Lars Gustafsson “Storie di gente felice” presentazione

Dalla Postfazione di Ingrid Basso

Ingrid Basso nella sua interessante postfazione enuclea gli elementi che caratterizzano la narrativa di Gustafsson nei dieci racconti che compongono Storie di gente felice, uscito in Svezia nel 1981 e tradotto solo ora per la prima volta in lingua italiana: “non dobbiamo pensare alla scrittura di Gustafsson come a una libera e dissennata fuga nell’onirico, ma i racconti diventano multiformi e lievi pastiches di idee e ricordi che seguono un processo di libere associazioni, grazie alle quali si entra talvolta in un mondo diverso da quello reale, ma nel quale vige comunque una logica coerente, come nei romanzi fantastici di Lewis Carroll”.

L’intera raccolta di racconti Storie di gente felice, come l’opera complessiva dell’autore, ruota intorno alla domanda su cosa sia l’uomo per “poter approdare alla risposta: l’uomo è possibilità”.

La poetica di Gustafsson nasce infatti dalla convinzione che l’uomo non possa “essere oggetto, un ente che ci «sta davanti» nella sua interezza, perché «nessuno ha mai visto un essere umano dal di fuori», come leggiamo in uno dei racconti dal titolo di L’arte di sopravvivere a novembre”, aggiunge la commentatrice riportando la metafora della ferrovia giocattolo che compare In  Le quattro ferrovie di Iserlohn, in cui l’autore pone la differenza  tra letteratura e vita. «La letteratura è come un modello in scala ridotta», mentre «nella vita i treni scompaiono sotto l’orizzonte».

Da Iperborea Editore

[…]questi racconti inediti del periodo d’oro della sua creatività, conferma di quel talento narrativo che, mescolando erudizione e immaginazione, filtrando questioni filosofiche con humour e leggerezza, gli è valso l’epiteto di «Borges del Nord». […] Ogni personaggio, attraverso la memoria, il sogno o l’immaginazione, vive un momento di epifania, l’illuminazione di un angolo nuovo da cui guardare la sua situazione che apre una crepa nel muro della realtà, una via di fuga verso un passato o un futuro dove tutto resta possibile, compresa la felicità.

Madeleine St John “Una donna quasi perfetta” recensione di Salvina Pizzuoli

Tre donne e un uomo: una moglie, l’amante del marito, l’amica della moglie.

Chi tra queste donne è la donna quasi perfetta? Lydia, l’amica che sa esserlo in modo efficace o Flora che sa essere madre e moglie e che non ha sentore del tradimento del marito o Gillian che pensa di poter trasformare una relazione con un uomo sposato in qualcosa di diverso? Forse in quel “quasi” la risposta che, come scrive Nadia Terranova, nell’incisiva presentazione al romanzo, ha “tutta la forma di una parentesi, di una vacanza dalla vita”.

Quale il finale da attendersi, trattandosi di un triangolo vecchio stile?

Non in linea, non prevedibile, sicuramente fuori dai luoghi comuni che l’autrice sa ribaltare varie volte anche con l’uso di precisazioni chiuse tra parentesi o nella conclusione cui arriva Flora quando, leggendo un romanzo sull’adulterio, precisa rivolta al marito che ci sarebbe ancora tutto da dire dato che “il paesaggio morale è radicalmente cambiato da quando Henry James scrisse il suo capolavoro, o Evelin Waugh il suo”, e aggiunge “sostanzialmente oggi a nessuno interessa l’adulterio”.

Dopo il successo di “Le signore in nero” (1993) Garzanti continua la riscoperta e la pubblicazione delle opere della St John: per la prima volta in Italia “Una donna quasi perfetta” del 1996.

