La cinquina dello Strega e le recensioni su tuttatoscanalibri

Emanuele Trevi Due vite (Neri Pozza) ha ottenuto il maggior numero dei voti,256, subito dopo con 221 Edith Bruck Il pane perduto (La nave di Teseo) romanzo che ha ottenuto il riconoscimento assegnato dai giovani, con un minimo distacco, 220 voti, Donatella di Pietrantonio con Borgo Sud (Einaudi) seguita dai 215 di Giulia Caminito L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani), chiude la cinquina Andrea Bajani Il libro delle case (Feltrinelli) con 203 voti.

Bajani e Caminito sono anche finalisti al Campiello.

Di Emanuele Trevi Due vite, la recensione su tuttatoscanalibri così come per Donatella di Pietrantonio con Borgo Sud.

Degli altri una breve presentazione:

Il romanzo della Bruck è un memoir che racconta sul filo del ricordo la sua esperienza di Auschwitz, quindi la salvezza e il tentativo di una nuova vita in Israele; poi le tournée in giro per l’Europa al seguito di un corpo di ballo, fino in Italia e l’amore con l’incontro con il poeta e regista Nelo Risi. L’oggi è una serie di riflessioni sull’attuale ondata xenofoba e la conclusione è una lettera a Dio in cui manifesta tutti i suoi dubbi e le sue speranze e il desiderio di tramandare ancora alle generazioni future capitoli della storia del Novecento

Di Caminito L’acqua del lago non è mai dolce si ambienta sul lago di Bracciano: la protagonista, l’adolescente Gaia, racconta se stessa e la propria famiglia; la madre Antonia che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli, fiera e indomita crede nel bene comune ma vuole comunque insegnare alla sua unica figlia femmina a contare su se stessa e sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara e risponde non sempre con mezzi adeguati in cerca di un riscatto.

Bajani racconta il protagonista, un uomo chiamato Io, attraverso le case in cui ha vissuto le varie fasi della sua vita, circa quaranta abitazioni, come ad esempio Casa del sottosuolo, Casa sotto la montagna, Casa di Famiglia, Casa di Parenti; non sempre e non propriamente “case” in senso stretto, luoghi in cui accade qualcosa, un modo originale di raccontare la propria storia attraverso i luoghi in cui si è svolta, gli oggetti, i mobili, la metratura…

Per il vincitore l’appuntamento è all’8 luglio.

Italo Calvino, da non perdere

La trilogia: I nostri antenati

Il cavaliere inesistente

Il visconte dimezzato

Il barone rampante

I viaggi fantastici

Le città invisibili

Le cosmicomiche

Il romanzo infinito

“Se una notte d’inverno un viaggiatore”

e anche

Nella presentazione di Primo Levi “Storie naturali”

Omaggio a Italo Calvino a cura di Maurizio Amore. Un’ampia carrellata tra le opere di Calvino

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di aprile 2021

Aprile 2021, le pagine di tuttatoscanalibri più visitate

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Hervé Le Tellier “L’anomalia”

Primo Levi “Se questo è un uomo”

“Terapia forestale”

Antonio De Bonis “La cosa nera. Analisi a tutto campo sulla mafia nigeriana”

Vanessa Montfort “Il sogno della crisalide”

Gianrico Carofiglio “Testimone inconsapevole”

Dacia Maraini “Trio”

Aldo Forbice “Comprare moglie. Cronache di schiavitù e violenza”

Omaggio a Charles Baudelaire

Per la Terra, nella giornata mondiale dedicata, 22 aprile 2021, tuttatoscanalibri consiglia a grandi e piccini:

Michele Ferrari “Noi abbiamo futuro”

Mariasole Bianco “Pianeta Oceano

Richard Power “Il sussurro del mondo”

C. Figueres, T. Rivett-Carnac “Scegliere il futuro

e una filastrocca per i più piccini da Gianni Rodari “Favole al telefono”

In principio la Terra era tutta sbagliata,
renderla più abitabile fu una bella faticata.
Per passare i fiumi non c’erano ponti.
Non c’erano sentieri per salire sui monti.

Ti volevi sedere?
Neanche l’ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno?
Non esisteva il letto.

