Libri che parlano di gatti e un racconto di Salvina Pizzuoli

Susanne Schötz Il linguaggio segreto dei gatti

Joyce Carol Oates “La nuova gattina” illustrato da Dave Mottram

Thomas Stearns Eliot “Il libro dei gatti tuttofare”

Anna Sólyom “Il caffè dei gatti” presentazione e alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

Muriel Barbery “I gatti della scrittrice”

Salvina Pizzuoli “Corti e… fantastici” con quattro racconti sui gatti e i bozzetti ( Gatti, Mafì, Le gatte, Non è facile parlare di gatti)

e anche un racconto completo: Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici

Non è facile parlare di gatti

Amo i gatti da sempre; sin da piccola sono stati la mia passione. Li trovo eleganti, non solo nelle pose e nell’incedere, ma anche e soprattutto per il loro comportamento: sono discreti, sanno indugiare, studiare e osservare con accortezza e con distacco. Gli aforismi, i proverbi, le pagine di letteratura, dalle antiche alle attuali, ne tratteggiano profili variegati, anche contraddittori, ma comunque molteplici: per questo motivo non è facile parlare di gatti. È stato già detto molto o con esaltazione o con biasimo, ma in ciascuno dei casi hanno occupato da protagonisti le pagine di romanzi, poesie, racconti, fiabe memorabili. Nella narrazione di Poe un maestoso, splendido e vendicativo Plutone ci lascia agghiacciati per la sua magistrale e satanica opera di giustizia; nei versi di Baudelaire “les nobles attitudes /Des grands sphinx allongés au fond des solitudes”, ci imprigionano nell’evanescenza dei sogni cui appartengono, “dans une rêve san fin”. In Alice ci stupiscono le incredibili sparizioni del gatto Ghignagatto che  “svanì adagio adagio; cominciando con la fine della coda e finendo col ghigno, il quale rimase per qualche tempo sul ramo, dopo che tutto s’era dileguato”; nella fiaba di Perrault ci seduce e ci convince della bontà delle proprie mistificazioni un gatto con gli stivali; e l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura.

Per questo motivo è sicuramente difficile scrivere di gatti; resta l’altra possibilità, sempre nuova e illimitata, di raccontarli attraverso il vissuto, affettuosamente, seguendo lo spirito di Lorenz che ne “L’anello di re Salomone”, sottolinea gli aspetti insoliti, curiosi e affascinanti del mondo animale, con rispetto e amore.

Io ne ho avuti quattro e ciascuno è stato particolare a suo modo. I ricordi che ho di loro sono legati a comportamenti che li hanno resi unici, tanto da spingermi ogni volta a dire che ognuno sarebbe stato insostituibile e che pertanto non avrei mai più potuto averne un altro.

Non è stato così ed ogni volta mi sono ricreduta.

Liolà è stata la prima. Aveva un nome maschile, ma le stava benissimo. Era un batuffolo nero quando i vicini me ne fecero omaggio. Non era di razza, ma la selezione naturale aveva favorito in lei alcuni caratteri ereditari a scapito di altri, associando forme e colori in una combinazione armoniosa e riuscita: pelo lungo, morbidissimo, di un nero bluastro; occhi verde intenso; le orecchie piccole e la testa minuta sul collo slanciato, le conferivano un’aria vezzosa e nello stesso tempo orgogliosa. Trascorreva molte ore in giardino, perdendosi tra le rose e i cespugli di ortensie, ma bastava un richiamo e subito il suo musetto compariva tra il verde del fogliame. Questo suo rispondere alla prima chiamata mi aveva convinta a portala con me anche nelle passeggiate nel bosco, sicura che all’occorrenza sarebbe ricomparsa. Non la tenevo al guinzaglio, ma la lasciavo scorrazzare liberamente, anche perché in realtà era lei a tenermi costantemente d’occhio, anche quando si allontanava. Non l’ho mai persa, non l’ho mai dovuta cercare o richiamare a lungo; ricordo ancora distintamente lo scricchiolio delle foglie secche smosse dai suoi salti per tornare immediatamente al primo fischio. Nel viaggio di ritorno poi, stordita dalle corse, dalle arrampicate, dall’aria frizzante, si sistemava tra le mie gambe e dormiva sonni beati e profondi. Fu proprio per questo che rimasi stupita e preoccupata quando non la vidi comparire subito mentre in giardino la chiamavo ripetutamente. Né il fischio abituale, né il suo nome ripetuto l’avevano fatta presentare Avevo immaginato di tutto, mi ero disperata, ma subito mi ero ripresa, sostituendo l’ansia con l’azione: iniziai una ricerca capillare e scientifica, frugando il giardino palmo a palmo.

Liolà non c’era, sembrava volatilizzata. Avevo cercato in basso; non so cosa mi spinse a cercare in alto. Fu così che la vidi, nel senso che vidi due zampette e un pezzo di coda che ciondolavano da quello che in un primo momento mi era sembrato un groviglio di frasche.

Come aveva fatto ad arrampicarsi fin lassù?

Il vecchio pino era alto e frondoso tanto che l’avevo vista a mala pena, forse colpita da quelle appendici poco probabili per un albero. Dormiva; dormiva uno dei suoi sonni di sasso; probabilmente, affaticata dalla salita e spaventata dal suo stesso ardimento. La cosa peggiore era andare a riprenderla. Sapevo per esperienza che i gatti sanno salire, ma quando sono piccoli soprattutto, scendono con difficoltà perché dovrebbero saltare da un’ altezza considerevole se commisurata alla loro mole. Non mi persi d’animo; avrei scalato il pino se fosse stato necessario. Presa la scala più alta, cercai di avvicinarmi il più possibile: il groviglio di frasche era in realtà un nido abbandonato e la mia gattina lo aveva occupato completamente.

