Jean-Henri Fabre “Lo scarabeo sacro” Microgrammi Adelphi recensione di Salvina Pizzuoli

 

Questo breve estratto dall’opera in 10 volumi di Jean-Henri Fabre, “Ricordi di un entomologo” è un felice assaggio su un mondo sconosciuto e spesso non indagato dai non addetti ai lavori in quanto ritenuto appunto “specialistico”. Si tratta invece di belle pagine di scrittura nate da osservazioni attente e accurate, protrattesi per mesi e anni e poi ritradotte in un raccontato che rende i protagonisti, in questo caso gli stercorari, analizzati e analizzabili nel loro comportamento così come fossero personaggi di una storia avventurosa, con i propri comportamenti, con le loro stranezze e i loro atteggiamenti spesso indecifrabili. Stupiscono a maggior ragione proprio perché si tratta di scritti a carattere scientifico che insieme alle osservazioni rigorose e precisissime nulla tolgono ad una lettura che sa catturare l’interesse anche del profano avvicinandolo in modo avvincente alla vita di esseri spesso considerati fastidiosi, come gli insetti. Pubblicati  tra il 1879 e il 1907, i “Ricordi di un entomologo” hanno rappresentato una rivoluzione verso una nuova entomologia, influenzando anche l’opera dei maggiori etologi del Novecento. Ma la sensibilità e l’amore dell’autore per questo universo da osservare e studiare ha travalicato gli ambiti in cui era relegato conquistando  un posto nuovo grazie ad una narrazione brillante, dimostrandosi capace affabulatore, oltre a saper investigare sulla vita e le ragioni del comportamento degli insetti, come in questo caso sullo scarabeo sacro, che riunisce i primi due capitoli della sua opera. Di seguito uno stralcio dalla presentazione del protagonista:

Chi è che sta trotterellando verso il mucchietto, temendo di giungere troppo tardi? Le lunghe zampe eseguono movimenti bruschi e goffi come spinte da un congegno che avesse sede nell’addome dell’insetto; le piccole antenne rosse si aprono a ventaglio, segno di impaziente cupidigia. Sta arrivando, è arrivato, non senza far ruzzolare qualche commensale. È lo scarabeo sacro, tutto vestito di nero, il più grosso e il più famoso dei nostri stercorari. Eccolo a tavola, fianco a fianco con i compagni che, con la parte piatta delle larghe zampe anteriori, danno gli ultimi colpetti per rifinire la palla, o la arricchiscono di un altro strato prima di ritirarsi e andarsi a godere in pace il frutto del loro lavoro.

 

 

Herta Müller “La volpe era già il cacciatore” presentazione

Pubblicato  per la prima volta nel 1992  viene editato soltanto ora in Italia. Il tema è quello di un paese martoriato dalla dittatura. Chi l’ha vissuta, come l’autrice, sa che il degrado che ne deriva si estende a molti degli aspetti del vivere: non è solo morale,  derivato cioè da denunce elevate a sistema verso tutti, amici, vicini  e parenti, ingiustizie e corruzione, ma si riflette anche in scelte estetiche,  evidenti nei palazzi del potere o nei quartieri popolari ma anche nelle vetrine dei negozi, manifestazione di un’arretratezza culturale con tutte le sue conseguenze. Di questo racconta l’autrice in pagine che non possono prescindere dall’essere autobiografiche: essa stessa fu vittima di delazione per aver rifiutato di spiare la vita di alcuni amici con conseguenti pedinamenti e interrogatori.

“L’inizio del racconto non è facile. scrive nella sua interessante recensione Isabella Bossi Fedrigotti (Corriere della Sera 5 luglio 2020),  perché occorre abituarsi alla scrittura rapida e immaginifica dell’autrice […] E in effetti dopo un po’ il racconto rallenta — o forse è il lettore che si è assuefatto al ritmo — e dal caleidoscopio iniziale si sviluppa una limpida narrazione drammatica che accompagna Adina fino a dove il Danubio segna il confine con la Serbia, via di fuga tentata da molti e da molti drammaticamente mancata. Perché gli abitanti di quell’ultimo villaggio tengono tutti quanti oche e cani nei cortili? Perché il loro starnazzare e abbaiare copra il rumore degli spari della polizia di frontiera!.”

