Anaïs Nin “Spreco di eternità e altri racconti” presentazione

È la raccolta di sedici testi inediti di Anaïs Nin (nata a Neuilly-sur-Seine nel 1903 da genitori cubani e morta Los Angeles nel 1977), pubblicati per la prima volta in Italia dalla casa editrice La Tartaruga che privilegia per le sue stampe la letteratura femminista e i testi inediti. Mai editati erano stati proposti dalla stessa autrice a varie riviste ed editori newyorchesi ma furono rifiutati, finendo poi nella biblioteca di un’università americana.

Nin aveva circa ventisei anni quando li scrisse e viveva in Francia; Spreco di eternità e altri racconti raccoglie alcuni pezzi scritti tra il 1929 e il 1931, quando aveva già iniziato a scrivere i suoi Diari. Sono storie con dettagli dell’infanzia e della vita a Parigi, di incontri con artisti, scrittori ma anche sconosciuti, un mondo notturno fatto di caffè, teatri, parlano di donne del loro lavoro e dei loro desideri. Scritti giovanili, per questo motivo, Anaïs Nin nel 1977, poco prima di morire, convinta da un amico a pubblicare i racconti della sua giovinezza, spiega nell’introduzione al volume, editato dalla Magic Circle Press di Valerie Harm che quel libro “è un libro solo per gli amici.”, mettendo in evidenza la consapevolezza di una scrittura immatura ma probabilmente apprezzabile per altri autori, per chi avesse voluto conoscerla nel suo percorso di autrice.

“Sperimentali e profondamente introspettive, queste storie delineano un tema centrale della scrittura di Nin: il contrasto tra l’io pubblico e quello privato. Nella maestria di questi racconti vengono offerti ai lettori un arguto umorismo, uno spirito ironico, dialoghi coinvolgenti ma anche una prosa estatica, e qualche finale a sorpresa. Dal principio alla fine risplende la personalità di Nin, una meravigliosa combinazione di sentimento e razionalità, di vulnerabilità e forza: forse lei, più di ogni altro interprete del Novecento, ha saputo padroneggiare questo gioco di equilibri, elaborandolo alla sua maniera e curando sempre di sfidare, con la sua scrittura tagliente ed enigmatica, la società e le convenzioni del tempo, nella vita come nella letteratura”. (Da Libro Co. Italia)

Note biografiche su mangialibri

Pia Rimini una scrittrice riscoperta


Pia Rimini, scrittrice triestina nata l’8 gennaio del 1900, fu riscoperta quattro anni fa dall’editore Antonio Tombolini che ne rieditò il romanzo d’esordio “Il giunco” in ebook. Oggi anche la Casa Editrice e Rivista Letteraria, la romana Readerforblind, ripropone, all’interno della sua linea editoriale dedicata ad autori dimenticati, la raccolta di diciotto racconti della Rimini “L’amore muto” con la prefazione di Giulia Caminito.
La riscoperta, sulle pagine del Venerdì e su Robinson (La Repubblica, rispettivamente il 9 e il 10 luglio 2021), è quella di un’autrice degli anni ’20 – ’30, anticonformista e dalla vita tragica e breve, i cui scritti, che parlano alle donne, suonano ancora attuali.
Vita tragica e breve, vissuta controcorrente: quando a diciotto anni scopre di aspettare un figlio, lei non sposata, decide di portare avanti la gravidanza, fino alla nascita di un bambino nato morto. Figlia di genitori ebrei, la madre si era però convertita al cattolicesimo e l’aveva battezzata, fu nel 1944, a causa del suo cognome e di una “soffiata”, fatta salire su un treno per Auschwitz, viaggio da cui non farà più ritorno.
Nella recensione Nadia Terranova ce la presenta, con la potenza della sua scrittura, oggi più moderna di ieri, le cui storie raccontano molestie e piccoli abusi, dislivelli di potere, storie di uomini che sanno manipolare le donne e di donne che, nonostante tutto, credono nell’amore.
Ma non solo, la sua prosa è anche densa di ironia, come ne “Il funerale di un benefattore” che, come sottolinea ancora la Terranova, “è un brillante gioiello di satira umana e sociale”.