E anche:

l’articolo di Valerio Magrelli da La Repubblica Archivio

Da Omero a Roth ecco tutta la letteratura del tradimento

Jorge Luis Borges “Finzioni” recensione di Salvina Pizzuoli

Copertina di "Finzioni" di Jorge Luis Borges, Adelphi

Vaneggiamento laborioso e avvilente quello di chi compone vasti libri; quello di dilatare in cinquecento pagine un’idea la cui perfetta esposizione orale richiede pochi minuti. Procedimento migliore è fingere che quei libri esistano già, e offrirne un riassunto, un commento. […]

Più ragionevole, più inetto, più pigro, ho preferito scrivere note su libri immaginari.

Così nel Prologo ai quattordici racconti che compongono “Finzioni” (scritti tra il 1935 e il 1944, a cui successivamente furono aggiunti altri tre: Il Sud, La setta della Fenice, La fine) Borges sceglie la composizione breve, il racconto appunto, composizione di cui è maestro, dove enuclea temi ricorrenti nella sua produzione letteraria: l’apocrifo, il palinsesto, la trasgressione dei generi, il libro e il labirinto, l’identità fra vittima e carnefice, tra traditore e tradito… ma al di là della ricerca delle tematiche presenti nei suoi scritti, il lettore viene catturato e trascinato dalla bella prosa che sa incantare aprendo immagini e sensazioni, proprio perché Borges riesce a creare una narrazione mirabilmente sospesa tra sogno e realtà. Per tanto i suoi racconti, quelli contenuti in “Finzioni” o in “L’Aleph” non possono essere riassunti o raccontati, ovvero si potrebbe, ma sminuendoli e togliendo loro quel fascino che la scrittura e l’ambientazione e il procedere narrativo sanno creare nel lettore, anche al di là della precisa comprensione dei temi trattati che, anche se ricorrenti, si offrono multiformi e sfaccettati. Così “La forma della spada” che si fonda sull’inversione di ruoli , solo alla fine si esplicita e con le giuste conseguenze o come ne “Le rovine circolari” dove il sogno e la sostanza dei sogni diventano protagonisti o “La biblioteca di Babele” o “Il giardino dai sentieri che si biforcano” che conclude la prima parte della raccolta sotto il titolo di “Finzioni” seguita da una nuova intitolata “Artifici”, titoli adatti a non dimenticare che sono tutti o quasi racconti “fantastici” come lo stesso Borges li definisce che hanno influenzato e ispirato, ed è facile constatarlo, scrittori come Eco e Calvino, per citare grandi autori del nostro tempo.

Dello stesso autore:

L’Aleph

Françoise Sagan “Les quatre coins du cœur”presentazione

Esce in Italia per Solferino un testo inedito e incompiuto della Sagan. Pubblicato in Francia il 19 settembre dello scorso anno per la Casa Editrice Plon: Les quatre coins du cœur (“I quattro angoli del cuore”) è il risultato del ritrovamento e poi degli interventi operati dal figlio della scrittrice Denis Westhoff che dichiarò di averlo rinvenuto in una forma non pubblicabile e di averlo corretto senza cambiarne però lo stile e senza riscriverne niente, garantendone l’originalità e asserendo essere soltanto il testo della madre così come si legge nella prefazione da lui curata:

“Je me remis au travail et apportai les corrections qui me semblaient nécessaires en prenant soin de ne pas toucher au style, ni au ton du roman dont je retrouvais au fil des pages l’absolue liberté, l’esprit détaché. l’umor grinçant et l’audace frisant l’effronterie qui caractérisent Françoise Sagan. Soixante-cinq ans après Bonjour tristesse et dix années d’un demi-sommeil tourmenté, son dernier roman inachevé, Les Quatre Coins du cœur, est enfin publié dans son état le plus essentiel, le pus primitif et le plus indispensable pour ses lecteurs”**

S.P,

La copertina dell’edizione                    francese

 

Da Solferino editore:

«Ecco in tutto e per tutto il tocco disinvolto di Sagan. Riconoscerete con gioia il suo humour, il suo distacco, la sua eleganza, il suo disincanto.» Le Monde

