Anna Maria Ortese “La lente scura”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Copertina della raccolta di racconti di viaggio di A. Maria Ortese "La lente scura", Adelphi

Adelphi

Difficile definire la prosa della Ortese, inquadrarla dentro precisi confini: visionaria, trasfigurante, sono i primi aggettivi che mi paiono adatti ad una scrittura che, al di là delle definizioni, coinvolge e che io amo particolarmente; accolgo quindi  con entusiasmo questa nuova edizione di Adelphi dei racconti di viaggio, per una rilettura e un nuovo incontro a distanza di tempo.
Persone, ambienti, situazioni che il suo  occhio guarda, incontra dentro panorami, tra emozioni e visioni che si spalancano o si chiudono attraverso parole che non vogliono solo descrivere ma vivere quell’istante, quella persona, quell’insieme di natura e umanità, personalizzandola e facendola personaggio proprio, propria raffigurazione, in un tutt’uno tra vedere e sentire, tra fuori e dentro, tra occhio e anima.
Poi c’è la lente scura malinconica, per quel che non c’è, che manca, che non si trova: uno sguardo anche socio politico dell’esistenza di un periodo ben preciso, il dopoguerra, la miseria dei più, la propria, con la valigia sempre in mano e partenze e ritorni, quasi fughe per allontanare forse una malinconia struggente per un’armonia perduta, nel rifiuto di accettare il mondo così com’è e rifugiarsi nell’Utopia, come scrive nella Premerssa.

“Per cui devo ammettere che buona parte di questa, e della visione buia carpita dalla Lente, buona parte appartiene soltanto a me, alla mia indole, è soltanto mia. Nel vivere umano, mentre i decenni e i mezzi secoli rotolano via sempre più in fretta, con un effetto di turbine e di rovina – non visibile e quindi non rimediabile – io vedo da tempo una macchia, come vedo una macchia nella natura dell’uomo anche buono, e forse una macchia nel sole stesso. E a questa percezione – devo dire – è forse dovuta la mia propensione per il poco – o il nulla – e la mia reverenza per l’Utopia – sempre alta e presente come una luce bianca tra le nuvole basse, nello sconfortato vivere”.

La sua raccolta di racconti  sembra la biografia  di un’ eterna sfollata e nomade, tra Napoli, Roma, Milano, Sanremo, in una perenne precarietà economica e abitativa, così ben delineata senza enfasi nelle sue pagine. Nei suoi racconti stralci di vita così ammaliatori, così coinvolgenti e veri, da leggere lentamente e assaporare nella plasticità dell’eloquio che sa farne racconto, emozione, esistenza, immagini, colore, tutti partecipati.

In questi stralci un assaggio

La precarietà del vivere

“In quel tempo, come del resto in tutti i tempi, io non avevo molto denaro, anzi non ne avevo affatto: lavorare in quel viavai, era sempre più difficile, così non riuscivo a pagare l’affitto dell’anticamera (ventimila lire), e insomma mi trovavo in difficoltà. Da queste mi tolse, impensatamente, la contessa N. Una mattina venne da me, e mi disse che l’anticamera le serviva, me ne dovevo andare al più presto. Aggiunse che, a suo parere, io non avevo molta voglia di lavorare, perdevo tempo, e la mia situazione faceva paura. Non avevo nulla da obiettare, perciò riempii di nuovo le mie valigie e le trascinai faticosamente fino alla portineria della signora Emma. Allora la signora Emma non aveva raggiunto ancora l’attuale prosperità, viveva con una certa modestia, e mi accolse perciò umanamente”.

Geografie dell’anima

“Un vento furioso agita il cielo della città; sulle colline si sfrena. Armenti infiniti di nuvole di pallido piombo attraversano senza sosta il campo selvaggio dell’aria, spinte da un pastore invisibile; all’orizzonte precipitano, all’altro orizzonte ne spuntano di nuove, avanzano a testa bassa e, strada facendo, spesso non sono più nuvole, ma grandi teste di cane, o carri, o carovane, o città irraggiungibili. Passa il vento, e tutti gli infissi della casa tremano, i vetri cantano in modo impercettibile, ogni altra voce si attenua. Tace, poi, questo vento, e allora, improvvisamente, è una tromba di silenzio che s’apre nel vasto cielo”

