Santina Cosetta “Soltanto il giorno”, presentazione

Copertina del romanzo di Santina Cosetta "Soltanto il giorno", Giunti Editore

Ispirandosi alla vera storia della sua bisnonna, Santina Cosetta firma un romanzo bruciante: una donna nata dal niente che impara a salvarsi salvando gli altri, un amore per la vita che travolge a ogni pagina.(da Giunti)

È la storia esemplare di una donna nata non voluta e non amata, affidata ad altre mani e cure e che da sola troverà la spinta ad affermarsi come persona che lotta per un proprio posto “Oltre la notte, oltre la miseria, scansando povertà e desiderio di riscatto, oltre tutto ciò che sembra già scritto per rivendicare la libertà di essere, di scegliere e di continuare il proprio cammino nella luce tagliente del giorno” come scrive Ursula Beretta nella presentazione del romanzo (da La Lettura 7 giugno 2026).

La vicenda si ambienta in Sicilia, ad Avola, nel 1885: nasce Marianna, che tutti chiameranno Cosuzza, con il ruolo che il nome accoglie nel suo significato, e affidata a Lisetta la “stria” del paese che le insegna non solo i segreti delle erbe e della cucina, ma la istruisce sull’esistenza di chi nasce e resta solo e deve andare avanti lo stesso.
Quando Lisetta parte per l’America per raggiungere il marito, Marianna viene mandata a servizio all’Irminio, una grande masseria nelle campagne ragusane: lì sperimenterà se stessa e le proprie capacità tra gerarchie  e regole che non si discutono, ma anche un’amicizia e un amore, imparando a non sentirsi sola e fuori luogo, soprattutto nella grande cucina, e sperimentando cosa significhi volere qualcosa e lottare ad ogni costo per raggiungere l’obiettivo.

Stralci dal primo capitolo La figlia dei miserabili

Lisetta rimase sola con la bambina, la cullò piano. Il canto scivolò fuori dalla sua bocca come un sussurro: «Ohi voh voh, questa figghia a chi la do? Ohi voh voh, dormi dormi e lautri no…». Le sfiorò il naso con un dito, sentì il respiro lieve. «Comu si nicuzza, figghia bedda. Una cosa piccola piccola.» Pensò al figlio che aveva perso e a quella creatura che non era voluta da nessuno.
«Compare Tonio, porto via io la bambina. Vostra moglie non è capace di badarci.» […]
«Con i dodici tarì di sussidio le manterrò il latte. Domani la porterò al registro, dirò che l’ho trovata fuori dalla porta. E donna Nunzia ne dichiarerà la morte.[…]
Il giorno dopo, la stria, con la bambina stretta al petto, si avviò all’Ufficio di Consegna. L’ uomo dell’anagrafe scriveva la relazione con aria annoiata.
«E con quale cognome la registriamo ’sta picciridda?» Lisetta lo fissò dritto negli occhi.
«Non vi venga in mente di metterle Cucuzza, Faciola o Timpesta. Che qui si fa a gara a im porre ai bastardelli nomi che a definirli fantasiosi sarebbe un complimento.»
 L’ uomo sollevò un sopracciglio. «E a voi che vi viene in mente?» La stria abbassò gli occhi sulla bambina, che dormiva ignara della sua nuova vita e sorrise.
«Cosetta. Il nome delle donne che restano sole e tirano avanti lo stesso. Marianna Cosetta. Scrivete così.»
L’ ufficiale alzò lo sguardo, sorpreso e divertito. «Cosetta, eh?
Per una figlia della Miseria… Va bene. E Cosetta sia.»
Tre giorni dopo, alla Matrice, la bambina ricevette il battesimo. Il prete chiese con quale nome venisse presentata a Dio e anche in quel momento la balia non ebbe dubbi.
«Davanti a Dio, sarà Marianna, come mia madre. Ma per tutti noi, resterà Cosuzza.

Santina Cosetta È nata a Messina nel 1979 e vive a La Spezia, dove insegna Lettere. Il suo percorso attraversa mondi diversi: la ricerca archeologica sul campo, il restauro di materiali cartacei antichi, la progettazione grafica, la pittura. Tutti modi diversi di conservare tracce, storie e memorie destinate a sparire. La scrittura è il filo che li tiene insieme, e Soltanto il giorno è il suo romanzo d’esordio.

