Pier Carpi “Un’ombra nell’ombra”, Alcatraz


Dopo oltre cinquant’anni, torna in libreria il capolavoro perturbante di uno dei maestri più misteriosi, poliedrici e dimenticati del fantastico italiano.

Copertina del romanzo fantastico di Pier Carpi "Un'ombra nell'ombra", Alcatraz

Prefazione di Andrea Gibertoni e Mauro Corradini

Postfazione di Davide Pulici

Collana Bizarre Off 4

Alcatraz

Dal 24 aprile

Milano, anni Settanta. In una città grigia ma sempre in movimento nella routine della quotidianità, molte donne sono legate tra loro in una consorteria magica che non differenzia per censo o condizioni di vita, e che si dona regole e rituali come per contrastare un irrimediabile senso di solitudine. Ma il loro equilibrio verrà sconvolto dall’arrivo di una nuova ragazzina, un’adolescente dotata di poteri superiori alle altre, che si impadronirà dei segreti della sorellanza e rifiuterà l’integrazione nella comunità e nel ciclo dell’esistenza, all’apparenza ineluttabile, che la tiene prigioniera.
«I riti del collegio, e quelli delle donne da marciapiede, l’abisso generazionale, la condizione femminile, tessono una trama di cui la cronaca, quando la vicenda sfocia in tragedia, non può cogliere che il dato finale. Pier Carpi, in queste pagine, demistificando la magia, la rivela».

Pier Carpi (all’anagrafe Arnaldo Piero Carpi) nasce ad Arceto di Scandiano il 16 gennaio 1940 e muore a Viadana il 26 giugno del 2000. Dagli anni Sessanta inizia a lavorare come sceneggiatore di fumetti, e scrive storie per TopolinoZakimortDiabolikTeddy Bob e persino alcune avventure tutte italiane di Superman e Batman. Sempre nello stesso periodo comincia la sua carriera di scrittore, che lo vede alle prese con numerosi romanzi, saggi e biografie e tra cui ricordiamo La morte facile (1964), Storia della magia (1968) Il mistero di Sherlock Holmes (1968), Cagliostro il taumaturgo (1972), I mercanti dell’occulto (1973), Rasputin (1975), Il caso Gelli (1982), Gesù contro Cristo (1997, ma scrittonel 1973), oltre che i libri della collana Il romanzo di Diabolik scritti dal 1967 al 1971. Nel 1970 fonda e conduce insieme ad Alfredo Castelli la rivista- contenitore Horror dedicata a fumetti e cinema, e proprio al cinema si dedica negli anni Settanta dirigendo due film tratti dai suoi romanzi – Povero Cristo (1975) e Un’ombra nell’ombra (1979) – e scrivendo la sceneggiatura per il film Cagliostro (1975). Da sempre estremamente interessato all’occultismo, aderisce alla Società Teosofica e all’inizio degli anni Novanta dà vita a Reggio Emilia a un Gruppo Teosofico da lui presieduto. Alla sua figura, analizzata specialmente nel contesto del rapporto con il fantastico, è dedicato il saggio Fantastico Pier Carpi! pubblicato nel 2025 dall’associazione Yorick.

Philip Roth “Operazione Shylock”, presentazione

Copertina del romanzo di Philip Roth "Operazione Shylock" nella nuova edizione Adfelphi con la traduzione di Ottavio Fatica.

Sfoggiando una lingua viscerale e insieme altamente speculativa, Roth combina in queste pagine la più spiritata, isterica commedia nera con il dramma di popoli e di singoli individui lacerati, e mette in scena una mirabolante due-giorni a Gerusalemme che – incredibile a dirsi – fa anche ridere.(da Adelphi)

Operazione Shylock di Philip Roth, con la Prefazione di Emmanuel Carrère e la traduzione di Ottavio Fatica, torna in libreria per Adelphi dall’8 aprile
Pubblicato nel 1993 non ebbe grande fortuna in Italia, a differenza di altri lavori.
È ambientato nel 1988 fra Gerusalemme e Ramallah, durante la prima Intifada: sono passati più di trent’anni, eppure è di un’attualità sbalorditiva, fatti storici che sembrano la cronaca del nostro tempo.
Personaggio e protagonista di Operazione Shylock, nonché voce narrante, è  un sosia, un essere simile all’autore spuntato dal nulla, che non solo si spaccia per lo scrittore, ma è profeta del “diasporismo”, ovvero la dottrina che considera il reinserimento degli israeliani ashkenaziti nelle originarie comunità europee: il ritorno verso il loro paese di origine, la Polonia, dove il falso Roth è certo che saranno accolti a braccia aperte. Manovra che sola, come sostiene il duplicato di Roth, potrà sottrarre gli ebrei all’identificazione coatta con il sionismo, con lo stato di Israele e la sua politica di potenza.
Il doppio è quindi il protagonista e tutto quanto accade nel romanzo ponderoso in realtà avviene in soli due giorni.