Riflessioni

“Anzitutto, il cielo di Genova – e la cosa comincia forse da qui – non è molto italiano, non è ardente come ce lo dànno le cartoline illustrate, ma neppure vuoto come il cielo della Val Padana. È argento e acciaio fusi insieme, con nuvole che lo percorrono a volte gaiamente, a volte con una violenza bestiale. In quanto al mare, il famoso mare azzurro e pieno di bandiere, questo mare non c’è: io non vedevo al suo posto che una cosa grigia, respinta da ogni parte, come per una guerra non dichiarata, ma non meno reale, dai fabbricati di cemento. Ma pur essendo metallico il cielo, e remoto il mare, si sentiva la loro grandezza e libertà, il loro fiato”

Moti interiori

“Non posso dire, in quei tre mesi, di aver conosciuto Genova, ch’è immensa, e per buona parte arrampicata sui monti, né di averla amata, perché per i sentimenti ci vuole forza, e io non ne avevo. So unicamente questo: che mi dava fiducia, e un’emozione sotterranea, come di chi attraversa qualcosa di già conosciuto, e bello, e che però mai si potrà identificare. Andare in centro, quando potevo prendere l’auto, era una cosa lieta. Sapevo che in nessun momento mi sarei imbattuta in estranei. Sui mezzi pubblici, nei negozi, passeggiando per il porto, in ogni luogo erano sguardi miti, voci note, parole familiari, come quelle che si sentono in casa. Non vi era nessun timore, in nessun luogo”.

Trasfigurazioni

“Se c’è una città che ci fa ancora credere in Dio, e nella libertà e dolcezza del vivere umano, questa è Napoli. Napoli con le sue miserie, i suoi dolori, le sue pazzie, con le sue risorse, le sue intuizioni, i suoi canti, la sua celeste allegria.Napoli con quella sua misura così profonda e così preziosa del vivere vero; con quella sua familiarità con le cose eterne, che la fa sorridere a tutto quanto è promessa dell’uomo, celebrazione, vanità, bugia. Questa Napoli: saggia e folle, perduta e vittoriosa insieme: testimone in un mondo crudele, di giorno in giorno più oscuro, di momento in momento più vano, di quella meraviglia che si chiama Poesia”.

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

L’iguana

Matteo Moca, “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico“

Osvaldo Ramous “I gabbiani sul tetto”, Gammarò Edizioni

IL PRIMO E INEDITO ROMANZO DI OSVALDO RAMOUS
Una storia intensa e drammatica di amori, sottomissione, solitudine e rimorso

Copertina del romanzo inedito di  Osvaldo Ramous "I gabbiani sul tetto", Gammarò Edizioni

Prefazione: Francesco De Nicola

In libreria il 2 ottobre

A oltre sessant’anni dalla sua stesura, arriva in libreria il primo (e inedito in Italia) romanzo di Osvaldo Ramous I gabbiani sul tetto– Pubblicato a metà degli anni Sessanta solo in traduzione croata e portoghese, il romanzo d’esordio del celebre poeta, regista e drammaturgo fiumano (1905-1981) è rimasto per decenni un tesoro inedito per i lettori italiani.
Curato da Francesco De Nicola, il volume restituisce alla letteratura del Novecento un’opera che supera nettamente i canoni del Neorealismo per addentrarsi con rara finezza introspettiva nella psicologia dei sentimenti e dei rapporti di coppia.

Sullo sfondo di una cittadina di riviera sospesa tra il clamore dell’estate e il vuoto dell’inverno, il romanzo prende le mosse dal ritorno a casa di Valerio, violinista fragile ed egocentrico, appena uscito dal carcere dopo una condanna per truffa. Ad aspettarlo c’è la moglie Camilla, pettinatrice schiva ma determinata, ferita da anni di tradimenti, sottomissioni e incomprensioni. L’assenza del marito ha dato a Camilla la forza di maturare una decisione irrevocabile: rompere il legame e conquistare la propria indipendenza. Ma il confronto tra i due coniugi scatenerà un tragico colpo di scena dagli strascichi dolorosi e inquietanti.

Con una scrittura d’impronta lirica e dialoghi di forte taglio teatrale, Ramous affronta temi pionieristici per gli anni in cui scriveva: la sottomissione femminile, le dinamiche di manipolazione all’interno del matrimonio, il trauma inespresso e la ricerca di riscatto personale. L’immagine simbolica del “tetto” – rifugio domestico ideale mai pienamente conquistato – e il verso ostile dei gabbiani accompagnano il lettore verso un finale onirico di grande suggestione.