Per non pungersi i piedi, né scarpe né stivali.
Se ci vedevi poco non trovavi gli occhiali.
Per fare una partita non c’erano palloni:
mancava la pentola e il fuoco per cuocere i maccheroni.

Anzi a guardare bene mancava anche la pasta.
Non c’era nulla di niente.
Zero via zero, e basta.

C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare
e agli errori più grossi si poté rimediare.
Da correggere, però, ne restano ancora tanti:
rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti.

Per gli amanti del libro antico: gli articoli e i link agli approfondimenti

Curiosità bibliofile: Le copertine

Curiosità Bibliofile: i caratteri tipografici

Curiosità bibliofile: la legatura, la carta, i caratteri tipografici

Curiosità bibliofile: la carta e alcuni tipi di carta

e anche:

Manuale enciclopedico della bibliofilia, Bonnard 1997

Hans Tuzzi, Libro antico libro moderno. Per una storia comparata, Bonnard 2006

Per chi volesse saperne di più:

l’articolo su Libri Panorama

L’articolo su Il LIbraio

Il volumetto di Jhumpa Lahiri

In questa pagina i nomi delle parti che compongono il libro del XX secolo

La legatura su Sapere.it

e anche:

Il saggio di Ambrogio Borsani La claque del libro

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di marzo 2021

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Hervé Le Tellier “L’anomalia”

“Terapia forestale” a cura di Francesco Meneguzzo e Federica Zabini

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Haruki Murakami “Prima persona singolare”

E. Allan Poe “Una discesa nel Maelstrom”

Dacia Maraini “Trio”

Manuela Piemonte “Le Amazzoni”

Gianrico Carofiglio “Testimone inconsapevole”

Michel Pastoureau “La stoffa del diavolo”

Benedetta Cosmi “Orgoglio e sentimento”

Premio Strega: i 12 tra i 62 presentati in quest’anno ricco di candidature

Dal Sito del Premio Strega

“Distopia e autobiografia: ecco la dozzina dello Strega 2021 un articolo da Il sole 24ore cultura con indicazione dei candidati, le caratteristiche dei titoli proposti e l’esclusione di un titolo dal premio Strega Giovani.

Su tuttatoscanalibri le recensioni di due dei 12 libri candidati:

Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza”

Donatella Di Pietrantonio “Borgo Sud”

I primi cinque candidati al Premio Strega

Con la pubblicazione il primo febbraio dei nomi dei primi candidati sul sito premiostrega.it si è ufficialmente aperta la settantacinquesima edizione. La presentazione di tutti i nomi dei candidati si chiuderà il 5 marzo, così come predispone il regolamento che prevede che ciascuno venga proposto da un “Amico della Domenica” a partire dal 20 gennaio con una breve motivazione. Primo il nome di Emanuele Trevi con “Due vite” edito da Neri Pozza presentato da Francesco Piccolo, un romanzo–saggio che racconta di due scrittori scomparsi prematuramente, due amici, Pia Pera e Rocco Carbone, una biografia – memoir, ma anche romanzo di formazione.

Ed ecco di seguito gli altri quattro già entrati ufficialmente nel novero dei candidati al Premio:

Paolo Di Paolo con “Noi” edito da Bompiani presentato da Luca Serianni, racconta, sullo sfondo della storia del nostro Paese, la vicenda familiare dell’autore e la tragica perdita del fratello;

Antonella Lattanzi “Questo giorno che incombe” edito da Harper-Collins e proposto da Domenico Starnone, un thriller ispirato ad una storia vera;

Loredana Lipperini “La notte si avvicina” edito da Bompiani e presentato da Romana Petri, ambientato durante la crisi del 2008;

Stefano Sgambati “I divoratori” edito da Mondadori e presentato da Daria Bignardi, racconta di una cena in un ristorante di lusso tra ospiti importanti in cui esplode la follia del protagonista.

Oltre ai cinque indicati, molti i rumors che riguardano alcuni tra gli altri possibili: Silvia Avallone con “Un’amicizia” edito da Rizzoli; Donatella Di Pietrantonio con “Borgo Sud” edito da Einaudi; Teresa Ciabatti con “Sembrava bellezza” edito da Mondadori; Francesca Serafini con “Tre madri” edito da La nave di Teseo.

