Dopo La casa del mago, con Mia nonna e il Conte Emanuele Trevi prosegue la panoramica impressionista degli adulti di famiglia, fondendo personaggi e luoghi in un’unica memoria delle origini. ( da Solferinolibri)
Un paesino della Calabria, nonna Giuseppina, per tutti Peppinella, il suo giardino e l’incontro con il Conte, sono il fil rouge del racconto, e non solo. Nel suo giardino, dominato dall’imponente cibbia, ormai svuotata ma che continua a significare sorgente di vita per l’acqua che conteneva, il nipote Emanuele ha trascorso, tra libri e letture, le estati dell’infanzia e della giovinezza, era lì che si isolava per leggere
“Possiamo accontentarci di ritenere che i giorni e gli anni, per il solo fatto di essere passati, non esistono più? Chiudo gli occhi e ho sette anni, è il primo pomeriggio di un giorno di luglio, il frinito delle cicale vibra e risuona nell’aria immobile tanto da equivalere a un silenzio assoluto, mi cerco un posto buono per leggere le storie di Christopher e Winnie Pooh e tutto è futuro per me, indistinto e gravido futuro; riapro gli occhi ed eccomi qui che scrivo curvo”…
Trevi continua anche in questo romanzo, dopo “La casa del Mago” il suo dialogo con il passato, con i suoi personaggi e gli ambienti rivitalizzati dal ricordo e impregnati di vite e di esperienze, le proprie dall’infanzia alla giovinezza, e ritrovarvi le radici di una formazione, intessuta di storie, tipi umani, cose, ambienti, tanto da dire che la letteratura e il giardino della nonna “sono rimasti due concetti totalmente equivalenti”, quando le sue letture e il luogo si sono cementati nell’emozionario del ricordo. Oltre ai luoghi emerge la figura di un personaggio particolare, la nonna, e il suo incontro con il Conte, un conte vero: tra i due fiorisce un affetto inaspettato, un sodalizio, come può esserlo un amore senile: Peppinella ultraottantenne è vedova da decenni, e il Conte è un vero aristocratico ultra ottantenne anche lui; si è trasferito nel paese calabrese, ma avendo un ginocchio difettoso, il Conte si presenta a Donna Peppinella per chiedere la cortesia di transito dal suo giardino, e i transiti si allungheranno in visite e in pomeriggi sotto la magnolia, e in pranzi, fino all’incontro con la cugina principessa.
Il racconto crudo e ironico del cliente, un punto di vista inedito sul mondo della prostituzione.
Un viaggio autobiografico e narrativo che racconta senza filtri la vita e le emozioni di un uomo alle prese con il mondo del sesso a pagamento. Con prefazione del prof. Emmanuele A. Jannini (Università Tor Vergata, Roma), il libro affronta uno dei fenomeni sociali più antichi e controversi – la prostituzione – scegliendo un punto di vista raro: quello del cliente. Tra ricordi personali, episodi ironici, riflessioni intime e storie talvolta crude, Amore in contanti si propone come un testo che non giudica, ma osserva, racconta e invita a riflettere. Una testimonianza che intreccia autoironia, tenerezza, disincanto e profondità, restituendo un quadro complesso e umano di un mondo spesso ridotto a stereotipo.