«Un’opera narrativa originale e coinvolgente, segnata da una profonda sensibilità psicologica e da una bruciante attualità» – sottolinea Francesco De Nicola nella prefazione.

Osvaldo Ramous (Fiume, 1905 – 1981), poeta, narratore, critico e drammaturgo, è stato una delle figure di spicco della cultura italiana d’Istria e del Quarnero. Direttore per oltre quindici anni del “Dramma Italiano” di Fiume e autore di apprezzate raccolte poetiche e racconti, ha rappresentato un ponte fondamentale di continuità storica e letteraria. I gabbiani sul tetto rappresenta il suo debutto nel romanzo.

Muriel Spark “Ragazze squattrinate”, presentazione

Copertina del romanzo di Muriel Spark "Ragazze squattrinate", Adelphi

Adelphi

Adelphi ripropone a sessant’anni di distanza dalla prima edizione (1963) Ragazze squattrinate, nella nuova traduzione di Monica Pareschi.

Il romanzo si apre negli anni sessanta, per poi tornare indietro al 1945 e precisamente tra le stanze del May of Teck Club, un’ istituzione benefica che accoglieva ragazze sotto i trent’anni costrette lontano dalle loro residenze familiari  e con pochi mezzi economici al fine di favorirne l’inserimento professionale a Londra.
Una Londra postbellica con tutti i segni ancora evidenti della guerra nelle case sventrate, nelle finestre scardinate da cui è possibile vedere brandelli di vite rimasti sospesi nel tempo, emblematici
“Per le vie della città si vedevano edifici in cattivo stato, se non fatiscenti,  alti cumuli di macerie pietrose lasciati dai bombardamenti, case come giganteschi denti cariati pieni di buchi aperti da un trapano. Alcuni degli edifici sventrati sembravano antichi castelli in rovina, ma più da vicino si scorgeva la carta da parati di diverse stanze, normalissime, una sopra l’altra, esposte come su un palcoscenico; qualche volta dal soffitto di un quarto o quinto piano penzolava sul nulla la catena di un gabinetto; le scale erano sopravvis-sute, quasi tutte, come una nuova forma artistica, e salivano su verso una destinazione non meglio specificata”.
In questo scenario le  giovani donne aspettano un futuro migliore mentre mettono in campo possibili strategie per sopravvivere scambiando cioccolato e crema idratante, utilizzando al meglio i bollini della tessera annonaria ma anche confidenze su amori anche solo fantasticati,  o quell’unico vestito davvero elegante, fino all’epilogo che incombe sin dalle prime pagine.

Muriel Spark è nata a Edimburgo (1918 – 2006) da padre ebreo e madre inglese. Visse in Africa da giovane prima di tornare in Gran Bretagna. Durante la Seconda guerra mondiale, lavorò per l’intelligence britannica
Nel 1954 si convertì al cattolicesimo, una scelta che influenzò molto la sua visione artistica che iniziò come poetessa e critica letteraria, per poi dedicarsi con grande successo alla narrativa. Scrittrice prolifica visse a lungo in Italia, stabilendosi in Toscana, a Civitella in Val di Chiana. Tra le sue opere principali Gli anni fulgenti di Miss Brodie (1961)
Memento Mori (1959), A mille miglia da Kensington (1988).

Augusto De Angelis “La barchetta di cristallo”, presentazione

Copertina del giallo all'italiana di Augusto De Angelis "La barchetta di cristallo", ParvaLicetEdizioni,

