Robert Louis Stevenson “Il diavolo nella bottiglia” Edida, con il testo a fronte e le illustrazioni di Elena Salucco

Edida.net

” Collana I Classici di Edida”

Il testo a fronte e le illustrazioni di Elena Salucco lo impreziosiscono.

Un buon regalo e una buona lettura per tutte le età

Dalla Nota introduttiva

Il Diavolo nella bottiglia fa parte della raccolta “Intrattenimenti delle notti sull’isola”.

Fu composto fra il dicembre 1889 e il gennaio del 1890 mentre l’autore si trovava a Honolulu; pubblicato nel 1891 sull’«Herald» di New York e successivamente, sul «Black and White» di Londra fu infine tradotto nell’idioma di Samoa per una rivista locale.

Lo stile di classica semplicità utilizzato dall’autore, da lui stesso ritenuto “affine ai racconti popolari delle Hawaii per ingenuità e qualità dell’immaginazione”, si prestava bene a questo scopo. Motivo ispiratore del racconto, quello di uno scellerato patto con le potenze infernali per ottenere successo in vita ma l’inevitabile perdita dell’anima dopo la morte, trova la sua origine nelle narrazioni favolistiche dell’area romantica germanica, basti pensare allo Spiritus familiaris dei Grimm o al ben più celebre Dottor Faust di Goethe. Occorre anche ricordare che la vicenda, ambientata nelle isole Hawaii, s’inserisce a pieno titolo nel filone esotico, proprio del carattere cosmopolita di un ampio settore della letteratura inglese, i cui autori, a partire da Defoe fino a Conrad, a Kipling e a Lawrence, amano collocare le vicende narrate nelle loro opere in paesi lontani.

Su Amazon 

N.B: Nel testo in digitale, incompatibile con la struttura a fronte, l’opera in lingua originale è inserita in fondo.

La Quarta di copertina e un’illustrazione di Elena Salucco

Pasquale Fierro “Senza fatica niente”, presentazione

Dall’Introduzione

Da tempo desideravo scrivere un racconto o un romanzo di fantasia ma basato su fatti quotidiani. Cercavo una trama avvincente che mettesse in evidenza e relazione temi quali il lavoro, lo sfruttamento, la connivenza tra istituzioni e criminalità ma anche la solidarietà umana, la generosità e l’altruismo. Il bene e il male a confronto. […] Ho cercato qualcuno che mi affiancasse in questo mio progetto e mi supportasse nella stesura del romanzo e ho trovato una preziosa e ottima collaboratrice in Sonia Gabriella Milan Patton, artista poliedrica e professionista dalle forti qualità morali e umane, […] Sono originario di Nocera Inferiore (Sa) e in questo romanzo si è voluto raccontare, tra verità e fantasia, il problema del “caporalato” che attanaglia ancora oggi il nostro meraviglioso Sud Italia, la mia meravigliosa terra dove sono nato e cresciuto ma non soltanto.
La speranza degli onesti e dei giusti è che la legalità, prima o poi, possa e debba vincere in qualsiasi contesto della nostra società e del nostro quotidiano: da questo convincimento è spiccato il lungo racconto. I proventi dell’Autore saranno devoluti a favore dell’Associazione Balzoo, Banco Italiano Zoologico Onlus, sede territoriale di Novara, città in cui mi sono trasferito e di cui mi sono innamorato. Io ho già un lavoro: sono un militare dell’Esercito Italiano in carriera da sedici anni,

Pasquale Fierro

Casa Editrice Kimerik

La sinossi dalla Quarta di copertina
Brevi note biografiche

Marcello Lombardi “Senza esclusione di polpi”, presentazione

“Una raccolta di racconti umoristici nei quali, mediante una narrazione ironica, a tratti grottesca e surreale, […] ci si imbatte in un medico che, tradendo le attese, esegue correttamente un intervento chirurgico; in un ragazzo che, con la collaborazione del genitore, tenta di
sbarcare il lunario con il crimine ottenendo un esito tragicomico; in un soldato della Seconda guerra mondiale che, con le sue paradossali peripezie, decanta l’assurdità della guerra; in un fantaprocesso celebrato in uno studio televisivo dove il dramma di un terremoto viene oscurato dall’imperante spettacolarizzazione mediatica; in una coppia di
coniugi litigiosi che credono di vivere nella realtà ma che si ritrovano, a loro insaputa, nella fiction; ecc..[…]
(dalla sinossi)

