano due uova fresche. Il dottore se li metteva in tasca rassegnato. Meglio di niente!

Sbrigate le consultazioni mediche, cominciava quelle intorno agli affari.

– Per la querela? Verrò io stesso dal pretore.

– Per la citazione del Giudice conciliatore?

Faremo rimandare l’udienza.

– Per l’atto di vendita presso il notaio? Darò un’occhiata io alla scrittura. Fìdati era un buon uomo: Non-ti-fidare era meglio. Spesso, con certi notai, uno si trova venduto come Gesù Cristo per trenta denari.

– Per quel matrimonio? Bisogna rimediare, dando alla ragazza la casetta. Il torto è vostro, compare.

Qualche volta dava anche torto ai clienti, ma poi faceva in modo che avessero sempre ragione. E il cliente spalancava tanto d’occhi apprendendo che la faccenda era aggiustata proprio come pretendeva lui. Ah, la sa lunga il nostro dottore.

La sapeva lunga davvero. Voleva un servizio e pareva chiedesse un favore. Ne’ suoi viaggi a Caltagirone e a Piazza Armerina non spendeva un centesimo; il mulo di questo o di quel cliente lo portava e riportava comodamente, senza che egli si disturbasse, né per la biada, né per lo stallatico. Il cliente lo seguiva a piedi, stimolando il passo della bestia con una verghettina e con gli arri! arri! che le facevano rizzar gli orecchi e levare più leste le gambe. Intanto il dottore lo svagava così bene col racconto delle proprie e delle altrui faccende, che il povero pedone non si accorgeva della stanchezza e del sudore, e gli restava grato di quelle confidenze e del prestito del mulo, quasi bestia e padrone ricevessero onore, portando e riportando così brava persona.

E nei giorni della vendemmia? Nel cortile e davanti al portone, file d’animali carichi di otri col mosto; e tutti quei contadini affaccendati a scaricarli erano clienti, ai quali il dottore aveva detto sornionamente: a uno a uno.

– Domani, se, non hai nulla da fare, potresti andare a prendermi un carico di mosto a Trizzitello? Viaggio di poche ore.

Il contadino, anche avendo da fare, non voleva dispiacersi il dottore, che gli aveva curato gratis la moglie o il figliuolo spendendovi una buona dozzina di visite.

Così il dottor Ficicchia era servito meglio del barone che doveva pagare le giornate ai contadini nella vendemmia, nella mietitura, nella trebbiatura, al tempo della rimonda degli ulivi per riempire di legna la legnaia.

Il manovale gli acconciava i tetti, gli faceva ogni sorta di riparazioni nella vecchia casa; andava a rizzargli anche i muriccioli in campagna, quando occorreva. Le donne gli filavano il lino e la stoppa per la tela della sua signora, che dava consulti anche lei, quando il dottore non era in casa. E perciò anche la signora aveva cento braccia da aiutarla a crivellare il grano: a dare, un po’ per uno, quattro colpi al telaio nelle giornate d’inverno; a fare il bucato nel cortile con la gran caldaia di rame posta fra i massi, che aspettavano, alla pioggia e al sole, il giorno di essere intagliati pei terrazzini e per le finestre del palazzo da fabbricare, com’ella si compiaceva di dire con grandiosità che imponeva rispetto.

Quei massi di pietra calcarea, quei mucchi di sassi bene allineati torno torno al cortile, rappresentavano altrettante giornate di trasporti a schiena di mulo, con cui i clienti avevano pagato le visite il doppio di quel che valevano!

Ogni volta che il dottore incontrava per una via o in piazza qualche cliente disoccupato, gli si accostava sorridendo, gli domandava notizie della famiglia, gli accennava dalla lontana la cura fatta a’ suoi o a lui pochi mesi addietro, e mostrava di compiacersi grandemente che non c’era poi stata la ricaduta per cui era stato in pensiero. Il contadino ringraziava di tanta premura, si sentiva intenerito, e il dottore, di punto in bianco, gli scaraventava in viso il solito:

– Non hai niente da fare? Fammi un piacere….

Pareva una cosa venutagli in mente lì per lì: invece, prima di uscir di casa egli aveva consultato il famoso taccuino e stabilito anticipatamente chi richiedere di quel piacere, che spesso si riduceva a una, due giornate di lavoro, per le quali gli sarebbe toccato di spendere una diecina di lire.

Che importava? Non pagavano in contanti; questo pei contadini equivaleva a non pagare nulla. E ripetevano in buona coscienza:

– Almeno ci ammazza gratis!