Hilary Mantel “Un esperimento d’amore”, presentazione

“Un esperimento d’amore” di Hilary Mantel, scrittrice inglese vincitrice di due Booker Prize e autrice della trilogia dei Tudor e sulla Rivoluzione francese, viene pubblicato da Fazi per la prima volta in italiano per la traduzione di Giuseppina Oneto. Comparso in Inghilterra nel 1995 indaga sull’universo femminile degli anni ‘70: tre ragazze nella Londra universitaria vivono per la prima volta lontane da casa affrontando le nuove tendenze che il periodo incarna combattute tra tradizione e nuovi orientamenti sul ruolo della donna, senza la consapevolezza di essere protagoniste di un passaggio epocale. Una fase vissuta in prima persona dall’autrice studentessa a Londra negli anni Settanta. Karina, Julianna e la protagonista Carmel sperimenteranno i nuovi orientamenti e l’amicizia vissuta al femminile. Diverse per origine ed estrazione sociale: Carmel McBain, voce narrante, è di origini irlandesi, cattolica, da una famiglia modesta; Karina, sua coetanea vicina di casa, immigrata, di estrazione altrettanto umile con cui la protagonista intrattiene un rapporto tra rivalità, disprezzo ma anche affezione. Totalmente diversa è Julianna, altra compagna di scuola prima e di collegio poi, che appartiene alla classe agiata.

Dal Catalogo Fazi Editore

[…]Nella Londra di fine anni Sessanta, sperimentando un passo alla volta la libertà, si confronterà con preoccupazioni del tutto nuove – sesso, politica, cibo e fertilità – e si troverà coinvolta in una grottesca tragedia. Un romanzo inedito di Hilary Mantel: l’autrice della monumentale trilogia sui Tudor si allontana dalla narrativa storica per addentrarsi in territori squisitamente contemporanei raccontando luci e ombre dell’amicizia al femminile fra complicità, gelosie, crudeltà autoinflitte. Con l’acume che la contraddistingue Hilary Mantel esamina la grande sfida imposta dalla società alle giovani donne: ragazze che desiderano il potere degli uomini ma temono di abbandonare ciò che è appropriato per loro, mentre vengono spinte a eccellere, ma sempre senza emergere troppo.

E anche brevi note biografiche

Nata nel Derbyshire nel 1952, Hilary Mantel ha scritto tredici romanzi, fra i quali spicca la fortunata trilogia sulla dinastia Tudor, composta da Wolf HallAnna Bolena, una questione di famiglia (entrambi insigniti del Man Booker Prize) e Lo specchio e la luce. Dai primi due volumi la BBC ha tratto l’apprezzata serie tv Wolf Hall, che ha vinto il Golden Globe 2016 come miglior miniserie. Oltre alla trilogia, Fazi Editore ha pubblicato anche La storia segreta della Rivoluzione, imponente opera in tre volumi sulla Rivoluzione francese, Al di là del nero, una commedia nera di ambientazione contemporanea, e Otto mesi a Ghazzah Street, romanzo di stampo autobiografico ambientato nel mondo saudita.

Flannery O’ Connor “Un brav’uomo è difficile da trovare” presentazione

Riproposto da Mimimum Fax, Un brav’uomo è difficile da trovare, dà il titolo ad una raccolta di dieci racconti che l’autrice pubblicò ancora in vita nel 1955, editati in Italia da Einaudi nel 1968 con il titolo La vita che salvi può essere la tua.

Oggi la rileggiamo nella traduzione di Gaja Cenciarelli, con una postfazione di Joyce Carol Oates. Flannery.

O’Connor è stata un’autrice del Sud dove nasce nel 1925 (a Savannah, Georgia, e successivamente a Milledgeville, dove si trasferisce e abiterà per tutta la vita), mondo violento e pieno di profonde contraddizioni, i cui protagonisti sono i tipici rappresentanti delle comunità rurali che si muovono in un paesaggio di campagne disabitate e di fattorie in rovina, dove il male opera per le strade e tra le pareti domestiche, che ha riproposto nei suoi scritti con tratti grotteschi e con un linguaggio raro, secco e incisivo come ebbe a scrivere, recensendo la raccolta di Einaudi tradotta da Ida Omboni, Carlo Antognini, critico letterario ed editore marchigiano.