Per la conferma non ci resta che attendere.

Libri che parlano di gatti e un racconto di Salvina Pizzuoli

Susanne Schötz Il linguaggio segreto dei gatti

Joyce Carol Oates “La nuova gattina” illustrato da Dave Mottram

Thomas Stearns Eliot “Il libro dei gatti tuttofare”

Anna Sólyom “Il caffè dei gatti” presentazione e alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

Muriel Barbery “I gatti della scrittrice”

Salvina Pizzuoli “Corti e… fantastici” con quattro racconti sui gatti e i bozzetti ( Gatti, Mafì, Le gatte, Non è facile parlare di gatti)

e anche un racconto completo: Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici

Non è facile parlare di gatti

Amo i gatti da sempre; sin da piccola sono stati la mia passione. Li trovo eleganti, non solo nelle pose e nell’incedere, ma anche e soprattutto per il loro comportamento: sono discreti, sanno indugiare, studiare e osservare con accortezza e con distacco. Gli aforismi, i proverbi, le pagine di letteratura, dalle antiche alle attuali, ne tratteggiano profili variegati, anche contraddittori, ma comunque molteplici: per questo motivo non è facile parlare di gatti. È stato già detto molto o con esaltazione o con biasimo, ma in ciascuno dei casi hanno occupato da protagonisti le pagine di romanzi, poesie, racconti, fiabe memorabili. Nella narrazione di Poe un maestoso, splendido e vendicativo Plutone ci lascia agghiacciati per la sua magistrale e satanica opera di giustizia; nei versi di Baudelaire “les nobles attitudes /Des grands sphinx allongés au fond des solitudes”, ci imprigionano nell’evanescenza dei sogni cui appartengono, “dans une rêve san fin”. In Alice ci stupiscono le incredibili sparizioni del gatto Ghignagatto che  “svanì adagio adagio; cominciando con la fine della coda e finendo col ghigno, il quale rimase per qualche tempo sul ramo, dopo che tutto s’era dileguato”; nella fiaba di Perrault ci seduce e ci convince della bontà delle proprie mistificazioni un gatto con gli stivali; e l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura.

Per questo motivo è sicuramente difficile scrivere di gatti; resta l’altra possibilità, sempre nuova e illimitata, di raccontarli attraverso il vissuto, affettuosamente, seguendo lo spirito di Lorenz che ne “L’anello di re Salomone”, sottolinea gli aspetti insoliti, curiosi e affascinanti del mondo animale, con rispetto e amore.

Io ne ho avuti quattro e ciascuno è stato particolare a suo modo. I ricordi che ho di loro sono legati a comportamenti che li hanno resi unici, tanto da spingermi ogni volta a dire che ognuno sarebbe stato insostituibile e che pertanto non avrei mai più potuto averne un altro.

Non è stato così ed ogni volta mi sono ricreduta.

Liolà è stata la prima. Aveva un nome maschile, ma le stava benissimo. Era un batuffolo nero quando i vicini me ne fecero omaggio. Non era di razza, ma la selezione naturale aveva favorito in lei alcuni caratteri ereditari a scapito di altri, associando forme e colori in una combinazione armoniosa e riuscita: pelo lungo, morbidissimo, di un nero bluastro; occhi verde intenso; le orecchie piccole e la testa minuta sul collo slanciato, le conferivano un’aria vezzosa e nello stesso tempo orgogliosa. Trascorreva molte ore in giardino, perdendosi tra le rose e i cespugli di ortensie, ma bastava un richiamo e subito il suo musetto compariva tra il verde del fogliame. Questo suo rispondere alla prima chiamata mi aveva convinta a portala con me anche nelle passeggiate nel bosco, sicura che all’occorrenza sarebbe ricomparsa. Non la tenevo al guinzaglio, ma la lasciavo scorrazzare liberamente, anche perché in realtà era lei a tenermi costantemente d’occhio, anche quando si allontanava. Non l’ho mai persa, non l’ho mai dovuta cercare o richiamare a lungo; ricordo ancora distintamente lo scricchiolio delle foglie secche smosse dai suoi salti per tornare immediatamente al primo fischio. Nel viaggio di ritorno poi, stordita dalle corse, dalle arrampicate, dall’aria frizzante, si sistemava tra le mie gambe e dormiva sonni beati e profondi. Fu proprio per questo che rimasi stupita e preoccupata quando non la vidi comparire subito mentre in giardino la chiamavo ripetutamente. Né il fischio abituale, né il suo nome ripetuto l’avevano fatta presentare Avevo immaginato di tutto, mi ero disperata, ma subito mi ero ripresa, sostituendo l’ansia con l’azione: iniziai una ricerca capillare e scientifica, frugando il giardino palmo a palmo.