Stralci dall’Introduzione a cura di Alessandro Ferrini

Maestro indiscusso del giallo all’italiana, De Angelis ci conduce in una vicenda che intreccia dramma, mistero e critica sociale, orchestrata con la consueta eleganza stilistica e un’acuta sensibilità psicologica.
L’indagine del commissario De Vincenzi, raffinato osservatore dell’animo umano, si dipana in un tempo narrativo serrato, scandito quasi ora per ora, tra le luci tremolanti del Decamerone – un circolo tanto letterario quanto mondano – e le ombre proiettate dai suoi frequentatori. Ognuno di loro porta in scena non solo un ruolo, ma anche una ferita nascosta, un dolore antico, una maschera che lentamente si sgretola.
Nei dialoghi, nei gesti e negli interni descritti con precisione cinematografica, si avverte l’urgenza di un’epoca che cambia e si sgretola, come la fragile imbarcazione del titolo, metafora di una società in bilico tra decadenza e illusione.
La barchetta di cristallo non è solo un giallo, ma un affresco umano e letterario, un romanzo che scava nel fondo delle relazioni e nei silenzi, restituendo al lettore un senso profondo di inquietudine e bellezza. In queste pagine, il mistero non è solo quello dell’assassinio, ma quello – ben più sottile – delle anime che abitano le stanze del vivere.
Nonostante l’oblio in cui per decenni è caduta la sua opera, oggi De Angelis è giustamente considerato il fondatore del giallo italiano moderno. I suoi romanzi sono stati riscoperti, ristampati e studiati, non solo per il loro valore narrativo, ma anche per la loro capacità di raccontare un’Italia inquieta, contraddittoria e profondamente umana

Augusto De Angelis fu una delle figure più originali e significative della narrativa italiana tra le due guerre, nonché il vero pioniere del romanzo poliziesco moderno in Italia. Nato a Roma nel 1888, trascorse gran parte della sua vita professionale tra Milano e Genova, lavorando come giornalista per importanti testate come Il Resto del Carlino, Il Secolo XIX e La Stampa. Fu anche autore teatrale, traduttore e saggista. La fama di De Angelis è legata indissolubilmente alla creazione del Commissario Carlo De Vincenzi, protagonista di una fortunata serie di romanzi gialli pubblicati a partire dal 1935. Con De Vincenzi, l’autore offrì al pubblico italiano un investigatore colto, umano, malinconico e profondamente riflessivo, molto lontano dagli stereotipi del detective infallibile o cinico. I suoi romanzi si distinguevano per lo stile letterario elegante, per l’ambientazione fortemente caratterizzata e per l’attenzione ai moti interiori dei personaggi.A differenza della narrativa gialla coeva, spesso considerata “di evasione” e guardata con sospetto dal regime fascista , De Angelis seppe nobilitare il genere, trasformando l’indagine in uno strumento di esplorazione psicologica e sociale. La sua prosa, sobria ma incisiva, unisce l’introspezione all’ironia, la denuncia sociale all’indagine dell’animo umano. Proprio per questa sua tensione etica e intellettuale, De Angelis entrò presto in contrasto con il regime fascista. Nel 1943 venne arrestato dalla Repubblica Sociale Italiana per “antifascismo morale”. Detenuto nel carcere di San Vittore, subì un pestaggio da parte di una guardia e morì poco dopo, nel 1944, a soli cinquantacinque anni.

Tre romanzi tutti corredati con ampie pagine introduttive e note a cura di Alessandro Ferrini che evidenziano la figura dell’autore, la storia personale e della sua opera, lo stile.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri: gli altri due romanzi della serie

De Angelis Il Do tragico

De Angelis Mistero di Cinecittà

Elisabeth Sanxay Holding “Il capro espiatorio”, Le Assassine

“Qualcuno, in Inghilterra, pubblica Elisabeth Sanxay Holding? A mio parere è la più grande scrittrice di suspense.” — Raymond Chandler

 Un romanzo teso, elegante e psicologico, costruito con quella “calma interiore” che Chandler trovava irresistibile. Holding non punta sull’azione, ma su un crescendo di inquietudine domestica che cattura chi ama Patricia Highsmith, Celia Fremlin, Shirley Jackson.

Copertina del noir diElisabeth Sanxay Holding "Il capro espiatorio", Le Assassine Edizioni

(Titolo originale: The Innocent Mrs. Duff)

Traduzione Paola De Camillis Thomas

Collana Vintage

In libreria dal 15 luglio

Le Assassine

Esce nella collana Vintage di Edizioni le Assassine il romanzo “Il capro espiatorio” (titolo originale The Innocent Mrs. Duff) di Elisabeth Sanxay Holding, celebre autrice statunitense acclamata da maestri del calibro di Raymond Chandler come «la migliore scrittrice di suspense» del suo tempo.