Da Giangiacomo Feltrinelli Editore,  la trama

Sono gli ultimi tempi prima della caduta del regime di Ceausescu in Romania. Adina fa la maestra, e ha in casa una pelle di volpe. Un giorno si accorge che in sua assenza è scomparsa la coda della volpe. È l’inizio: subito dopo scompare anche una zampa, poi un’altra. Adina è stata presa di mira dai servizi segreti.
Pubblicato per la prima volta in Germania nel 1992 e finora mai tradotto in Italia, questo romanzo si sviluppa attraverso la successione di quadri ed episodi – evocati con straordinaria potenza da una scrittura secca, ipnotica – che raccontano la storia di Adina, dell’amica Clara e del suo amante Pavel, informatore della Securitate, e del musicista Paul. Fino al crollo della dittatura. La minaccia, tuttavia, non cessa: chi è la volpe e chi il cacciatore?

E anche notizie sull’autore:

Herta Müller è nata nel 1953 nel villaggio di lingua tedesca di Nitzkydorf, nel Banato rumeno, regione al confine tra Serbia, Romania e Ungheria. Dopo gli studi di Letteratura all’Università di Timisoara, trova lavoro come traduttrice in un’azienda. In seguito al rifiuto di diventare un’informatrice della polizia segreta è però costretta a lasciarlo, e da allora sarà vessata dalle autorità rumene. Fa il suo esordio nel 1982 con la raccolta di racconti Bassure, uscita censurata in Romania. Nel 1987 è costretta a emigrare dopo aver pubblicamente criticato la dittatura e si trasferisce a Berlino, dove vive tuttora. Nel 2009 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.[…]

David Garnett “La signora trasformata in volpe” presentazione

 

Pubblicato per la prima volta nel 1923 fu poi editato in Italia una trentina d’anni dopo; Adelphi ripubblica questo romanzo breve che rese famoso il suo autore. Lady into fox il titolo originale di questo racconto fantastico in cui la signora Tebrick, da nubile Fox ( quando il nome si fa omen), si trasformerà proprio  in questo animale. L’ambientazione è quella della campagna inglese dove i due coniugi conducono una vita tranquilla in una villa appartata: mentre assistono ad una battuta di caccia, in un pomeriggio del 1880, avviene l’incredibile trasformazione e quanto ne consegue di drammatico:

“Dove un istante prima si trovava sua moglie, adesso c’era una piccola volpe di un color rosso acceso. Lo guardò implorante, avanzò di un paio di passetti, e lui si rese conto immediatamente che sua moglie lo stava guardando con gli occhi del’animale […] passarono così parecchio tempo, finché la povera volpe non riuscì più a trattenere le lacrime […] Allora neppure Mr Tebrick riuscì a contenersi. ma si sedette a terra e singhiozzò a lungo, baciandola fra i singhiozzi come se fosse stata una donna”.Un marito innamorato, “perché era un innamorato molto più che un marito” le starà vicino e l’accudirà anche quando lei diverrà sempre più selvaggia, proprio come la volpe in cui si era trasformata. E così, dopo il primo tramortimento,  Tebrick si ricompone e pensa a come portarla a casa aspettando l’oscurità perché nessuno la veda, mentre l’autore, intervenendo nel raccontato ne sottolinea il comportamento:

“poi se la infilò sotto il soprabito, o meglio, nel suo fervore si strappò il gilè e la camicia per tenersela più vicina la cuore. Quando siamo sopraffatti da un immenso dolore non ci comportiamo come uomini o come donne, ma come bambini che trovano conforto rannicchiandosi contro il seno della madre, oppure, se lei non c’è, stringendosi forte gli uni agli altri”

Come leggere questa fiaba per adulti? Ci propone alcune chiavi di lettura la presentazione dal Catalogo Adelphi:

[…]La storia della bella Silvia Tebrick, che un giorno, senza preavviso, si tramuta in una volpe sotto gli occhi stupefatti del marito (il quale continuerà ad amarla e accudirla anche quando lei comincerà, inesorabil­mente, a inselvatichirsi), può essere letta (e lo è stato) come una lettera in codice indirizzata a Grant (ndr suo amante per lungo tempo), o come un apologo sulla sessualità femminile, o ancora come un’allegoria dell’amore assoluto – oppu­re, e sarebbe la scelta più avveduta, la si può semplicemente assaporare, abbando­nandosi al piacere di una lettura che è pu­ro, brillante divertimento.