La reputazione del dottor Ficicchia fu un po’ scossa durante il colera del sessantasei. Arrivavano brutte notizie da Palermo, da Catania, da Messina: la gente moriva come mosche. Si sapeva di certa scienza che la macchina per buttare il veleno era già arrivata al Pretore e al Maresciallo dei carabinieri. Solamente il Parroco non s’era ancor messo d’accordo col Maresciallo, col Pretore e col dottor La Bella intorno al numero delle morti che dovevano accadere in Ramacca. Si sapeva, anche di certa scienza, che il dottor Ficicchia aveva risposto al pretore: – Avvelenate me, se volete! Io non ci metto le mani nell’assassinare la povera gente!

E così non se ne faceva nulla. La macchina, dicevano, rimaneva incassata tuttavia in Pretura o nella caserma dei carabinieri, non si sapeva precisamente dove, era certo però che un giorno o l’altro la cosa doveva accadere, per ordine del governo, per scemare la troppa popolazione. E Garibaldi intanto aveva assicurato che non ci sarebbe stato colera dopo la rivoluzione! Che poteva farci il povero Garibaldi? Vittorio Emanuele voleva così perché gli altri governi gli forzavano la mano. Anche il Papa faceva buttare il colera ne’ suoi Stati, ed era ministro di Dio!

Il cerchio dei paesi infestati si stringeva attorno a Ramacca. La povera gente si rassegnava alla fatalità del male, pur cercando di prendere tutte le precauzioni, tappando usci e finestre, chiudendosi in casa all’avemaria, non uscendo prima che il sole fosse alto e avesse disperso il veleno.

– Dottore, voi non ci abbandonerete! – si raccomandavano sottovoce.

Il dottore, per non compromettersi, rispondeva con una stretta di spalle; a quattr’occhi messo tra l’uscio e il muro, si lasciava anche scappare di bocca:

– Fossi medico io solo qui!

Lo diceva senza malignità, forse; ma i contadini si sussurravano da un orecchio all’altro quelle parole, e guardavano in cagnesco il dottor La Bella che si prestava a dar la mano al Pretore, al Maresciallo, al Parroco, quantunque confortati dal pensiero che il dottor Ficicchia non li avrebbe abbandonati.

Una mattina però furono atterriti, apprendendo che il dottore e la sua signora erano partiti alla chetichella per Trizzitello, e avevano messo tanto di catenaccio alla porta di casa.

Non c’era più dubbio: quello era il segnale che il domani la macchina del veleno avrebbe cominciato a funzionare. Le Autorità s’erano già messe d’accordo: un centinaio di morti, né uno di più, né uno di meno! Il Parroco, pover’uomo, aveva fatto quel che aveva potuto. Si riferivano le parole della discussione, quasi Pretore, Parroco e Maresciallo avessero discusso in piazza alla presenza di tutti. Il più accanito era stato il Pretore, che avrebbe voluto almeno almeno duecento morti, scellerato! per ingraziarsi il governo e ottenere una promozione. Al dottore La Bella venivano pagate dieci lire per morto. Almeno il dottor Ficicchia era scappato in campagna! Se n’era lavate le mani.

Per fortuna del dottor Ficicchia, e più del La Bella che passò dei brutti quarti d’ora, a Ramacca non avvenne neppure un solo caso di colera. E quando il dottore tornò in paese, dopo un paio di mesi di assenza, a coloro che gli rimproveravano la sua scappata, rispondeva con un sorrisetto malizioso, scrollando la testa, o brontolando fra’ denti:

– Se non me ne fossi andato!

E da lì a poco i contadini si ripeterono sotto voce:

– Se non se ne fosse andato lui!

Si era saputo, di certa scienza, al solito, che all’ultimo il dottor La Bella non aveva voluto assumere da solo la responsabilità dell’eccidio, e per questo Ramacca non aveva avuto colera. Il dottor Ficicchia, scappando, aveva salvato il paese!

Curando gratis a questo modo, il bravo dottore si fabbricò il palazzo, come diceva la sua signora, e allargò i limiti del fondo di Trizzitello, che divenne una tenuta. All’ultimo, fino il dottor La Bella dovette riconoscere che il suo avversario era più furbo di lui, e per far bene i propri interessi, sposò una figliuola del collega, quantunque brutta e cieca di un occhio, e andò ad abitare nel palazzo insieme col suocero.

Da quel giorno in poi però il dottor Ficicchia mutò registro nella sua condotta verso i contadini. Tutti i casi di malattia erano gravi. Non si fidava di sé stesso; suo genero ne sapeva più di lui e lo mandava in vece sua. E col dottor La Bella non si canzonava; bisognava pagare, o le citazioni piovevano da tutte le parti quando i contadini non saldavano il conto delle visite. E se i clienti ricorrevano al suocero perché si intromettesse, questi rispondeva secco secco:

– Io non c’entro.