Jacob Duff sembrerebbe un uomo specchiato, solido e di indiscutibile successo: quarantadue anni, una posizione di rilievo nella buona società di New York, l’eredità designata di una ricca zia e una splendida moglie di ventuno anni, Reggie, ex modella che lo ama sinceramente ed è devota alla famiglia. Eppure, dietro questa impeccabile facciata borghese, si nasconde un animo debole, roso da un risentimento viscerale, dall’insicurezza e da un grave alcolismo che l’uomo si ostina sistematicamente a negare a se stesso.

L’insoddisfazione cronica e la vanità ferita di Jacob si trasformano presto in un’ossessione tossica contro la giovane moglie. Ogni gesto innocente di Reggie viene vissuto come un insulto alla propria rispettabilità; ogni silenzio diventa una prova di colpa. In un crescendo paranoico amplificato dai fumi dell’alcol, Jacob comincia a distorcere la realtà e a ordire un complotto per liberarsi di lei e distruggerne la reputazione. Ma il tentativo di manipolare gli eventi si trasformerà in una trappola mortale in cui Jacob finirà per diventare vittima dei suoi stessi inganni e dei ricatti spietati del suo ex autista, Gerald Nolan.

Più che sui tradizionali meccanismi dell’indagine poliziesca o sulla ricerca del colpevole, Holding costruisce un noir claustrofobico tutto incentrato sulla psicologia dei personaggi, dove la trama si sviluppa in modo organico direttamente dalle nevrosi e dalle debolezze del protagonista. Il lettore assiste impotente e ipnotizzato al progressivo degrado morale e mentale di un uomo che, pur avendo tutto — soldi, prestigio e affetto —, decide di scivolare verso l’autodistruzione.

Un’opera magistrale che unisce il ritmo serrato della suspense a una spietata critica sociale dell’ipocrisia borghese dell’epoca, arricchita da un finale drammatico che scuote le fondamenta della giustizia.

Elisabeth Sanxay Holding (1889–1955), newyorkese, visse tra Sud America e Bermuda al seguito del marito diplomatico. Dopo sei romanzi romantici negli anni Venti, trovò la sua vera voce nel giallo psicologico: tra il 1929 e il 1954 pubblicò diciotto romanzi e numerosi racconti su riviste come Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine. Chandler la considerava “la migliore scrittrice di suspense in assoluto”.

Ethel Mannin “Sabishisa. La solitudine”, Alcatraz

Dall’autrice di Lucifero e la bambina e La strada per Be’er Sheva, una storia d’amore toccante e tormentata ambientata nel Giappone del dopoguerra

Copertina del romanzo di Ethel Mannin "Sabishisa. La solitudine", Alcatraz

Postfazione di Francesca Scotti

Traduzione di Stefania Renzetti

Collana Etheliana 2

Alcatraz

Dal 5 giugno

«I fiori di ciliegio sbocciano, cadono e sono dispersi dal vento – e al vento non importa nulla. Ma nessun vento può toccare i fiori del cuore». Yoshida Kenko

Negli anni Cinquanta del Giappone post-occupazione alleata, il giovane studente universitario Matsutaru Okita si invaghisce dell’affascinante pittrice inglese Vanessa Cleft, di una decina di anni più anziana di lui. È l’inizio di una tormentata storia di passione e silenzi, formalità e trasgressioni, che porterà prima Vanessa e poi il di lei marito, Jonathan Cleft, a incrociare i propri destini e le proprie vite, anche in modo tragico e inaspettato, a quelle della famiglia Okita. In questo romanzo toccante e indimenticabile, scritto nel 1961 dopo una lunga permanenza in Giappone, Ethel Mannin affronta con la sua usuale eleganza i temi dell’estraneità, dell’emancipazione, dell’incomunicabilità e dei modi differenti di vivere l’amore e la morte, e la desolazione che spesso portano con sé.

«La solitudine che questa storia racconta è una condizione relazionale, che nasce dall’incontro e dalla sua impossibilità di compiersi fino in fondo. È una solitudine attraversata da memorie, legami e presenze che non si dissolvono con la morte, ma continuano a esercitare una forza invisibile». (Francesca Scotti)

Incipit: 

Vanessa Cleft, assorta nel tentativo di catturare su tela la consistenza della luce sulla baia di Matsushima, con le sue innumerevoli isolette coperte di pini – così belle, così giapponesi – non si accorse dei due giovani che si avvicinavano lungo il sentiero stretto sopra la scogliera, finché non le furono proprio alle spalle. Allora si staccò dal cavalletto, si voltò e li vide – “Sembrano studenti”, pensò – uno piuttosto alto per essere giapponese, e di bell’aspetto, l’altro insignificante. Indossavano maglioni e jeans e portavano dei fagotti avvolti in fazzoletti colorati.