Lars Gustafsson “Storie di gente felice” presentazione

Dalla Postfazione di Ingrid Basso

Ingrid Basso nella sua interessante postfazione enuclea gli elementi che caratterizzano la narrativa di Gustafsson nei dieci racconti che compongono Storie di gente felice, uscito in Svezia nel 1981 e tradotto solo ora per la prima volta in lingua italiana: “non dobbiamo pensare alla scrittura di Gustafsson come a una libera e dissennata fuga nell’onirico, ma i racconti diventano multiformi e lievi pastiches di idee e ricordi che seguono un processo di libere associazioni, grazie alle quali si entra talvolta in un mondo diverso da quello reale, ma nel quale vige comunque una logica coerente, come nei romanzi fantastici di Lewis Carroll”.

L’intera raccolta di racconti Storie di gente felice, come l’opera complessiva dell’autore, ruota intorno alla domanda su cosa sia l’uomo per “poter approdare alla risposta: l’uomo è possibilità”.

La poetica di Gustafsson nasce infatti dalla convinzione che l’uomo non possa “essere oggetto, un ente che ci «sta davanti» nella sua interezza, perché «nessuno ha mai visto un essere umano dal di fuori», come leggiamo in uno dei racconti dal titolo di L’arte di sopravvivere a novembre”, aggiunge la commentatrice riportando la metafora della ferrovia giocattolo che compare In  Le quattro ferrovie di Iserlohn, in cui l’autore pone la differenza tra tra letteratura e vita. «La letteratura è come un modello in scala ridotta», mentre «nella vita i treni scompaiono sotto l’orizzonte».

Da Iperborea Editore

[…]questi racconti inediti del periodo d’oro della sua creatività, conferma di quel talento narrativo che, mescolando erudizione e immaginazione, filtrando questioni filosofiche con humour e leggerezza, gli è valso l’epiteto di «Borges del Nord». […] Ogni personaggio, attraverso la memoria, il sogno o l’immaginazione, vive un momento di epifania, l’illuminazione di un angolo nuovo da cui guardare la sua situazione che apre una crepa nel muro della realtà, una via di fuga verso un passato o un futuro dove tutto resta possibile, compresa la felicità.

Madeleine St John “Una donna quasi perfetta” recensione di Salvina Pizzuoli

Tre donne e un uomo: una moglie, l’amante del marito, l’amica della moglie.

Chi tra queste donne è la donna quasi perfetta? Lydia, l’amica che sa esserlo in modo efficace o Flora che sa essere madre e moglie e che non ha sentore del tradimento del marito o Gillian che pensa di poter trasformare una relazione con un uomo sposato in qualcosa di diverso? Forse in quel “quasi” la risposta che, come scrive Nadia Terranova, nell’incisiva presentazione al romanzo, ha “tutta la forma di una parentesi, di una vacanza dalla vita”.

Quale il finale da attendersi, trattandosi di un triangolo vecchio stile?

Non in linea, non prevedibile, sicuramente fuori dai luoghi comuni che l’autrice sa ribaltare varie volte anche con l’uso di precisazioni chiuse tra parentesi o nella conclusione cui arriva Flora quando, leggendo un romanzo sull’adulterio, precisa rivolta al marito che ci sarebbe ancora tutto da dire dato che “il paesaggio morale è radicalmente cambiato da quando Henry James scrisse il suo capolavoro, o Evelin Waugh il suo”, e aggiunge “sostanzialmente oggi a nessuno interessa l’adulterio”.

Dopo il successo di “Le signore in nero” (1993) Garzanti continua la riscoperta e la pubblicazione delle opere della St John: per la prima volta in Italia “Una donna quasi perfetta” del 1996.

E anche:

l’articolo di Valerio Magrelli da La Repubblica Archivio

Da Omero a Roth ecco tutta la letteratura del tradimento

Jorge Luis Borges “Finzioni” recensione di Salvina Pizzuoli

Vaneggiamento laborioso e avvilente quello di chi compone vasti libri; quello di dilatare in cinquecento pagine un’idea la cui perfetta esposizione orale richiede pochi minuti. Procedimento migliore è fingere che quei libri esistano già, e offrirne un riassunto, un commento. […]

Più ragionevole, più inetto, più pigro, ho preferito scrivere note su libri immaginari.