Solamente quando egli era convinto che non ci era proprio da cavare neppure un soldo dalle tasche d’un povero diavolo, riprendeva il metodo antico, e pareva concedesse una grazia, facendosi ricompensare il doppio col solito modo.

Così c’era sempre qualcuno a Ramacca che, parlando del dottor Ficicchia, poteva ripetere come prima:

– Almeno costui ci ammazza gratis!

da Luigi Capuana “Novelle”

“Le scrittrici della notte” a cura di Loredana Lipperini, presentazione

Loredana Lipperini in “Scrittrici della notte” raccoglie racconti di autrici italiane che si sono cimentate anche nel secolo scorso nel genere fantastico e dell’orrore o comunque in storie bizzarre e sconvolgenti: non mancano cimiteri infestati dai fantasmi, spettri assassini, sepolte vive o morte che non sono affatto in pace, statue ma “calde”, morte che si alzano a sedere nella bara e un ampio campionario di situazioni perturbanti.

Scrittrici dai nomi famosi come Grazia Deledda o Matilde Serao che raccontano le leggende della loro terra che sanno di magico, terrificante o magnifico; ma anche Carolina Invernizio la signora del giallo nazionale o Chiara Palazzolo, la signora italiana dell’horror, autrice della trilogia dei “sopramorti”, prima avventura di Mirta-Luna, iniziata con Non mi uccidere(2005) e proseguita con Strappami il cuore.

È con Marchesa Colombi, lo pseudonimo letterario di Maria Antonietta Torriani. nata nel 1840 , che si apre l’ antologia con il racconto Il curare, che narra la vicenda dello spirito di un uomo rimasto imprigionato nel corpo ormai cadavere. Non mancano in questa particolare raccolta Anna Maria Ortese e Paola Capriolo autrice dell’ammaliante raccolta La grande Eulalia e molte altre, nove in tutto, presenti nelle tre sezioni in cui è organizzata l’antologia: Sepolture, Violazioni e Visioni .

Brevi note biografiche

Loredana Lipperini (Roma, 1956) è una giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica. Conduce il programma Fahrenheit su Radio 3, collabora con diverse testate nazionali e cura il blog Lipperatura. Ha pubblicato saggi e romanzi, tra cui Di mamma ce n’è più d’una (Feltrinelli, 2013), Ancora dalla parte delle bambine (Feltrinelli, 2014), L’arrivo di Saturno (Bompiani, 2017), Magia nera (Bompiani, 2019), Non è un paese per vecchie (Bompiani, 2020) e La notte si avvicina (Bompiani, 2020).( da Il Saggiatore )

Un racconto per il fine settimana

Nel bosco delle streghe

– Ritorna?

– Sì.

– Per sempre?

– Chi lo sa?

– È matto, scusate. Venire a seppellirsi qui!

– Vi è nato.

– Suo padre lo portò via a dieci anni. Che amore può avere al paese?

– Ma, poiché ritorna….

– Per questo, scusate, ho detto che è matto. All’improvviso si sente afferrare dalla smania….

– Da nessuna smania. Tranquillamente arriva, e più tranquillamente potrà ripartire.

Don Matteo Domelli era molto seccato di esser costretto a rispondere alle continue interrogazioni intorno a suo nipote che doveva giungere dall’America. Tutti, amici, conoscenti, sfaccendati volevano sapere: – È dunque vero? – Come mai? – Pare che abbia fatto fortuna. – Per poco o per sempre? – Eh! La terra nativa! – Donde viene? Da Nuova York? Da San Paolo? Da Buenos Aires? Che dirà di questo mondezzaio? Scapperà dopo due giorni!

Non la finivano! E se Don Matteo faceva una spallucciata e rispondeva appena o non rispondeva affatto, malignavano:

– Non è contento che gli piombi in casa il nipote!

– Perché è uno solo. Dovrebbero essere tre!…

Alludevano alle tre figlie nubili del Domelli che secondo le male lingue, minacciavano di spighirgli in casa.

Invece egli non vedeva l’ora che il nipote arrivasse.

– Sarà già partito, è vero, babbo?

– Ha scritto che avrebbe telegrafato da Genova.

– Tu dici che non lo riconosceresti, babbo; ma dai ritratti….

– Ritratti di parecchi anni addietro.

– Dev’essere di umore allegro….

Questo si vedeva dalle lettere che con molta regolarità scriveva da un anno alle cugine, a turno, per non destare invidie.

– Lettere strambe! – esclamava Maria, la maggiore – Senza capo né coda.