Nel 1952 aveva pubblicato il suo primo romanzo, La saggezza nel sangue, cui seguirà la raccolta di racconti, A Good Man Is Hard to Find, Un brav’uomo è difficile da trovare, e un secondo romanzo, Il cielo è dei violenti, del 1960. Il lupus eritematoso, malattia del sistema immunitario che aveva ucciso il padre, si manifesterà nel 1950, a soli venticinque anni. Muore nel 1964 a soli trentanove anni.

da Minimum Fax Editore

“Uscito nel 1955 e composto da dieci racconti inarrivabili per forza espressiva e spietatezza dello sguardo, Un brav’uomo è difficile da trovare impose immediatamente Flannery O’Connor come l’esponente di punta di quello che sarebbe stato ribattezzato il «gotico sudista». […] O’Connor attinge al grottesco e a un umorismo a tratti feroce per costruire un microcosmo umano in miracolosa sospensione tra commedia e tragedia, amore e crudeltà, dannazione e salvezza”

Alice Walker “La terza vita di Grange Copeland” presentazione

BigSur propone in italiano il romanzo d’esordio di Alice Walker La terza vita di Grange Copeland (pubblicato per la prima volta nel 1970), per la traduzione di Andreina Lombardi Bom. Il mezzadro Grange è il protagonista di una saga familiare in cui compaiono temi presenti ne Il colore viola, romanzo epistolare che racconta la storia di due sorelle, Celie e Netti, in fuga da un padre violento e da un triste passato di abusi, che si aggiudicò l’anno successivo alla sua pubblicazione (1982) il Premio Pulitzer e il National Book Award, e fu trasposto poi nell’omonimo film di Steven Spielberg.

Anche in Grange Copeland, mezzadro di colore, c’è la ricerca di una vita migliore, che lo spingerà ad abbandonare la famiglia, la moglie e il figlio Brownfield, e a partire per il Nord. Il desiderio s’infrangerà contro la dura realtà che lo porterà nuovamente a casa dove ritrova nella vita del figlio, ormai padre a sua volta, i mali e i soprusi che avevano caratterizzato la sua vita prima della partenza. Il racconto attraversa tre generazioni e affronta il tema del patriarcato e degli abusi sessuali, la situazione razziale nel Sud; è ambientato in Georgia, anche perché calato in un periodo storico ben preciso in relazione agli avvenimenti legati ai movimenti per i diritti civili. Protagonista della “terza vita” sarà Ruth, la nipotina, che l‘autrice accompagna nella sua crescita e che sarà in grado di offrire al nonno una nuova prospettiva della vita nata dall’esperienza affettiva “sarà il legame con la nipotina Ruth a restituire a Grange il rispetto di sé e a fargli riscoprire il valore dell’amore e della compassione”.

Da SUR Editore

[…] Ispirato a un fatto realmente accaduto, La terza vita di Grange Copeland è il romanzo d’esordio di Alice Walker: una saga familiare commovente e senza tempo, che annuncia molti dei temi più cari all’autrice. Nell’idillio tra Grange e Ruth, nei loro dialoghi «filosofici» su Dio e sulla società, sulla bellezza e sulla libertà umana, il lettore riconoscerà un’eco delle indimenticabili pagine dedicate a Celie e Shug, le protagoniste del Colore viola.

E anche

Brevi note biografiche

Alice Walker è nata nel 1944 a Eatonton, in Georgia. Autrice di oltre trenta libri fra romanzi, racconti, saggi e raccolte di poesie, è nota anche per il suo impegno femminista e pacifista. In italiano sono già apparsi Non puoi tenere sottomessa una donna in gamba (Frassinelli), Il tempio del mio spiritoPossedere il segreto della gioia e Nella luce del sorriso di mio padre (Rizzoli), e Non restare muti (Nottetempo). Per SUR, dopo Il colore viola, sono di prossima pubblicazione anche i suoi primi due romanzi, La terza vita di Grange Copeland (1970) e Meridian (1976).

Georgia Kaufman “La sarta di Parigi” recensione di Salvina Pizzuoli

Georgia Kaufman “La sarta di Parigi” traduzione di Maria Carla Dallavalle

Ha sedici anni Rosa quando fugge dal paese tra i monti del Sud Tirolo durante l’invasione dei nazisti nel 1943: il padre ubriacone l’ha barattata a carte e la madre non ha saputo accudirla. Grazie all’intervento del postino, che solo postino non è ma fa parte della Resistenza, attraverso sentieri e una catena di postazioni già collaudate, la giovanissima sarà in grado di espatriare. Ha una lettera con sé di presentazione ad un professore a San Gallo in Svizzera, gliel’ha data Thomas, il giovane soldato tedesco che ha imparato a stimare e ad amare nonostante porti in grembo il frutto dello stupro del suo sergente. Ma fugge soprattutto da un destino segnato a causa delle sue condizioni di giovane donna che attende un figlio non essendo sposata.