Youcanprint Edizioni

Alcuni stralci

[…] “I vecchi sono più sicuri e rendono di più” sentenziò, con aria da docente universitario, il criminale.
Sono più sicuri perché non hanno forza, perciò non oppongono resistenza alle minacce. Rendono di più perché hanno una entrata certa. I giovani non sono sicuri perché potrebbero reagire e poi non rendono niente. Trovami un giovane che ha una paga fissa. Da noi i giovani o sono disoccupati o lavorano quando capita e chissà per quanto tempo, per di più con salari da fame. E tu cosa speri di ricavarci dal rapinare un giovane? Non rendono. Ecco tutto!! Maledetto lavoro a singhiozzo… Perciò ti ho detto di stare attento. Di questo passo non potremo mai rapinare i giovani neanche quando saranno diventati vecchi perché, con la precarietà che tira, alla pensione non ci arriveranno. Quindi dobbiamo stare attenti alla salute dei vecchi. Ognuno di loro che muore è un’entrata di meno. E per compensare la perdita di quell’entrata siamo costretti a rapinare più volte la stessa persona. A loro, poi, non conviene parlare perché noi gli facciamo avere, grazie ai nostri traffici, medicine costose a prezzi stracciati, cosa che in nessun posto al mondo gli sarebbe garantita, vero nonnetto?”
Il vecchio, legato e imbavagliato, fece di sì con la testa.

(dal racconto “Realizza un sogno”)

“Studia!” urlava mia madre “se no finisci in mezzo a una strada” continuava imperterrita. Sin da bambino quelle parole erano state la sigla iniziale dei miei compiti. Ed erano talmente assillanti che nel tempo libero riflettevo sul loro significato. Perché chi non studia finisce in mezzo a una strada? “Perché chi non studia non ha né arte né parte” diceva mia madre nel tentativo di fornire spiegazioni irrefutabili alla sua tesi. Qualcosa, però, non mi quadrava. Quelli che non studiavano e non avevano né arte né parte finivano in strada, ma non in mezzo, bensì agli angoli ed ai bordi a vendere sigarette di contrabbando. Non sarà legale, ma un’arte e una parte ce l’avevano e la sera portavano i soldi a casa. “Tu non devi portare i soldi a casa perché se studi saranno loro a venire da te” tuonava alle mie obiezioni mia madre “perciò studia e i soldi verranno da te. È solo questione di tempo, vedrai.”

(dal racconto “In mezzo a una strada.”)

Brevi note biografiche

Marcello Lombardi è nato a Napoli nel 1971. Attualmente vive in provincia di Caserta. Si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli. Durante il periodo universitario ha coltivato le proprie passioni artistiche cimentandosi come organizzatore teatrale e scrivendo poesie che ha presentato, conseguendo significativi riconoscimenti, a manifestazioni letterarie per inediti.
Nel 2006 è stato finalista al Premio Città di Empoli “Domenico Rea”, nella sezione per racconto breve.
Nel 2019 ha pubblicato, mediante Youcanprint, la raccolta di racconti “Senza esclusione di polpi”.

La piccola collana “Racconti classici italiani” aggiunge un nuovo autore

Presentiamo ai nostri lettori una collana in fieri di racconti di autori italiani corredata da prefazioni e note:

i primi cinque volumetti:

Arrigo Boito “L’alfier nero”

Arrigo Boito “Il pugno chiuso”

Luigi Capuana “Novelle”

Grazia Deledda “La regina delle tenebre”

Giovanni Verga “Le storie del castello di Trezza”

a cui si aggiunge, al momento solo in ebook

Igino Ugo Tarchetti “Tre racconti gotici” con una premessa sulla Scapigliatura e note a cura di Alessandro Ferrini