«Ohayo», li salutò sorridendo.

«Ohayo gozaimasu», risposero loro, più educatamente, chinando il capo. I suoi occhi erano azzurri come la baia, notò Matsutaro Okita, il più alto.

Autrice estremamente prolifica, Ethel Mannin nasce a Londra nel 1900 e nel corso della propria vita scrive più di cento libri – oltre cinquanta romanzi, innumerevoli racconti, autobiografie, diari di viaggio e saggi – senza mai preoccuparsi di seguire un determinato filone letterario, ma anzi muovendosi con notevole mestiere ed eleganza attraverso i generi. Esordisce nel 1923 e pressoché da subito si fa notare per il proprio impegno politico: è infatti sin da giovanissima un’attivista vicina a idee anarchiche e socialiste, fortemente anti-monarchica, femminista e antifascista, e queste inclinazioni non mancano di emergere, in maniera più o meno esplicita, in quasi tutto ciò che scrive. Viene a mancare nel dicembre del 1984, tenendo vivo sino all’ultimo istante lo spirito combattivo e anticonformista che l’ha sempre caratterizzata. Nella collana Bizarre, Agenzia Alcatraz ha pubblicato il suo capolavoro gotico del 1944, Lucifero e la bambina e il suo romanzo denuncia della nakba palestinese, La strada per Be’er Sheva.

Su tuttatoscanalibri

La strada per Be’er Sheva

Pier Carpi “Un’ombra nell’ombra”, Alcatraz


Dopo oltre cinquant’anni, torna in libreria il capolavoro perturbante di uno dei maestri più misteriosi, poliedrici e dimenticati del fantastico italiano.

Copertina del romanzo fantastico di Pier Carpi "Un'ombra nell'ombra", Alcatraz

Prefazione di Andrea Gibertoni e Mauro Corradini

Postfazione di Davide Pulici

Collana Bizarre Off 4

Alcatraz

Dal 24 aprile

Milano, anni Settanta. In una città grigia ma sempre in movimento nella routine della quotidianità, molte donne sono legate tra loro in una consorteria magica che non differenzia per censo o condizioni di vita, e che si dona regole e rituali come per contrastare un irrimediabile senso di solitudine. Ma il loro equilibrio verrà sconvolto dall’arrivo di una nuova ragazzina, un’adolescente dotata di poteri superiori alle altre, che si impadronirà dei segreti della sorellanza e rifiuterà l’integrazione nella comunità e nel ciclo dell’esistenza, all’apparenza ineluttabile, che la tiene prigioniera.
«I riti del collegio, e quelli delle donne da marciapiede, l’abisso generazionale, la condizione femminile, tessono una trama di cui la cronaca, quando la vicenda sfocia in tragedia, non può cogliere che il dato finale. Pier Carpi, in queste pagine, demistificando la magia, la rivela».

Pier Carpi (all’anagrafe Arnaldo Piero Carpi) nasce ad Arceto di Scandiano il 16 gennaio 1940 e muore a Viadana il 26 giugno del 2000. Dagli anni Sessanta inizia a lavorare come sceneggiatore di fumetti, e scrive storie per Topolino, Zakimort, Diabolik, Teddy Bob e persino alcune avventure tutte italiane di Superman e Batman. Sempre nello stesso periodo comincia la sua carriera di scrittore, che lo vede alle prese con numerosi romanzi, saggi e biografie e tra cui ricordiamo La morte facile (1964), Storia della magia (1968) Il mistero di Sherlock Holmes (1968), Cagliostro il taumaturgo (1972), I mercanti dell’occulto (1973), Rasputin (1975), Il caso Gelli (1982), Gesù contro Cristo (1997, ma scrittonel 1973), oltre che i libri della collana Il romanzo di Diabolik scritti dal 1967 al 1971. Nel 1970 fonda e conduce insieme ad Alfredo Castelli la rivista- contenitore Horror dedicata a fumetti e cinema, e proprio al cinema si dedica negli anni Settanta dirigendo due film tratti dai suoi romanzi – Povero Cristo (1975) e Un’ombra nell’ombra (1979) – e scrivendo la sceneggiatura per il film Cagliostro (1975). Da sempre estremamente interessato all’occultismo, aderisce alla Società Teosofica e all’inizio degli anni Novanta dà vita a Reggio Emilia a un Gruppo Teosofico da lui presieduto. Alla sua figura, analizzata specialmente nel contesto del rapporto con il fantastico, è dedicato il saggio Fantastico Pier Carpi! pubblicato nel 2025 dall’associazione Yorick.

