Naomi Mitchison “Il viaggio di Halla” presentazione

Per la prima volta in Italia un fantasy di metà Novecento della scrittrice scozzese Naomi Mitchison, autrice di molti scritti, che pubblicò nel 1952 Il viaggio di Halla, oggi edito da Fazi nella traduzione di Donatella Rizzati.

Il racconto fantastico percorre le varie fasi della vita della giovane principessa abbandonata nei boschi e sopravvissuta grazie all’intervento della governante che si trasforma in orso per accudirla. Prima tra gli orsi e dopo con un drago fino alla scelta di viaggiare con passo leggero, come recita il titolo originale Travel Light. Cominciano così le straordinarie avventure della fanciulla che sa parlare tutte le lingue esistenti, anche quelle degli animali. Una lettura per ragazzi, e non solo, dai 14 anni in su.

Dal Catalogo Fazi Editore

[…]storia di Halla, figlia di un re che decide di abbandonarla nei boschi. Qui viene accudita dagli orsi e poi cresciuta dai draghi sulle montagne rocciose; ma il tempo dei draghi, minacciati dagli odiosi e crudeli esseri umani, sta per finire. Odino, Padre di tutte le cose, offre ad Halla una scelta: vivere alla maniera dei draghi, accumulando tesori da difendere, o viaggiare leggera e attraversare il mondo con passo lieve? Iniziano così le fantastiche avventure della ragazza, che girovagherà alla scoperta di nuove terre e antiche leggende, in mezzo a creature incredibili, luoghi misteriosi e magie dimenticate. La sua conoscenza di tutti i linguaggi, sia quelli umani che quelli animali, la aiuterà ad andare oltre le apparenze, ma anche a mettere in discussione ciò in cui ha sempre creduto, mentre affronta, una dopo l’altra, le nuove sfide sul suo cammino. […]

Naomi Mitchison (1897 – 1999) nacque in Scozia e viaggiò molto. Autrice prolifica, scrisse più di settanta libri, spaziando dal fantasy alla fantascienza, dalla poesia alla non-fiction. Molto attiva in ambito politico e sociale, aderì alle cause del socialismo e del femminismo. Fu intima amica dello scrittore J.R.R. Tolkien, e tra i primi a leggere le sue opere. Tra i suoi scritti Memorie di un’astronauta donna, The Conquered, e il più famoso The Corn King and the Spring Queen

Rebecca West “Quel prodigio di Harriet Hume” presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Londra primi decenni del Novecento, due giovani londinesi, Harriet ed Arnold l’una l’opposto dell’altro, si incontrano, si innamorano, si perdono e si ritrovano più volte: lei una pianista squattrinata e attraente, lui cinico e ambizioso. In comune hanno le umili origini dalle quali cercano un riscatto lei nel desiderio di essere accettata lui attraverso la carriera politica. Ma c’è un ma: è il prodigio che caratterizza la bella Harriet che riesce a leggere nei pensieri di Arnold smascherandone le ipocrisie. Arroganza e convinta superiorità maschile si scontrano e s’incontrano con la femminilità e la sensibilità, con la “musica” di Harriet, ma non è solo una storia d’amore che si perde e di contrasti: personaggi sfaccettati, atmosfere e ambientazioni dettagliate e coinvolgenti, finale che lascia stupiti e richiama il sottotitolo “A London fantasy”, mentre lo sfondo storico della vicenda si attualizza attraverso riferimenti alla cronaca e ai dettami della società del tempo.

Dal Catalogo di Fazi Editore:

Un romanzo inedito di Rebecca West, autrice della trilogia degli Aubrey.