«Ritroviamo la prosa pungente e beffarda della scrittrice, il suo modo di costruire personaggi degni di un palcoscenico teatrale.» L’Express

Da Il Messaggero una breve sinossi

[…]è la vicenda di Ludovic, figlio di un industriale di provincia che appare lanciatissimo nella vita quando scampa, per un pelo, a un terribile incidente stradale (proprio come accadde nel 1957 alla Sagan). La moglie Marie-Laure, una donna disegnata come superficiale e amante delle apparenze, non vuole più saperne. Ma sua madre Fanny, suocera di Ludovic, vedova, comincia a considerare il genero sotto una luce nuova e piena di interesse.


**Traduzione:

Sono tornato al lavoro e ho apportato le correzioni che mi sembravano necessarie, facendo attenzione a non toccare lo stile o il tono del romanzo che ho trovato sulle pagine, l’ assoluta libertà, lo spirito distaccato, l’umorismo graffiante e la sfacciata audacia che caratterizzano Françoise Sagan. Sessantacinque anni dopo Bonjour tristesse e dopo dieci anni di tormentato dormiveglia, il suo ultimo romanzo incompiuto, Les quatre coins du cœur , è finalmente pubblicato nel suo stato più basilare, più primitivo e più essenziale per i suoi lettori”

Niccolò Ammaniti “Branchie” recensione di Letizia Tripodi

Le opinioni dei lettori

Se si ha voglia di immergersi in un viaggio ai confini dell’inverosimile, dove niente o quasi segue il filo della logica, Branchie di Niccolò Ammaniti è di sicuro il libro adatto. Magari da lettori ci lasciamo attirare da quest’opera dopo essere passati per uno dei più grandi successi dello scrittore, Io non ho paura, e ci aspettiamo di ritrovare tra le righe un’altra storia che per quanto crudele e dolorosa, si attiene alla realtà.
In partenza
Branchie ha tutte le premesse per svilupparsi come un libro del genere: si apre con Marco, un ragazzo ventenne malato di cancro che, stanco di starsene con le mani in mano a condurre la vita piatta e monotona che gli permetterebbe di allungare per un po’ i suoi giorni e annoiato dalla sua stessa esistenza, decide di partire per l’India al fine di esaudire la richiesta, un po’ bizzarra, di un’anziana sconosciuta. Nonostante quest’ultimo dettaglio però, fin qui non sembrerebbero esserci particolari stranezze e con grande probabilità ci staremo preparando a seguire il giovane protagonista in questo tentativo di riappropriarsi un po’ della vita, seguendolo in quello che ci immaginiamo essere il suo ultimo grande viaggio. In realtà però da questo punto partiranno alcune tra le cose più assurde ed impensabili, il romanzo perderà ogni legame con il reale e seguiremo le vicende talvolta stupiti, altre volte incuriositi, ci chiederemo come sia stato possibile finire in questo mix di aspetti surreali e per certi versi anche demenziali. Nel racconto stranezza si aggiunge a stranezza e quando penseremo di aver raggiunto l’apice dell’assurdità della storia, ecco che un elemento ancora più assurdo ci farà spalancare gli occhi o sorridere dallo stupore.
Ammaniti, che all’epoca della scrittura del libro stava finendo i suoi studi universitari e, come lui stesso ricorda, passava gran parte della giornata chiuso nel laboratorio della facoltà, è consapevole di quanto i fatti narrati siano irreali, ma per lui questo non è affatto un problema, tanto che non cerca di “aggiustare” la storia secondo dei canoni realistici, ma anzi ne aumenta sempre più il carattere paradossale. È come se l’ispirazione gli fosse nata da un sogno tormentato: infatti così come in un sogno si susseguono in continuo immagini sconnesse, allo stesso modo lo scrittore ha unito alcuni tra i fatti più improbabili costruendo l’impalcatura di questo romanzo.
Tale carattere surreale ce lo porteremo dietro fino alle ultime pagine del libro e anche la conclusione stessa lascerà spazio a dubbi e interrogativi, sembra quasi un finale aperto che permette al lettore di dare un proprio senso alla storia, secondo quelle che sono le proprie interpretazioni. Questi tratti irrealistici, ad ogni modo, non nuoceranno al romanzo, con la sua scrittura scorrevole Ammaniti ci terrà incollati al libro, curiosi di scoprire cosa succederà pagina dopo pagina.

