Jorge Luis Borges “Finzioni” recensione di Salvina Pizzuoli

Vaneggiamento laborioso e avvilente quello di chi compone vasti libri; quello di dilatare in cinquecento pagine un’idea la cui perfetta esposizione orale richiede pochi minuti. Procedimento migliore è fingere che quei libri esistano già, e offrirne un riassunto, un commento. […]

Più ragionevole, più inetto, più pigro, ho preferito scrivere note su libri immaginari.

Così nel Prologo ai quattordici racconti che compongono “Finzioni” (scritti tra il 1935 e il 1944, a cui successivamente furono aggiunti altri tre: Il Sud, La setta della Fenice, La fine) Borges sceglie la composizione breve, il racconto appunto, composizione di cui è maestro, dove enuclea temi ricorrenti nella sua produzione letteraria: l’apocrifo, il palinsesto, la trasgressione dei generi, il libro e il labirinto, l’identità fra vittima e carnefice, tra traditore e tradito… ma al di là della ricerca delle tematiche presenti nei suoi scritti, il lettore viene catturato e trascinato dalla bella prosa che sa incantare aprendo immagini e sensazioni, proprio perché Borges riesce a creare una narrazione mirabilmente sospesa tra sogno e realtà. Per tanto i suoi racconti, quelli contenuti in “Finzioni” o in “L’Aleph” non possono essere riassunti o raccontati, ovvero si potrebbe, ma sminuendoli e togliendo loro quel fascino che la scrittura e l’ambientazione e il procedere narrativo sanno creare nel lettore, anche al di là della precisa comprensione dei temi trattati che, anche se ricorrenti, si offrono multiformi e sfaccettati. Così ne “La forma della spada” che si fonda sull’inversione di ruoli e solo alla fine si esplicita e con le giuste conseguenze o come ne “Le rovine circolari” dove il sogno e la sostanza dei sogni diventano protagonisti o “La biblioteca di Babele” o “Il giardino dai sentieri che si biforcano” che conclude la prima parte della raccolta sotto il titolo di “Finzioni” seguita da una nuova intitolata “Artifici”, titoli adatti a non dimenticare che sono tutti o quasi racconti “fantastici” come lo stesso Borges li definisce che hanno influenzato e ispirato, ed è facile constatarlo, scrittori come Eco e Calvino, per citare grandi autori del nostro tempo.

Dello stesso autore:

L’Aleph

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