Harriet Hume, affascinante pianista squattrinata, mistica e stravagante, è l’essenza della femminilità; Arnold Condorex, spregiudicato uomo politico imbrigliato in un matrimonio di convenienza con la figlia di un membro del Parlamento, è un ambizioso calcolatore senza scrupoli. I due si amano: sono opposti che si attraggono, e nel corso degli anni si incontrano e si respingono, in varie stagioni e in vari luoghi di Londra, come legati da un filo sottile che non si spezza mai.[…]

Giorgio Scerbanenco “Appuntamento a Trieste” recensione di Salvina Pizzuoli

Comparve per la prima volta a puntate sulla rivista “Novella” nel 1952, La Nave di Teseo lo ha riproposto nel 2019. Si ambienta a Trieste nell’immediato dopoguerra evidenziando l’atmosfera respirata in una città che conobbe conflitti e pesanti scontri e vide la fuoriuscita di molti profughi dall’Istria e da Trieste stessa amministrata militarmente dagli Alleati. Alle tensioni e ai giochi di spie si contrappone uno scenario naturale sereno e scintillante nei colori delle diverse stagioni. È una storia nella storia: la voce narrante racconta di un appuntamento a Trieste, quando vi era l’oscuramento e la guerra, con la donna amata, la terribile scoperta della morte di lei e lo strano incontro in una cartoleria con una bambina che ne raffigura in piccolo le sembianze. Tornato più volte in città per deporre fiori sulla tomba abbandonata, è nel 1950 che ascolterà dalle parole di un conoscente la storia della bambina, ormai donna, che tanto lo aveva colpito per l’ incredibile rassomiglianza. E il lettore entra così nella tormentata vicenda che avrà come protagonisti Diana, la bella triestina, e Kirk Mesana, un agente americano sotto copertura in “servizio” a Trieste per indagare su una cellula nemica. Ricatti, tradimenti, doppie verità, gli inganni e l’amore insieme ai misteri di una morte inaspettata e mai accettata e un incontro sconvolgente sono protagonisti del romanzo che si apre e si chiude con la medesima voce narrante: colui che ha cercato invano la donna di cui era innamorato viene a conoscere casualmente la storia di un’altra donna che aveva visto bambina durante la guerra, che rassomigliava a tal punto alla donna che io avevo tanto nel cuore, che, pur comprendendo, non volevo comprendere che non era lei, nel giorno di quel mancato appuntamento a Trieste, storia che peserà nelle sue decisioni e sulle sue aspettative future.

Dello stesso autore:

Giorgio Scerbanenco “Il terzo amore” 

Giorgio Scerbanenco “Luna di miele”

Alla riscoperta di Giorgio Scebanenco: un inedito e altri scritti

e anche:

su mangialibri alcune recensioni

e una biografia

Eudora Welthy “Nozze sul delta” presentazione

Eudora Welty “Nozze sul delta”

Pubblicato per la prima volta nel 1946 viene oggi riproposto da Minimum Fax.

Un affresco a più voci, con una miriade di personaggi e una cura particolare ai dettagli, racconta la storia di una numerosa famiglia, i Fairchild, e un luogo, il Sud, il delta del Mississippi: settembre 1923, Laura, la giovanissima protagonista, ha solo nove anni ed è da poco rimasta orfana di madre, a bordo di un treno, da Jackson si sposterà a Shellmound, la grande piantagione sul Delta del Mississippi dove sono in corso i preparativi per le nozze della giovane secondogenita dei Fairchild,

“Con una prosa limpida, fuori dal tempo, Eudora Welty ci racconta la fine di un’epoca, costruendo un mosaico di storie che hanno il profumo e il ritmo pigro del più profondo e autentico Sud, un mondo che appare al tempo stesso immutabile e dolorosamente transitorio”. (da Minimum Fax Editore)

Nata a Jackson (1909 – 2001), Mississippi, Eudora Welty è voce importante della letteratura femminile del Sud degli Stati Uniti. Premiata con il Pulitzer, esordì sulla scena letteraria statunitense con il racconto “Morte di un commesso viaggiatore” (1936) pubblicato sulla Rivista Manuscript.