Andrea De Carlo “Due di due” recensione di Letizia Tripodi

Le opinioni dei lettori

Non bisogna essere degli esperti per sapere che l’uomo è definito un essere sociale, un individuo cioè che si nutre dei rapporti con i propri simili e che, per quanto questo aspetto possa variare in base a carattere e personalità, a conti fatti ha sempre bisogno di legami affettivi solidi e sicuri. La vita stessa, infatti, è condita dalla presenza dei nostri cari, degli amici, degli amori.
Ed è proprio l’amicizia ad essere uno dei sentimenti più importanti e significativi; potremmo immaginare un’esistenza priva del supporto degli amici e di quella complicità che si viene a creare con essi?
Il romanzo Due di due di Andrea De Carlo si basa su questo intenso legame tra due adolescenti milanesi, nati e cresciuti nella città lombarda, che però non amano affatto ma che anzi vedono come un qualcosa di malvagio che finisce per privare i suoi abitanti della loro vitalità.
Mario e Guido come amici sono insoliti, non potrebbero essere più diversi, tanto da risultare complementari: Mario è introverso, non sa cosa vuole o chi vuole essere, ma non fa molti sforzi per cercare di capirlo né tanto meno prova a crearsi una propria personalità e a conquistare quelli che crede siano i propri sogni, screditati e lasciati nel fondo di un cassetto; Guido invece arde di ambizioni, non raggiunge mai una piena completezza, manca sempre qualcosa al suo animo e questo lo rende inquieto, lo porta a ragionare su tutto ciò che lo circonda. La sua è una sofferenza di vivere, ha “un’espressione di estraneità concentrata”, dice Mario, “uno sguardo da passeggero clandestino”, ruolo che forse svolge all’interno del viaggio della sua vita.
Come già accennato in precedenza, una posizione centrale è occupata dalla città natale dei due ragazzi, ovvero Milano. All’epoca dei fatti essa era in prima fila nel processo di industrializzazione che si andava affermando in tutto il mondo: gli spazi naturali venivano eliminati e al loro posto sorgevano industrie, uffici o enormi palazzi residenziali tutti uguali l’uno con l’altro. Per di più le vicende sono ambientate nel 1968, anno carico di movimenti rivoluzionari di massa e ribellioni, che vedevano tra i loro principali sostenitori soprattutto i giovani. Guido e Mario non fanno eccezione, come molti loro coetanei anch’essi sono colpiti dal malessere che si stava diffondendo in misura sempre maggiore e come principale causa di tutto ciò individuano per l’appunto Milano le cui vie vengono descritte come “percorse da fiumi di mezzi meccanici che grattavano e laceravano e centrifugavano l’aria, se la vomitavano alle spalle ancora più difficile da respirare”, con gli alberi “capitozzati nella maniera più barbara, lasciati come poveri pali viventi a separare due corsie di traffico”. Non perderanno mai l’occasione di allontanarsi da essa, alla ricerca di una realtà e un futuro migliori.
Interessante è anche la scelta dell’autore di usare come voce narrante Mario. Quest’ultimo racconterà in prima persona le vicende che hanno caratterizzato la sua amicizia con Guido, senza rivolgersi a nessuno in particolare, ma come se affidasse questi pensieri alle pagine di un diario in cui imprimere emozioni, speranze e riflessioni. Colui che racconta è un Mario ormai adulto che risalirà al primissimo incontro con l’amico, per ricostruire poi, passo dopo passo, la storia del loro legame e intrecciare i fatti alle considerazioni stimolate dalla maggiore consapevolezza acquisita con il tempo.
In Due di due gli spunti di riflessione sono molteplici, dall’intensa amicizia dei due ragazzi, che non si interromperà mai, nonostante i lunghi periodi di lontananza, le liti, i disaccordi e i torti, alle difficoltà che le persone possono incontrare nell’individuare la propria strada, che molto spesso le portano a smarrirsi e ad intraprendere i percorsi peggiori, ma anche la sofferenza che gli individui con un animo fragile come quello di Guido possono sperimentare di fronte a tale incapacità, inevitabilmente foriera di instabilità e tormento.