La sinossi
Un bambino apre come scatole cinesi il suo futuro, contempla il mondo e ne pregusta le scoperte. In un afoso pomeriggio svela una terribile e splendida realtà, ne conserverà il sapore tra le pieghe della mente fino a quando non ne capirà il reale significato. Anni più tardi si ritroverà uomo in un viaggio intimo e disincantato in cui si perderà tra personaggi grotteschi e storie kafkiane. Una ripida discesa nel mondo sotterraneo della prostituzione. Esisterà solo in un labirinto surreale quasi sempre popolato da vite afflitte e in perenne transizione, in cui il piacere mercenario ha un costo umano elevatissimo. In un folle e precario equilibrio il protagonista non si arrende alle regole sociali, avanza come un funambolo tra la solitudine e il disprezzo, ridiscute se stesso e le proprie scelte. Osserva con tenera malinconia tutte le vite sfiorate, esistenze morbide come il velluto ferocemente sgualcite. Su lerci marciapiedi individuerà drammi commoventi ed esilaranti commedie, comunque, lampi abbacinanti sulla coscienza. Un’asciutta disamina di una realtà lussuriosa ma anche drammaticamente misera. Impastando sesso e denaro lentamente emergono i ritratti antichi delle vere protagoniste di questo libro: le donne. Donne figlie, sorelle, madri. Il protagonista è la figura famelica che conserva e moltiplica un desiderio incessante. Una recondita e disperata sete di vita e di calore umano, forse di amore. Sesso e bisogno di affetto sono un tracciato inestricabile di strade dal quale sembra non sia possibile uscire, l’unico approdo sicuro pare anche quello più fragile e vacillante, la donna nella sua declinazione più dolente: la puttana. La narrazione incalzante di realismo sporco è solo il pretesto per rivivere i precoci sogni trasformati in incubi indelebili. Frammentando centinaia di volti in un dedalo di ricordi l’autore cerca di trovare una risposta alla sua maledetta dipendenza, anche attraverso cenni storici, analisi sociologiche e cronaca nera.
Giacomo Sgambato, milanese d’adozione, l’autore nasce nel 1969 nello stesso paese che ha dato i natali a Giordano Bruno, Nola. Dopo gli studi di psico-pedagogia si dedica ad attività afferenti al mondo dello spettacolo, prima come truccatore cinetelevisivo poi come cameraman presso l’emittente TV7 Lombardia. Qui inizierà a scrivere sceneggiature per pubblicità, televendite e video promozionali per alcuni comici di Zelig. Attualmente è un libero professionista che si dedica all’attività di social media manager. Considera maestri inarrivabili per chiunque gli autori che lo hanno formato: Kafka, Dostoevskij, Bulgakov, Dumas padre, Bukowski, Dickens, Shakespeare.
Un carosello di storie che, pagina dopo pagina, si affastellano una sull’altra, alimentate dal desiderio di dar conto delle tante «vite ignorate» che scorrono apparentemente senza lasciare traccia, e di sondare cosí il mistero che tutti quanti siamo.(da Einaudi Libri)
Crosby nel Maine, Bob Burges, sessantacinquenne, che da quasi quindici anni lì vive: in gioventù avvocato a New York , tra i cui clienti annoverava William, l’ex marito di Lucy, la scrittrice, che insieme a lei aveva affittato a Crosby una casetta sul mare durante la pandemia di Covid-19 e che ora è diventata la loro dimora permanente; così nel precedente romanzo “Lucy davanti al mare” l’autrice racconta. Un ritrovarsi. È proprio grazie a Bob e alle loro passeggiate quotidiane e alle nuove frequentazioni cui Bob l’ ha introdotta, che Lucy è riuscita a trascorrere meglio gli anni bui della pandemia, e a incontrare la novantenne Olive Kitteridge, proprio lei : chi ha letto Elizabeth Strout, rincontra due protagoniste chiave della sua narrazione. Da questo incontro nasceranno le tante storie dal passato e mai rivelate, storie di un’umana esistenza, di quelle vite ignorate, vite fragili, storie all’apparenza banali che Olive e Lucy si raccontano e ci raccontano per farci entrare in quell’universo che sono gli altri, quelli con i quali spesso dividiamo le nostre giornate ma che non conosciamo davvero, quel microcosmo sconosciuto che sono e che siamo tutti noi. Emergono così storie dei protagonisti non rivelate dentro le prime storie. E fra tante anche una in giallo: il cadavere di una donna, Gloria Beach, è rinvenuto nelle cave dei dintorni; il figlio è il principale indiziato, sarà Bob a incaricarsi della sua difesa, decisione legata proprio al suo vissuto.