Carmelo Sardo “L’ultima estate di un uomo perbene”, recensione di Adriana Sardo(solamente omonima dell’autore)

“In quel clima così incandescente, il direttore di banca Pino Tragna aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire. 
Se avesse denunciato, avrebbe messo in serio pericolo la sua stessa esistenza. Ma non aveva altra scelta”
(dalla Quarta di copertina)

Copertina del romamzo di Carmelo Sardo"L'ultima estate di un uomo perbene", recensione di Adriana Sardo(solamente omonima dell’autore) Zolfo Editore

Zolfo Editore

L’ultima estate di un uomo perbene è un’opera di straordinaria intensità, una testimonianza necessaria e struggente.
Con una scrittura limpida e profondamente partecipe, Carmelo Sardo strappa all’oblio la vicenda di Giuseppe Tragna, integerrimo direttore di banca agrigentino, padre amorevole e marito esemplare. Nel suo vissuto si rivela la forza del dovere morale kantiano:
quell’imperativo categorico di fare la cosa giusta semplicemente perché è giusta, senza calcoli o paure.
Dinanzi alle ombre sinistre e agli assegni trafugati scoperti nei registri contabili, Tragna non esita: segnala e denuncia. Ma quella sua onestà quotidiana, in un contesto dominato dall’opacità
mafiosa, diventa una sfida intollerabile per un potere invisibile e feroce. Paga, così, con la vita lacolpa più rivoluzionaria: l’essere, semplicemente, una persona perbene.
Attraverso strazianti fotogrammi, l’autore restituisce i drammatici istanti del 18 luglio 1990, il giorno in cui l’uomo viene barbaramente ucciso sotto casa, a un soffio dal calore dei suoi cari. Il grido della moglie Mariella che “squarcia l’estate” segna uno strappo irreversibile nel tessuto del tempo, dividendo per sempre l’esistenza della famiglia tra un “prima”, fatto di momenti sereni, sogni e di normalità, e un “dopo”, dominato da un vuoto incolmabile e gelido.
Oltre al calvario dell’atroce perdita, la famiglia deve subire il veleno della maldicenza, poichè un’infame accusa di pedofilia viene orchestrata per deviare le indagini e proteggere i colpevoli,
uccidendo una seconda volta un uomo onesto.
Con una fermezza stoica, la moglie e i figli, lottano per decenni contro quella strategia diffamatoria, fino al giorno in cui il Ministero dell’Interno riconosce ufficialmente Giuseppe Tragna come vittima dei reati di tipo mafioso, ponendo fine ad ogni calunnia. Una riparazione tardiva, che restituisce la purezza di quel nome alla memoria collettiva.
Leggere questo libro diventa un atto di civiltà irrinunciabile, un percorso condiviso che cura la ferita dell’indifferenza attraverso la potenza della memoria. È un’opera che unisce il rigore di documenti inoppugnabili, capaci di svelare la verità dei fatti e il valore autentico di quest’uomo perbene, a una narrazione di travolgente umanità, che scuote la coscienza e tocca le corde più profonde dell’anima del lettore. Questa magistrale narrazione offre un esempio prezioso da consegnare alle nuove generazioni, affinché resti impresso che la legalità e il riscatto di un territorio non camminano sulle spalle di eroi mitologici e irraggiungibili. Poggiano, invece, sui passi quotidiani e silenziosi delle persone comuni, capaci di scegliere la rettitudine come sola, irrinunciabile bussola della propria esistenza.

Adriana Sardo (solamente omonima dell’autore)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Le notti senza memoria con la recensione di Adriana Sardo

Le notti senza memoria Bibliotheka Edizioni

L’arte della salvezza. Storia favolosa di Marck Art

Dove non batte il sole

Alfonso Fanella “Il fuoco che abbiamo sepolto”, Graphofeel

Copertina del romanzo di Alfonso Fanella "Il fuoco che abbiamo sepolto" Graphofeel