Dalla Prefazione di Carrère:

[…]“il romanzo mette in scena con una incomparabile potenza comica, e non soltanto comica, questo faccia a faccia: “l’autentico contro il falso, il responsabile contro lo scriteriato, il serio contro il superficiale, il resistente contro il disastrato, il proteiforme contro il monomaniaco, il realizzato contro l’inappagato, il creativo contro l’evasivo, l’erudito contro l’incolto, l’assennato contro il fanatico, l’essenziale contro il superfluo, il costruttivo contro l’inutile…”

[…]Nella Controvita (ndr uno dei due romanzi, tra cui Operazione Shylock, nato dai soggiorni di Roth in Israele negli anni Ottanta) c’è il ritratto di un colono ebreo, in Operazione Shylock quello di un intellettuale palestinese (nella seconda parte del quarto capitolo, « Malizia ebraica ») che dicono più di tutti i saggi, più di tutti i libri di Storia. Con la sua smoderatezza e i suoi monologhi a rotta di collo Roth tocca il nodo più inestricabile dei conflitti religiosi e geopolitici e, semplicemente, l’anima dei suoi personaggi.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

I migliori libri di Philip Roth (da Robinson La Repubblica)

Panorama Libri: dedicato a Philip Roth

Gaetano Carlo Chelli “L’eredità Ferramonti”, Vallecchi

«Il più grande narratore italiano dell’Ot­tocento dopo Verga» (P. P. Pasolini)

Copertina del romanzo di Gaetano Carlo Chelli "L'eredità Ferramonti", Vallecchi

A cura di Irene Gualdo e Pietro Trifone

Collana: Italianistica diretta da Gualberto Alvino

Vallecchi

Dal 27 marzo 2026

Nella Roma umbertina, travolta dalla speculazione e dall’ascesa di una nuova borghesia senza scrupoli, la famiglia Ferramonti si lacera attorno all’eredità del patriarca Gregorio, ex garzone diventato ricco fornaio.
I figli, divorati da ambizione, rancore e avidità, si muovono in un mondo opaco di intrighi familiari, calcoli economici e compromessi morali.
Dominata dalla figura inquietante e ambigua di Irene, donna bellissima e spietata, la vicenda diventa un affresco impietoso della nascente Italia postunitaria.
Un grande romanzo realista che smaschera le radici profonde della corruzione moderna. Questa stampa propone un’edizione critica ampiamente corredata delle note di Trifone e Gualdo.

Proprio la perenne attualità della vicenda avrà contribuito a stimolare l’interesse del cinema per il libro, fino a promuoverne nel 1976 la trasposizione in un film di successo diretto dal regista Mauro Bolognini, con l’impiego di interpreti famosi nei ruoli dei sei personaggi principali (Antony Quinn e Dominique Sanda nei panni di Gregorio e Irene; Fabio Testi, Gigi Proietti, Adriana Asti e Paolo Bonacelli in quelli di Mario, Pippo, Teta e Paolo).

Gaetano Carlo Chelli è stato il primo narratore verista ad aver ambientato le sue storie nella capitale d’Italia, descrivendo le vicende derivanti dal tumultuoso e disordinato sviluppo nell’età umbertina. Le sue opere salirono alla ribalta nel Novecento grazie a Roberto Bigazzi, che curò la riedizione de L’eredità Ferramonti, capolavoro di Chelli. Da questo romanzo nel 1976 nacque l’omonimo film di successo.

Pietro Trifone insegna Storia della lingua ita­liana nell’Università di Roma Tor Vergata, di cui è professore emerito. Dal 1996 al 2004 è stato rettore dell’Università per Stranieri di Siena. È socio ordinario dell’Accademia della Crusca.

Irene Gualdo è assegnista presso la Sapienza Università di Roma. Nel 2018 ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze documentarie, linguistiche e letterarie, in cotutela con l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha scritto Diventare insegnante (Utet, 2024).

Algernon Blackwood “Jimbo”, Alcatraz

Una profonda riflessione sull’infanzia e sulla natura umana. 