Così nel Prologo ai quattordici racconti che compongono “Finzioni” (scritti tra il 1935 e il 1944, a cui successivamente furono aggiunti altri tre: Il Sud, La setta della Fenice, La fine) Borges sceglie la composizione breve, il racconto appunto, composizione di cui è maestro, dove enuclea temi ricorrenti nella sua produzione letteraria: l’apocrifo, il palinsesto, la trasgressione dei generi, il libro e il labirinto, l’identità fra vittima e carnefice, tra traditore e tradito… ma al di là della ricerca delle tematiche presenti nei suoi scritti, il lettore viene catturato e trascinato dalla bella prosa che sa incantare aprendo immagini e sensazioni, proprio perché Borges riesce a creare una narrazione mirabilmente sospesa tra sogno e realtà. Per tanto i suoi racconti, quelli contenuti in “Finzioni” o in “L’Aleph” non possono essere riassunti o raccontati, ovvero si potrebbe, ma sminuendoli e togliendo loro quel fascino che la scrittura e l’ambientazione e il procedere narrativo sanno creare nel lettore, anche al di là della precisa comprensione dei temi trattati che, anche se ricorrenti, si offrono multiformi e sfaccettati. Così ne “La forma della spada” che si fonda sull’inversione di ruoli e solo alla fine si esplicita e con le giuste conseguenze o come ne “Le rovine circolari” dove il sogno e la sostanza dei sogni diventano protagonisti o “La biblioteca di Babele” o “Il giardino dai sentieri che si biforcano” che conclude la prima parte della raccolta sotto il titolo di “Finzioni” seguita da una nuova intitolata “Artifici”, titoli adatti a non dimenticare che sono tutti o quasi racconti “fantastici” come lo stesso Borges li definisce che hanno influenzato e ispirato, ed è facile constatarlo, scrittori come Eco e Calvino, per citare grandi autori del nostro tempo.

Dello stesso autore:

L’Aleph

Françoise Sagan “Les quatre coins du cœur”presentazione

Esce in Italia per Solferino un testo inedito e incompiuto della Sagan. Pubblicato in Francia il 19 settembre dello scorso anno per la Casa Editrice Plon: Les quatre coins du cœur (“I quattro angoli del cuore”) è il risultato del ritrovamento e poi degli interventi operati dal figlio della scrittrice Denis Westhoff che dichiarò di averlo rinvenuto in una forma non pubblicabile e di averlo corretto senza cambiarne però lo stile e senza riscriverne niente, garantendone l’originalità e asserendo essere soltanto il testo della madre così come si legge nella prefazione da lui curata:

“Je me remis au travail et apportai les corrections qui me semblaient nécessaires en prenant soin de ne pas toucher au style, ni au ton du roman dont je retrouvais au fil des pages l’absolue liberté, l’esprit détaché. l’umor grinçant et l’audace frisant l’effronterie qui caractérisent Françoise Sagan. Soixante-cinq ans après Bonjour tristesse et dix années d’un demi-sommeil tourmenté, son dernier roman inachevé, Les Quatre Coins du cœur, est enfin publié dans son état le plus essentiel, le pus primitif et le plus indispensable pour ses lecteurs”**

S.P,

La copertina dell’edizione                    francese

 

Da Solferino editore:

«Ecco in tutto e per tutto il tocco disinvolto di Sagan. Riconoscerete con gioia il suo humour, il suo distacco, la sua eleganza, il suo disincanto.» Le Monde

«Ritroviamo la prosa pungente e beffarda della scrittrice, il suo modo di costruire personaggi degni di un palcoscenico teatrale.» L’Express

Da Il Messaggero una breve sinossi

[…]è la vicenda di Ludovic, figlio di un industriale di provincia che appare lanciatissimo nella vita quando scampa, per un pelo, a un terribile incidente stradale (proprio come accadde nel 1957 alla Sagan). La moglie Marie-Laure, una donna disegnata come superficiale e amante delle apparenze, non vuole più saperne. Ma sua madre Fanny, suocera di Ludovic, vedova, comincia a considerare il genero sotto una luce nuova e piena di interesse.