Ma lei ha una passione: sa creare modelli, sa immaginarli e cucirli e soprattutto tanta voglia di realizzare questa sua ambizione nella convinzione e caparbietà di potercela fare. E nonostante i dolori, gli abbandoni, le morti, insieme a quel pizzico di fortuna o meglio dire di fortunate coincidenze e ad un talento evidente, dal paesello alla Svizzera e da lì a Parigi e poi a Rio de Janeiro e New York: il mondo è diventato piccolo per la giovane imprenditrice di se stessa capace di creare con il suo gusto istintivo un impero nel mondo della moda.

È lei la protagonista che si racconta in prima persona, è il 1991: è lì, davanti allo specchio del suo bagno, ha un appuntamento importante e nella disarmante scoperta di non sapere cosa indossare, lei proprio lei che ha regnato con il suo stile, si racconta a un interlocutore che resterà sconosciuto fino alla fine. Ma chi è il qualcuno che la emoziona a tal punto? Il lettore lo scoprirà solo nelle ultime pagine, una vera rivelazione, come del resto tutta la vita della protagonista. Tra verità e invenzione, si legge volentieri seguendo il cammino di una giovane piena di talento, senza pregiudizi, coraggiosa, con tanta voglia di vivere e la forza di ricominciare, sempre, nonostante il bagaglio doloroso che ha spesso accompagnato le sue decisioni.

Da Mondadori Editore

[…] In parte ispirato alle vicende della madre e della nonna dell’autrice, La sarta di Parigi è un avvincente romanzo storico che racconta la vita avventurosa di una donna forte e affascinante e che, tra eventi epocali, amori e protagonisti indimenticabili, accompagna il lettore attraverso i continenti e cinquant’anni di storia del Novecento.

e anche

Brevi note biografiche

Georgia Kaufman, al suo esordio come narratrice, ha studiato Antropologia sociale e Demografia a Cambridge e ad Oxford. Vive a Londra.

Ritorni: Cassola, Leavitt, Orwell

Carlo Cassola (1917-1987) torna in libreria per Minimum Fax che ripropone il saggio “Il gigante cieco” del 1976 con la postfazione di Matteo Nucci. Più conosciuto come romanziere che come saggista, si ricordano i molti racconti e romanzi ambientati in Maremma, tra i quali “La ragazza di Bube” trasposto poi nell’omonimo film di Comencini.

Negli ultimi anni si dedicò all’attività saggistica di impegno pacifista e antimilitarista, fondando la Lega per il disarmo unilaterale dell’Italia, di cui fu presidente dal 1979. “Il gigante cieco” sottolinea, come negli ultimi romanzi, una visione apocalittica per la sopravvivenza del pianeta: un “potere” poco sviluppato gestisce mezzi potenti, come l’energia nucleare, creati dall’”intelligenza”, pertanto solo un’alleanza, subordinando il primo alla seconda, potrà rappresentare l’unica salvezza contro un potere incapace di utilizzare correttamente quanto l’intelligenza sa creare e costruire.

“A rileggerlo adesso, questo breve trattato politico, storico e filosofico ci appare ancora esplosivo e spaventosamente attuale: solleva questioni di fondo, che non hanno avuto soluzione, e la posta in gioco è ormai la sopravvivenza della specie”(dal Catalogo Minimum Fax Editore)

David Leavitt (1961) con “Ballo di famiglia” del 1984, Leavitt poco più che ventenne esordisce nella narrativa americana con i nove racconti che costituiscono il volume. In questa nuova edizione, con la nuova traduzione di Fabio Cremonese, un testo inedito si aggiunge ai nove. I protagonisti dei racconti sono personaggi di alcune tipiche famiglie borghesi americane degli anni ’80 all’apparenza invidiabili: genitori, figli, amici, amanti con le loro verità nascoste, tanti tipi umani tratteggiati nella vita di ogni giorno; racconti a volte divertenti, altre teneri e commoventi. La casa editrice SEM, oltre a “Ballo di famiglia” ha in corso di pubblicazione tutte le opere dell’autore.