Philip Roth “Operazione Shylock”, presentazione

Copertina del romanzo di Philip Roth "Operazione Shylock" nella nuova edizione Adfelphi con la traduzione di Ottavio Fatica.

Sfoggiando una lingua viscerale e insieme altamente speculativa, Roth combina in queste pagine la più spiritata, isterica commedia nera con il dramma di popoli e di singoli individui lacerati, e mette in scena una mirabolante due-giorni a Gerusalemme che – incredibile a dirsi – fa anche ridere.(da Adelphi)

Operazione Shylock di Philip Roth, con la Prefazione di Emmanuel Carrère e la traduzione di Ottavio Fatica, torna in libreria per Adelphi dall’8 aprile
Pubblicato nel 1993 non ebbe grande fortuna in Italia, a differenza di altri lavori.
È ambientato nel 1988 fra Gerusalemme e Ramallah, durante la prima Intifada: sono passati più di trent’anni, eppure è di un’attualità sbalorditiva, fatti storici che sembrano la cronaca del nostro tempo.
Personaggio e protagonista di Operazione Shylock, nonché voce narrante, è  un sosia, un essere simile all’autore spuntato dal nulla, che non solo si spaccia per lo scrittore, ma è profeta del “diasporismo”, ovvero la dottrina che considera il reinserimento degli israeliani ashkenaziti nelle originarie comunità europee: il ritorno verso il loro paese di origine, la Polonia, dove il falso Roth è certo che saranno accolti a braccia aperte. Manovra che sola, come sostiene il duplicato di Roth, potrà sottrarre gli ebrei all’identificazione coatta con il sionismo, con lo stato di Israele e la sua politica di potenza.
Il doppio è quindi il protagonista e tutto quanto accade nel romanzo ponderoso in realtà avviene in soli due giorni.

Dalla Prefazione di Carrère:

[…]“il romanzo mette in scena con una incomparabile potenza comica, e non soltanto comica, questo faccia a faccia: “l’autentico contro il falso, il responsabile contro lo scriteriato, il serio contro il superficiale, il resistente contro il disastrato, il proteiforme contro il monomaniaco, il realizzato contro l’inappagato, il creativo contro l’evasivo, l’erudito contro l’incolto, l’assennato contro il fanatico, l’essenziale contro il superfluo, il costruttivo contro l’inutile…”

[…]Nella Controvita (ndr uno dei due romanzi, tra cui Operazione Shylock, nato dai soggiorni di Roth in Israele negli anni Ottanta) c’è il ritratto di un colono ebreo, in Operazione Shylock quello di un intellettuale palestinese (nella seconda parte del quarto capitolo, « Malizia ebraica ») che dicono più di tutti i saggi, più di tutti i libri di Storia. Con la sua smoderatezza e i suoi monologhi a rotta di collo Roth tocca il nodo più inestricabile dei conflitti religiosi e geopolitici e, semplicemente, l’anima dei suoi personaggi.

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I migliori libri di Philip Roth (da Robinson La Repubblica)

Panorama Libri: dedicato a Philip Roth

Gaetano Carlo Chelli “L’eredità Ferramonti”, Vallecchi

«Il più grande narratore italiano dell’Ot­tocento dopo Verga» (P. P. Pasolini)

Copertina del romanzo di Gaetano Carlo Chelli "L'eredità Ferramonti", Vallecchi

A cura di Irene Gualdo e Pietro Trifone

Collana: Italianistica diretta da Gualberto Alvino

Vallecchi

Dal 27 marzo 2026

Nella Roma umbertina, travolta dalla speculazione e dall’ascesa di una nuova borghesia senza scrupoli, la famiglia Ferramonti si lacera attorno all’eredità del patriarca Gregorio, ex garzone diventato ricco fornaio.
I figli, divorati da ambizione, rancore e avidità, si muovono in un mondo opaco di intrighi familiari, calcoli economici e compromessi morali.
Dominata dalla figura inquietante e ambigua di Irene, donna bellissima e spietata, la vicenda diventa un affresco impietoso della nascente Italia postunitaria.
Un grande romanzo realista che smaschera le radici profonde della corruzione moderna. Questa stampa propone un’edizione critica ampiamente corredata delle note di Trifone e Gualdo.