Valentina Santini Latte guasto “L’unico modo per non essere crudeliè rimanere in silenzio.”
dal 12 settembre in libreria
19 maggio 1969. Viola ha undici anni e d’un tratto smette di parlare. Nessuno, nella sua famiglia o nel borgo di Quattrostrade, riesce a spiegarsi perché. Cosa è accaduto alla bambina? In breve, per la piccola comunità, la diagnosi è semplice: Viola è impazzita, le manca un venerdì. Anche sua madre se ne convince a poco a poco. Per Viola diventa una trappola e insieme un’opportunità, non si sottrae a quel verdetto. In realtà custodisce un segreto, e se parlasse le conseguenze sarebbero devastanti. Negli anni, però, le parole diventano un’altra cosa: maschere inaffidabili, come le persone che le pronunciano. Viola cresce e sperimenta le relazioni e il mondo attraverso il corpo. Lo sguardo e l’ascolto, senza l’interferenza della parola, la portano in una dimensione solo sua e lei impara a intuire la verità nei silenzi. Viola assaggia, tocca, ascolta e si lascia invadere, nel disperato tentativo che qualcuno, nonostante tutto, riconosca la sua voce.
VALENTINA SANTINInasce nel 1983 nella Maremma grossetana. È laureata in Psicologia. Conduce laboratori di scrittura creativa e lavora come editor e copywriter. Molti dei suoi racconti sono usciti in raccolte e per riviste online. cosceneggiatrice della serie tv interattiva Il confine di Moebius. Ha pubblicato L’osso del cuore (Edizioni e/o 2022) e Mosche (Voland 2024). Scrive per il cinema.
Maylis Besserie La balia di Bacon “Le tue lacrime si trasformano in colore.Colano tra i pigmenti, raccontano le cose al posto tuo.”
dal 12 settembre in libreria
Il passato del pittore Francis Bacon ha i colori di una campagna irlandese intrisa di violenza, tensioni e tragedie. Il presente vibra nella Londra a cavallo delle due guerre mondiali, tra notti sfrenate, amori tormentati e i giudizi taglienti della critica. Il futuro lo consacrerà come uno dei massimi protagonisti dell’arte contemporanea. Maylis Besserie intreccia tutto questo in un racconto sospeso tra le tele dell’artista e la voce di Jessie Lightfoot, la donna che più lo ha amato, che più di chiunque altro ha saputo leggerne i pensieri e i turbamenti, la sua affezionata nanny.
Nata nel 1982 a Bordeaux, MAYLIS BESSERIE è una scrittrice e produttrice radiofonica francese. La balia di Bacon è l’ultimo capitolo della sua trilogia franco-irlandese, che comprende anche Idispersi amori (Voland 2023) e L’ultimo atto del signor Beckett (Voland 2022), suo romanzo d’esordio, vincitore del Premio Goncourt 2020 per l’opera prima, i cui diritti sono stati venduti in tutto il mondo.
Aleksej Nikitin Di fronte al fuoco
“…perché la vita in guerra ha un ritmo diverso e una suaparticolare densità. Non ha nulla in comune con la vitaprima della guerra o con quella che verrà dopo.”
dal 19 settembre in libreria
Estate 1941. Dopo aver conquistato il secondo posto al campionato nazionale sovietico, il pugile ebreo ucraino Il’ja Gol’dinov si unisce ai partigiani che combattono i tedeschi. Arruolatosi in seguito nell’esercito regolare, viene catturato e rinchiuso in un lager, per poi riapparire come un fantasma nel febbraio ’42, nella Kiev occupata dai nazisti, e lì misteriosamente scomparire di nuovo. La moglie Feliksa comincia a indagare sulla sorte dell’uomo, che le autorità danno per disperso…Amore e morte, lealtà e tradimento, tradizioni yiddish e propaganda sovietica si mescolano in una storia vera – accuratamente ricostruita sulla base di documenti desecretati dopo il 2011 –avvincente come un racconto epico, che ci narra di un paese da sempre crocevia di culture e di etnie e ci riporta al presente, al conflitto che oggi sconvolge l’Europa e il mondo.