George Orwell (1903 – 1950 ) pseudonimo di Eric Arthur Blair .

“Sparando all’elefante ed altri scritti” , a cura di Stefano Guerriero, raccoglie sei brani, scelti dal curatore tra la vasta produzione orwelliana: riflessioni dell’autore su temi quali il nazionalismo e patriottismo, vocazione letteraria e propaganda, usi e abusi del linguaggio, lotta politica e ricerca della verità. Sei pezzi contro le ideologie imperversanti durante gli anni Trenta e Quaranta, ma dai quali si possono trarre riflessioni ancora di attualità.

Ai testi si aggiunge il racconto su un elefante e un rospo “che ci mettono paradossalmente in guardia dal pericolo di perdere la nostra umanità”.( da e/o Edizioni)

Annie Ernaux “La donna gelata” presentazione

È in libreria dall’8 febbraio il romanzo “La donna gelata” di Annie Ernaux, pubblicato da L’Orma nella traduzione di Lorenzo Flabbi. Uscito in Francia nel 1981 è in ordine di tempo il terzo romanzo della scrittrice e racconta la storia dell’educazione di una bambina della provincia francese negli anni ’40 che accompagna nella sua crescita attraverso le esperienze di adolescente e nell’età adulta. Un racconto di sé in prima persona attraverso i tre stadi fino a quello di donna gelata che ha perso se stessa nello sforzo di essere moglie, madre, insegnante.

Parla di sé, come in altri scritti che ricostruiscono momenti autobiografici, ma parla di donne, non solo legate alla sua generazione, oggi la Ernaux è un’ottuagenaria nata nel 1940, ma racconta di una condizione non ancora modificata, tutta al femminile. Scrive bene Mauretta Capuano quando dice che la Ernaux “trasforma ancora una volta la propria vita in uno strumento di indagine sociale ed esistenziale facendo dell’autobiografia un messaggio universale”. In una recente intervista la Ernaux asserisce che ancora oggi lo stereotipo più difficile da superare per una donna sia la sottomissione.

Dal Catalogo L’Orma Editore

L’educazione sociale, sentimentale e sessuale di una donna dalla provincia francese degli anni Quaranta alla temperie di liberazione degli anni Settanta. Le scoperte e i tabù dell’infanzia, gli ardori e i conformismi dell’adolescenza, gli anni trepidi e indipendenti dell’università, ingolfati di amori e di scelte, finché i mille bivi della giovinezza non convergono in un’unica via dalla forza di attrazione quasi irresistibile: il matrimonio, la fondazione di una famiglia. E qui lo squilibrio di ruoli e mansioni tra moglie e marito, tra madre e padre condanna l’autrice alla glaciazione dell’interiorità e del desiderio. In un continuo contrappunto tra le proprie esperienze e i modelli imposti dall’onnipresente universo maschile – nel sussidiario delle elementari come nei riti collettivi della gioventù e nei luoghi comuni sulla «femminilità» –, Annie Ernaux descrive con precisa passione l’apprendistato alla disparità di una donna, consegnandoci con spietata limpidezza un’impareggiabile radiografia della moderna vita di coppia.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

“Gli anni”

“Memoria di ragazza”

Stig Dagerman “Il serpente” presentazione

L’esordio narrativo, finora inedito in Italia, con cui l’appena ventiduenne Stig Dagerman si guadagnò nel 1945 la fama di nuovo talento della letteratura svedese raccontando, sullo sfondo di un Paese in mobilitazione generale, la paura della paura.( da Catalogo Iperborea)

Tradotto solo ora in italiano da Fulvio Ferrari per Iperborea, non può definirsi completamente un romanzo autobiografico e forse nemmeno un romanzo, sottolinea l’autore della traduzione, come si legge nella sua postfazione. Stig Dagerman nonostante la giovane età aveva già composto e pubblicato poesie ed aveva già sperimentato la stesura di testi politici e di critica letteraria militando nel movimento sindacalista e curando la pagina culturale di un foglio anarchico. L’azione si svolge durante le esercitazioni tra il 1943 e il ‘44 di un gruppo di soldati durante la mobilitazione generale in Svezia che, sebbene neutrale, promuoveva le attività in difesa qualora fosse stata attaccata. Ormen, titolo originale, ovvero serpente, è l’animale che compare più volte nei racconti-capitolo a simboleggiare la paura o meglio l’inquietudine che stringe i personaggi.

