Fran Ross “Oreo” recensione di Tiziana lo Porto da Il Venerdì La Repubblica 3 aprile

 

Romanzo picaresco post moderno, Oreo è una riscrittura satirica, black e al femminile del mito di Teseo, che qui si reincarna nella protagonista Christine, ragazza americana figlia di madre nera e padre bianco ( e ebreo). Sulle tracce di quest’ultimo, separatosi dalla famiglia quando lei aveva due anni, Christine lascia la natia Philadelphia e approda a New York, fronteggiando una discreta serie di omonimi del padre, mossa dalla certezza che tra di loro si nasconda anche l’originale […]  (da Tiziana lo Porto  Il Venerdì La Repubblica 3 aprile)

dal sito di Sur Editore:

Fran Ross (1935-1985) è stata una giornalista, scrittrice e autrice televisiva afroamericana. Oreo (1974) è l’unico romanzo che ha scritto, prima della morte prematura: passato inosservato alla sua prima uscita, è stato di recente rilanciato dalla casa editrice newyorkese New Directions, guadagnandosi elogi dalla critica e da scrittori come Paul Auster, Marlon James, Paul Beatty; questa è la prima volta che viene tradotto in italiano.

Paola Capriolo “La grande Eulalia e Il nocchiero” recensione di Salvina Pizzuoli

“La grande Eulalia” è una raccolta di quattro racconti, esordio dell’autrice nel 1988. Quattro racconti, quattro mondi nei quali il lettore entra seguendo la limpida prosa che lo sa incantare e guidare, come una musica, in un mondo ammaliante, dentro una favola bella.  Ma il mondo nel quale il lettore entra non è poi così scevro da affanni e dolori o da quell’impalpabile desiderio che vi aleggia di ricercare senza in effetti mai trovare, come ne “La donna di pietra” o come ne “Il gigante” dove protagonista è la musica o meglio il duetto che si apre e articola a distanza tra due “prigionieri”: il primo chiuso in una lontana e isolata prigione e l’altro, una giovane donna, ugualmente prigioniera, sebbene non rinchiusa, e riscoprirla nelle “Lettere a Luisa”, il racconto successivo, nell’esperienza trasposta che di lei riferisce  il prigioniero.

Attraverso un mondo di risonanze mitologiche, classiche e fantastiche, l’autrice ci conduce per mano a guardare con occhi nuovi mentre con la sua scrittura evocativa sa far emergere suggestioni nascoste, attanagliate tra maglie stringenti e sulle quale librarsi. Racconti ai quali l’etichetta di fantastici è poco rispondente in quanto li delimita e li definisce; in effetti la parola, la bellezza insieme all’arte, ne sono protagoniste.

In questa nuova edizione anche il racconto lungo “Il nocchiero”. Nella postfazione curata dall’autrice si legge la volontà di lasciare quanto scritto nella sua versione originaria e ci svela i fatti reali all’origine della sua trasposizione narrativa: nella prigione di Spandau viveva come unico recluso l’ultimo superstite di gerarchi nazisti, Rudolf Hess, alla cui morte l’edificio in cui era imprigionato sarebbe stato demolito e per “Il nocchiero” fu ispiratore il documentario sulla shoah di Claude Lanzmann. E precisa che in quei racconti:

non volevo parlare della realtà, descriverla, raccontarla nella sua concretezza: volevo, piuttosto, trasporla in una dimensione senza tempo che per me coincideva con il compito della scrittura.

Albert Camus “Il primo uomo” recensione di Salvina Pizzuoli

Quella notte che era in lui, sì, quelle radici oscure e confuse che lo collegavano a questa terra splendida e terrificante, ai suoi giorni infuocati come alle sere improvvise che ti stringono il cuore…

Un romanzo postumo, ricostruito dalla figlia Catherine in base al manoscritto ritrovato tra le lamiere di quell’auto dove nella notte del gennaio del 1960 Camus aveva trovato la morte. Un romanzo incompiuto, un romanzo dedicato all’Algeria, alla bellezza e agli affetti.

Si apre, come per un antefatto, con il tragitto su una carretta di due viaggiatori, due coloni francesi, i coniugi Cormery, nella notte africana, una notte frenetica nel raggiungere un rifugio per la partoriente, per il marito alla ricerca di un medico, per le due donne, un’europea e un’africana, che l’assisteranno, fino alla nascita di Jacques, che il lettore ritroverà quarant’anni dopo, partito alla ricerca di notizie del padre che non ha mai conosciuto, perché caduto un anno dopo la sua nascita come combattente durante la prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, e sepolto nel cimitero di Saint Breiuc, dove il figlio scoprirà, con incredula notazione costernata, “che l’uomo che giaceva sepolto sotto quella pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui” perché morto a soli ventinove anni.