Scrittore ucraino di lingua russa, ALEKSEJ NIKITIN è nato a Kiev nel 1967. Laureato in fisica, ha collaborato al progetto del sarcofago destinato a mettere in sicurezza la centrale di Černobyl’. Autore di romanzi e racconti, di cui alcuni tradotti in inglese e francese, ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Sholem Aleichem per Di fronte al fuoco. Con Victory Park (Voland 2019) ha vinto il Russkaja Premija. In precedenza ha pubblicato i romanzi Istemi (Voland 2013) e Mahjong (2012).
Attraverso un mosaico di storie che si intrecciano e a volte soltanto si sfiorano, Sabrina Gabriele racconta la tenerezza dei sogni arenati nel passato e la dolce ostinazione di quelli ancora da realizzare, ricordandoci che per andare incontro al destino bisogna prima di tutto ascoltare (da Salani Libri)
Bologna 1981, una libreria, una tradizione costruita dal proprietario Vanni Maestri: i clienti scrivono su dei foglietti i loro propositi per l’anno nuovo e li lasciano dentro le pagine dei volumi usati. Si apre alla data del 9 luglio 1982 e da qui il racconto torna al dicembre precedente quando Agata, l’assistente assunta da Vanni per il periodo natalizio, involontariamente fa emergere quanto da lui volutamente sepolto sotto la cenere del ricordo: leggendo uno dei tanti biglietti scovati nei libri, riapre in lui una lontana ferita. Ma non è il solo: anche la contessa Castelvetri riceve dal passato del defunto marito la storia di tre studenti, di un amore tra le sirene della seconda Guerra Mondiale e le persecuzioni razziali.
“Il ritmo è mosso, spesso febbrile, e segue l’alternanza di anni e ricordi come se ogni pagina fosse un battito che amplifica il sentire più intimo dei personaggi e lo trasforma nel loro tentativo, ostinato e dolcissimo, di rimettersi in cammino anche quando rimangono indietro. E c’è un’urgenza gentile nel narrare il perdono, il rimpianto, la speranza stessa di riuscire a mutare la fragilità in resistenza. «La vita è un sogno. È il risveglio che ci uccide», scriveva Virginia Woolf ma anche quando si aprono gli occhi, resta pur sempre il gesto di averci creduto”.
Così scrive Ursula Beretta (La lettura del Corriere 17 agosto 2025) a conclusione del suo articolo sul nuovo romanzo di Sabrina Gabriele
Sabrina Gabriele (Bergamo, 1978) ha studiato dal 1998 al 2000 all’Accademia di Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, dove si è diplomata, ha poi vissuto e studiato a Londra e attualmente è a Parigi, dove lavora nella moda. Ha pubblicato altri due romanzi: nel 2009 Una (Albatros Il Filo) e nel 2023 Quattro giorni o sempre (e/o)
«Il cammino di Santiago fa da sfondo a questo romanzo teso a trasmettere all’umanità odierna valori, tradizioni e realtà importanti che non possiamo e non dobbiamo ignorare né dimenticare.»