COLLANA Intuizioni

GENERE Narrativa

dal 26/06/2026 in libreria

Graphofeel

Descrizione

Dopo quindici anni di assenza, Alberto Gastaldi torna a Rambàgo, il suo paese natale sulle colline pisane. Lì, da ventenne, l’incontro, in una strana estate, con due personaggi inquietanti avrebbe segnato per sempre la sua vita.
Milan Juric è un ex combattente jugoslavo in fuga dai fantasmi della guerra in Bosnia Erzegovina, giunto in paese con il suo oscuro passato. Nella stessa estate arriva anche Elisa, che torna dall’Inghilterra dopo la perdita del figlio. Entrambi trovano in Alberto una forma fragile di riscatto: Elisa attraverso una corrispondenza che si trasforma in un legame intimo e ambiguo, Juric, mostrando al ragazzo il fascino contorto della forza e della violenza. Alcuni eventi drammatici di quell’estate stravolgeranno la vita di Rambàgo e dei suoi abitanti, mentre Elisa scompare nel nulla.
Cosa è accaduto?
Alberto lo scoprirà solo quando si sarà misurato con la linea sottile che separa il fuoco che illumina da quello che distrugge e che abita ogni essere umano.

Il fuoco che abbiamo sepolto diventa un romanzo emblematico sulle difficoltà che ciascuno deve affrontare per definire la propria identità, in equilibrio tra contrasti, ferite e desideri mai del tutto sopiti.

La storia dell’umanità, per citare Elsa Morante, è un susseguirsi di conflitti, ma non vanno per forza letti in chiave negativa. Già Freud si interrogava sulle pulsioni umane e sulla spinta distruttiva che alberga in ciascun individuo. Se è vero che è impossibile estirparlo, possiamo quanto meno “canalizzarlo” al meglio. D’altronde la vita è trasformazione continua, ovvero un’alternanza di distruzione e ricostruzione. Ogni giorno ci svegliamo diversi da come ci siamo addormentati, ma dove sta il punto di rottura?

Il ricordo è lo scalpello con cui ciascuno plasma la propria personalità. Ma bisogna fare attenzione: uno scalpello si può trasformare velocemente in un’arma: basta un colpo più forte e l’anima va in frantumi. Il romanzo credo che chiarisca bene questo aspetto: rancore, depressione, immobilismo… sono diverse reazioni alla dittatura dei ricordi. Ciascuno deve fare i conti con il proprio dolore e non tutti riescono con facilità.

Ho voluto in qualche modo interrogarmi su quale sia la giusta misura che dovrebbe muovere gli individui, in perenne conflitto interiore tra pulsioni spesso laceranti, soprattutto oggi, in un’epoca segnata da conflitti e prese di posizioni nette. (Alfonso Fanella)

Alfonso Fanella, nato in Sicilia nel 1989, si trasferisce a Genova all’età di quindici anni, dove tuttora vive. Si è laureato in Storia nel 2013, con una tesi sul conflitto serbo-croato degli anni Novanta e sul racconto che ne ha fatto il giornalismo italiano dell’epoca. Il suo primo romanzo, Storia di un fiume in piena, è stato pubblicato da De Ferrari Editore (Genova, 2024).

Valeria Luiselli “Principio metà fine”, presentazione

Copertina del romanzo di Valeria Luiselli "Principio metà fine", Einaudi


Traduzione di Tommaso Pincio

“[…]un racconto affascinante che attraversa continenti e lingue, che riannoda i fili del tempo fino a un passato antico e geologico”.
Dall’autrice di Archivio dei bambini perduti. Un viaggio alle origini attraverso quattro generazioni di donne.(dal Catalogo Einaudi)

Dall’Incipit:

Contenuto

In principio erano una madre e una figlia. In seguito, piú o meno a metà, arrivarono altre madri e figlie, e anche uomini, altre persone in generale. Ma per ora, ci siamo soltanto io e lei, e un raggio di sole che entra in camera da una fessura tra le tende fende l’aria densa di fumo e tocca il letto, disegna una linea incerta lungo le pieghe del lenzuolo dalle dita dei suoi piedi, per poi risalire le gambe, lo stomaco, il petto e il collo e disperdersi sul suo volto, con lei che dorme e io che le poggio la mano sulla fronte e la sveglio dolcemente.

Scritto in prima persona, si apre indicando precisamente le due protagoniste principali o almeno i due personaggi a cui si affiancheranno altri, migranti, bottegai, anziani del luogo dove le due donne, madre e figlia, sono andate a cercare non solo le lontane origini ma soprattutto un nuovo inizio.
La madre, una scrittrice, dopo il recente matrimonio naufragato parte assieme alla figlia in cerca di tracce della propria nonna italiana, per ritrovare una nuova motivazione nella scrittura ma anche una  personale “rinascita”.
La madre e la figlia adolescente arrivano in Sicilia: per superare  il dolore del matrimonio fallito e della separazione da un fratello cercano in quel soggiorno sull’isola una nuova apertura  verso il futuro oltre all’occasione di riscoprire parte della storia familiare e trascorre fianco a fianco intere giornate tra letture ad alta voce, cucinando, incontrandosi.