Liolà non c’era, sembrava volatilizzata. Avevo cercato in basso; non so cosa mi spinse a cercare in alto. Fu così che la vidi, nel senso che vidi due zampette e un pezzo di coda che ciondolavano da quello che in un primo momento mi era sembrato un groviglio di frasche.

Come aveva fatto ad arrampicarsi fin lassù?

Il vecchio pino era alto e frondoso tanto che l’avevo vista a mala pena, forse colpita da quelle appendici poco probabili per un albero. Dormiva; dormiva uno dei suoi sonni di sasso; probabilmente, affaticata dalla salita e spaventata dal suo stesso ardimento. La cosa peggiore era andare a riprenderla. Sapevo per esperienza che i gatti sanno salire, ma quando sono piccoli soprattutto, scendono con difficoltà perché dovrebbero saltare da un’ altezza considerevole se commisurata alla loro mole. Non mi persi d’animo; avrei scalato il pino se fosse stato necessario. Presa la scala più alta, cercai di avvicinarmi il più possibile: il groviglio di frasche era in realtà un nido abbandonato e la mia gattina lo aveva occupato completamente.

Abbiamo fatto notte: io armata di una lampada tascabile l’ho guidata fino a me illuminandole uno alla volta i rami da usare come gradini; lei titubante e timorosa, stazionava vari minuti su di un ramo prima di procedere verso il successivo per arrivare piano piano fino alle mie spalle.

Se Liolà prediligeva i nidi dismessi per i suoi sonnellini, Nanà preferiva le zampe del cane Dick.

Nanà è stato il secondo.

Al contrario di Liolà aveva un nome femminile, ma era un maschio.

Con lui la natura non era stata generosa; non era piacente; i suoi occhietti piccoli e tondi erano slavati e si confondevano con i colori del suo mantello di un indefinito bianco-grigio, ma aveva un carattere docile e dolcissimo e sapeva farsi amare. Era un girovago; spariva a giornate intere, ma tornava sempre. Nanà era spesso acciambellato tra le zampe e il corpo peloso e accogliente di Dick, un cane da caccia che trascorreva molte ore della sua giornata chiuso in gabbia. Il quadro che si mostrava alla vista era tenero e commovente: i due se la intendevano alla grande. Non era dello stesso parere il padrone del cane; era preoccupatissimo che il docile Nanà potesse graffiare, in un moto di istintualità felina, il prezioso naso del suo cane. Mi aveva pregato varie volte di tenere Nanà lontano dal suo giardino, ma per quanti sforzi facessi, compenetrandomi nella sua ansia, non riuscivo a tenerlo lontano dalla sua cuccia preferita per più di un giorno.

Fu così che Nanà scomparve. Non così come era solito fare, ma per settimane non lo vidi più. Ero quasi convinta che l’autore della sua sparizione fosse il mio ansioso vicino, ma una mattina lo trovai sdraiato sullo zerbino, privo di forze, tutto graffiato e spelacchiato. Nonostante le sue condizioni, appena mi vide si illuminò tutto: nel suo sguardo, sulla sua faccia inespressiva, avevo letto distintamente la soddisfazione per la difficile prova che aveva affrontato pur di essere nuovamente a casa.