**Traduzione:

Sono tornato al lavoro e ho apportato le correzioni che mi sembravano necessarie, facendo attenzione a non toccare lo stile o il tono del romanzo che ho trovato sulle pagine, l’ assoluta libertà, lo spirito distaccato, l’umorismo graffiante e la sfacciata audacia che caratterizzano Françoise Sagan. Sessantacinque anni dopo Bonjour tristesse e dopo dieci anni di tormentato dormiveglia, il suo ultimo romanzo incompiuto, Les quatre coins du cœur , è finalmente pubblicato nel suo stato più basilare, più primitivo e più essenziale per i suoi lettori”

Niccolò Ammaniti “Branchie” recensione di Letizia Tripodi

Le opinioni dei lettori

Se si ha voglia di immergersi in un viaggio ai confini dell’inverosimile, dove niente o quasi segue il filo della logica, Branchie di Niccolò Ammaniti è di sicuro il libro adatto. Magari da lettori ci lasciamo attirare da quest’opera dopo essere passati per uno dei più grandi successi dello scrittore, Io non ho paura, e ci aspettiamo di ritrovare tra le righe un’altra storia che per quanto crudele e dolorosa, si attiene alla realtà.
In partenza
Branchie ha tutte le premesse per svilupparsi come un libro del genere: si apre con Marco, un ragazzo ventenne malato di cancro che, stanco di starsene con le mani in mano a condurre la vita piatta e monotona che gli permetterebbe di allungare per un po’ i suoi giorni e annoiato dalla sua stessa esistenza, decide di partire per l’India al fine di esaudire la richiesta, un po’ bizzarra, di un’anziana sconosciuta. Nonostante quest’ultimo dettaglio però, fin qui non sembrerebbero esserci particolari stranezze e con grande probabilità ci staremo preparando a seguire il giovane protagonista in questo tentativo di riappropriarsi un po’ della vita, seguendolo in quello che ci immaginiamo essere il suo ultimo grande viaggio. In realtà però da questo punto partiranno alcune tra le cose più assurde ed impensabili, il romanzo perderà ogni legame con il reale e seguiremo le vicende talvolta stupiti, altre volte incuriositi, ci chiederemo come sia stato possibile finire in questo mix di aspetti surreali e per certi versi anche demenziali. Nel racconto stranezza si aggiunge a stranezza e quando penseremo di aver raggiunto l’apice dell’assurdità della storia, ecco che un elemento ancora più assurdo ci farà spalancare gli occhi o sorridere dallo stupore.
Ammaniti, che all’epoca della scrittura del libro stava finendo i suoi studi universitari e, come lui stesso ricorda, passava gran parte della giornata chiuso nel laboratorio della facoltà, è consapevole di quanto i fatti narrati siano irreali, ma per lui questo non è affatto un problema, tanto che non cerca di “aggiustare” la storia secondo dei canoni realistici, ma anzi ne aumenta sempre più il carattere paradossale. È come se l’ispirazione gli fosse nata da un sogno tormentato: infatti così come in un sogno si susseguono in continuo immagini sconnesse, allo stesso modo lo scrittore ha unito alcuni tra i fatti più improbabili costruendo l’impalcatura di questo romanzo.
Tale carattere surreale ce lo porteremo dietro fino alle ultime pagine del libro e anche la conclusione stessa lascerà spazio a dubbi e interrogativi, sembra quasi un finale aperto che permette al lettore di dare un proprio senso alla storia, secondo quelle che sono le proprie interpretazioni. Questi tratti irrealistici, ad ogni modo, non nuoceranno al romanzo, con la sua scrittura scorrevole Ammaniti ci terrà incollati al libro, curiosi di scoprire cosa succederà pagina dopo pagina.