Il Cammino di Santiago non è solo una rotta tracciata sulla terra: è un sentiero inciso nel cielo, una via stellare percorsa da pellegrini, sapienti, iniziati e cercatori da secoli. È qui, lungo questa antica arteria spirituale, che si snoda il viaggio di un protagonista che somiglia all’autore, ma si spinge oltre di lui. Un viaggio fisico e interiore, dove ogni passo svela connessioni inattese tra il visibile e l’invisibile, tra la scienza e l’esoterismo, tra l’eredità di civiltà scomparse e i segreti gelosamente custoditi da élite silenziose. Ufo, massoneria, astronomia antica, manipolazione delle masse, spiritualità autentica e poteri occulti: tutto si intreccia in una trama avvincente che unisce il fascino del romanzo alla forza scomoda della divulgazione. Roberto Pinotti, noto per i suoi studi su fenomeni aerei anomali e tematiche di confine, si confronta per la prima volta con la narrativa. Ma lo fa a modo suo: con rigore, con visione e con un intento pedagogico preciso. Il romanzo diventa così uno strumento per parlare a tutti, superando le barriere dei saggi specializzati e facendo filtrare – tra le pieghe della fiction – verità e ipotesi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico. La via delle stelle – già pubblicato in Spagna come El Camino de las Estrellas – è un invito a decifrare i simboli, a leggere il cielo, a risvegliare lo spirito critico. E forse, a ricordare che l’universo è molto più vicino – e affollato – di quanto ci abbiano mai detto.
Roberto Pinotti nato a Venezia nel 1944 (ma fiorentino di adozione) è un sociologo, politologo, studioso di esoterismo e giornalista aerospaziale. Ha fondato nel 1967 il Centro Ufologico Nazionale (CUN) e nel 2021 la ONG International Coalition for Extraterrestrial Research (ICER). Riconosciuto come uno studioso di fama mondiale sul tema, dal 1993 coordina l’annuale Simposio Mondiale sugli UFO a San Marino. Ha al suo attivo settanta titoli in sette lingue. Già consulente del Programma SETI (Search for Extra Terrestrial lntelligence) per la ricerca di intelligenze extraterrestri, membro dell’Accademia delle Scienze di San Marino e in Italia dell’Accademia Costantiniana di Scienze Mediche, Giuridiche e Sociali, ha collaborato con la Federazione Astronautica Internazionale, l’Agenzia Spaziale Italiana, l’Agenzia Spaziale Europea, l’International Space University di Strasburgo e l’Università di Firenze. Astrofilo, a livello onorifico gli è stato intestato nel Minor Planets Catalogue l’asteroide 12470 Pinotti scoperto da Maura Tombelli nel 1997. Per Vallecchi ha pubblicato UFO. La verità negata (2021), UFO. I carri degli Dei (2022), e UFO Italia. Da Mussolini al Pentagono (2024).
“Il Presidente dorme da una settimana. È questo il problema: il Presidente si è addormentato e non sappiamo quando si sveglierà”. Per la prima volta nella storia d’Italia, a ricoprire la più alta carica dello Stato è una donna, Anita Bertoli, intellettuale e attivista, figlia di un politico di lungo corso ed ex partigiano.La Presidente viene colta da un malore, si accascia sull’ampia scrivania della sua stanza al Quirinale e da lì, pur ancora vigile, non riesce più a muoversi. È questo lo spunto iniziale del romanzo. La Presidente non riesce più a muoversi. Può solo pensare: al rapporto con il padre fatto di una distanza fisica, emotiva e politica mai colmata nel tempo; alla madre, una statunitense venuta in Europa a combattere per la libertà, prima in Spagna e poi in Italia; alla relazione con Aldo, già collaboratore del padre. Infine, ai veri motivi della sua candidatura e dell’elezione alla Presidenza della Repubblica. Il Paese si scopre – come lei – del tutto paralizzato: senza la sua approvazione, il Governo non può operare, e le altre cariche dello Stato non si mobilitano per risolvere la situazione di stallo. Al suo destino di immobilità è legato quello di un giovane corazziere, incaricato di vegliarla e di vigilare sui visitatori che a poco a poco diradano. In un reparto d’ospedale vuoto e desolato, appena animato dalla presenza di due infermiere, il soldato riflette sulla sua vita – piena di rimandi a quella della Presidente – e al senso ultimo del suo ruolo e della sua stessa esistenza: rispettare gli ordini e adempiere al proprio dovere.