Tutti su Amazon in cartaceo e in ebook
In ebook a 0,99

Stefano Terra “Alessandra”, Oltre Edizioni

il ritorno in libreria del romanzo vincitore del Premio Campiello nel 1974

Postfazione di Diego Zandel

Prezzo € 18.00, pag. 190

Oltre Edizioni

Il romanzo narra la storia di un diplomatico che sceglie di lasciare l’Italia per un’isola (Rodi) nelle regioni dell’Attica, e del suo triste amore per la moglie Alessandra. Il presente e il passato si alternano ed anche si mescolano dentro una scrittura malinconica e riflessiva. Al consolato giunge una lettera, riconosce la calligrafia: è di Alessandra, sua moglie «civile e legittima.», che non vede da dieci anni. Non ha il coraggio di leggerla. La nasconde. È la paura di contaminare la parte più preziosa della memoria, quella che dà senso ai suoi giorni: «La stessa paura di crollare di quando m’accorsi che Alessandra non era tornata.» Nella prosa di Terra c’è la poesia che nasce dalla indefinibilità delle cose che ci stanno intorno. Perfino i colorati mercati orientali si caricano dell’insicurezza e dell’imponderabilità della esistenza: «Forse sarà finito per me il tempo dei banchi di nebbia, degli sbarramenti nella memoria per contenere il disordine della solitudine.» Lo straniero che si sente non straniero per affinità culturale con il paese che lo ospita si confronta con la solitudine, l’amore perduto e forse riconquistato (e di nuovo perduto). Un racconto filosofico, il riassunto di una vita, la malinconia per un amore che c’è e non ci sarà più. Toni lievi e profondi insieme. Un libro da meditare per una scrittura che spesso si fa poesia.

Stefano Terra è oggi uno scrittore ingiustamente dimenticato. Ingiustamente perché è stato un grande scrittore. Lo scoprii tale proprio grazie alla lettura di Alessandra, romanzo con il quale vinse il Premio Campiello nel 1974. Non era quello il suo primo romanzo ma, confesso, io ero la prima volta, nei miei allora primi 26 anni di vita, che lo sentivo nominare. Acquistai il libro perché, avevo letto sui giornali, era ambientato in Grecia, a Rodi – ed io avevo una moglie di origine greca, di un’isola, Kos, appartenente allo stesso arcipelago di Rodi, il Dodecaneso – e alla stessa storia degli ultimi secoli. Cosa affascinava in quel giovane lettore dell’amore tra due anziani, due persone lontane dall’età, dai sentimenti che poteva provare lui? Credo che lo affascinasse il sogno di avere una vita piena come la loro, un’esistenza non comune, avventurosa, romanzesca, verrebbe da dire. Solo che quella esistenza, e il romanzo che la raccontava, a leggerlo, aveva un dono in più: l’afflato di una scrittura che afferrava il lettore alle viscere per trascinarlo dritto al cuore dalla prima all’ultima pagina (dalla Postfazione di Diego Zandel)

Stefano Terra, pseudonimo di Giulio Tavernari (Torino, 1917 – Roma, 5 ottobre 1986), è stato uno scrittore, giornalista e poeta italiano. Fu vincitore del Premio Campiello nel 1974 con Alessandra, del Premio Viareggio nel 1980 con Le porte di ferro e del Premio Scanno nel 1984 con Albergo Minerva.

Dalla bio di Stefano Terra che presenta se stesso nell’edizione Bompiani del 1974 «Sono nato nel ’17 a Torino. Provavano i motori degli idrovolanti in grandi capannoni vicino al Po. Dal fronte mio padre mandava lettere dannunziane a mia madre che non le capiva e doveva cucire in casa le asole un tanto la dozzina. Negli anni Trenta eravamo alcuni ragazzi avventurieri fra i libri rubati nelle biblioteche o stanati nei depositi per il macero. Cesare Pavese e Ginzburg più anziani e seri ci consideravano delle teste accese pericolose. Uno studente lituano ci traduceva Trotzski. Delle ragazze ebree che avevano fatto il liceo, (quello vero, che per noi irregolari pareva un tempio misterioso) ci prestavano dei libri rilegati che sapevano di chanel: Dedalus, Oblomov, I demoni. Andavamo a vedere i film di Carné alle due del pomeriggio per essere soli. Anni di manifesti rivoluzionari, riunioni segrete, amori di tutta una vita, casti come la cospirazione. Dopo tanti complotti facemmo scoppiare una bomba di carta durante un’adunata oceanica. Qualcuno di Giustizia e Libertà venne dalla Francia per un incontro segreto. La guerra ci disperse. Mobilitato per l’Albania, riuscii nel ’41 a raggiungere gli antifascisti al Cairo. Collaborai a Masses. New Leader pubblicava Morte di Italiani, i miei primi racconti, e poi usciva il mio romanzo, La generazione che non perdona, mentre Rommel si attestava a El Alamein e nel cortile dell’ambasciata britannica si bruciavano i cifrari. Scomparso Enzo Sereni, liquidato il Politecnico di Vittorini, espatriai nel dopoguerra come giornalista. Parigi e poi, per 25 anni, Balcani e Levante: interviste, guerriglie, pronunciamenti. Liquidavo. Liquidavo ogni giorno la vita con un pezzo per il giornale. Alcuni anni fa, di colpo, ho ricominciato a scrivere abbandonando il mestiere. E ho scritto La fortezza del Kalimegdan e, dopo qualche anno, Calda come la colomba. Vivo in una casa dell’Attica con eucalipti, vigna adagiata sull’argilla, gatti dalla testa piccola e le volpi all’imbrunire».