– Sembra però, leggendole, di udirne la voce – soggiungeva Cristina.

Sara non diceva niente. E quando Maria e Cristina si divertivano quasi a declamare le lettere del cugino e a commentarle ridendo, ella sentiva dispetto di quella specie d’irriverenza verso l’assente. L’arrivo di una di queste missive era un avvenimento nella famiglia. Per due, tre giorni non si parlava d’altro. Cristina e Maria le comunicavano alle amiche, anche per darsi l’aria che ricevevano lettere dall’America. Sara, dopo che le sorelle e il babbo avevano lette quelle indirizzate a lei, le faceva sparire in fondo a una cassetta del canterano in camera sua. Le ispiravano un sentimento ch’ella stessa non sapeva se fosse di compassione o di pietà.

Sotto quegli scatti di allegria, di buon umore, di gentile malizia, coi quali il cugino Alberto infiorava i larghi fogli azzurrognoli, abbandonandosi, a intervalli, allo sfogo epistolare, Sara intuiva una tristezza, un senso di nostalgia che la vivace prodigalità dei motti, delle bizzarrie, dei capricci non riusciva a celare.

E la inattesa risoluzione del ritorno, dopo tanti anni di assenza, la confermava in questa convinzione. Pensava:

– Chi sa che delusioni ha provate!

In quel mese, il cugino aveva rotto la regolarità del turno nella corrispondenza con le tre sorelle.

A Maria scriveva:

«Finalmente, cara cugina, potrete dire: Ah! È questo il bel cesto?… Che volete? Non posso rimpastarmi per rendermi più aggradevole. Mi sono americanizzato, mio malgrado. Quando l’ascensore mi fa salire rapidamente, al quindicesimo piano, nel mio modestissimo appartamentino, io penso all’impressione che mi farà il salire, a piedi, i venti, trenta scalini di casa vostra. Mi parrà di abitare sottoterra. Al quindicesimo piano! Cioè, una dozzina di volte più in su del campanile della vostra Matrice. Fra le nuvole! (Quasi la mia testa non ci fosse abbastanza!) Affacciandomi alla finestra e guardando giù nella via, che cosa buffa quelle pulci che sembra si rincorrano! E sono uomini, signore, signorine!

«Ebbene, abitando così alto, al terzo se non al settimo cielo – ce ne sarà qualche altro, credo: chi li ha scandagliati e contati? – io non sono ancora diventato un angelo, non mi son visto crescere le ali…. Ma non parliamo di cosa da crescere alle spalle, perché, cara cugina, vedrete che le ali possono accennare a spuntare e poi si arrestano, si atrofizzano… Vuol dire che per trasformarsi in angelo non giova neppure elevarsi fino al terzo cielo! Non è giovato, infatti, alle mie coinquiline del piano di sopra, il sedicesimo: due americane, ossute, stridule, con certi denti – qualcuno legato in oro – e che volevano insegnato l’italiano da me… come se l’italiano fosse roba da esser masticato da quelle bocche!

E a Cristina scriveva:

«…. E ora mi caverò la curiosità che mi son riserbata di appagare coi miei occhi. Siete bruna? Siete bionda? Autentica, certamente. Le tinture, spero, non sono arrivate fino a costì. Maria, lo ricordo, ha capelli nerissimi, a meno che…. Ma no; è assurdo pensare che le sia venuto in testa di mutarli di colore. Voi, allora a tre anni, eravate quasi bionda, ma ora, invecchiando…. Qui si dice pane al pane, e vino al vino… quando non c’è interesse di dire il contrario. Ed io ho scritto la parolaccia: invecchiando, sicuro che essa vi farà sorridere; a vent’anni si è appena giovani.

«Il colore dei miei?… Era… Me ne rimangono così pochi in testa, che da un pezzo non ho voluto accertarmi di che colore siano diventati. E poi, la calvizie è in grande onore. Significa: cervello caldo, attivo. Quasi tutti gli americani son calvi. Preparatevi, dunque, a un disinganno, se i miei ventisette anni vi han fatto credere… prendo le mie precauzioni, per evitarvi intorno alla mia persona quante dispiacevoli sorprese è possibile. Aggiungo: niente barba, come i servitori di grandi famiglie. – Costì non ce ne sono. – Come i nostri contadini di una volta, se non son cambiati. Qui, anni fa, era di moda un ciuffetto di peli al mento, alla Lincoln; ma ormai, quel Presidente è dimenticato; e l’attuale non è riuscito ad imporre i suoi baffi…. Divago, cara cugina. E vorrei dirvi tante cose!… Sarà meglio dirvele a voce, tra poche settimane».