Copertina del romanzo di Algernon Blackwood "Jimbo", Alcatraz Edizioni

Traduzione a cura di Lucio Besana

Collana Biblioteca di Lovecraft 8

Alcatraz

Dal 20 marzo

«Troppo sottile, forse, per una precisa classificazione fra i racconti dell’orrore, tuttavia più veramente artistica in senso assoluto, è la delicata fantasia di Jimbo. Blackwood raggiunge in questo romanzo un accostamento aderente e palpitante alla più profonda sostanza del sogno e spazza via le barriere convenzionali tra realtà e immaginazione».
Così H.P. Lovecraft descrive il romanzo di debutto di Algernon Blackwood.
Jimbo si rivolge in apparenza a un pubblico molto giovane. Spetta però al lettore scoprire e giudicare se e quanto la storia del piccolo protagonista sia una semplice fantasia dal taglio favolistico, un romanzo di formazione dal sottotesto esistenzialista e non scevro di riferimenti esoterici, oppure materia pienamente ascrivibile al genere weird. Quel che è certo è che in esso ritroverà la poetica delicatezza tipica dell’autore, abile nel tratteggiare con tocco magico paesaggi naturali, che prendono vita e parte attiva nella genesi della meraviglia, dell’incredulità e dell’orrore sinistro che caratterizzano gli avvenimenti narrati. Il soprannaturale che, paradossalmente, giace e agisce “sotto” il naturale.

Algernon Blackwood (1869-1951), celebre per opere considerate oggi dei classici del weird (I saliciIl WendigoColui che ascoltava nel buio e il ciclo di John Silence. Detective dell’occulto), fu autore prolifico quanto versatile, giornalista e drammaturgo di successo.

«Sul genio di Blackwood non ci può essere discussione, poiché nessuno si è neanche lontanamente avvicinato alla maestria, alla serietà e alla realistica e minuta fedeltà con cui egli annota gli aspetti più misteriosi di cose ed esperienze quotidiane, o all’intuito quasi sovrumano con cui accumula, dettaglio su dettaglio, le sensazioni e le percezioni che dalla realtà sfociano in vite o visioni soprannaturali». Queste le parole di H.P. Lovecraft per presentare Blackwood nel suo saggio L’orrore soprannaturale nella letteratura.

Nedra Tyre “Casa dolce casa”, Edizioni le Assassine

Il livello di suspense è altissimo, grazie alla battaglia passivo-aggressiva tra una timida zitella e l’intrusa che un giorno si presenta a casa sua, si rifiuta di andarsene e ne usurpa il possesso, nonché la vita stessa della proprietaria, in quello che equivale a un colpo di stato incruento. (CrimeReads, Sarah Weinman)

Il romanzo ha quella qualità di incubo terribile dal quale non ci si può risvegliare e liberare. Scoprire come Miss Allison riesca a sfuggire al suo incubo solitario rende la lettura davvero avvincente. (Curtis Evans, introduzione all’edizione del romanzo pubblicata nel 2022 da Stark House)

Copertina del thriller di Nedra Tyre "Casa dolce casa", Le Assassine,

Postfazione di Carlo Zaza

Traduzione di Barbara Monteverdi

Collana: Vintage

Edizioni le Assassine

Dal 13 marzo

In una sonnolenta cittadina americana, la timida signorina Allison realizza il sogno di una vita indipendente: una casetta tutta per sé, grazie ai soldi ereditati dalla zia di cui si era presa cura a lungo. Pronta ad assaporare la tanto agognata solitudine e libertà, vede ben presto andare in frantumi il suo sogno, quando bussa alla sua porta la signorina Withers, un’intrusa ostinata e manipolatrice, che si insinua come un parassita nella sua esistenza con una dolcezza velenosa e un controllo insidioso.  
Quello che inizia come un cortese confronto domestico si trasforma in una battaglia di volontà passive-aggressive, dove ogni gesto quotidiano – dal passare il sale a tavola alle discussioni su spezie e routine – diventa arma letale.
Nedra Tyre, maestra del giallo psicologico, tesse una suspense soffocante, che rivela abissi di disperazione e rancore sotto la patina delle buone maniere e in cui l’orrore non arriva dall’esterno, ma è seduto accanto nel salotto buono.

La presenza della psychological suspense è evidente, così come lo è il radicamento della visione psicologica nel punto di vista di due donne che si muovono nella società con ruoli molto diversi da quelli tradizionalmente familiari. Ma vi è anche altro, ed è qualcosa per cui il romanzo costituisce un testo assolutamente precorritore. È quello che, con una terminologia attuale, viene definito il domestic thriller, o altrimenti domestic suspense o domestic noir; domestic, comunque, e quindi afferente all’abitazione. Un genere narrativo in cui la tensione emotiva, risultato di un’azione criminosa, si manifesta all’interno dell’abitazione e della cerchia di coloro, familiari per lo più, ma non solo, che la occupano. Nel 1953, anno in cui il romanzo fu pubblicato, si trattava di una realtà comparsa essenzialmente in ambito teatrale e cinematografico. (Dalla Postfazione di Carlo Zaza, magistrato e presidente del Festival Giallo Garda)

Nedra Tyre è nata nel 1912 in Georgia ed è morta nel 1990 in Virginia. Laureatasi alla Emory University, nella vita ha svolto diversi lavori: assistente sociale, libraia, impiegata e copywriter pubblicitaria. Le sue prime storie risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo giallo, seguito da altri cinque, ma poi preferisce ritornare ai racconti che pubblica su riviste come Ellery Queen’s and Alfred Hitchcock’s Mystery Magazines.