Le pagine di tuttatoscanalibri più lette nel mese di aprile 2023

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Primo Levi “Se questo è un uomo”

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Andrea Vannicelli “Roman! Breve elogio del romanzo in terra di Francia”

Piergiovanni Bernardon “Piccole cose”

Lea Melandri “Come nasce il sogno d’amore”

Gaetano Passarelli “Breve storia del segno della croce”

Herman Hesse “Il canto degli alberi”

Janice Hallett “L’assassino è tra le righe”

Hans Tuzzi “Curiosissimi fatti di cronaca criminale”

A 160 anni dalla nascita di Konstantinos Kavafis (29 aprile 1863)

KONSTANTINOS KAVAFIS “Non sono morti gli dei” . Antologia poetica con testo greco a fronte

Traduzione, introduzione e note di Aldo Setaioli

Pagine 224, prezzo 15 euro

Graphe.it edizioni

Un modo assolutamente rispettoso di leggere Kavafis, ma anche nuovo, profondamente illuminante, rivelatore di significati che forse finora erano sfuggiti a molti.

Kavafis aveva l’abitudine di selezionare con estrema cura i componimenti che considerava validi; li conservava in ordine cronologico e vi ritornava continuamente. Trasportate in culture vicine ma di idioma differente, come è la nostra, le poesie di questo straordinario autore possono essere osservate un po’ più da lontano, e suscitare (come i panorami mediterranei) nuove prospettive di interpretazione. È ciò che è accaduto ad Aldo Setaioli, curatore della raccolta: ha estratto dalla (tutto sommato esigua) produzione superstite di Kavafis le liriche che hanno un legame esplicito con la letteratura e la mitologia dell’antica Grecia, e con la storia e la cultura della terra d’origine e – soprattutto – dei nuovi paesi ai quali l’ellenismo si era esteso con la conquista di Alessandro Magno; quindi, le ha ridisposte in un ordine logico, ben più che cronologico, in base al periodo storico cui riservano qualche riferimento.

[…]Come chiaro dal titolo, Non sono morti gli dèi, che si ispira a un verso dell’ultima poesia di questo volume, essa si propone di mettere in luce il quadro complessivo del suo rapporto con l’eredità storica e culturale della grecità antica che emerge dalla sua poesia. A questo scopo sono state scelte sessantanove poesie tra le centocinquantaquattro del “canone”, vale a dire quasi tutte quelle che hanno rapporto diretto con la letteratura o la storia greca, dal mito e dai poemi omerici fino alla fine dell’antichità (con esclusione quindi dell’epoca bizantina). Sono stati omessi solo alcuni epigrammi funebri modellati su quelli raccolti nell’Anthologia Palatina (tranne uno, per il motivo che verrà spiegato tra poco) e pochi altri componimenti che, pur richiamandosi all’antichità, non presentano particolari rapporti con determinate situazioni storiche. Queste sessantanove poesie sono state disposte in ordine cronologico sulla base non dell’epoca di composizione, ma del momento storico cui fanno riferimento. È possibile, in questo modo, comprendere immediatamente a quali aspetti e a quali periodi è maggiormente rivolto l’interesse del poeta e in quale maniera egli si rapporti con essi. (Dall’introduzione di Aldo Setaioli)

Nei settant’anni della sua vita, fra il 1863 e il 1933, KONSTATINOS KAVAFIS ha viaggiato nello spirito più largamente che sulle mappe: partito da Alessandria d’Egitto, dove era nato da genitori greci, vi fece ritorno a poco più di vent’anni dopo aver vissuto brevemente a Liverpool, Londra e Costantinopoli, spinto dagli accadimenti personali e internazionali. Vi resterà fino alla morte, lavorando come impiegato statale, giornalista, interprete e, per alcuni anni, agente di borsa, e soprattutto scrivendo poesie.