Fran Ross “Oreo” recensione di Tiziana lo Porto da Il Venerdì La Repubblica 3 aprile

 

Romanzo picaresco post moderno, Oreo è una riscrittura satirica, black e al femminile del mito di Teseo, che qui si reincarna nella protagonista Christine, ragazza americana figlia di madre nera e padre bianco ( e ebreo). Sulle tracce di quest’ultimo, separatosi dalla famiglia quando lei aveva due anni, Christine lascia la natia Philadelphia e approda a New York, fronteggiando una discreta serie di omonimi del padre, mossa dalla certezza che tra di loro si nasconda anche l’originale […]  (da Tiziana lo Porto  Il Venerdì La Repubblica 3 aprile)

dal sito di Sur Editore:

Fran Ross (1935-1985) è stata una giornalista, scrittrice e autrice televisiva afroamericana. Oreo (1974) è l’unico romanzo che ha scritto, prima della morte prematura: passato inosservato alla sua prima uscita, è stato di recente rilanciato dalla casa editrice newyorkese New Directions, guadagnandosi elogi dalla critica e da scrittori come Paul Auster, Marlon James, Paul Beatty; questa è la prima volta che viene tradotto in italiano.

Paola Capriolo “La grande Eulalia e Il nocchiero” recensione di Salvina Pizzuoli

“La grande Eulalia” è una raccolta di quattro racconti, esordio dell’autrice nel 1988. Quattro racconti, quattro mondi nei quali il lettore entra seguendo la limpida prosa che lo sa incantare e guidare, come una musica, in un mondo ammaliante, dentro una favola bella.  Ma il mondo nel quale il lettore entra non è poi così scevro da affanni e dolori o da quell’impalpabile desiderio che vi aleggia di ricercare senza in effetti mai trovare, come ne “La donna di pietra” o come ne “Il gigante” dove protagonista è la musica o meglio il duetto che si apre e articola a distanza tra due “prigionieri”: il primo chiuso in una lontana e isolata prigione e l’altro, una giovane donna, ugualmente prigioniera, sebbene non rinchiusa, e riscoprirla nelle “Lettere a Luisa”, il racconto successivo, nell’esperienza trasposta che di lei riferisce  il prigioniero.

Attraverso un mondo di risonanze mitologiche, classiche e fantastiche, l’autrice ci conduce per mano a guardare con occhi nuovi mentre con la sua scrittura evocativa sa far emergere suggestioni nascoste, attanagliate tra maglie stringenti e sulle quale librarsi. Racconti ai quali l’etichetta di fantastici è poco rispondente in quanto li delimita e li definisce; in effetti la parola, la bellezza insieme all’arte, ne sono protagoniste.

In questa nuova edizione anche il racconto lungo “Il nocchiero”. Nella postfazione curata dall’autrice si legge la volontà di lasciare quanto scritto nella sua versione originaria e ci svela i fatti reali all’origine della sua trasposizione narrativa: nella prigione di Spandau viveva come unico recluso l’ultimo superstite di gerarchi nazisti, Rudolf Hess, alla cui morte l’edificio in cui era imprigionato sarebbe stato demolito e per “Il nocchiero” fu ispiratore il documentario sulla shoah di Claude Lanzmann. E precisa che in quei racconti:

non volevo parlare della realtà, descriverla, raccontarla nella sua concretezza: volevo, piuttosto, trasporla in una dimensione senza tempo che per me coincideva con il compito della scrittura.