Dall’Incipit:

Il mondo

Ero in cerca di un qualcosa simile a un inizio. Una cosa strana, forse, da aspettarsi dal tempo o dalla vita: la possibilità di cominciare, o di ricominciare. Non dovevo far altro, o almeno cosí pensavo, che rispondere a una domanda semplice: come le reinvento, la storia, le nostre vite? Ci saremmo state soltanto io e lei, per il momento.

Scrive Vanni Santoni nella sua presentazione (La Lettura 7 giugno 2026) “Pur avendo l’opera una trama chiara e definita […] è anche una raccolta di frammenti, zibaldone di digressioni e labirinto dai molti ingressi e dalle molte uscite, a dispetto del titolo — o meglio, a conferma del fatto che il titolo ha in sé una nota ironica”.

Valeria Luiselli è nata a Città del Messico e vive a New York. Autrice di romanzi e saggi, è tradotta in oltre trenta lingue. Con le sue opere ha vinto il Premio Letterario Internazionale Mondello 2025, l’American Book Award, il Folio Prize, l’International Dublin Literary Award e per due volte il Los Angeles Times Book Prize. Per Einaudi ha pubblicato Principio metà fine (2026).

Vincenzo Mazzaferro “Il Torculare di Erofilo. La realtà è solo una storia da 0 a 987”, Mursia

Un viaggio letterario unico tra le origini della scienza medica ad Alessandria d’Egitto e le sfide bioetiche dell’Intelligenza Artificiale.

Copertina del romanzo di Vincenzo Mazzaferro "Il Torculare di Erofilo", Mursia

Mursia

dal 15 giugno

«Solo se la ricerca e la cura delle malattie cresceranno nel solco umile e profondo del coraggio e del corretto agire del medico attento alle vicende umane potremo, tutti insieme, sperare di guarire.»

Il Torculare di Erofilo è un romanzo non convenzionale perché scardina la struttura narrativa classica per tessere un filo conduttore profondo tra le origini della medicina occidentale e l’imminente futuro della robotica e dell’automazione chirurgica.

Scandito secondo la logica matematica della successione di Fibonacci (da 0 a 987), il romanzo si muove fluidamente su due piani temporali speculari. Da un lato, Alessandria d’Egitto, dove il medico greco Erofilo sfida i dogmi e le superstizioni del suo tempo attraverso il metodo autoptico, scoprendo che il cervello – e non il cuore – è il vero motore del pensiero e del sistema nervoso umano. Dall’altro, un’aula di tribunale contemporanea in cui un pool di accademici e medici legali è chiamato a giudicare un complesso caso di presunta colpa medica legato all’uso di tecnologie chirurgiche robotiche avanzate.
La scelta di strutturare i capitoli seguendo i numeri di Fibonacci non è un mero esercizio di stile, ma una precisa chiave di lettura filosofica. Come la spirale aurea regola lo sviluppo armonioso e geometrico della natura, così l’autore dimostra come la conoscenza umana, la biologia e la tecnologia progrediscano per accumulazione e balzi in avanti, affrontando una complessità sempre maggiore. Il titolo fa riferimento a una reale struttura anatomica del cranio – il torcular Herophili o confluenza dei seni venosi – scoperta dal celebre medico alessandrino. Diventa qui la metafora perfetta di un punto di convergenza: l’intersezione tra la carne e lo spirito, tra il passato metodologico e il futuro algoritmico della cura.

Al centro della narrazione l’acceso dibattito sulla digitalizzazione della sanità e sull’impatto dei robot-chirurghi. Mazzaferro solleva interrogativi cruciali e quanto mai attuali: può una macchina sostituire l’intuito clinico derivato dall’esperienza? Qual è il confine tra l’efficienza algoritmica e la necessaria sensibilità umana di fronte al dolore del paziente? Evocando il pensiero filosofico di Democrito e i principi di indeterminazione della fisica moderna, il romanzo ricorda al lettore che la biologia e la medicina sono intrinsecamente radicate nell’incertezza e nel compromesso. Nonostante il rischio di un punto di rottura sociale o tecnologico, l’opera lancia un messaggio di profonda speranza e umanesimo, celebrando la bellezza intramontabile dello sforzo umano nel cercare la verità e nel prendersi cura dell’altro.