E nel ritorno ad Algeri, verso la sua Africa, il lettore ripercorre con Jacques Cormery, il protagonista, un cammino a ritroso nel tempo della memoria, dove anche la miseria, che ne ha caratterizzato l’infanzia e la giovinezza, viene alleggerita nella dolcezza del ricordo di luoghi e persone e ambienti algerini, luoghi e persone di un’infanzia “misera ma felice”. E il lettore accompagna il protagonista nella sua rassegna, tra scorci vividissimi della memoria, che immortalano in pagine liriche i giochi da bambino, la famiglia, la madre, la nonna e lo zio Etienne, il maestro, signor Bernard, educatore e un quasi padre, figura imponente e tratteggiata con mano felice, che lo indirizza, studente promettente, al Liceo.

Pagine leggere sulle quali aleggia il sorriso lieve di chi è sopraffatto dall’emozione lungo il percorso della memoria che sola sa immortalare e restituire, nell’ineffabile levità di un tempo di cui restano solo le impressioni felici, il passato.

Un grande romanzo, che il fatto di essere incompleto e di essere stato ricostruito su appunti, scritti spesso con grafia difficile e oscura, nulla toglie alle sue pagine, ma la cui stesura ha permesso ai lettori di vivere dentro la bellezza sopraffina, delicata e dolcissima, di accurate descrizioni, quasi un’inquadratura cinematografica, del cammino di crescita e di formazione di un primo uomo.

E anche Jacques, che aveva voluto sfuggire al paese senza nome, alla folla e a una famiglia senza nome, mentre qualcosa nel suo animo non aveva mai smesso di invocare quel silenzio e quell’anonimato […] camminando nella notte degli anni sulla terra dell’oblio, dove ognuno era il primo uomo, e dove egli stesso aveva dovuto allevarsi da solo, senza un padre […] crescere da solo, in forza e in potenza, trovare da solo la sua morale e la sua verità, sino a nascere come uomo per poi nascere di nuovo

Dello stesso autore “Lo straniero”

Charles Simmons “Acqua di mare” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

Vai alla recensione di Maria Anna Patti

 

Dal catalogo delle  Edizioni Sur:

Acqua di mare, pubblicato per la prima volta nel 1998, è l’ultima opera di un grande scrittore da riscoprire: «un piccolo capolavoro», come lo ha definito il New York Times, una commedia delicata e commovente che SUR ripropone oggi in una nuova traduzione d’autore firmata da Tommaso Pincio.

 

Giorgio Scerbanenco “Il terzo amore” recensione di Salvina Pizzuoli

Pubblicato nel 1938, era prima uscito a puntate sulla rivista “Lei”, quindi nella collana “I romanzi di Novella” in voga in quel periodo. Si firmava già Giorgio Scerbanenco pseudonimo di Wladimiro Scerbanenko.

Nella prefazione l’autore racconta di aver seguito, in una notte milanese, una bella donna sola, ma quando le si fanno incontro un vecchio e un bambino, i loro gesti affettuosi lo pongono nella condizione di sentirsi in colpa e decidere di rendere quella sconosciuta protagonista di un suo romanzo. E aggiunge:

Tutta questa storia di come ho conosciuto la protagonista del mio romanzo è naturalmente molto romantica, ma da ventisette anni che sono al mondo ho trovato ben poche cose che non fossero romantiche. Quando avrò conquant’anni, forse, scriverò a freddo, senza passione, delle caldissime vicende d’amore e, allora sì, non sarò più romantico. Ma fino a quell’epoca, lo sarò e avrò tutto il diritto di chiudermi in un albergo sul lago per scrivere trecento cartelle sulla storia di una donna incontrata alle due di notte in una strada di Milano.

Parole che danno un po’ la chiave per interpretare il giovane Scerbanenco.

Una storia, quella che scriverà, che rivela, già dai primordi, la capacità dell’autore di indagare a fondo l’animo umano, di saper presentare figure e personaggi, anche di contorno, le cui scelte e motivazioni sono spesso distanti dalla razionalità, ma comprensibili se legate e calate in una realtà sociale ben precisa, quella di una Milano dei quartieri poveri, degradata ed equivoca, dove Elena, la protagonista, affronta i casi che attraversano la sua esistenza: l’amore per Giulio e l’abbandono, la gravidanza e la nascita del figlio, il cedere a nuovi amori, il torbido mondo dello spettacolo. È bella Elena, ma questa sua bellezza pare più una disgrazia che una dote e, di fronte all’accanirsi degli eventi, tra naufragare o resistere, sceglie di darsi ad un uomo che non ama. Eppure, nonostante tutto e le decisioni prese, non nasconde a se stessa e agli altri la verità non camuffandola nella menzogna.

