Madeleine St John “Una donna quasi perfetta” recensione di Salvina Pizzuoli

Tre donne e un uomo: una moglie, l’amante del marito, l’amica della moglie.

Chi tra queste donne è la donna quasi perfetta? Lydia, l’amica che sa esserlo in modo efficace o Flora che sa essere madre e moglie e che non ha sentore del tradimento del marito o Gillian che pensa di poter trasformare una relazione con un uomo sposato in qualcosa di diverso? Forse in quel “quasi” la risposta che, come scrive Nadia Terranova, nell’incisiva presentazione al romanzo, ha “tutta la forma di una parentesi, di una vacanza dalla vita”.

Quale il finale da attendersi, trattandosi di un triangolo vecchio stile?

Non in linea, non prevedibile, sicuramente fuori dai luoghi comuni che l’autrice sa ribaltare varie volte anche con l’uso di precisazioni chiuse tra parentesi o nella conclusione cui arriva Flora quando, leggendo un romanzo sull’adulterio, precisa rivolta al marito che ci sarebbe ancora tutto da dire dato che “il paesaggio morale è radicalmente cambiato da quando Henry James scrisse il suo capolavoro, o Evelin Waugh il suo”, e aggiunge “sostanzialmente oggi a nessuno interessa l’adulterio”.

Dopo il successo di “Le signore in nero” (1993) Garzanti continua la riscoperta e la pubblicazione delle opere della St John: per la prima volta in Italia “Una donna quasi perfetta” del 1996.

E anche:

l’articolo di Valerio Magrelli da La Repubblica Archivio

Da Omero a Roth ecco tutta la letteratura del tradimento

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