Vincenzo Mazzaferro (Novara, 1957) è medico chirurgo, ricercatore e professore all’Università degli Studi di Milano. Formatosi negli Stati Uniti, è tornato all’Istituto Nazionale dei Tumori, dove ha aperto per primo la strada della cura di alcuni tumori con il trapianto di fegato. L’attenzione alle implicazioni sociali della medicina, della ricerca e dell’etica del lavoro ha da sempre alimentato il suo impegno e la sua passione per le scienze della vita.

Valentina Maini “Alaska”, il romanzo selezionato per l’ultimo incontro di quest’anno del Premio dei Lettori Lucca-Roma

L’autrice incontrerà il pubblico, per parlare dell’opera, giovedì 18 giugno 2026 alle 18 a Villa Rossi (Gattaiola-Lucca).
Copertina del  romanzo di  Valentina Maini "Alaska",Bollati Boringhieri,,  selezionato per l'ultimoincontro di quest'anno del Premio dei Lettori Lucca-Roma

Un amore tra felicità e naufragio. “Alaska” (Bollati Boringhieri, febbraio 2026) è il romanzo di Valentina Maini selezionato dalla Società Lucchese dei Lettori – Amici di Francesca Duranti per l’ultimo incontro di questo anno della 39sima edizione del Premio dei Lettori Lucca-Roma, realizzato grazie al sostegno della Fondazione della Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione Banca del Monte di Lucca.

Il romanzo
Maia ha vent’anni quando si innamora di Sergio, un uomo che – come si dice – potrebbe essere suo padre. Sergio è un pescatore, è sposato, ha due figli: la loro storia non potrà mai funzionare. Eppure quella ragazza che si mantiene dipingendo per strada e fantastica di diventare un’artista esercita su di lui una fascinazione a cui decide di abbandonarsi. Sulla loro relazione – strana, turbolenta, intensa – incomberanno la felicità e il naufragio. Niente potrà impedire alla barca di salpare, niente le permetterà di raggiungere la terraferma.

L’autrice
Valentina Maini è nata a Bologna nel 1987 e lavora come traduttrice. Ha pubblicato due raccolte di poesie, Quaderno cicatrice (Prufrock spa, 2025) e Casa rotta (Arcipelago Itaca, 2016, premio letterario Anna Osti) e la novella La regola dei terzi (Tic edizioni, 2021). Suoi racconti e articoli sono apparsi su riviste come «Sotto il vulcano», «Snaporaz», «CTRL», «Les Classiques Garnier». Bollati Boringhieri ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, La mischia (2020), salutato dalla critica come uno dei testi letterari più innovativi della sua generazione.

Il libro è in vendita alla libreria Feltrinelli e alla libreria Fuori Porta di Lucca.

Il Premio dei Lettori è un premio letterario istituito a Lucca nel 1988 dalla Società Lucchese dei Lettori, fondato da Francesca Duranti e Antonio Dini, e destinato alla migliore opera di narrativa presentata nel corso dell’anno sociale nell’ambito delle iniziative dell’associazione. Le attività dell’associazione sono aperti a tutti e l’ingresso è libero.

Francesca Giannone “Gli anni in bianco e nero”, presentazione

Copertina del romanzo di Francesca Giannone "Gli anni in bianco e nero", Editrice Nord

“[…]mentre tutt’intorno si accendono le lotte operaie e le occupazioni studentesche e si formano i primi gruppi femministi, dentro casa Elia si combatte una rivoluzione silenziosa per riuscire a chiamare per nome il desiderio e la violenza, il diritto al lavoro e quello al piacere. E Mimì filma tutto.[…]. Con forbici e determinazione, realizza un film che nessuno le ha chiesto di girare. Perché raccontare è resistere. Perché raccontando si può cambiare la vita, la propria ma anche quella degli altri. Perché tutti noi abbiamo vissuto anni in bianco e nero con la speranza di farli diventare un film a colori”(da Editrice Nord)

È la terza opera dell’autrice, dopo il grande successo dell’esordio con La portalettere e la seconda opera Domani Domani, pubblicata come le precedenti con la casa editrice Nord.