Miù invece è stata fortunosamente strappata alla morte. Era magrissima e malata quando dal ciglio della strada in cui giaceva abbandonata la portai a casa. Il suo lamentoso miagolio le aveva meritato il nome. Il suo manto, prevalentemente nero, era macchiato di bianco solo sulle quattro zampe e sul petto. Nonostante le cure, Miù non mangiava, si era abbandonata nella sua cuccia e trascorreva le giornate con gli occhi socchiusi. La visita del veterinario diagnosticò una bronchite ed era molto probabile non sopravvivesse. Aveva la febbre alta e non riusciva a respirare. Non ricordo precisamente come mi fosse venuto in mente di somministrarle gocce di Argotone. Non ho mai saputo di altri gatti capaci di sottoporsi ai fomenti con tanta tranquillità o accettare con gratitudine le piccole gocce che le stillavo nelle narici: voleva a tutti i costi vivere e respirare.

È sopravvissuta, è cresciuta, è diventata una gatta robusta e sana. Ha partorito sei piccoli tutti identici a lei: manto nero e deliziose scarpette bianche.

L’ultima, l’attuale è Zagara. Il suo nome è stato l’unico confezionato prima che arrivasse, perché è stata l’unica gatta ad essere attesa. Tutti gli altri sono stati chiamati in base ad alcune caratteristiche del loro comportamento; la piccola infatti ora viene chiamata Zazzì o Zazà per la sua andatura morbida, per i modi graziosi e civettuoli che le conferiscono un’arietta parigina: il tutto a conferma di quanto è difficile dare un solo nome ai gatti e quanto è preferibile darne almeno tre; parafrasando Eliot.

È arrivata ad ottobre; la sua cuccia era stata confezionata con una bella e capiente cesta di vimini e con un morbido cuscino al cui centro spiccava un muso di gatta. Zagara aveva solo un mese e non era una gattona; la sua cuccia si era rivelata troppo ampia; quasi ci si perdeva. Il distacco dalla madre la faceva piangere per varie ore e la cuccia non costituiva forse un riparo per lei accogliente e sicuro. Avevo un piccolo gatto di pezza; pensai potesse rendere lo spazio più raccolto e più caldo; glielo sistemai accanto. In un primo momento l’intruso non fu neppure notato, ma il mattino successivo Zagara affondava e nascondeva pacifica la sua testa sotto il suo nuovo compagno. Ancora oggi sono inseparabili. Lo abbraccia, ci gioca al gatto con il topo, lo porta in giro per la casa; ultimamente mostra i segni del tempo; è scolorito, ha perso un occhio, ma per la piccola resta il migliore compagno di giochi. In quei frangenti esprime la propria contentezza con particolari miagolii, distinti dagli altri: un miagolio lamentoso ed accorato, quasi il pianto di un neonato, per chiedere soccorso ( è una gran fifona ed ha paura di tutto ), un altro sinuoso, morbido e suadente per invitarti a giocare, un altro ancora imperioso e insistente per farsi aprire la porta del giardino, uno monotono come un brontolio per chiedere la pappa ( è viziatissima ; mangia solo pesce crudo e freschissimo); ho imparato a riconoscere almeno dieci modulazioni diverse di quell’unico, piccolo miao attraverso il quale si esprime; parafrasando Hoffmann (Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici)

Salvina Pizzuoli “Il Viaggiastorie. Racconti fantastici”due commenti, alcuni brani da leggere e l’Indice

 Guardare il mondo con gli occhi del Viaggiastorie. Viaggi fantastici per sorridere, pensare, riflettere in leggerezza. Illustrato da Elena Salucco.

La fantasmagorica copertina sintetizza nei personaggi e nei colori lo spirito del contenuto, non solo leggerezza ma anche metafora dei comportamenti umani, colto in modo personalissimo dall’illustratrice Elena Salucco autrice anche dei disegni all’interno del volume.

Su Amazon in ebook e in cartaceo.

Il commento di Daniela Alibrandi:

“Un viaggio toccante e di grande fantasia, una analisi che riesce a indagare atteggiamenti e significati profondi, attraversando perfino l’accezione delle parole e la grande parte che esse giocano nella definizione di concetti e comportamenti. Il lavoro di Salvina Pizzuoli conferma la sua bravura e induce alla riflessione, rendendo la lettura interessante, avvincente e divertente. Bellissime le illustrazioni. Assolutamente consigliato”

e di Luisa Gianassi

In questi racconti la penna di Salvina Pizzuoli tende a trasformare tutto in gioco. Un gioco di parole, definizioni caricaturali di stati d’animo, dove le emozioni diventano colorate. Le città hanno forma, colore, sapore e spessore, le senti oltre a vederle, sono in movimento., alcune sono virtuali, altre voluttuose. In alcune la puntualità è ossessiva, altre perseguono puntualmente la mancanza di tempo. Tutto si gioca sugli opposti che troverebbero vantaggio da un “contagio” che non si riesce a trovare. E poi c’è il viaggio della vita, che scorre vertiginosa come in un film. Un film che il giovane smemorato non ricorda perché ancora non lo ha visto. C’è sempre un fondo sensibile ed amaro: la difficoltà a comunicare, ad andare d’accordo con la natura, con la società, con se stessi.

Alcuni brani da leggere:

Storie di colla


Sono un viaggiastorie, mi piace girare il mondo,
vedere, guardare e raccontare!

Nel distretto di Abbeh

La foglia

Ho visitato molti luoghi e pochi sono unici come il lontano paese di Sfogliato, ai confini del grande distretto di Abbeh.

“Sfogliato” aveva preso il nome dalla singolarità delle sue piante: gli alberi crescevano sani e i loro tronchi vigorosi e smisurati con i rami tesi verso il cielo e ondeggianti nel vento, ma completamente privi di fogliame.

Gli abitanti ignoravano i sussurri tra le foglie, nessuno aveva mai pensato di nascondersi tra le fronde o godere la frescura all’ombra della loro chioma o aveva potuto ammirare e beneficiare della fioritura; e i frutti direte voi? Non c’erano frutti da cogliere dai rami, ma ciascun raccoglitore sapeva che occorreva scavare con attenzione intorno alla base del tronco per trovarli maturi e succosi.

Si raccontava, perché nessuno al di fuori dei raccoglitori poteva assistere alla raccolta, che erano avvolti in sottile bambagia, una lanugine sviluppata dalle radici che li circondava proteggendoli e li lasciava puliti puliti.

La precisione e la scelta dei tempi era fondamentale perché il frutto non poteva essere guardato o tastato per considerarne lo stato di maturazione, ma solo raccolto in base ad un oculato calendario e ad un’esperienza pregressa.

Il mestiere più prestigioso e retribuito di Sfogliato era sempre stato quello del raccoglitore. Chini sul terreno, quasi inginocchiati come se pregassero, i raccoglitori, una vera casta, “sentivano” la terra imponendo le mani sul terreno o odorando le piccole zolle sminuzzandole tra le dita, ma soprattutto si tramandavano i segreti tra i pochi affiliati alla loro potentissima Gilda.

Per secoli gli scienziati dei diversi paesi del distretto si erano precipitati ad osservare da vicino il fenomeno ed alcuni si erano tanto incaponiti da studiarlo per tutta la loro vita senza però ricavare una benché minima ipotesi, nemmeno inattendibile.

Il fenomeno sfidava tutte le leggi di natura. Nemmeno gli studiosi del mondo dell’occulto erano riusciti a trovare una interpretazione nella lettura delle antiche mappe e nei libri dei vaticini; in molti si erano recati a Sfogliato ed alcuni vi erano poi rimasti, magari impigliati in semplici casi della vita. Agli abitanti non piaceva che il mistero non fosse stato risolto, un paese senza alberi frondosi che paese è? Avevano provato di tutto, innesti, potature, fertilizzanti, trapianti, ma nulla.

Quando capitai a Sfogliato nel mio girovagare per il mondo, capitai proprio in un particolare momento: il fenomeno 1, mai risolto, sembrava infittirsi ad opera del numero 2.

La figlia e la foglia

A me capitò di essere testimone del numero 2 che avrebbe attanagliato l’attenzione dei colti e degli incolti: su di un alberello, il meno forte e solido di Sfogliato, un giorno era apparsa una gemma, un embrione di foglia, insomma, aveva gemmato. Quando vi giunsi una fila interminabile di persone venute da ogni dove, ma anche semplici paesani che volevano guardare e riguardare il fenomeno, era lì: tutti in fila e una e due e venti volte, senza stancarsi mai.

Fu così che decisi di fermarmi un po’, per capire o forse solo per guardare anch’io.