Il silenzio è d’oro. Non ho mai capito bene questa frase che mia nonna mi ripeteva spesso quando ero un bambino che appena stava in piedi, ma dotato di una chiacchiera infinita, in una casa in cui tutti parlavano poco. All’inizio la prendevo alla lettera, perché la parola di mia nonna era legge, e così anche io parlavo il meno possibile. Ma non capivo come potesse arrivare l’oro stando zitto. Il mio silenzio non si è mai trasformato in oro o in altre ricchezze, ma ora so a che serve. Sono venticinque anni che parlo poco e ho trovato il lavoro che fa per me. Ore e ore di silenzio, a volte nel frastuono più assoluto, io zitto in piedi nella mia bella uniforme. Lo so che tutti mi guardano e si impressionano per la mia statura e la mia immobilità. Quando sono in servizio all’aperto, c’è sempre qualche ragazza che si accosta e pretende di farsi una foto vicino a me, magari con l’autoscatto, come fossi la fontana di Trevi.
Gianni Caria (Sassari 1960),magistrato, è stato Procuratore della Repubblica di Sassari. Il suo primo romanzo, La badante di Bucarest (Robin, 2012), ha vinto nel 2013 a Perugia il Premio Giovani Lettori-Memorial Gaia Di Manici Proietti e si è classificato al secondo posto come opera menzionata al Premio Primo Romanzo Città di Cuneo 2013.
La ragazzina cresce nella guerra; vede e tocca con mani consapevoli. Si chiama Giovanna, è stato un angelo a consegnarle il nome e la visione, a sospingerla. Decisa ad assumere la propria colpa generazionale e la responsabilità di un futuro da reinventare, la ragazzina Giovanna guida una marcia silenziosa di studenti. Giovanna è certa della sola voce che possa reclamare il diritto alla vita: il silenzio. Perché le voci sono molte, il silenzio è uno. Attraverso un paese stordito, spolpato da un tempo asciutto, giungeranno fino alla Capitale per avanzare la loro muta richiesta di ascolto. Un romanzo sui generis che si ispira al passaggio emblematico di Jeanne d’Arc nella storia, la ragazzina che assunse la colpa di due generazioni e la tradusse in un atto volontario di responsabilità: volle agire un futuro ancora da immaginare. Le tolsero la vita. Era scandalo il suo essere ragazza in un tempo e luogo restrittivi per le donne, il suo divenire condottiera di uomini, erano scandalo le sue vittorie e i suoi abiti maschili. Scandalo la sua consapevolezza.(La sinossi da CartaCantaEditore)
Stralci da una recente intervista all’Autrice
Disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie, studia canto lirico, si esibisce… Come vive questa vita da artista a tutto tondo, e con quale di queste realtà sente un più forte legame?
La vivo come una concatenazione. Sono sempre stata curiosa della materia, da buona artigiana. Lavoro con le mani e costruisco, perciò ho appreso i mestieri – tutti i miei mestieri – praticando; in ogni espressione diversa ho trovato una continuità di percorso. Creare architetture di parole sarebbe stato impensabile per me senza conoscere il potere evocativo, elementare di una canzone popolare o le vibrazioni dei colori quando si uniscono e si contrastano. Comunque, per rispondere alla sua domanda, il legame che sento più forte è con l’uso della voce, il che comprende anche la voce scritta.
“Un salto al buio”, del 2018, è il suo primo romanzo. Qual è la genesi di questa storia che parla di sentimenti e fragilità umane?
In realtà scrivo da decenni. “Un salto al buio” è stato il primo lavoro che ho deciso di pubblicare. L’ho usato per aprire la strada, diciamo così: di facile fruizione, surreale e poetico, con una trama fitta di incontri e una teatralità corale molto organizzata. Voglio bene a questo “romanzino”, come lo chiamo affettuosamente. Nato non da una vera urgenza, ma da profonda empatia. Narra il dramma di due padri che si incontrano in circostanze molto particolari e si riconoscono nel reciproco dolore. Un lavoro pervaso di ironia e leggerezza, ma anche ricco di sostanza.