Le novità di Alcatraz dal 30 gennaio 2026

Per la prima volta disponibile in italiano il romanzo Cold Harbour di Francis Brett Young, un romanzo dagli echi gotici, definito “prossimo alla perfezione assoluta” da H.P. Lovecraft.

Francis Brett Young

COLD HARBOUR. La casa degli orrori invisibili

Traduzione e curatela di Lucio Besana
Collana Biblioteca di Lovecraft 6


Alcatraz

Dal 30 gennaio 2026

Durante una vacanza nel Black Country, i coniugi Wake trascorrono un pomeriggio a Cold Harbour, la magione dove vive il sinistro Mr. Furnival, un industriale in rovina, con la moglie Jane. Le poche ore trascorse nella casa, che i vicini reputano da sempre infestata, segneranno per sempre le loro vite. Sopravvissuti all’esperienza, decidono di raccontarla a un loro amico scrittore e a un prete, per cercare di darle un senso e sbrogliarne i misteri.
Le apparizioni terrificanti e i poltergeist di Cold Harbour sono l’azione di una forza soprannaturale o elaborati trucchi di magia? Mr. Furnival è un uomo posseduto da un male antico, uno stregone, un ipnotista, o un manipolatore geniale che sfrutta un’intelligenza fuori dal comune per soddisfare il proprio sadismo? Jane Furnival è il bersaglio di forze demoniache o vittima del più orribile abuso domestico? E, soprattutto, cosa possono fare per salvarla?
La risposta abita da qualche parte tra le fabbriche che anneriscono il cielo del Black Country con le loro ciminiere e il luogo di culto pagano su cui è sorta Cold Harbour, in una zona grigia dove progresso e superstizione sembrano due facce della stessa irrazionale forza distruttiva. Con curatela e traduzione di Lucio Besana, “La Biblioteca di Lovecraft” propone per la prima volta in italiano un romanzo dagli echi gotici, definito “prossimo alla perfezione assoluta” da H.P. Lovecraft nel suo saggio L’orrore soprannaturale nella letteratura.

Il britannico Francis Brett Young (1884-1954), romanziere, poeta, drammaturgo e compositore, durante la Prima guerra mondiale servì come ufficiale medico nel Royal Army Medical Corps, prestando servizio in Africa orientale. A causa delle dure condizioni climatiche e delle malattie contratte fu congedato nel 1918 e non poté più esercitare la medicina. Queste esperienze influenzarono profondamente la sua produzione letteraria, portandolo a scrivere opere come Marching on Tanga (1917), un resoconto delle sue esperienze belliche, e The Young Physician (1919), ispirato ai suoi primi anni nella professione medica. È noto per i suoi romanzi ambientati nelle Midlands inglesi (“Mercian novels”) in cui esplora i cambiamenti sociali e morali dell’Inghilterra del primo Novecento. La prosa lirica e i personaggi e paesaggi vividi lo resero popolare nel panorama letterario inglese del primo Novecento, e nel 1930 ricevette il James Tight Black Memorial Prize per la narrativa, uno dei premi più rispettati nel Regno Unito. Nella sua produzione variegata trova spazio anche l’orrore psicologico di Cold Harbour, pubblicato nel 1924.

Torna in libreria il libro che ha anticipato di Novant’anni i temi del pluripremiato 
film La forma dell’acqua di Guillermo del Toro