Christiane Ritter “Una donna nella notte polare” presentazione

Un’esperienza estrema vissuta da Christiane Ritter nel 1933 e da lei raccontata cinque anni più tardi in questo mirabile romanzo che non ne è solo la cronaca: un anno sull’isola Spitsbergen, nell’arcipelago delle Svalbard, in Norvegia. Christiane raggiunge il marito cacciatore e naturalista e il suo amico Karl in un semplice capanno lungo un fiordo. Dopo un primo momento di sconcerto legato all’ambiente, al clima, alla lunga notte artica, la Ritter sa comunicare al lettore le riflessioni, le trasformazioni e i mutamenti interiori di fronte alla nuova realtà, introiettati dal contatto ravvicinato e spesso violento con la natura e con la solitudine in un ambiente estraneo dentro l’interminabile buio della notte artica, da ottobre a febbraio, fino al chiarore diffuso dei mesi estivi. Un viaggio interiore corredato dai disegni dell’autrice, pittrice, donna e narratrice straordinaria, che è stata capace di trasferire sulla carta di questo unico romanzo, la lezione che si può trarre dal rapporto stretto con la natura: rispetto della bellezza e della sacralità della vita e una pace interiore determinata dal riconoscimento di nuove priorità.

Da Keller editore:

Nel 1934 Christiane Ritter lascia l’Austria per raggiungere la remota isola artica di Spitsbergen, dove fermarsi per un anno assieme al marito. Pensa che sarà un viaggio rilassante, un’opportunità per rimanere accanto “al tepore della stufa, e limitarmi a sferruzzare, dipingere guardando fuori dalla finestra, leggere libroni nella calma più remota e soprattutto dormire a volontà”.
Ma quando Christiane arriva a destinazione si ritrova di fronte a qualcosa di molto meno bucolico e romantico: una capanna piccola e malmessa, posta sulla riva di un fiordo solitario a centinaia di chilometri di distanza dall’insediamento più vicino, e la necessità di combattere ogni giorno con gli elementi della natura per sopravvivere.[…]

e brevi note biografiche

Nata nel 1897, Christiane Ritter è stata un’artista e autrice austriaca. Ha scritto Una donna nella notte polare al suo ritorno in Austria dall’isola di Spitsbergen. Da allora è diventato un classico della letteratura di viaggio e del nature writing tradotto in numerose lingue. Christiane Ritter è morta a Vienna nel 2000 all’età di 103 anni.

Elfriede Jelinek “Le amanti”presentazione

Elfriede Jelinek austriaca e vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2004, ritorna in libreria per La nave di Teseo con un romanzo, Le amanti, datato 1975 ma arrivato in Italia solo vent’anni dopo e oggi riproposto con la traduzione di Nicoletta Giacon. Un romanzo scabro per le denunce che reca sulla condizione femminile in Austria negli anni Settanta e per l’uso di un linguaggio povero e scarno come quello delle due protagoniste, ma anche molto vicino al parlato accompagnato da una grafica senza lettere maiuscole quando occorrono, errori ortografici, ad esempio nei nomi propri, con una valenza simbolica legata alle tematiche e alle vite passivamente assoggettate ai dettami e alle convenzioni sociali di due donne, brigitte e paula, debitamente con la lettera minuscola, a significare un quasi anonimato, un’esistenza non propria ma estesa a tutte le donne? Non sempre facile da decifrare e interpretare la scelta linguistica dell’autrice. Il racconto scorre parallelo a raccontare le vite di ciascuna affondate nella provincia austriaca: nel villaggio in cui vivono il mondo esterno è rappresentato dalla mentalità gretta delle famiglie che vi abitano, dove le due giovani operaie, aspirando a “sistemarsi” e conquistare una posizione sociale migliore attraverso il matrimonio, perpetuano di fatto una divisione dei ruoli tra maschi e femmine, il primo di sopraffazione e il secondo di sottomissione.