Con “Le tre domande dell’angelo”, invece, fa un nuovo salto “al buio”, per citare la sua stessa opera: si addentra nei meandri della Storia analizzando il personaggio di Jeanne D’Arc, Giovanna D’Arco. Cosa l’ha spinta ad assumere proprio la voce di questa ragazzina?
In questo caso ho davvero seguito una necessità. La presenza di Jeanne d’Arc è stata grande nel mio immaginario e nella mia coscienza. Ho scelto di narrare la sua parabola di vita in modo trasversale: la storia di una ragazzina nata e cresciuta nella guerra che decide di assumere la colpa di due generazioni e tradurla in un atto volontario di responsabilità, per agire un futuro ancora da immaginare. E lo fa guidando una marcia silenziosa di studenti verso la Capitale. Chi conosce storicamente Jeanne troverà ogni particolare biografico, ma gli accadimenti sono filtrati attraverso una diversa attualità e trasformati. La vicenda è narrata da un testimone e ha un luogo e un tempo imprecisati. Direi un medio oriente contemporaneo, comunque intriso di Medioevo e visionarietà.Nel libro l’io narrante dirà “Cantare un eroe è accorgersi della mancanza e tradurla in pienezza. È colmare un vuoto dei tempi con rimasugli appassionati, è innamorarsi della pochezza e dei limiti e renderli ispirazione, è disconoscere la storia. Cantare un eroe è quasi la verità. Ho tentato di “cantare” Jeanne””.
Altro elemento fondamentale è costituito dalla figura dell’angelo…
L’angelo è stato il mio modo per affrontare il rapporto che Jaenne d’Arc aveva con l’assoluto, con le proprie visioni. Nel romanzo è con Giovanna a ogni passo, come presenza che interroga e non insegna. L’angelo è una figura senza ambiguità, sta esattamente in ciò che dice e tace la sua potenza. E le domande che rivolge a Giovanna, ai suoi studenti, sono rivolte anche a ognuno di noi. Per questo lascio l’interpretazione dell’angelo e delle sue tre domande a chi legge.
Katia Lari Faccenda, nata a Firenze nel Sessantadue, la casa dove vive trabocca di letteratura; il nonno fa il libraio. Esploratrice di parole, comincia a leggere molto presto, scrive e illustra le sue storie. Artista e musicista: disegna fumetti, lavora come restauratrice di pitture murarie; studia canto lirico, e di tradizione orale, si esibisce su palcoscenico e in strada. Scrive da decenni: narrativa, teatro, canzoni. Il romanzo Un salto al buio è edito da CartaCanta nel 2018. Vive a Vinci, in collina, a pochi passi dalla casa natale di Leonardo.
«“El niño del santo?” chiese suor Consuelo sorridendo al piccolo anonimo che la fissava in silenzio. Così Niño Del Santo fu il suo nome, ma per tutti, tranne che per lei, da allora soltanto Nino.»
Nino è figlio della vergogna. Abbandonato in uno scatolo e portato al convento da un angelo sconosciuto, viene accolto da una famiglia rude e numerosa. Ancora bambino scopre brutalmente la verità e inizia a cercare il proprio posto nel mondo. L’incontro con Dela gli fa credere che tutto sia possibile. La vita che costruiscono insieme rischia però di frantumarsi quando il passato torna a chiedere il conto. Nino si trasforma in qualcuno di cui aver paura, ma Dela lo difenderà fino alla fine dimenticandosi di sé. Va oltre il tempo, questo racconto. Quando sembra concluso, torna indietro: un passo nel tramonto, per ritoccarlo d’alba.