In Gli anni in bianco e nero  l’autrice ci porta negli anni Sessanta in una località del Salento, in prossimità di Lecce: le sorelle Elia, quattro ragazze che per il loro futuro sono costrette a lottare all’interno della loro famiglia  contro la mentalità e familiare  e paesana limitante per i pregiudizi e le superstizioni che la caratterizzano.
Maria, Giovanna, Ada e Mimì saranno le vere autrici del loro cammino, affrontando gli ostacoli dentro e fuori il nucleo familiare: i particolari del mondo di quel periodo emergono con precisi riferimenti alla politica, alla musica alla moda e al cinema fornendo un quadro organico e completo di quegli anni. Due delle sorelle lavorano come sarte, mentre la minore Mimì, che ne è la voce narrante, appassionata di cinema, sogna di diventare regista.

In una recente intervista l’autrice racconta come è nata l’ispirazione al personaggio di Mimì: una sera, all’uscita dalla sala di proiezione del film Diamanti di Ferzan Ozpetek, ha avuto l’immagine chiarissima di una ragazzina piena di sogni che già il giorno dopo è diventata la voce narrante del romanzo.
“Il film,  aggiunge,  “mi è piaciuto molto e il mio romanzo è un omaggio  e anche a  Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, da cui ho mutuato l’idea di far sgattaiolare Mimì nel bugigattolo sopra la sala di proiezione, a fianco dell’operatore del cinema parrocchiale e rimanere folgorata dalla magia del cinema”.(da Patrizia Violi, Il Corriere della Sera, 24 maggio 2026)

Francesca Giannone, salentina, si è laureata in Scienze della Comunicazione e ha studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. A Bologna, ha curato la catalogazione dei trentamila volumi dell’Associazione Luigi Bernardi e ha frequentato il corso biennale di scrittura della Bottega di Narrazione «Finzioni». Il suo romanzo d’esordio, La portalettere, ha avuto un incredibile successo: tradotto in 44 Paesi, è stato il romanzo più venduto del 2023, ha vinto il Premio Bancarella e il Premio Amo Questo Libro. Il suo secondo romanzo, Domani, domani, è stato tra i più letti in Italia nel 2024.

Daniela Tagliafico ” Chi resta mentre il mondo scappa. Storie di confini e sopravvivenza” Vallecchi

Un romanzo tratto da storie realmente accadute. 

Copertina del romanzo di Daniela Tagliafico " Chi resta mentre il mondo scappa. Storie di confini e sopravvivenza" Vallecchi

 

Vallecchi

dal 29 maggio

Il nuovo romanzo di Daniela Tagliafico è ispirato a due storie realmente accadute ad una barista di Lampedusa e a un poliziotto romano. Entrambi, da prospettive diverse, affrontano il tema dell’immigrazione in cui si intrecciano solidarietà e paure, accoglienza e rifiuto.

Mara, la ragazza di Lampedusa, da anni vede consumarsi la tragedia degli sbarchi, col loro carico di morte e dolore. Vuole scappare da quel meraviglioso scoglio gettato nel Mediterraneo e diventare un vigile del fuoco. Ma la trattengono sull’isola radici e sicurezze. La vita di Sandro, il poliziotto romano abituato ad affrontare gli ultras del calcio, cambia quando conosce un vu cumprà senegalese. Nasce un’amicizia, un rapporto fatto di aiuti, fiducia e momenti di dubbio. 
Nel romanzo di Daniela Tagliafico corre sottotraccia il tema dell’accoglienza, accompagnato dalle diffidenze e dalle paure di chi si rapporta col “diverso”.

L’autrice ha scelto di puntare l’attenzione su storie di italiani: i poliziotti della scientifica che lavorano all’hotspot di Lampedusa, la proprietaria dell’agenzia di pompe funebri che deve preparare una bara bianca per un neonato morto in mare, nudo, e corre a casa a prendere la tutina di sua figlia per poterlo rivestire, il parroco di Ventimiglia che soccorre i clandestini che cercano di attraversare il Passo della Morte che porta in Francia.