E a Sara scriveva:

«…. Quando penso che non eravate nata l’anno ch’io lasciai Merenzòla, e che ora avete diciassette anni, mi par di essere un Matusalemme di fronte a voi. Se vi dicessi che voi siete la maggiore curiosità del mio viaggio, non scriverei un’esagerazione. Lo zio lo ricordo benissimo; Maria la riveggo con le vesti corte di quando facevamo il chiasso nell’orto e spesso ci bisticciavamo; Cristina era una naccherina vispa, permalosa, a tre anni. Voi… non vi eravate ancora degnata di venire in questo mondo, e perciò non riesco a figurarmi, in nessun modo, la vostra persona. Ma, dunque, Merenzola è così segregata dalla vita civile da non essere stata mai visitata da un fotografo ambulante? Meglio così, dico ora.

Che dolce rifugio mi parrà! Che pace vi godrò! Voi non sapete affatto immaginare il fracasso di queste infernali città, che ci stordisce notte e giorno! Credo che dovrò rieducare i miei sensi a percepire il silenzio, il beato silenzio della casa, della campagna!

E se mi vedrete rimanere muto, mezzo stordito, non ve ne maravigliate, piccola cugina. Starò ad ascoltar Maria che, mi figuro, deve chiacchierare volentieri, e Cristina, la quale, anche a tre anni aveva una linguetta!… E voi, che, spero, non sarete ritrosa di parlare come siete avara di scrivere. L’ho notato: le vostre lettere non vanno mai più in là delle due paginette! Ma sono carine, deliziose…. Preparatevi dunque a sciogliervi bene lo scilinguagnolo. Mi piace tanto star ad ascoltare!….».

Il signor Domelli – cosa eccezionale in quel grosso villaggio di Merenzòla – aveva fatto educare le figlie nel collegio di Sant’Anna di una città vicina; ma dopo la morte della moglie, le aveva ritirate in casa. La loro istruzione era rimasta a mezzo, né esse avean sentito bisogno di continuarla da loro. Leggiucchiavano, di quando in quando, i romanzi ricevuti in prestito da una delle maestre elementari; spesso, però, meno Sara, preferivano di sentirseli raccontare da una sentimentale amica, invitata a desinare in casa Domelli tre volte al mese.

Maria e Cristina si davano l’aria di signorine tra le ragazze della loro età che non erano state in nessun collegio, tentavano di distinguersene anche nei vestiti; ma non erano arrivate al punto di smettere lo scialle e portare il cappello. In questo avevano trovato ostile la volontà del padre, uomo un po’ all’antica e che voleva fare – come diceva – il passo secondo la gamba.

– Sareste ridicole, tra le vostre pari.

Ora contavano sull’arrivo del cugino, il quale si sarebbe maravigliato di ritrovar tutto immutato in Merenzòla.

– Uno che vien dall’America! Forse non sa neppure che al mondo esistano ancora gli scialli!

– E il babbo dovrà piegare la testa!

Intanto Maria e Cristina si vuotavano il cervello per indovinare la ragione dell’improvviso ritorno del cugino.

– Che ne dici tu, babbo?

– Ma, tra giorni, potrete domandarlo a lui.

– Sarà sincero?

– La curiosità è passata. Per me, potrà arrivare, dimorar qui, a suo piacere, ripartire, e non gli domanderò niente dei fatti suoi. Mi basterà di aver riveduto il figlio del mio povero fratello, che, forse, sarebbe vivo ancora, se non fosse andato a farsi ammazzare dalla febbre gialla colà. Non ne ho saputo niente da tanti anni; credevo morto anche lui.

La curiosità delle ragazze si accrebbe dal giorno che la posta recò un fascio di giornali e due pacchi di libri indirizzati al signor Matthew Storm, presso il signor Matteo Domelli, Merenzòla.

– Chi è costui, babbo?

– Qualche amico di Alberto, suppongo.

– Verrà in casa nostra, babbo?

– Come se a Merenzòla esistesse un albergo! Faremo un po’ di posto anche a lui.

Erano lontane dall’immaginare che quello fosse lo pseudonimo letterario del cugino, e che i cinque volumi ben rilegati, con in testa dei frontespizi il nome di Matthew Storm, rappresentavano la sua produzione di quegli ultimi anni, quando egli era riuscito a farsi la bella fama di piacevolissimo narratore di Storielle – Littles storys – piene di brio, di fantasia, di umore esotici, da non tradir affatto l’origine italiana dello scrittore.