Proprio la perenne attualità della vicenda avrà contribuito a stimolare l’interesse del cinema per il libro, fino a promuoverne nel 1976 la trasposizione in un film di successo diretto dal regista Mauro Bolognini, con l’impiego di interpreti famosi nei ruoli dei sei personaggi principali (Antony Quinn e Dominique Sanda nei panni di Gregorio e Irene; Fabio Testi, Gigi Proietti, Adriana Asti e Paolo Bonacelli in quelli di Mario, Pippo, Teta e Paolo).

Gaetano Carlo Chelli è stato il primo narratore verista ad aver ambientato le sue storie nella capitale d’Italia, descrivendo le vicende derivanti dal tumultuoso e disordinato sviluppo nell’età umbertina. Le sue opere salirono alla ribalta nel Novecento grazie a Roberto Bigazzi, che curò la riedizione de L’eredità Ferramonti, capolavoro di Chelli. Da questo romanzo nel 1976 nacque l’omonimo film di successo.

Pietro Trifone insegna Storia della lingua ita­liana nell’Università di Roma Tor Vergata, di cui è professore emerito. Dal 1996 al 2004 è stato rettore dell’Università per Stranieri di Siena. È socio ordinario dell’Accademia della Crusca.

Irene Gualdo è assegnista presso la Sapienza Università di Roma. Nel 2018 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze documentarie, linguistiche e letterarie, in cotutela con l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha scritto Diventare insegnante (Utet, 2024).

Algernon Blackwood “Jimbo”, Alcatraz

Una profonda riflessione sull’infanzia e sulla natura umana. 

Copertina del romanzo di Algernon Blackwood "Jimbo", Alcatraz Edizioni

Traduzione a cura di Lucio Besana

Collana Biblioteca di Lovecraft 8

Alcatraz

Dal 20 marzo

«Troppo sottile, forse, per una precisa classificazione fra i racconti dell’orrore, tuttavia più veramente artistica in senso assoluto, è la delicata fantasia di Jimbo. Blackwood raggiunge in questo romanzo un accostamento aderente e palpitante alla più profonda sostanza del sogno e spazza via le barriere convenzionali tra realtà e immaginazione».
Così H.P. Lovecraft descrive il romanzo di debutto di Algernon Blackwood.
Jimbo si rivolge in apparenza a un pubblico molto giovane. Spetta però al lettore scoprire e giudicare se e quanto la storia del piccolo protagonista sia una semplice fantasia dal taglio favolistico, un romanzo di formazione dal sottotesto esistenzialista e non scevro di riferimenti esoterici, oppure materia pienamente ascrivibile al genere weird. Quel che è certo è che in esso ritroverà la poetica delicatezza tipica dell’autore, abile nel tratteggiare con tocco magico paesaggi naturali, che prendono vita e parte attiva nella genesi della meraviglia, dell’incredulità e dell’orrore sinistro che caratterizzano gli avvenimenti narrati. Il soprannaturale che, paradossalmente, giace e agisce “sotto” il naturale.

Algernon Blackwood (1869-1951), celebre per opere considerate oggi dei classici del weird (I salici, Il Wendigo, Colui che ascoltava nel buio e il ciclo di John Silence. Detective dell’occulto), fu autore prolifico quanto versatile, giornalista e drammaturgo di successo.

«Sul genio di Blackwood non ci può essere discussione, poiché nessuno si è neanche lontanamente avvicinato alla maestria, alla serietà e alla realistica e minuta fedeltà con cui egli annota gli aspetti più misteriosi di cose ed esperienze quotidiane, o all’intuito quasi sovrumano con cui accumula, dettaglio su dettaglio, le sensazioni e le percezioni che dalla realtà sfociano in vite o visioni soprannaturali». Queste le parole di H.P. Lovecraft per presentare Blackwood nel suo saggio L’orrore soprannaturale nella letteratura.