Abbiamo fatto notte: io armata di una lampada tascabile l’ho guidata fino a me illuminandole uno alla volta i rami da usare come gradini; lei titubante e timorosa, stazionava vari minuti su di un ramo prima di procedere verso il successivo per arrivare piano piano fino alle mie spalle.

Se Liolà prediligeva i nidi dismessi per i suoi sonnellini, Nanà preferiva le zampe del cane Dick.

Nanà è stato il secondo.

Al contrario di Liolà aveva un nome femminile, ma era un maschio.

Con lui la natura non era stata generosa; non era piacente; i suoi occhietti piccoli e tondi erano slavati e si confondevano con i colori del suo mantello di un indefinito bianco-grigio, ma aveva un carattere docile e dolcissimo e sapeva farsi amare. Era un girovago; spariva a giornate intere, ma tornava sempre. Nanà era spesso acciambellato tra le zampe e il corpo peloso e accogliente di Dick, un cane da caccia che trascorreva molte ore della sua giornata chiuso in gabbia. Il quadro che si mostrava alla vista era tenero e commovente: i due se la intendevano alla grande. Non era dello stesso parere il padrone del cane; era preoccupatissimo che il docile Nanà potesse graffiare, in un moto di istintualità felina, il prezioso naso del suo cane. Mi aveva pregato varie volte di tenere Nanà lontano dal suo giardino, ma per quanti sforzi facessi, compenetrandomi nella sua ansia, non riuscivo a tenerlo lontano dalla sua cuccia preferita per più di un giorno.

Fu così che Nanà scomparve. Non così come era solito fare, ma per settimane non lo vidi più. Ero quasi convinta che l’autore della sua sparizione fosse il mio ansioso vicino, ma una mattina lo trovai sdraiato sullo zerbino, privo di forze, tutto graffiato e spelacchiato. Nonostante le sue condizioni, appena mi vide si illuminò tutto: nel suo sguardo, sulla sua faccia inespressiva, avevo letto distintamente la soddisfazione per la difficile prova che aveva affrontato pur di essere nuovamente a casa.

Miù invece è stata fortunosamente strappata alla morte. Era magrissima e malata quando dal ciglio della strada in cui giaceva abbandonata la portai a casa. Il suo lamentoso miagolio le aveva meritato il nome. Il suo manto, prevalentemente nero, era macchiato di bianco solo sulle quattro zampe e sul petto. Nonostante le cure, Miù non mangiava, si era abbandonata nella sua cuccia e trascorreva le giornate con gli occhi socchiusi. La visita del veterinario diagnosticò una bronchite ed era molto probabile non sopravvivesse. Aveva la febbre alta e non riusciva a respirare. Non ricordo precisamente come mi fosse venuto in mente di somministrarle gocce di Argotone. Non ho mai saputo di altri gatti capaci di sottoporsi ai fomenti con tanta tranquillità o accettare con gratitudine le piccole gocce che le stillavo nelle narici: voleva a tutti i costi vivere e respirare.

È sopravvissuta, è cresciuta, è diventata una gatta robusta e sana. Ha partorito sei piccoli tutti identici a lei: manto nero e deliziose scarpette bianche.

L’ultima, l’attuale è Zagara. Il suo nome è stato l’unico confezionato prima che arrivasse, perché è stata l’unica gatta ad essere attesa. Tutti gli altri sono stati chiamati in base ad alcune caratteristiche del loro comportamento; la piccola infatti ora viene chiamata Zazzì o Zazà per la sua andatura morbida, per i modi graziosi e civettuoli che le conferiscono un’arietta parigina: il tutto a conferma di quanto è difficile dare un solo nome ai gatti e quanto è preferibile darne almeno tre; parafrasando Eliot.

È arrivata ad ottobre; la sua cuccia era stata confezionata con una bella e capiente cesta di vimini e con un morbido cuscino al cui centro spiccava un muso di gatta. Zagara aveva solo un mese e non era una gattona; la sua cuccia si era rivelata troppo ampia; quasi ci si perdeva. Il distacco dalla madre la faceva piangere per varie ore e la cuccia non costituiva forse un riparo per lei accogliente e sicuro. Avevo un piccolo gatto di pezza; pensai potesse rendere lo spazio più raccolto e più caldo; glielo sistemai accanto. In un primo momento l’intruso non fu neppure notato, ma il mattino successivo Zagara affondava e nascondeva pacifica la sua testa sotto il suo nuovo compagno. Ancora oggi sono inseparabili. Lo abbraccia, ci gioca al gatto con il topo, lo porta in giro per la casa; ultimamente mostra i segni del tempo; è scolorito, ha perso un occhio, ma per la piccola resta il migliore compagno di giochi. In quei frangenti esprime la propria contentezza con particolari miagolii, distinti dagli altri: un miagolio lamentoso ed accorato, quasi il pianto di un neonato, per chiedere soccorso ( è una gran fifona ed ha paura di tutto ), un altro sinuoso, morbido e suadente per invitarti a giocare, un altro ancora imperioso e insistente per farsi aprire la porta del giardino, uno monotono come un brontolio per chiedere la pappa ( è viziatissima ; mangia solo pesce crudo e freschissimo); ho imparato a riconoscere almeno dieci modulazioni diverse di quell’unico, piccolo miao attraverso il quale si esprime; parafrasando Hoffmann (Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici)

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