Da qualche tempo in qua, un’intima crisi era accaduta nell’animo di Alberto Domelli. Non poteva dirsi stanchezza; piuttosto aspirazione a qualcosa di meno materiale di tutto quel che lo circondava. E da questo sentimento, vivissimo e insoddisfatto, provenivano le briose littles storys dove la immaginazione prendeva il sopravvento su la realtà, non con lo scopo di alterarla, ma di smascherarla, perché niente egli giudicava più falso e più ipocrita di quella realtà tra cui le vicende della vita lo avevano condotto ad aggirarsi quasi sperduto.

Ammirava assai gli uomini americani; le donne – almeno le molte che aveva potuto conoscere da vicino, le altre che si era ingegnato di studiare a una certa distanza – le donne americane gli erano divenute odiose, insopportabili. E per ciò, da due anni, si era sentito spinto verso le cugine sodisfacendo con quelle lettere a un bisogno di arte, e a uno sfogo di sentimenti.

Giacché, con pochissime modificazioni, le Lettere alle Cugine, attribuite a uno dei personaggi delle sue storielle, erano state prima pubblicate in rassegne illustrate, ottenendo un gran successo, e poi raccolte in volume.

Maria e Cristina, pensando a uno dei tanti scherzi del cugino, avevano ceduto alla curiosità di disfare i pacchi dei libri, ed erano rimaste deluse.

– Sono scritti in lingua turca! – aveva detto, scherzando, Don Matteo, che, come le figliuole, non sapeva una parola d’inglese.

Soltanto Sara aveva provato il desiderio di sfogliare uno dei volumi, precisamente il quarto, ed era rimasta commossa di vedere in capo di quelle lettere i nomi di Mary, di Christina e di Sarah facilmente riconoscibili. My little Sarah! Quante volte c’era? Cinquanta volte; le aveva contate. E tenne per sé la scoperta, quasi un dolce segreto, anzi, un dolce mistero, di cui avrebbe chiesto spiegazione al cugino appena arrivato. Che significava quel little? E perché ai nomi di Mary e di Christina era premesso invece My dear?

Ed ecco, finalmente, una sera il promesso telegramma da Genova:

Arriverò domani.

Quantunque da una settimana la casa fosse preparata a riceverlo, insieme col creduto suo amico Storm, pel quale era stata preparata alla meglio una camera, il telegramma produsse un po’ di tramestìo. Don Matteo aveva raccomandato alle figlie:

– Molta pulizia! Molta pulizia!

E la casa era stata ridotta uno specchio, per quel che permetteva un’abitazione di Merenzòla. Don Matteo si era occupato specialmente a far ripulire quella specie di giardinetto, o di orto, che la circondava.

Il ritorno del figlio di Domelli, come lo chiamavano i merenzolesi, era un grande avvenimento. Infatti, una folla di curiosi, donne, ragazzi, ne attese l’arrivo all’entrata del viale alberato che precedeva le prime case.

Don Matteo e Maria gli erano andati incontro con quella carcassa postale, la quale assumeva superbamente il nome di vettura – corriera, smentito dai due ronzini che la trascinavano giù, da Merenzòla alla stazione ferroviaria, e da questa su, su per i cinque chilometri di stradale, con il sacco della posta e qualche raro passeggero.

Attendevano da un’ora l’arrivo del treno.

Per farsi riconoscere Alberto, dal finestrino, prima che il convoglio si fosse fermato, chiamò: «Zio! zio!», salutando con gesti affettuosi anche la cugina.

Egli si accorse della penosa sorpresa provata da quei due dopo che era sceso dal vagone.

Abbracciato e baciato lo zio, aveva preso per le mani Maria e l’aveva baciata, dicendo allegramente:

– In America non si può baciare più; ma qui, faccio all’antica, che è la più gentile usanza… Ah! sono il solo viaggiatore che viene a Merenzòla? – soggiunse appena il treno ripartì. – Tanto meglio!… il mio bagaglio? Queste due valigie. I bauli arriveranno domani.

Si vedeva; aveva qualcosa da dire, ed esitava, sorridendo. Ma, appena montati in carrozza, parlò:

– Sai, zio? Io l’ho già scritto alla cugina: ma forse non mi sono spiegato chiaro. Mi trovate, inattesamente, un gobbetto porta-fortuna, è vero?

– Come mai? Tu eri diritto come un fuso! – lo interruppe don Matteo.

– Una trave, che poteva ammazzarmi, mi produsse tale lesione alla spalla sinistra da ridurmi come mi vedete. Non ho voluto sottopormi a un’operazione chirurgica…

Padre e figlia non risposero niente; e don Matteo per sviare il discorso, domandò sovvenendosi:

– E il tuo amico Storm? Sono arrivati libri e giornali diretti a lui.