I più gridavano al miracolo. Ma si sa, lo scetticismo dei nostri tempi non vuole più dare credito ai fatti sensazionali, per cui molti scartavano l’ipotesi accontentandosi solo di guardare.

L’evento insolito per Sfogliato aveva fatto il giro dei distretti e ciascuno dei membri di rilievo si era sentito in dovere di manifestare la propria opinione; ma girala e rigirala, nessuno aveva compreso il fenomeno numero 2, nemmeno in chiave filosofica, ma la gemma restava.

Il mistero continuava a infittirsi anche perché non cresceva. Le gemme si sa, o crescono o si seccano, quella di Sfogliato così era nata e così era restata.

Sfiorella era la figlia maggiore del vecchio mugnaio. Anche lei come tutti era rimasta affascinata dalla gemma che poteva ammirare tutto il giorno perché era comparsa su quel ramo stenterello a pochi passi dalle finestre di casa sua. Si affacciava e la vedeva. In molti le avevano chiesto di poter usare quella finestra, alcuni addirittura le avevano offerto ingenti somme, ma lei era stata irremovibile. Per la prima volta nella sua vita si era sentita invidiata da grandi e piccini e da chi aveva una posizione importante e di potere. Beh, voleva proprio godersela, mi disse poi un giorno in tutta confidenza. A un viaggiatore si può confidare di tutto, aggiunse poi; non è di lì, conosce poche persone e non ha dimestichezza con usi e costumi del paese e soprattutto non resta; il viaggiatore prima o poi torna al proprio paese o va a visitarne un altro, difficilmente potrà con la sua sola presenza ricordare, a chi gliele ha raccontate, le proprie debolezze.

Bisognava invece guardarsi dai paesani che avevano tutti una memoria di ferro!

Guarda oggi e riguarda domani Sfiorella si convinceva sempre di più che potesse trattarsi di una storia di colla; ma chi era stato a incollare?

Chi è stato a incollare?

Mi raccontò questa volta in gran segreto, perché i segreti sono così, se non si svelano che segreti sono? che il suo vecchio si era stancato di riparare le pale di legno del vecchio mulino azionate dalla forza dell’invaso dell’acqua o di rifarle nuove cesellando e modellando con gran fatica un tronco fresco di quercia; aveva così inventato una colla portentosa che riusciva a incollare saldamente i vari pezzi delle pale senza doverli sostituire. Sfiorella era stata colta dal dubbio, insinuatole da un certo numero di Sfogliesi, che il suo vecchio avesse potuto giocare tutti con la sua colla, una colla di sua invenzione che lei conosceva benissimo per averla sperimentata direttamente; una colla ottenuta con farina e corteccia di albero impastate e mescolate insieme con acqua e vari tipi di sugne, anche se il segreto degli ingredienti era custodito dall’ingegnoso mugnaio.

Le maldicenze sono come le foglie su un albero a primavera e anche Sfogliato non ne era indenne, anzi erano le uniche foglie che possedeva in abbondanza.

Che fosse stato lui? Il dubbio era forte.

Certo che se fosse stato lui, quel burlone del suo vecchio, aveva giocato a tutti un tiro mancino; bravo era stato, davvero bravissimo, tanto da gabbare fior fior di pensatori e studiosi.

Se era stata la colla di suo padre a tenere attaccata la gemma alla corteccia, il mistero 2 non esisteva e Sfogliato poteva tornare a dormire sonni tranquilli e restare con l’unico mistero insoluto che lo rendeva unico.

In realtà a volere essere pignoli, ci si sarebbe potuti chiedere perché la gemma non marciva ma restava fresca e vigorosa su quel ramo secco e striminzito? E poi, c’era un e poi…

Non l’ho visto con i miei occhi, l’ho sentito con le mie orecchie, me lo raccontò Sfiorella con minuzia di particolari: il vecchio mugnaio non ammise mai e non smentì, nemmeno messo alle strette dalla sua parlantina e dalla logica stringente, non era mai caduto in contraddizione, anzi aveva argomentato con sicurezza, mi raccontava Sfiorella, tanto che pensai ad una difesa preparata.