Alberto Magnani “Aureliano. Riunificatore dell’Impero”

Graphe.it Edizioni

Pagine 204, prezzo 15 euro;

L’Imperatore austero che ristabilì la potenza romana nel mondo (Flavio Vopisco, IV secolo)

Lucio Domizio Aureliano (214 /215 – 275) apparteneva a una famiglia di agricoltori. La sua carriera militare venne favorita dall’imperatore Valeriano e si affermò durante l’impero di Gallieno. Era di spirito pronto, d’indole impetuosa e inesorabile, tanto che i compagni d’arme gli rifilarono il nomignolo di “mano al ferro [spada]”. Nel 270 le truppe lo acclamarono Imperatore. L’Impero pareva prossimo allo sfacelo. Aureliano riuscì nei primi tre anni a rinsaldare la compagine dello stato romano e a salvarlo e poté celebrare un trionfo (274 d. C.) dei più fastosi che Roma abbia veduto e uno dei più meritati, ricevendo il titolo di restitutor orbis (riunificatore dell’Impero). L’opera restauratrice di Aureliano ebbe largo campo anche nella pubblica amministrazione e in particolare nella parte finanziaria. La sicurezza e gli abbellimenti di Roma, il mantenimento e l’igiene della popolazione occuparono molta parte dell’attività di questo imperatore che, inoltre, diede inizio alla costruzione di quelle mura attorno a Roma che portano ancora il suo nome.

Aureliano dovette ricevere un’educazione essenziale, frequentando una scuola dove si imparava a leggere, a scrivere e a far di conto. Sappiamo di un altro Imperatore, Diocleziano, anch’egli originario della zona balcanica e di estrazione sociale molto modesta, che conosceva a memoria versi dell’Eneide. Possiamo quindi ritenere che anche Aureliano ricevesse qualche rudimento di cultura letteraria, probabilmente su testi che celebravano le virtù degli antichi e la grandezza di Roma. Il giovane dovette trarne un profondo senso di appartenenza all’Impero, l’attaccamento alla tradizione e un forte orgoglio di essere romano, sentimenti che avrebbero caratterizzato la sua azione politica.

ALBERTO MAGNANI, nato a Milano, si è laureato in Lettere a indirizzo storico presso l’Università di Pavia. Collaboratore di enti e istituti storici, ha indirizzato la propria ricerca prevalentemente verso il periodo della Tarda Antichità. In questa stessa collana ha pubblicato un saggio su Flavio Belisario e uno su Genserico.

Nicola Guarino “Tutto qui”, Graphe.it

Una raccolta di racconti dedicata alla complessità delle vite umane in un Sud senza tempo. I protagonisti sono uomini e donne insoddisfatti, statici, che vivono vite modeste, sono poco decisi sulle loro scelte o provano rimorso per quelle già compiute e rimpianto per quelle rimandate

Una raccolta dinamica, appassionante, divertente in alcuni passaggi e malinconica in altri, che oscilla tra l’assurdo di Dino Buzzati e il realismo di Anna Maria Ortese.

Graphe.it

Pag. 256, 15,90 euro

Gli otto racconti che compongono questa raccolta restituiscono un profilo di eleganza alla narrativa contemporanea. Devono questo privilegio a una scrittura pulitaimpeccabile nella scelta delle parole e capace di dipingere scenari e sensazioni in pochi essenziali tratti.