– Oh! quel matto! – rispose seriamente. – È rimasto a mezza strada; ma verrà; me l’ha promesso.

E riprese:

– Cara cugina, voi e le vostre sorelle non avete sospettato niente quando, nell’ultima mia lettera, vi scrivevo «Non parliamo di cose da crescere alle spalle. Vedrete che le ali possono accennare a spuntare e poi arrestarsi, atrofizzarsi!» Proprio niente? Che diranno Cristina e Sara? E che diranno soprattutto, le pettegoline di Merenzòla? Non m’importa di esse…

La carrozza montava lentamente.

– Io – continuò – son venuto per lo zio, che mi sembra più giovanotto di me, e ne sono lietissimo; e son venuto anche per le care cugine… Sapete che vi siete fatta assai più bella di quanto immaginavo? Oh, come s’invecchia sollecitamente in America! Voi… Permetti, zio, che riprenda con la cugina il tu di quando fecevamo il chiasso nell’orto? E voi, cugina?… Grazie! Il voi cominciava a impacciarmi nelle lettere… Come rimarranno Cristina e Sara sentendosi dare inaspettatamente del tu!

Anche con quella protuberanza alla spalla sinistra, Alberto era un bel giovane; Maria lo pensava. Ma, stando silenziosa, un po’ perché intimidita della presenza del nuovo arrivato, un po’ perché dispiacente di averlo trovato col brutto difetto che lo rendeva ridicolo, riusciva a stento a nascondere la delusione di quel momento. Sentiva ricadere sopra di sé, su le sorelle, su la sua famiglia, insomma, tutte le feroci malignità delle ragazze merenzòlesi, che non si lascerebbero sfuggire l’occasione di ridere alle loro spalle, quasi la disgrazia del cugino le riguardasse in qualche modo.

La carrozza montava ancora più lenta; pareva che le due rozze sonnecchiassero nel trascinarla. Don Matteo si scusava.

– Ma, anzi! Ma, anzi! – diceva Alberto. – È una sensazione nuova per me. Voialtri non potete apprezzarla. Passare dalle corse a rotta di collo – e spesso ci si rompe il collo davvero! – a questa specie di dondolìo, di cullamento che fa sentire un po’ l’ansia dell’arrivo… Ah, che delizia!

– Voi, caro cugino…

– Tu, se non ti dispiace…

– Già… Bisogna abituarsi. Tu parli così per non mortificarci. Ci trovi ancora mezzi selvaggi… Non è colpa nostra. Vedi dove la cattiva sorte ci ha fatto nascere?

Si scorgevano, in alto, quasi affacciate su la roccia, le prime case di Merenzòla, sospese tra cielo e terra, infocate dal sole in tramonto.

– Invidiabile! – esclamò Alberto Domelli.

PRIMA PARTE

CONTINUA a leggere…

da Luigi Capuana “Novelle” ParvaLicetEdizioni

Enrico Morovich, “La Morte in pantofole” racconti brevi a cura di Francesco De Nicola, Oltre Edizioni

Nel panorama piuttosto uniforme della narrativa italiana, per lo più oscillante tra rappresentazione del vero, voli di fantasia e sperimentazione, il nome del troppo poco conosciuto Enrico Morovich (Fiume 1906-Lavagna 1994) spicca per una sua indiscussa originalità come autore di racconti brevi giocati tra l’ironico e il macabro.

Con le sue brevi prose, dove i protagonisti sono spesso oggetti animati o animali parlanti, aveva conosciuto un periodo di grande successo negli anni Trenta, quando la sua firma appariva frequentemente su numerosi quotidiani e settimanali di grande diffusione. Il massimo riconoscimento le ebbe da uno dei maggiori critici italiani, Gianfranco Contini, che nella sua antologia di racconti surreali (Italie magique, 1946 poi tradotta nel 1988) lo inserì a fianco a narratori di grande successo come Bontempelli, Palazzeschi e Moravia.

Nel dopoguerra Morovich continuò a scrivere i suoi straordinari racconti brevi e anche alcuni romanzi come Piccoli amanti che nel 1991 fu finalista al premio Strega. In questo libro si ripropongono ora, a cura di Francesco De Nicola, i cinque racconti inclusi da Contini nella sua antologia e altri scritti nella seconda metà del Novecento che ribadiscono la forte originalità della sua narrativa breve. Nel 1993 raccolse nel volume Un Italiano di Fiume le sue memorie giovanili ambientate in quella terra istriana dalla quale fu esule dal 1950.

Prezzo 17 euro, pagine 192.