A Sfogliato in molti avevano reclamato che cambiasse nome in virtù dei nuovi avvenimenti; la casta aveva storto il naso e si era ritirata a meditare; ma le diatribe scemarono insieme all’interesse, come accade a tutte le vicende umane: il fenomeno non procedeva, una gemma c’era e una restava, tale e quale. A poco a poco niente più code, niente più proposte a Sfiorella che, perso il suo ruolo di preminenza, era tornata alle sue faccende e non stava più tutto il giorno affacciata a quella finestra tanto invidiata. Ma si vociferava che il vecchio mugnaio avesse sempre un angolino della bocca sollevato come in un sorriso beffardo.

Per la raccolta dei frutti non era ancora stagione, i fatti prodigiosi avevano un successo calante, non mi restava che ripartire.

Andai via con un mistero, un dubbio e un po’ di colla regalatami da Sfiorella, perché chi viaggia, mi disse con sussiego, può sempre averne bisogno.

Pensai fosse il prezzo del mio silenzio oppure la prova provata.

Mi lasciai i dubbi alle spalle, li avrei trovati magari risolti al mio ritorno, se fossi tornato.

Nei distretti che successivamente visitai mi capitò di scoprire, con sommo stupore, che la colla più venduta era la “Colla Sfogliato, incolla anche le gemme”.

Tanto possono segreti e maldicenza!

Nel distretto di Scol-am

Uno scollo provocatore: la testa scollata

Dico sempre a me stesso che nelle faccende umane non è il caso di usare il superlativo assoluto, ma solo il relativo, anche quando alcune vicende sanno stupirti.

Quanto ho visto e vissuto nel paese di Scol-am non ha niente di umano; si ciancia tanto su mondi paralleli e alieni, ma li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, anzi vogliamo convincerci che siano di questo mondo.

A Scol-am dopo le cinque della sera e durante la stagione estiva, camminando per le strade incontri pochi o molti esseri viventi, posso definirli anche umani, perché umani sono in tutto e per tutto, con un particolare che li differenzia da tutti gli altri: hanno la testa scollata dal collo.

No, non fluttua come un palloncino sopra i loro colli, ma è proprio scollata dal resto e ciascuno la porta, si fa per dire, sotto il braccio, a destra o a sinistra. Il braccio circonda completamente la testa dell’individuo che la sorregge con la propria mano. L’effetto è in un primo momento sconcertante, poi ci si fa l’abitudine e non ci se ne accorge più.

Le bocche ti salutano e ti parlano in quella posizione, proprio come se fossero al loro posto. Lo sconcerto aumenta nuovamente quando al mattino ciascuno indossa la propria testa e va a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Alle cinque pomeridiane, quasi un gong suonasse, le popolazioni di Scol-am, senza versare una sola goccia del proprio sangue, passano la propria testa sotto il proprio braccio.

L’ho fatta tanto lunga perché ogni volta che ricordo quel che ho visto lo devo richiamare dalla memoria senza fretta altrimenti stento ancora a credere di aver visto e vissuto a Scol-am ciò che ho visto e vissuto.

Se chiedete agli abitanti come sia possibile il fenomeno, rispondono che a loro viene spontaneo e non ricordano proprio quando lo hanno imparato. Quando volli indagare più approfonditamente sulle motivazioni dello “scol-lamento”, furono evasivi e si mostrarono poco propensi a risposte esaurienti. Mi dissero che era necessario, che non si poteva restare sempre incol-lati, che d’estate faceva troppo caldo; insomma, mi imbandirono un sacco di scuse più che spiegazioni.

L’indice:

I racconti del Viaggiastorie

Nel distretto di Abbeh
Storie di colla
La foglia
La figlia e la foglia
Chi è stato a incollare?
Storie scollate
Nel distretto di Scol-am
Lo scollo provocatore e il mistero della testa scollata
Lo scollo discreto e senza scollo, collo lungo e collo corto
Parole incollate e parole scollate:
Mani di colla e colli di colla
La colla seccata
Chi è seccato non s’incolla
Nel distretto di Monad:
Tante uniche case, tante uniche botteghe
La bottega dove nascono i Monadesi
Io parlo loro no, ma qualcuno mi segue
Parole incollate: Guardare
Parole scollate: Emozioni
Io e le emozioni
Io e l’innamoramento
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