Daniela Tagliafico ha trascorso un periodo in due luoghi simbolo dove il fenomeno immigrazione è drammatico: Ventimiglia col suo Passo della Morte dove si sfracellano molte vite di disperati e Lampedusa. L’autrice, a proposito della scelta di ambientare il romanzo nell’isola siciliana dichiara: “Lampedusa è il simbolo assoluto. Sul molo Favarolo, che ormai vediamo in tutte le immagini, si sono consumate polemiche politiche, retorica della solidarietà, speculazioni, ma anche tanta umanità. Purtroppo, però, come diceva Papa Francesco e come ripete Papa Leone che a luglio andrà a Lampedusa, siamo di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza. Sandro, il poliziotto romano del mio romanzo, cita sempre le parole del grande poeta senegalese Senghor: ‘La vera cultura è mettere radici e sradicarsi’ Vale per chi scappa, ma anche per chi resta.” Non è una storia sull’immigrazione. È una storia sull’attraversare i confini e le coscienze.

Daniela Tagliafico evita ogni retorica e racconta ciò che resta: i gesti minimi, le scelte che pesano, le vite che si sfiorano senza salvarsi davvero. Perché ci sono luoghi dove tutto arriva e niente se ne va intatto.

Il romanzo sarà presentato lunedì 15 giugno alle ore 18.00 presso il MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Sala Carlo Scarpa) con la partecipazione di: Card. Baldassare Reina, Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, Roberto Massucci, Questore di Roma e Roberto Zaccaria, Costituzionalista e Presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati, intervistati dal Vaticanista Fabio Zavattaro.

Daniela Tagliafico laureata a Torino in Scienze Politiche, allieva di Norberto Bobbio e Luigi Firpo, è giornalista dal 1982. Ha lavorato molti anni con Enzo Biagi, collaborando con lui alle trasmissioni su Raiuno dove si è occupata di politica estera e interna. Del Tg1 è stata per molti anni vicedirettrice. Nel maggio 2006 ha assunto l’incarico di Direttrice di Rai Quirinale. Il presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza prima di “Cavaliere” poi di “Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana”. Ha pubblicato il romanzo Le coniugazioni del Potere (Mazzanti Libri, 2020) e il saggio Re Giorgio. Dietro le quinte di una presidenza (Rai Libri, 2023). Partecipa come opinionista a trasmissioni televisive.

Michele Ghiotti “Acutezza”, Alcatraz

Un romanzo di autodeterminazione femminile, che accanto al tema dell’identità celebra l’arte in tutte le sue forme

Copertina del romanzo di Michele Ghiotti "Acutezza", Alcatraz

«Cos’è per te l’arte?».
«Per me l’arte è un’infestazione reciproca».
«Cosa intendi dire?».
«Che l’arte prende vita quando l’artista e lo spettatore si incontrano»

Collana Labirinti 8

Alcatraz

Dal 22 maggio

Acutezza esplora il percorso femminile verso l’autodeterminazione, raccontando la fatica di emanciparsi dal giudizio e dalle aspettative esterne. È un romanzo che mette al centro l’arte in ogni sua forma, ricorrendo a suggestioni surreali per indagare temi complessi, come il legame profondo e spesso ambiguo che unisce lo spettatore all’opera d’arte.

Cosa cercano l’artista e lo spettatore nell’opera d’arte? A che prezzo, soprattutto personale, l’artista crea? Sono queste alcune delle domande che Ghiotti esplora nel suo romanzo d’esordio, Acutezza. In una ex colonia marina ristrutturata si svolge la prima edizione della residenza artistica Acumen, intitolata alla memoria di Amalia Simonetti, immaginaria intellettuale nota per il suo lavoro di valorizzazione delle donne nell’arte. Ospiti della residenza sono quindi cinque artiste: una pittrice e body artist, una fotografa, una musicista, una scrittrice e una critica letteraria. All’arrivo di Giulia, la fotografa, il crollo di una parte del soffitto del salone d’ingresso rivela un elemento architettonico nascosto, un oculo, chiuso da vetrate annerite. Attraverso di esso nella colonia si manifesta un’entità, un «osservatore inosservabile» che è contemporaneamente occhio, orecchio, narice, mano e bocca. È una presenza che torchia i personaggi, obbligandoli a sopportare una crescente acutizzazione di uno dei cinque sensi, quello maggiormente associato con la loro arte. In breve tempo, l’eccessiva sensibilità crea condizioni drammatiche ed estreme. Le residenti dovranno affrontare paure e traumi profondi, un percorso in crescendo che le condurrà alla scelta decisiva: accettare l’oculo o tradire la propria arte – e se stesse?