Aleksandr Romanovic Beljaev
L’UOMO ANFIBIO

Traduzione Kollektiv Ulyanov
Collana Solaris 7


Alcatraz


Dal 30 gennaio 2026

Nella torrida estate argentina una presenza sinistra semina scompiglio e terrore fra gli abitanti delle coste. I pescatori lo chiamano il «diavolo del mare», un essere misterioso di cui tutti sanno ma del quale nessuno ha mai appurato l’esistenza. Nel corso del tempo molte storie vengono costruite su questo mostro marino, i giornali elaborano notizie dei presunti avvistamenti e misfatti di questa creatura, metà uomo e metà pesce, con dei grandi occhi di rana e squame lucenti, che cavalca un delfino e suona un corno nelle placide notti sudamericane.
Il «diavolo» è in realtà il prodotto di un esperimento scientifico del dottor Salvator, il quale, per salvare un ragazzo da morte certa a causa di una incurabile malattia polmonare, gli trapianta branchie di squalo. Ittiandro, questo il nome del giovane, si trasforma così nell’uomo anfibio. Spintosi nelle sue avventure vicino a zone abitate, un giorno la creatura salva una ragazza di nome Guttiere dall’annegamento.
Ittiandro viene da subito rapito dalla bellezza della donna e, da quel momento, farà di tutto per rivederla. Nonostante sia già fidanzata con un uomo, Gutierre nutre anch’essa un sentimento di affetto nei confronti di quella curiosa creatura. Scontrandosi con i pregiudizi e i soprusi della civiltà, su tutte la malvagità e l’opportunismo del capitano di goletta Pedro Zurita, Ittiandro arriverà a essere schiavizzato per le sue grandi abilità nel recuperare perle preziose. Questo segnerà l’inizio di una serie di rocamboleschi eventi che porteranno a una inesorabile e drammatica conclusione.
L’uomo anfibio è il romanzo di maggior successo di Aleksandr Beljaev (1884-1942), da cui è stato tratto il popolare ¬film omonimo di Vladimir Cebotarev del 1961. Tra implicazioni morali all’avanguardia nell’utilizzo della scienza e il racconto di una storia d’amore tanto incredibile quanto impossibile, il racconto dello scrittore russo anticipa di novant’anni La Forma Dell’Acqua, pellicola pluricandidata del regista messicano Guillermo del Toro. Un classico in Russia e nei paesi dell’ex Unione Sovietica, tanto da essere inserito dal premio Nobel Svjatlana Aleksievic nel suo capolavoro Tempo di Seconda Mano.

Aleksandr Romanovic Beljaev 
(1884 – 1942) è stato uno dei più noti scrittori russi di fantascienza della prima parte del Novecento. Dopo una laurea in giurisprudenza nel 1906 si avvicinò alla scrittura durante una malattia che lo colpì nel 1915. Tra le opere maggiori si ricordano La testa del professor Dowell (1925), Ariel’ (1941) e L’uomo anfibio (1928). Morì di fame durante la carestia che investì la Russia durante l’invasione nazista della Seconda Guerra Mondiale.

Bibliotheka: le novità di gennaio 2026 

IL SARTO CHE GUARDAVA LE STELLE”. LE DISAVVENTURE DI UN EBREO POLACCO IN FUGA DAI NAZISTI
CHE SI RIFA’ UNA VITA LAVORANDO A BOLOGNA COME SARTO

Il romanzo di Salvatore Pireddu, sardo di nascita e residente a Torino, ispirato a una storia vera

Salvatore Pireddu

Il sarto che guardava le stelle

Bibliotheka

Dal 16 gennaio 2026

Il primo settembre 1939 l’esercito tedesco attacca la Polonia dando fuoco alle polveri del Novecento. Da quel momento i membri della famiglia Fajans sono costretti a un esodo doloroso nei campi di sterminio nazisti o nei campi di lavoro russi.
Salvatore Pireddu racconta la storia vera di Saya, ebreo polacco che dopo molte vicissitudini ricostruisce a Bologna la propria vita. È nell’umile mestiere del sarto che il protagonista si riscopre uomo, perché “cucire significa mettere insieme le trame, aggiustare fa bene alla memoria delle cose rotte”.

Nato a Nuoro nel 1983 Salvatore Pireddu è editor, ghostwriter e scrittore. Laureato in Antropologia all’Università di Bologna è stato docente a contratto all’Università di Friburgo. Grazie a una borsa di studio, ha frequentato per due anni Bottega Finzioni, fondata da Carlo Lucarelli. Attualmente lavora come capo redattore della Davide Falletta Editore di Torino, città dove risiede.

UNA CAMERA TUTTA D’AMBRA”. PER VOLERE DI HITLER, I NAZISTI SMONTARONO A LENINGRADO UNA CAMERA
TUTTA D’AMBRA E LA PORTARONO IN GERMANIA

La vicenda è ricostruita nel romanzo di Vittorio Orsenigo con una prefazione di Sergio Romano

Vittorio Orsenigo

Una camera tutta d’ambra

Prefazione Sergio Romano

Bibliotheka

Dal 16 gennaio

 “Centoventi casse di ferro: i numeri appaiono chiari al centro di un drappo pesante fatto con il buon velluto del buio”. In quelle casse c’è la celebre Camera d’ambra, che nel 1941 fu smontata dai nazisti dal palazzo di Leningrado in cui si trovava e trasportata dalla Russia a Königsberg, nella Prussia Orientale.
La vicenda viene ricostruita intrecciando e alternando arte e guerra, meraviglia e orrore nel romanzo di Vittorio Orsenigo Una camera tutta d’ambra con una prefazione dell’ambasciatore Sergio Romano. A differenza della maggior parte dei tesori trafugati durante la seconda guerra mondiale, la Camera d’ambra aveva per il regime di Hitler un alto valore simbolico. Era stata concepita da un architetto tedesco per un re di Prussia, creata da artigiani locali e apparteneva quindi alla categoria delle opere che la Germania riteneva di dover recuperare e custodire nel cuore del Reich.