Da La nave di Teseo edizioni

In un villaggio delle Alpi austriache due giovani donne, Brigitte e Paula, lavorano come operaie in una fabbrica di biancheria intima. Sognano la felicità, una bella casa e un uomo gentile, ma la vita insegnerà presto a entrambe che il loro essere donne, nella società in cui vivono, le obbliga a scelte difficili e spesso dolorose. In un racconto incessante, diretto nell’indagare l’animo delle due protagoniste, l’autrice ci porta all’interno della vita e dei sogni di Paula, che crede di aver trovato il suo grande amore in Erich, un taglialegna rozzo ma bellissimo, e di Brigitte che in Heinz, un elettricista ingenuo, intravede una possibilità d’elevazione sociale. Entrambe sono imprigionate nello stereotipo di un ruolo femminile, quello di madre e moglie devota, entrambe sono vittime e complici della loro sottomissione. Elfriede Jelinek con una scrittura sperimentale e provocatoria traccia un ritratto spietato della società patriarcale, stigmatizzando il ruolo assegnato alle donne e, al contempo, la loro incapacità di reagire superando i ruoli imposti.

Jean-Henri Fabre “Lo scarabeo sacro” Microgrammi Adelphi recensione di Salvina Pizzuoli

 

Questo breve estratto dall’opera in 10 volumi di Jean-Henri Fabre, “Ricordi di un entomologo” è un felice assaggio su un mondo sconosciuto e spesso non indagato dai non addetti ai lavori in quanto ritenuto appunto “specialistico”. Si tratta invece di belle pagine di scrittura nate da osservazioni attente e accurate, protrattesi per mesi e anni e poi ritradotte in un raccontato che rende i protagonisti, in questo caso gli stercorari, analizzati e analizzabili nel loro comportamento così come fossero personaggi di una storia avventurosa, con i propri comportamenti, con le loro stranezze e i loro atteggiamenti spesso indecifrabili. Stupiscono a maggior ragione proprio perché si tratta di scritti a carattere scientifico che insieme alle osservazioni rigorose e precisissime nulla tolgono ad una lettura che sa catturare l’interesse anche del profano avvicinandolo in modo avvincente alla vita di esseri spesso considerati fastidiosi, come gli insetti. Pubblicati  tra il 1879 e il 1907, i “Ricordi di un entomologo” hanno rappresentato una rivoluzione verso una nuova entomologia, influenzando anche l’opera dei maggiori etologi del Novecento. Ma la sensibilità e l’amore dell’autore per questo universo da osservare e studiare ha travalicato gli ambiti in cui era relegato conquistando  un posto nuovo grazie ad una narrazione brillante, dimostrandosi capace affabulatore, oltre a saper investigare sulla vita e le ragioni del comportamento degli insetti, come in questo caso sullo scarabeo sacro, che riunisce i primi due capitoli della sua opera. Di seguito uno stralcio dalla presentazione del protagonista:

Chi è che sta trotterellando verso il mucchietto, temendo di giungere troppo tardi? Le lunghe zampe eseguono movimenti bruschi e goffi come spinte da un congegno che avesse sede nell’addome dell’insetto; le piccole antenne rosse si aprono a ventaglio, segno di impaziente cupidigia. Sta arrivando, è arrivato, non senza far ruzzolare qualche commensale. È lo scarabeo sacro, tutto vestito di nero, il più grosso e il più famoso dei nostri stercorari. Eccolo a tavola, fianco a fianco con i compagni che, con la parte piatta delle larghe zampe anteriori, danno gli ultimi colpetti per rifinire la palla, o la arricchiscono di un altro strato prima di ritirarsi e andarsi a godere in pace il frutto del loro lavoro.

 

 

Herta Müller “La volpe era già il cacciatore” presentazione

Pubblicato  per la prima volta nel 1992  viene editato soltanto ora in Italia. Il tema è quello di un paese martoriato dalla dittatura. Chi l’ha vissuta, come l’autrice, sa che il degrado che ne deriva si estende a molti degli aspetti del vivere: non è solo morale,  derivato cioè da denunce elevate a sistema verso tutti, amici, vicini  e parenti, ingiustizie e corruzione, ma si riflette anche in scelte estetiche,  evidenti nei palazzi del potere o nei quartieri popolari ma anche nelle vetrine dei negozi, manifestazione di un’arretratezza culturale con tutte le sue conseguenze. Di questo racconta l’autrice in pagine che non possono prescindere dall’essere autobiografiche: essa stessa fu vittima di delazione per aver rifiutato di spiare la vita di alcuni amici con conseguenti pedinamenti e interrogatori.