INCIPIT

Era appena entrata nell’atrio quando udì, sopra di lei, schiocchi di ferro spezzato, seguiti da uno schianto secco.
«Cosa cazzo…».
Il boato arrivò improvviso, assordandola. Il pavimento tremò. La ragazza si ritrasse, coprendosi il viso con l’avambraccio destro. Un polverone bianco saliva dai calcinacci al centro del salone.
Rimase immobile, in ascolto. Una pioggia di fiocchi di gesso ticchettava sul pavimento scheggiato. Quando i rumori si spensero, decise che il pericolo era passato e i suoi passi risuonarono contro le pareti, il sinistro un po’ strascicato. C’erano ovunque scaglie di gesso, frammenti di rete metallica e brandelli di lana di vetro.
Una voce si levò dalla coltre che si stava diradando.
«C’è qualcuno?».
Un ragazzo alto e smilzo avanzava verso di lei con una mano sopra la testa, agitando l’altra davanti a sé per disperdere il polverone.
«Tutto bene?».
Lei annuì e lui allungò l’altra mano. Era conciata da calli e graffi, le unghie macchiate di vernice. Aveva una faccia da ragazzino e piccoli occhi azzurri.
«Piacere, Teo. Sono il custode».
«Piacere, Giulia».
Dopo essersi presentata si tolse gli occhiali e li spolverò con il bordo della felpa.

Michele Ghiotti (1989) è nato a San Marino, dove insegna Lettere nella scuola secondaria di primo grado. Nel 2021 ha pubblicato la raccolta poetica Preistoria primavera (Italic Pequod). Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Blam, Carie, Crack, Malgrado le mosche, Retabloid. Il suo racconto fantascientifico Carne della mia carne, occhi dei miei occhi è stato finalista al Premio Calvino 2024 (Call Trame Interspecie). Acutezza è il suo primo romanzo.

Chiara Misceo “Ritagli di me”, NeP Edizioni

Copertina del testo di Chiara Misceo "Ritagli di me", NeP Edizioni

“Ritagli di me” di Chiara Misceo è un volume intimo e originale, lontano dal concetto tradizionale di libro. Più che un testo da leggere, è infatti pensato come un journal da vivere e completare: uno spazio personale tutto al femminile in cui parole, immagini, colori e ricordi diventano strumenti per raccontarsi e riscoprirsi.

Un percorso di introspezione che invita a rallentare, a prendersi cura di sé e a dare voce a emozioni spesso lasciate in silenzio. Ogni pagina offre la possibilità di trasformare pensieri invisibili in qualcosa di concreto, creando un dialogo autentico con la propria interiorità. Non serve saper scrivere o disegnare: basta lasciarsi guidare dall’istinto e dalla sensibilità personale.
Attraverso riflessioni e frammenti di memoria, il libro accompagna la lettrice in un viaggio delicato ma profondo. Si parte dalle proprie radici e dalla storia personale, passando per il presente, i sogni realizzati e quelli ancora custoditi nel cuore. Si esplorano le sfumature che meglio rappresentano la propria identità, le persone che hanno lasciato un segno, gli affetti scelti e quelli familiari, fino ai piccoli dettagli quotidiani capaci di donare serenità.
Ogni pagina compilata diventa uno specchio, un rifugio in cui sentirsi accolte e al sicuro. I fogli si trasformano così in uno spazio in cui custodire ricordi felici, profumi dell’infanzia, tradizioni tramandate, luoghi del cuore e oggetti simbolici che racchiudono parti profonde di sé.
Un invito a guardarsi dentro, con la consapevolezza del proprio cammino, della propria femminilità, di ciò che si dona agli altri e di quei gesti semplici che aiutano a sentirsi bene e in armonia con se stesse. Un viaggio creativo fatto di carta, colore e memoria, che accompagna la lettrice verso una riconnessione sincera con la propria essenza.

L’autrice, che da oltre vent’anni insegna decorazione, offre uno spazio da abitare lentamente, dove ogni frammento raccolto contribuisce a ricomporre, con cura e amore, le parti più autentiche di sé. Per raccontare chi siamo stati, chi siamo oggi e chi stiamo diventando, ma anche per riconoscere la propria forza, accogliere le fragilità e riscoprire la bellezza nascosta nelle tracce della propria esperienza.