C’è un serpente che fisicamente compare e scompare nel campo d’addestramento e nella caserma di Stoccolma, ma che ci sia o meno è la sua simbologia che travaglia i sonni e lo spirito dei presenti alla ricerca di strategie per liberarsi dall’angoscia: in “Non riusciamo a dormire” ad esempio si manifesta con la difficoltà degli otto soldati a prendere sonno scoprendo che il raccontarsi momenti del proprio passato può funzionare da ansiolitico, la parola che si fa racconto aiuta a stemperare l’ansia.

E il testo si snoda attraverso sette capitoli-racconto che vedono protagonisti i commilitoni con la loro crescente demotivazione, nella serpeggiante angoscia che li accompagna, dove sempre presente è il sentimento di incombenza, dove ciascuno è figura centrale del capitolo anche se sempre in stretto collegamento con gli altri protagonisti dentro un linguaggio immaginifico, di fantasia sfrenata e dove l’ironia fa sempre la sua comparsa.

Brevi note biografiche da Iperborea

Anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e degli umiliati, Dagerman appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus, in perenne rivolta contro la condizione umana. Nato nel 1923 e segnato da una drammatica infanzia, ha scritto quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti e articoli che continuano a essere tradotti e ristampati, rimanendo a oggi nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e riscoprire. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento e fulminante successo letterario, si uccise nel 1954.

a questo link i testi di Dagerman nel catalogo Iperborea

Catherine Dunne “La metà di niente” recensione di Salvina Pizzuoli

LA METÀ DI NIENTE

Romanzo d’esordio di Catherine Dunne, irlandese, pubblicato per la prima volta nel 1997. “La metà di niente”, titolo originale In the beginning, ambientato a Dublino, tra le pareti domestiche della famiglia Holden, padre, madre e tre figli. È lì che si apre la pagina amara quanto inattesa, datata “Lunedì 3 aprile 1995; ore 8.00” che darà inizio al romanzo: Ben, il marito, confessa a Rose, indaffarata come sempre in cucina, di non amarla più. Ha la valigia pronta, sta partendo, sta per lasciarla per sempre. Articolato in quattro parti, nelle prime si due alternano i fatti del momento con flashback dei vent’anni trascorsi insieme; è così che il lettore viene introdotto nelle vite dei personaggi principali, prevalentemente in quella di Rose che li vive dimentica di se stessa e dei suoi bisogni, annullata a perseguire un preciso intento più come madre, moglie, perfetta donna di casa, accudente la nidiata e il compagno impegnato nel lavoro. Il mondo di Rose crolla, il pilastro attorno al quale ruotava e si appoggiava la sua esistenza non c’è più, anche a livello economico. Dolore, disillusione, perdita dei contorni e dei confini dentro i quali si era fino ad allora definita, ma anche rabbia.

Rose sentiva che non aveva diritti. Non era più la metà di una rispettabile, solida coppia borghese. Era la metà di niente

Ma ci sono le realtà con cui fare i conti, i tre figli e i loro bisogni, materiali e affettivi. E così giorno dopo giorno, tutta l’azione si concluderà nel 1996, a un anno di distanza, Rose scoprirà se stessa, imparerà a rivalutarsi, superando anche traversie economiche e insieme quella di non aver mai conosciuto appieno la persona con la quale aveva condiviso tanti anni della propria vita e la nascita dei figli. Un romanzo datato e ambientato nella cattolicissima Irlanda dove il divorzio è divenuto legge solo nel 1997, una storia triste, occorsa a molte coppie, una storia al femminile dove si coglie l’invito, sottolineato nel finale, a guardare positivamente al domani, anche partendo da situazioni traumatiche, e a non inaridirsi in un ideale borghese e cattolico stereotipato, abbandonandosi ad una routine che di fatto mina loro stesse e le relazioni di coppia.

La coscienza di aver fatto degli sbagli, di aver avuto torto, di aver contribuito inconsapevolmente alla fine del loro matrimonio le diede una forza improvvisa. Poteva far fronte alla situazione […] Il fatto di sapere dove dirigere la sua rabbia le diede uno straordinario senso di forza. Una forza riassunta nell’espressione preferita della madre Ogni giorno ha la sua pena, quanto basta per arrivare a sera