Enrico Morovich nato a Sussak, sobborgo di Fiume quando la città fa ancora parte del Regno d’Ungheria (nel quadro dell’Impero Austroungarico), Enrico Morovich prende nel 1924 il diploma di ragioneria, impiegandosi successivamente prima in Banca d’Italia, poi presso i Magazzini generali. Nel 1929 conosce Alberto Carocci che gli apre le porte di Solaria e La Fiera Letteraria, con le quali inizia a collaborare. È del 1936 la sua prima, significativa, creazione letteraria, L’osteria sul torrente, che viene pubblicata da Solaria. Seguiranno Miracoli quotidiani (1938), I ritratti nel bosco (1939), Contadini sui monti (1942) e L’abito verde (1942). In quegli anni lo scrittore pubblica saggi e racconti anche ne Il Selvaggio e in Oggi. Gli ultimi anni di guerra e i primi del dopoguerra, particolarmente cruenti per Fiume e per tutta la Venezia Giulia, interromperanno per alcuni anni la propria attività letteraria, che riprenderà solo nel 1962, con Racconti e Fantasie. Nel 1950 lo scrittore decide di abbandonare la propria terra di origine, che nel frattempo è passata alla Jugoslavia (1947) ed emigrare in Italia. Dopo aver vissuto per alcuni anni in varie città italiane, a Napoli, Lugo, Viareggio, Busalla e Pisa, si stabilisce a Genova nel 1958, dove risiederà per oltre trent’anni. A Genova torna a pubblicare, dopo tredici anni di silenzio, romanzi e racconti, fra cui: Il baratro (1964), Gli ascensori invisibili (1981), I giganti marini (1984), Piccoli amanti (1990). Inizia anche collaborare con la rivista “Il Mondo”. Nel 1990 si trasferisce nella zona di Chiavari-Lavagna, dove si spegnerà, ottantasettenne. Un anno prima di morire pubblica Un italiano di Fiume (1993), commossa rievocazione della propria città d’origine e delle proprie vicissitudini in terra italiana. Lo scrittore fiumano ci ha lasciato anche alcuni originalissimi disegni, esposti al pubblico, nel 1985, a Genova.

Jo Nesbø “Gelosia” presentazione

Si sa, è il giallo il colore della gelosia, il giallo scuro che si associa all’infedeltà e al tradimento, un sentimento che porta con sé oltre all’ossessione che lo caratterizza anche il desiderio di vendetta dove spesso alberga il crimine, giusto tema quindi per il maestro di questo genere narrativo: sette le storie, tradotte da Eva Kampmann, che Jo Nesbø ha inserito in questa raccolta che prende il titolo dalla seconda, la più ampia delle sette, di cui alcune molto brevi, in cui due fratelli gemelli sono interessati alla stessa donna. Ma colpisce nella narrazione la presenza dell’”uomo della gelosia” uno strano investigatore, quasi un mago, che viene chiamato quando emergono moventi passionali.

Come nella prima, “Londra”, colpiscono i pensieri e i comportamenti di uno dei due viaggiatori su un aereo, quando viene a conoscenza del “segreto” in cui si dibatte la donna che gli siede accanto. Ma la gelosia non è solo questo, ha due facce come quelle di Jago e di Otello, di vittima e carnefice, due facce che accomunano i protagonisti di vari racconti. Non sfugge al lettore nell’esergo la citazione da Shakespeare “Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre”.

Una serie di racconti il cui fil rouge è il tema della gelosia e le sue diverse facce, ma anche l’utilizzo della prima persona da parte del personaggio che vive l’esperienza, la mancanza di scenari efferati e soprattutto senza la figura da identificare in un killer, in un clima che appare normale e pertanto disturba per l’evidenza della contrapposizione e coinvolge:

“Storie di uomini feroci, di amanti privi di scrupoli, di destini implacabili. Nell’atmosfera ossessiva e perturbante del maestro del crime scandinavo”.( dal Catalogo Einaudi Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Jo Nesbø è uno dei più grandi autori di crime al mondo. I suoi libri hanno venduto oltre 40 milioni di copie. È nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista free lance, ha fatto il broker in borsa. Tutt’oggi suona regolarmente con la band norvegese dei Di Derre. Della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardoLo spettroPoliziaIl pipistrelloScarafaggiNemesiIl pettirossoLa stella del diavoloSeteL’uomo di neve e Il coltello. Presso Einaudi sono usciti anche i thriller Il cacciatore di testeIl confessoreSangue e neveSole di mezzanotteIl fratello e Gelosia. Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettroScarafaggiIl leopardoNemesiLa stella del diavoloLa ragazza senza voltoSole di mezzanotteIl confessorePoliziaIl pettirossoSeteL’uomo di neve e Il coltello.(da Einaudi Autori)