“L’inizio del racconto non è facile. scrive nella sua interessante recensione Isabella Bossi Fedrigotti (Corriere della Sera 5 luglio 2020),  perché occorre abituarsi alla scrittura rapida e immaginifica dell’autrice […] E in effetti dopo un po’ il racconto rallenta — o forse è il lettore che si è assuefatto al ritmo — e dal caleidoscopio iniziale si sviluppa una limpida narrazione drammatica che accompagna Adina fino a dove il Danubio segna il confine con la Serbia, via di fuga tentata da molti e da molti drammaticamente mancata. Perché gli abitanti di quell’ultimo villaggio tengono tutti quanti oche e cani nei cortili? Perché il loro starnazzare e abbaiare copra il rumore degli spari della polizia di frontiera!.”

Da Giangiacomo Feltrinelli Editore,  la trama

Sono gli ultimi tempi prima della caduta del regime di Ceausescu in Romania. Adina fa la maestra, e ha in casa una pelle di volpe. Un giorno si accorge che in sua assenza è scomparsa la coda della volpe. È l’inizio: subito dopo scompare anche una zampa, poi un’altra. Adina è stata presa di mira dai servizi segreti.
Pubblicato per la prima volta in Germania nel 1992 e finora mai tradotto in Italia, questo romanzo si sviluppa attraverso la successione di quadri ed episodi – evocati con straordinaria potenza da una scrittura secca, ipnotica – che raccontano la storia di Adina, dell’amica Clara e del suo amante Pavel, informatore della Securitate, e del musicista Paul. Fino al crollo della dittatura. La minaccia, tuttavia, non cessa: chi è la volpe e chi il cacciatore?

E anche notizie sull’autore:

Herta Müller è nata nel 1953 nel villaggio di lingua tedesca di Nitzkydorf, nel Banato rumeno, regione al confine tra Serbia, Romania e Ungheria. Dopo gli studi di Letteratura all’Università di Timisoara, trova lavoro come traduttrice in un’azienda. In seguito al rifiuto di diventare un’informatrice della polizia segreta è però costretta a lasciarlo, e da allora sarà vessata dalle autorità rumene. Fa il suo esordio nel 1982 con la raccolta di racconti Bassure, uscita censurata in Romania. Nel 1987 è costretta a emigrare dopo aver pubblicamente criticato la dittatura e si trasferisce a Berlino, dove vive tuttora. Nel 2009 ha vinto il premio Nobel per la letteratura.[…]

David Garnett “La signora trasformata in volpe” presentazione

 

Pubblicato per la prima volta nel 1923 fu poi editato in Italia una trentina d’anni dopo; Adelphi ripubblica questo romanzo breve che rese famoso il suo autore. Lady into fox il titolo originale di questo racconto fantastico in cui la signora Tebrick, da nubile Fox ( quando il nome si fa omen), si trasformerà proprio  in questo animale. L’ambientazione è quella della campagna inglese dove i due coniugi conducono una vita tranquilla in una villa appartata: mentre assistono ad una battuta di caccia, in un pomeriggio del 1880, avviene l’incredibile trasformazione e quanto ne consegue di drammatico:

“Dove un istante prima si trovava sua moglie, adesso c’era una piccola volpe di un color rosso acceso. Lo guardò implorante, avanzò di un paio di passetti, e lui si rese conto immediatamente che sua moglie lo stava guardando con gli occhi del’animale […] passarono così parecchio tempo, finché la povera volpe non riuscì più a trattenere le lacrime […] Allora neppure Mr Tebrick riuscì a contenersi. ma si sedette a terra e singhiozzò a lungo, baciandola fra i singhiozzi come se fosse stata una donna”.Un marito innamorato, “perché era un innamorato molto più che un marito” le starà vicino e l’accudirà anche quando lei diverrà sempre più selvaggia, proprio come la volpe in cui si era trasformata. E così, dopo il primo tramortimento,  Tebrick si ricompone e pensa a come portarla a casa aspettando l’oscurità perché nessuno la veda, mentre l’autore, intervenendo nel raccontato ne sottolinea il comportamento:

“poi se la infilò sotto il soprabito, o meglio, nel suo fervore si strappò il gilè e la camicia per tenersela più vicina la cuore. Quando siamo sopraffatti da un immenso dolore non ci comportiamo come uomini o come donne, ma come bambini che trovano conforto rannicchiandosi contro il seno della madre, oppure, se lei non c’è, stringendosi forte gli uni agli altri”

Come leggere questa fiaba per adulti? Ci propone alcune chiavi di lettura la presentazione dal Catalogo Adelphi:

[…]La storia della bella Silvia Tebrick, che un giorno, senza preavviso, si tramuta in una volpe sotto gli occhi stupefatti del marito (il quale continuerà ad amarla e accudirla anche quando lei comincerà, inesorabil­mente, a inselvatichirsi), può essere letta (e lo è stato) come una lettera in codice indirizzata a Grant (ndr suo amante per lungo tempo), o come un apologo sulla sessualità femminile, o ancora come un’allegoria dell’amore assoluto – oppu­re, e sarebbe la scelta più avveduta, la si può semplicemente assaporare, abbando­nandosi al piacere di una lettura che è pu­ro, brillante divertimento.

Lars Gustafsson “Storie di gente felice” presentazione

Dalla Postfazione di Ingrid Basso

Ingrid Basso nella sua interessante postfazione enuclea gli elementi che caratterizzano la narrativa di Gustafsson nei dieci racconti che compongono Storie di gente felice, uscito in Svezia nel 1981 e tradotto solo ora per la prima volta in lingua italiana: “non dobbiamo pensare alla scrittura di Gustafsson come a una libera e dissennata fuga nell’onirico, ma i racconti diventano multiformi e lievi pastiches di idee e ricordi che seguono un processo di libere associazioni, grazie alle quali si entra talvolta in un mondo diverso da quello reale, ma nel quale vige comunque una logica coerente, come nei romanzi fantastici di Lewis Carroll”.

L’intera raccolta di racconti Storie di gente felice, come l’opera complessiva dell’autore, ruota intorno alla domanda su cosa sia l’uomo per “poter approdare alla risposta: l’uomo è possibilità”.

La poetica di Gustafsson nasce infatti dalla convinzione che l’uomo non possa “essere oggetto, un ente che ci «sta davanti» nella sua interezza, perché «nessuno ha mai visto un essere umano dal di fuori», come leggiamo in uno dei racconti dal titolo di L’arte di sopravvivere a novembre”, aggiunge la commentatrice riportando la metafora della ferrovia giocattolo che compare In  Le quattro ferrovie di Iserlohn, in cui l’autore pone la differenza tra tra letteratura e vita. «La letteratura è come un modello in scala ridotta», mentre «nella vita i treni scompaiono sotto l’orizzonte».

Da Iperborea Editore

[…]questi racconti inediti del periodo d’oro della sua creatività, conferma di quel talento narrativo che, mescolando erudizione e immaginazione, filtrando questioni filosofiche con humour e leggerezza, gli è valso l’epiteto di «Borges del Nord». […] Ogni personaggio, attraverso la memoria, il sogno o l’immaginazione, vive un momento di epifania, l’illuminazione di un angolo nuovo da cui guardare la sua situazione che apre una crepa nel muro della realtà, una via di fuga verso un passato o un futuro dove tutto resta possibile, compresa la felicità.