Vittorio Orsenigo (Milano, 1926-2025), regista e scrittore, si avvicina al panorama artistico milanese dell’immediato dopoguerra. Seguendo l’invito di Elio Vittorini, cura un ciclo di letture alla Casa della cultura di Milano presentando una selezione di testi teatrali di Christopher Isherwood, Bertold Brecht e Wystan Hugh Auden, allora poco noti in Italia. Nel 1950 esordisce come regista al Piccolo Teatro di Milano, grazie al direttore Paolo Grassi, con Ubu Roi di Jarry e Le Mammelle di Tiresia di Apollinaire. Ha pubblicato, tra gli altri, con Greco&Greco, Sellerio e Archinto.

NELLA FUTURA CITTA’ DI EDENIA”. NELLA CITTA’ DI EDENIA L’ANTISEMITISMO È SCOMPARSO E IN PALESTINA
EBREI E ARABI CONOSCONO UNA PACE PERPETUA E DURATURA

Un raro racconto utopico di Kalman Zingman (1918) tradotto per la prima volta in italiano da Stefania Ragaù.

Kalman Zingman

Nella futura città di Edenia

A cura e con la traduzione di Stefania Ragaù

Bibliotheka

Dal 30 gennaio

Edenia è una città tecnologicamente avanzata, dotata di grattacieli e aero-treni volanti e con un clima regolato artificialmente a seconda delle stagioni, tanto che non servono più cappotti d’inverno, né si sente troppo caldo d’estate. È un’affascinante fantasia letteraria sulle possibilità della vita ebraica in Europa e sulla pace in Palestina il racconto di Kalman Zingman, pubblicato nel 1918 e ora tradotto per la prima volta in italiano dall’yiddish da Stefania Ragaù In questo raro racconto utopico della letteratura yiddish, pubblicato all’indomani della rivoluzione russa e della Prima guerra mondiale, l’antisemitismo è scomparso e gli ebrei della diaspora hanno ottenuto la piena emancipazione. Nel futuro immaginato dall’autore, i popoli della terra sembrano aver raggiunto una pace perpetua e duratura e persino in Palestina, dove l’impresa sionista ha sviluppato una vivace civiltà ebraica secolare, arabi ed ebrei vivono tranquillamente gli uni accanto agli altri.

Kalman Zingman (1889–1929), nato in uno shtetl vicino a Kaunas, in Lituania, ricevette un’educazione tradizionale ebraica che però non portò a termine, dovendo ben presto mettersi a lavorare in un piccolo negozio di stoffe. Grande amante della letteratura e della poesia, che leggeva in yiddish, ebraico e russo, nel 1917 decise di fondare una piccola casa editrice dedicata alla letteratura yiddish e cimentarsi lui stesso in alcuni tentativi letterari. Proseguì l’attività editoriale a Kaunas, in Lituania, e poi a Berlino. Nel 1928 si recò con un visto turistico in Unione Sovietica, dove morì l’anno dopo a Simferopol, capitale della Crimea.

Stefania Ragaù, dottoressa di ricerca in Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è borsista Humboldt al Buber-Rosenzweig-Institut dell’Università Goethe a Francoforte sul Meno. Ha pubblicato Sognando SionEbraismo e sionismo tra nazione, utopia e Stato (1877-1902) (Viella, 2021).

Sergio Ferrero “Divertimento per Saturno”, presentazione

Ronzani Editore

“[…]una miniera di nomi, fatti, letture, da cui è quasi del tutto assente, come nota in modo opportuno Rognoni, ogni accenno ai fatti politici, mentre abbondano le spigolature di fatti minimi, inessenziali, quasi a ricordare che la vita, quella vera, di questi si compone, in un inesausto caleidoscopio”( da Bruno Nacci, 6 dicembre 2025, Doppiozero)

Scrittore, narratore e poeta, ma anche libraio ed Editor, e lettore senza un genere specifico  perché versatile, li accoglieva tutti, torna per Ronzani (a cura di Francesco Rognoni) in una elegante e raffinata edizione in due volumi, con la scrittura che gli era più peculiare: diarista, con i suoi taccuini inediti.
Personaggio schivo e diarista raffinato, ma dimenticato in tutte le sue opere, ritorna con i suoi scritti che riassumono momenti e imprerssioni, lasciando traccia di un mondo “di poco fa eppure remotissimo, via via gustando il piacere di ritrovarlo” scrive Bruno Quaranta nella sua incisiva presentazione (Robinson La Repubblica, domenica 11 gennaio 2026)

Raccolti in due volumi, i suoi taccuini (dal 1946 al 2008, anno della sua scomparsa) con in  copertina  un disegno di Franco Matticchio

 Nella sua presentazione così Bruno Quaranta definisce l’autore

“Saturnino, febbricitante, vagabondo in se stesso, Sergio Ferrero riconoscerà nel lago il suo paesaggio ideale, tra silenzi, crepuscoli, malombre. Da Miasino, sul lago d’Orta, dove negli anni settanta  trascorse stagioni idilliache (ascoltando Praz “sgranare rosari di pettegolezzi”), a Lezzeno, sul lago di Como, dove nel massimo riserbo si spense”.