Al centro della vicenda, spesso un individuo soltanto: i suoi gesti quotidiani, il suo stare e fare che prendono uguale e giusto tempo nella narrazione, all’interno della quale si dipanano le sfumature personali, i fatti, i non detti e i significati che le cose assumono per ciascuno, viste dall’interno, e per gli altri che vi partecipano da fuori. E gli spazi: un Sud senza tempo che ci sembra di conoscere da sempre, racchiuso nel dettaglio di una ringhiera di ferro o nei gessi dei soffitti che appaiono «come dune di sale» agli occhi del protagonista. Come se tutta la vita fosse fare due passi nel quartiere, un calcio al pallone, affacciarsi al terrazzino a veder scorrere la propria storia, compresa la sua fine.

È una giornata bianca, talmente luccicante di sole e così spessa di caldo che vorrei essere nudo. È solo un desiderio, lo fossi brucerei come queste foglie che cadono e io non so perché, sarebbe bello che fosse autunno e invece la strada è vuota, pigra, molle e soprattutto abbagliata da un sole che non si vede. Mi guardo intorno, ma tra i palazzi anni Cinquanta della mia cittadina non riesco a trovarlo, eppure c’è e si muove. So che fa un caldo pazzesco, ma non sudo, non sudo mai. Mi slaccio il bottone della camicia sotto al collo, ma non per necessità: per un attimo mi ha preso la vergogna di sembrare bizzarro, così abbottonato con questi umidi trentasei gradi, percepiti quaranta, in quest’ora sbagliata così prossima al mezzodì. Abbottonato lo sono, anche se ora ho liberato il collo. Lo sono, così introverso, schivo.

NICOLA GUARINO, nasce ad Avellino, ultimo di una famiglia numerosa, nel 1958. La famiglia si trasferisce ben presto a Napoli e qui compie gli studi classici e, in seguito, si laurea in Giurisprudenza alla Federico II. Negli anni del liceo collabora con l’Unità Paese Sera e poi, per mantenersi durante gli studi universitari, lavora all’ippodromo di Agnano. Diventato avvocato, ha fatto parte del Consiglio nazionale di Legambiente. Appassionato di cinema ha curato diverse rassegne e festival sia a Napoli che a Parigi, città in cui vive dal 2004 e in cui insegna lingua italiana all’Università della Sorbona e a Créteil Paris 12. È tra i fondatori della testata online Altritaliani.net.

Ermanno Mariani “Scoop. La banda degli incappucciati tra Piacenza e la Bassa Lombarda”

Pagine 60, 13 euro

OLIGO EDITORE

Una storia vera di cronaca nera narrata in prima persona dal cronista che ha risolto il caso. Nel 1995 una banda di incappucciati terrorizza le province di Monza, Lodi, Cremona, Crema, Brescia e Piacenza. Passa di paese in paese, violentando giovani ragazze con una violenza che nella pacifica provincia italiana non si era mai vista. Un cronista piacentino ha per primo l’intuizione che non si tratti di casi isolati, ma dell’azione di una banda criminale. Da qui la notizia rimbalza su tutti i media nazionali. Tra indagini, rapporti non sempre facili con le forze dell’ordine e colleghi, uno spaccato veritiero del mondo giornalistico italiano.

Nebbia autunnale, fredda, pungente. Antonio si avvicinò al rugginoso Maggiolino; inserita la chiave nel quadro, il motore 1200 tossì e la macchina del popolo sussultò avanzando nell’umida e leggera nebbia che tutto ammantellava, insozzando grigia e vischiosa strade, lampioni, palazzi, opacizzando luminose insegne al neon e semplici cartelloni. Parcheggiata la Volkswagen, il cronista scese dall’auto e coprì a piedi le poche centinaia di metri che lo separavano dal bar; l’umidità lo penetrava come un acuto urlo di orrore e lo faceva rabbrividire, si alzò il bavero del giubbotto sul collo per proteggersi.

Ermanno Mariani, cronista di nera e giudiziaria, scrive per “Libertà” quotidiano di Piacenza. Corrispondente Ansa, collabora anche con Radio Inn, Radio Sound e Telelibertà. In passato ha lavorato per il “Giorno”, “l’Unità”, “Repubblica”, “Gazzetta di Parma”, “Resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Giornale di Brescia”, Radio Popolare. Ha scritto numerosi libri per editori del territorio e si è occupato di tutti i casi mediatici dell’Emilia e della Bassa Lombardia e, in ultimo, del ritrovamento del ritratto di Klimt a Piacenza, da cui ha tratto il libro Il mistero del doppio ritratto di Klimt (2018).