Andrea De Carlo “Due di due” recensione di Letizia Tripodi

Le opinioni dei lettori

Non bisogna essere degli esperti per sapere che l’uomo è definito un essere sociale, un individuo cioè che si nutre dei rapporti con i propri simili e che, per quanto questo aspetto possa variare in base a carattere e personalità, a conti fatti ha sempre bisogno di legami affettivi solidi e sicuri. La vita stessa, infatti, è condita dalla presenza dei nostri cari, degli amici, degli amori.
Ed è proprio l’amicizia ad essere uno dei sentimenti più importanti e significativi; potremmo immaginare un’esistenza priva del supporto degli amici e di quella complicità che si viene a creare con essi?
Il romanzo Due di due di Andrea De Carlo si basa su questo intenso legame tra due adolescenti milanesi, nati e cresciuti nella città lombarda, che però non amano affatto ma che anzi vedono come un qualcosa di malvagio che finisce per privare i suoi abitanti della loro vitalità.
Mario e Guido come amici sono insoliti, non potrebbero essere più diversi, tanto da risultare complementari: Mario è introverso, non sa cosa vuole o chi vuole essere, ma non fa molti sforzi per cercare di capirlo né tanto meno prova a crearsi una propria personalità e a conquistare quelli che crede siano i propri sogni, screditati e lasciati nel fondo di un cassetto; Guido invece arde di ambizioni, non raggiunge mai una piena completezza, manca sempre qualcosa al suo animo e questo lo rende inquieto, lo porta a ragionare su tutto ciò che lo circonda. La sua è una sofferenza di vivere, ha “un’espressione di estraneità concentrata”, dice Mario, “uno sguardo da passeggero clandestino”, ruolo che forse svolge all’interno del viaggio della sua vita.
Come già accennato in precedenza, una posizione centrale è occupata dalla città natale dei due ragazzi, ovvero Milano. All’epoca dei fatti essa era in prima fila nel processo di industrializzazione che si andava affermando in tutto il mondo: gli spazi naturali venivano eliminati e al loro posto sorgevano industrie, uffici o enormi palazzi residenziali tutti uguali l’uno con l’altro. Per di più le vicende sono ambientate nel 1968, anno carico di movimenti rivoluzionari di massa e ribellioni, che vedevano tra i loro principali sostenitori soprattutto i giovani. Guido e Mario non fanno eccezione, come molti loro coetanei anch’essi sono colpiti dal malessere che si stava diffondendo in misura sempre maggiore e come principale causa di tutto ciò individuano per l’appunto Milano le cui vie vengono descritte come “percorse da fiumi di mezzi meccanici che grattavano e laceravano e centrifugavano l’aria, se la vomitavano alle spalle ancora più difficile da respirare”, con gli alberi “capitozzati nella maniera più barbara, lasciati come poveri pali viventi a separare due corsie di traffico”. Non perderanno mai l’occasione di allontanarsi da essa, alla ricerca di una realtà e un futuro migliori.
Interessante è anche la scelta dell’autore di usare come voce narrante Mario. Quest’ultimo racconterà in prima persona le vicende che hanno caratterizzato la sua amicizia con Guido, senza rivolgersi a nessuno in particolare, ma come se affidasse questi pensieri alle pagine di un diario in cui imprimere emozioni, speranze e riflessioni. Colui che racconta è un Mario ormai adulto che risalirà al primissimo incontro con l’amico, per ricostruire poi, passo dopo passo, la storia del loro legame e intrecciare i fatti alle considerazioni stimolate dalla maggiore consapevolezza acquisita con il tempo.
In Due di due gli spunti di riflessione sono molteplici, dall’intensa amicizia dei due ragazzi, che non si interromperà mai, nonostante i lunghi periodi di lontananza, le liti, i disaccordi e i torti, alle difficoltà che le persone possono incontrare nell’individuare la propria strada, che molto spesso le portano a smarrirsi e ad intraprendere i percorsi peggiori, ma anche la sofferenza che gli individui con un animo fragile come quello di Guido possono sperimentare di fronte a tale incapacità, inevitabilmente foriera di instabilità e tormento.

Fran Ross “Oreo” recensione di Tiziana lo Porto da Il Venerdì La Repubblica 3 aprile

 

Romanzo picaresco post moderno, Oreo è una riscrittura satirica, black e al femminile del mito di Teseo, che qui si reincarna nella protagonista Christine, ragazza americana figlia di madre nera e padre bianco ( e ebreo). Sulle tracce di quest’ultimo, separatosi dalla famiglia quando lei aveva due anni, Christine lascia la natia Philadelphia e approda a New York, fronteggiando una discreta serie di omonimi del padre, mossa dalla certezza che tra di loro si nasconda anche l’originale […]  (da Tiziana lo Porto  Il Venerdì La Repubblica 3 aprile)

dal sito di Sur Editore:

Fran Ross (1935-1985) è stata una giornalista, scrittrice e autrice televisiva afroamericana. Oreo (1974) è l’unico romanzo che ha scritto, prima della morte prematura: passato inosservato alla sua prima uscita, è stato di recente rilanciato dalla casa editrice newyorkese New Directions, guadagnandosi elogi dalla critica e da scrittori come Paul Auster, Marlon James, Paul Beatty; questa è la prima volta che viene tradotto in italiano.