Ci piace riportare anche uno stralcio dal significativo articolo dedicatogli da Hans Tuzzi ( La Lettura, 21 dicembre ‘25)

“Sergio Ferrero tenne un diario dove annotava fatti quotidiani, incontri, idee, impressioni. Questa testimonianza, che dal 1946 giunge al 2008, è ora raccolta — per la cura (ma cura è dir poco: tramite medianico) di Francesco Rognoni — in due sontuosi volumi messi in pagina da Giorgio Cedolin come primo titolo della Biblioteca Ronzani, collana di una casa editrice nota per l’attenzione rivolta anche all’aspetto fisico dei libri. Ma chi fu, Sergio Ferrero, il cui padre «guardava i cani negli occhi»? Antiquario, viaggiatore e scrittore con un palmarès di premi quali Bagutta, Bergamo, Campiello, Comisso e Strega, avrebbe potuto essere — scriveva l’editore in bandella a Il giuoco sul ponte — il Simenon italiano. Non volle, e oggi è uno dei tanti bravi autori da noi dimenticati”

E in conclusione Tuzzi aggiunge soffermandosi sulla pregevole edizione in due volumi in cofanetto:

“Un libro importante per una collana importante. I due volumi, bella carta e bello specchio di pagina, hanno in copertina un disegno di Franco Matticchio che — come quelli di Guido Scarabottolo per Giovanni Raboni, Gabriella Giandelli per Guido Morselli, Alberto Repetti per Joseph Conrad (recensito su queste pagine da Emanuele Trevi) o Pia Valentinis per Guido Piovene — sono a biro. Biro. BI(blioteca)RO(nzani). È  bello essere eleganti con un quantum d’ironia”.


Sergio Ferrero

«Artigiano signorile, un falegname del romanzo che si rifiuta di raccontare le sue storie: le fa intravedere, le lascia intuire di scorcio, di sbieco, in tralice» – come scriveva di lui Cesare Garboli – Sergio Ferrero (Torino 1926 – Lezzeno 2008) è autore di otto romanzi (fra cui Il giuoco sul ponteLa valigia vuotaNell’ombra) e una raccolta di racconti (Il cancello nero), usciti da Mondadori, Longanesi e Rizzoli fra il 1966 e il 2003: un’opera narrativa di grande compattezza e unità di ispirazione, fra le più compiute del secondo Novecento. (Divertimento per Saturno » Ronzani Editore)

Francesco Rognoni (Pavia, 1960) insegna Letteratura inglese e angloamericana all’Università Cattolica di Milano e Brescia. Ha curato edizioni di autori inglesi (Keats, Shelley, Browning), americani (Lowell, O’Hara, Broyard) e italiani (Graf, Almansi, Luoni, Ferrero, Ortese, Coppini, Gerbi, Cattafi). Alcuni suoi scritti occasionali sono raccolti in Di libro in libro (Milano, 2006). Collabora con le pagine culturali del «Manifesto» ed è redattore di «Paragone-Letteratura». (da Divertimento per Saturno » Ronzani Editore)

Milena Milani “Storia di Anna Drei”, presentazione

Postfazione di Rosella Postorino

[…]mentre la storia di Anna Drei lentamente si svela, tra un presente disordinato e un passato di verità e immaginazione custodito fra le pagine di un diario, la narratrice può entrare crudamente in contatto con il proprio mondo interiore, addentrarsi nei luoghi più sacri e oscuri di sé, dove il suo doppio la conduce.(da Cliquot)

Pubblicato nel 1947 vinse la prima edizione del premio Mondadori, è il. romanzo d’esordio della Milani, ed è considerato un modello di Esistenzialismo italiano; è ripubblicato da Cliquot e dedicato alle pagine di autrici importanti ma dimenticate.

Un pomeriggio d’inverno, a Roma, davanti al cinema Barberini, due donne si incontrano: la narratrice e la giovane Anna Drei che dopo la visione del film la invita nella stanza in cui vive. Da quel momento tra le due si creerà un rapporto che può definirsi ambiguo.  
La vicenda è raccontata  da una voce narrante anonima e non solo: il ritratto di Anna infatti prende forma attraverso due voci, quella appunto narrante e le pagine che decide di volta in volta di far leggere o trovare casualmente alla sua nuova amica. È appunto  sul doppio che il romanzo viene costruito e, come spiega nella sua interessante presentazione Marzia Fontana (La Lettura, Il Corriere 28 dicembre 2025 con l’interessante titolo “Una donna e l’ altra.  Sicuri che siano due?”)