Albert Camus “Il primo uomo” recensione di Salvina Pizzuoli

Quella notte che era in lui, sì, quelle radici oscure e confuse che lo collegavano a questa terra splendida e terrificante, ai suoi giorni infuocati come alle sere improvvise che ti stringono il cuore…

Un romanzo postumo, ricostruito dalla figlia Catherine in base al manoscritto ritrovato tra le lamiere di quell’auto dove nella notte del gennaio del 1960 Camus aveva trovato la morte. Un romanzo incompiuto, un romanzo dedicato all’Algeria, alla bellezza e agli affetti.

Si apre, come per un antefatto, con il tragitto su una carretta di due viaggiatori, due coloni francesi, i coniugi Cormery, nella notte africana, una notte frenetica nel raggiungere un rifugio per la partoriente, per il marito alla ricerca di un medico, per le due donne, un’europea e un’africana, che l’assisteranno, fino alla nascita di Jacques, che il lettore ritroverà quarant’anni dopo, partito alla ricerca di notizie del padre che non ha mai conosciuto, perché caduto un anno dopo la sua nascita come combattente durante la prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, e sepolto nel cimitero di Saint Breiuc, dove il figlio scoprirà, con incredula notazione costernata, “che l’uomo che giaceva sepolto sotto quella pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui” perché morto a soli ventinove anni.

E nel ritorno ad Algeri, verso la sua Africa, il lettore ripercorre con Jacques Cormery, il protagonista, un cammino a ritroso nel tempo della memoria, dove anche la miseria, che ne ha caratterizzato l’infanzia e la giovinezza, viene alleggerita nella dolcezza del ricordo di luoghi e persone e ambienti algerini, luoghi e persone di un’infanzia “misera ma felice”. E il lettore accompagna il protagonista nella sua rassegna, tra scorci vividissimi della memoria, che immortalano in pagine liriche i giochi da bambino, la famiglia, la madre, la nonna e lo zio Etienne, il maestro, signor Bernard, educatore e un quasi padre, figura imponente e tratteggiata con mano felice, che lo indirizza, studente promettente, al Liceo.

Pagine leggere sulle quali aleggia il sorriso lieve di chi è sopraffatto dall’emozione lungo il percorso della memoria che sola sa immortalare e restituire, nell’ineffabile levità di un tempo di cui restano solo le impressioni felici, il passato.

Un grande romanzo, che il fatto di essere incompleto e di essere stato ricostruito su appunti, scritti spesso con grafia difficile e oscura, nulla toglie alle sue pagine, ma la cui stesura ha permesso ai lettori di vivere dentro la bellezza sopraffina, delicata e dolcissima, di accurate descrizioni, quasi un’inquadratura cinematografica, del cammino di crescita e di formazione di un primo uomo.

E anche Jacques, che aveva voluto sfuggire al paese senza nome, alla folla e a una famiglia senza nome, mentre qualcosa nel suo animo non aveva mai smesso di invocare quel silenzio e quell’anonimato […] camminando nella notte degli anni sulla terra dell’oblio, dove ognuno era il primo uomo, e dove egli stesso aveva dovuto allevarsi da solo, senza un padre […] crescere da solo, in forza e in potenza, trovare da solo la sua morale e la sua verità, sino a nascere come uomo per poi nascere di nuovo

Dello stesso autore “Lo straniero”

Charles Simmons “Acqua di mare” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

Vai alla recensione di Maria Anna Patti

 

Dal catalogo delle  Edizioni Sur:

Acqua di mare, pubblicato per la prima volta nel 1998, è l’ultima opera di un grande scrittore da riscoprire: «un piccolo capolavoro», come lo ha definito il New York Times, una commedia delicata e commovente che SUR ripropone oggi in una nuova traduzione d’autore firmata da Tommaso Pincio.