Incipit:
«Il freddo, per una sera, rinunciò al proprio silenzio. Provò a farsi voce, sfiorò gli occhi aperti del neonato dentro lo scatolo di cartone e gli volle cantare una ninna nanna perché il primo sonno non fosse agitato. Si accorse così di non avere canzoni. La coperta era lì, in imbarazzo per l’abbraccio che tentava di simulare, perché a quegli occhi aperti probabilmente la differenza non era sfuggita. Qualcuno, pescato a caso dal ripostiglio del destino, si accorse dello scatolo per strada, controllò, e vide che dentro taceva un bambino. Quindi di corsa al convento, prima che fosse tardi, dalle suore cui ogni tanto il Signore mandava un bimbo così, rifiutato. Una ragazza piangeva poche case più in là, con le mani sul ventre svuotato e il pensiero al figlio che le avevano appena portato via. Svuotata, anche lei. Le avevano messo tra i denti un fazzoletto perché i vicini non la sentissero gridare. Aveva trascorso chiusa in casa gli ultimi mesi della gravidanza, mentre tutti sapevano che era fuori, ospite di certi parenti. Le dissero che il tempo l’avrebbe guarita, che avrebbe sposato un uomo diverso, che sarebbe cresciuta»
Antonella Carta insegna Materie letterarie in un liceo. Dopo il romanzo Timoteo e il saggio Rousseau. Le fantasticherie, ha pubblicato con Mursia i romanzi Come nuvole di cotone (2020) e Come una pianta che spacca il cemento (2023).
Ricco di atmosfera e dotato di una bussola emotiva straordinariamente sicura, La vita immaginata è un romanzo indagatore e nostalgico sull’impossibilità di comprendere i propri genitori, sui primi amori e fallimenti, sull’innocenza perduta, sui legami indistruttibili tra un padre e un figlio.(da Feltrinelli)
Steven Mills , il protagonista, è un uomo maturo quando moglie e figlio escono dalla sua vita, un nuovo abbandono che segue quello del padre, professore universitario che scomparve dalla sua vita quando era ancora un pre adolescente. Ora che anche la sua vita è ad una svolta decide di cercare nel passato risposte al suo presente: dovendo ricostruire un passato si mette in viaggio lungo la costa californiana, alla ricerca di amici, di familiari, di ex colleghi, di tutti coloro che possano fornirgli stralci di una vita trascorsa, per una ricostruzione fatta di tasselli, ricordi, testimonianze, pezzi in cui l’immaginato ha un suo spazio per riempire anni di assenza, capire i perché del matrimonio finito dei suoi genitori, della comparsa di Deryck, un giovane collega del padre e di quanto questa comparsa possa essere stata la chiave di uno scandalo mai chiarito a cui forse si deve la sua scomparsa e la perdita del suo posto all’università e, in contemporanea, un percorso a ritroso per ricostruire la propria identità
Scrive Livia Manera nella sua recensione al romanzo sulle pagine de la Lettura del 22 giugno 2025 “La vita immaginata è un romanzo sull’assenza, sull’impossibilità di capire i propri genitori, sui primi amori e le prime delusioni, sull’innocenza perduta e sul legame tra un padre e un figlio che può diventare identificazione fino a sfociare nell’emulazione. Ma è anche la road novel di un narratore che si mette in viaggio per incontrare i testimoni di quel tempo perduto, in cui ogni conversazione con vecchi amici e colleghi del padre aggiunge un tassello al mosaico del passato e offre un altro modo di interpretare la scomparsa di quell’uomo colto e sfrenato, su di giri e melanconico, che oggi sarebbe definito maniaco depressivo”.
Andrew Porter
Nato negli Stati Uniti, Porter è un riconosciuto scrittore e sceneggiatore originario della Pennsylvania, Prima di The Imagined Life, ha pubblicato racconti e raccolte apprezzate dalla critica, Porter ama narrare personaggi in bilico sull’affidabilità della loro memoria, spesso alle prese con segreti familiari, identità e ricordi dolorosi. La sua scrittura è capace di evocare atmosfere nostalgiche e profonde connessioni emotive