“l’io narrante e Anna con i suoi misteri e la sua sfuggevolezza, sempre pronta a incalzarla come in un esercizio di autocoscienza, Anna e «l’Altra sé» di cui racconta a più riprese, il suo amico Antonio e Mario, per carattere a lui antitetico, la pulsione e il timore delle due di cedere al desiderio maschile, Roma e la città di provenienza di Anna, le stesse voci narranti, ambiguamente riflesse in un gioco di specchi”.

E aggiunge, sottolineando le tematiche trattate, sicuramente in anticipo sui tempi

“Sullo sfondo di una Roma sempre più plumbea, […], la vicenda si tinge di fosco, evoca la miglior tradizione del noir e anticipa aspetti di una «questione femminile» ancora lontana, come il rapporto con il corpo che cambia, l’aspirazione all’emancipazione e l’anticonformistica rivendicazione di una sessualità libera in tempi gravati dal pregiudizio. Un tema, quest’ultimo, sul quale Milani tornerà quasi vent’anni dopo nel romanzo La ragazza di nome Giulio e che le costerà, in prima istanza, una condanna a sei mesi di carcere per offesa al pudore”.

La narrazione prosegue povera di eventi salvo nel finale fino al drammatico, ma non del tutto inatteso epilogo.

Milena Milani (Savona, 1917-2013), figura poliedrica, ha attraversato il Novecento tra letteratura e arte contemporanea. Dalla frequentazione del gruppo di intellettuali che si riuniva al Caffè Aragno di Roma seguì il suo esordio, nel 1944, con una raccolta di poesie. Del 1947 è il suo primo romanzo, Storia di Anna Drei, con cui vinse la prima edizione del premio Mondadori. La sua opera più nota è invece La ragazza di nome Giulio (Longanesi, 1964), che fu oggetto di processo per oscenità. Nel campo delle arti visive, collaborò con Carlo Cardazzo alla Galleria del Naviglio, del Cavallino e Selecta e aderì allo Spazialismo di Lucio Fontana, firmandone tutti i Manifesti. Attiva promotrice culturale, ricevette nel 1988 l’onorificenza di Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. Oggi la sua opera è curata dalla Fondazione Museo di arte contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo, con sede a Savona.( da Cliquot)

Fleur Jaeggy “Il dito in bocca”, presentazione

Il primo enigmatico libro di Fleur Jaeggy, da anni introvabile e molto atteso dai suoi lettori.( da Adelphi)

Editato per la prima volta nel 1968 fu l’esordio letterario dell’allora ventottenne autrice, nata a Zurigo e residente a Milano e che scrive in lingua italiana. Dopo questo esordio ne ha pubblicati altri sette sempre con Adelphi che lo ripubblica nella Piccola Biblioteca.

“Un testo breve, ma oltremodo fascinoso” lo definisce su tuttolibri (27 dicembre) Enrico Arosio che premette “l’ho letto tre volte perché oltre che pazzo è breve”.
Dopo l’esordio l’autrice ha pubblicato ancora, sette libri,  sempre con Adelphi ed è stata insignita quest’anno del Gran premio svizzero della letteratura.
La protagonista è Lung, forse una ventenne, che ancora si mette il dito in bocca e pare sia cresciuta in un qualche collegio svizzero ma altre volte racconta da una clinica dove è ricoverata.
La storia non è una vera storia ma si contraddistingue per  “una scelta di parole sofisticata”, “di notevole eleganza” dove “aleggia una gelida ironia

“Io, Lung, ho un difetto, che coltivo forse. Gli altri lo formulano così: ha il vizio di mettersi il dito in bocca. Ma non è molto vero, perché se mi capita di vedere una qualche persona con il dito in bocca provo un fastidio mai vi sto, addirittura le taglierei il dito, ignorando le conseguenze. So con esattezza che la mia responsabilità sarebbe enorme, perché se u no è abituato a succhiarsi il pollice dif$cil mente potrebbe abituarsi a un altro dito, non penso di esagerare se dico che sarebbe altret tanto dif$cile abituarsi all’altra mano, cioè all’altro pollice. Generalmente è un’abitudi ne che si prende da bambini, quando si è molto piccoli, ma non so bene come mai tan ti grandi continuano a provarci gusto. Il polli ce cresce. Certo da vedere è proprio brutto, dipende anche da chi, però, e poi ci sono cose peggio ri, uno che si rosicchia le unghie in modo tre mendo non lo sopporto, oppure, faccio per dire, con avidità, mi dà fastidio, e invece se la 15 prendono con me, se magari mi vedono con il dito in bocca, magari ero soprapensiero. Con l’indice accarezzandomi il naso e forse me lo stringevo”.(uno stralcio da “il dito in boicca” pag 15/16)