Un romanzo breve ma intenso, dove molti naufragi attendono i protagonisti, in quel mare periglioso che è la vita, dove alcuni si salvano ed altri periscono.

S.P.

Dello stesso autore:

Giorgio Scerbanenco “Luna di miele”

Alberto Moravia “La noia” recensione di Federica Zani

Le opinioni dei lettori

Il romanzo La noia, pubblicato nel 1960, è costruito attorno ad uno dei punti forti della scrittura di Moravia: l’analisi psicologica di persone sgradevoli. Il protagonista, che parla in prima persona, è Dino, un pittore, che fin da subito si segnala per il carattere indisponente e altero. Racconta infatti che ogni cosa, dopo un po’, finisce per procurargli una noia senza rimedio. Non è semplice mancanza di divertimento: si tratta invece di una condizione esistenziale di distacco dalla realtà, in cui le cose gli appaiono, dice, come fiori che passano in pochi secondi dallo sboccio all’appassimento e alla polvere.

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e anche

Alberto Moravia “Gli indifferenti”

Anna folli “MoranteMoravia. Una storia d’amore”

Silvina Ocampo e Adolfo Bioy Casares “Chi ama, odia” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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Marian Engel “Orso” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno del 5 agosto

Oltre il perbenismo con “Orso”

di Flavia Piccinni

C’è un uomo che ha lasciato una strepitosa eredità. È un uomo misterioso, di cui si sa poco se non pochissimo, che ha avuto una vita a cavallo fra l’Europa e il Canada, dove ha scelto di finire la sua esistenza. Invece di donare tutto alla sua numerosa famiglia, come sarebbe lecito aspettarsi, quest’uomo regala tutto all’Istituto, un posto dove tutta la gente del posto porta le sue cianfrusaglie, «confidando nel fatto che lei non le avrebbe buttate: conservarle era il suo lavoro». Il riferimento è a Lou, dipendente solitaria e introversa, che viene incaricata dal direttore di seguire il lascito ed è così invitata a partire per l’isola del Grande Nord donata dal misterioso Colonnello Jocelyn Cary. Da questo nasce “Orso” – appena pubblicato da La Nuova Frontiera (pp. 126, EUR 14,50) – della canadese Marian Engel, nata nel 1933 e scomparsa nel 1985, unanimemente considerata come una delle scrittrici più rappresentative della letteratura del Novecento canadese. Lou sull’isola non troverà solo documenti da archiviare e una natura selvaggia, ma farà la conoscenza anche di un orso che vive vicino alla casa e con il quale intreccerà una relazione sconcertante, al limite della perversione. Nonostante i numerosi refusi che complicano la lettura, il libro – benedetto dalle parole di Margaret Atwood, che lo ha definito «un romanzo insolito e meraviglioso» – è considerato fin dalla sua pubblicazione nel 1975 una pietra miliare della letteratura canadese. È una piacevolissima lettura, che guida il lettore alla scoperta di luoghi insoliti e della ricerca di un sé profondo, oltre i limiti della perbenista coerenza cui siamo tutti quanti sovente obbligati. —

Anna Maria Ortese “L’Iguana” recensione di Federica Zani

Le opinioni dei lettori

Non è un caso che uno dei romanzi più celebri di Anna Maria Ortese parli di un’isola. Un’isola misteriosa, fuori dal comune, quasi esclusa da ogni contatto con la terraferma: un’immagine che si adatta bene, in fondo, anche alla personalità stessa della scrittrice, un’autodidatta vissuta per gran parte della sua carriera ai margini del mondo letterario ufficiale. Nel suo isolamento ha dato vita a libri eccentrici e affascinanti, quasi esotici nella loro diversità rispetto a gran parte della produzione coeva, ma mai chiusi o autorefenziali: Ortese, pur restando sulla sua personale isola, mantiene un dialogo continuo con i grandi temi al centro del dibattito culturale.

Il romanzo in questione è L’Iguana, pubblicato per la prima volta da Vallecchi nel 1965, e poi ristampato da Adelphi nel 1986 (l’immagine di copertina è relativa all’edizione di quell’anno)

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Alfredo Panzini “Il padrone sono me!” recensione di Federica Zani

Le opinioni dei lettori

Il padrone sono me! (fondamentale il punto esclamativo): questo il titolo di un romanzo di Alfredo Panzini che fu un grande successo nell’Italia fra le due guerre: pubblicato la prima volta nel 1922, ebbe varie ristampe e la sua fortuna si prolungò fino al 1955, quando ne venne tratto un film per la regia di Franco Brusati. Rileggendolo oggi, lo si può forse trovare un po’ invecchiato; ma la patina del tempo è parte integrale del suo fascino, perché questo romanzo racconta la storia di un mondo ormai perduto.

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