Il racconto della domenica

IL DOTTOR FICICCHIA

A Ramacca, parlando del Dottor Ficicchia, i contadini solevano dire: – Almeno ci ammazza gratis!

E non era vero.

Si faceva pagare forse più degli altri medici, in tutte le maniere possibili, se non con denaro sonante.

Appena entrato in una di quelle luride casette dove l’asino, il maiale e le galline contendevano il poco spazio alla famiglia umana, mescolando esalazioni d’ogni sorta che appestavano l’aria, egli cavava fuori il taccuino e vi notava il nome, il cognome, il mestiere dell’ammalato e il nome della moglie e dei figli, quasi dovesse riempire una scheda da censimento, e soltanto dopo aver terminato quest’operazione preliminare, sedeva, tastava il polso, osservava la lingua, chiedeva informazioni. Scritta la ricetta, le rare volte che ne scriveva una, scrollava il capo e aggiungeva invariabilmente:

– La cosa è grave; ma rimedieremo!

Talvolta rimediava come i suoi colleghi, spacciando l’ammalato; spesso però lo guariva, o meglio, lo lasciava guarire, ordinando un po’ d’acqua bollita con lo zucchero e qualche purgante. Questa parsimonia di medicine i contadini la interpretavano a modo loro:

– Il Dott. Ficicchia non è d’intesa col farmacista.

Infatti questi, che non poteva perdonargli il disdegno pe’ suoi intrugli, se ne vendicava chiamandolo: Asino laureato. E vedendolo andare attorno per le visite sul bell’asino di Pantelleria che trottava al pari di un cavallo, gli rideva dietro le spalle, e insinuava che sarebbe stato lo stesso se, invece di andare in persona dagli ammalati, avesse mandato la propria cavalcatura che sapeva di medicina quanto lui e forse anche più di lui.

I contadini, al contrario, portavano il dottore in palma di mano, e si sarebbero fatti squartare per rendergli un servizio. Egli lo sapeva e con questo si consolava di tutte le malignità del farmacista e del collega dottor La Bella che curava i massai grassi e l’aristocrazia, cioè: il Barone, nei pochi mesi che veniva a passare in paese, e il suo amministratore, che faceva il barone tutto l’anno ed era il vero padrone di Ramacca.

Il dottor Ficicchia non serviva solamente da medico pe’ suoi clienti, ma da consultore legale, da avvocato, da uomo di affari, e qualche volta anche da combinatore di matrimoni.

Di estate, la mattina, il vasto cortile della sua casa era pieno di gente; ed egli scendeva giù in berretto e pianelle, con la pipa di terracotta tra i denti, e dava consulti alla lesta, serio, impettito, con un’aria da oracolo che sbalordiva i contadini e li faceva andar via contenti come pasque, già mezzi guariti per la gran fiducia che le insignificanti ordinazioni ispiravano.

Il cortile era ingombro di massi che dovevano servire per la fabbrica della sua casa, e intanto servivano da sedili. Lo stesso dottore sedeva su questo o su quel lastrone, accavalciando le gambe e dondolandole, secondo i casi più o meno gravi, mandando fuori frequenti boccate di fumo sputacchiando tra un’ordinazione e l’altra, accarezzando i bambini, ammonendo le mamme se avevano trascurato i suoi consigli, strizzando un foruncolo, medicando una piaga con certo impiastro di propria invenzione che costava quattro soldi, ma da pagarsi in contanti, perché gli ingredienti bisognava comprarli e venivano da lontano. – Il farmacista per quell’impiastro non si sarebbe contentato neppure d’una lira…. e chi sa che pasticcio avrebbe fatto! – Le povere donnicciole che non avevano nemmeno quei quattro soldi, portavano due uova fresche. Il dottore se li metteva in tasca rassegnato. Meglio di niente!

Sbrigate le consultazioni mediche, cominciava quelle intorno agli affari.

– Per la querela? Verrò io stesso dal pretore.

– Per la citazione del Giudice conciliatore?

Faremo rimandare l’udienza.

– Per l’atto di vendita presso il notaio? Darò un’occhiata io alla scrittura. Fìdati era un buon uomo: Non-ti-fidare era meglio. Spesso, con certi notai, uno si trova venduto come Gesù Cristo per trenta denari.

– Per quel matrimonio? Bisogna rimediare, dando alla ragazza la casetta. Il torto è vostro, compare.

Qualche volta dava anche torto ai clienti, ma poi faceva in modo che avessero sempre ragione. E il cliente spalancava tanto d’occhi apprendendo che la faccenda era aggiustata proprio come pretendeva lui. Ah, la sa lunga il nostro dottore.

La sapeva lunga davvero. Voleva un servizio e pareva chiedesse un favore. Ne’ suoi viaggi a Caltagirone e a Piazza Armerina non spendeva un centesimo; il mulo di questo o di quel cliente lo portava e riportava comodamente, senza che egli si disturbasse, né per la biada, né per lo stallatico. Il cliente lo seguiva a piedi, stimolando il passo della bestia con una verghettina e con gli arri! arri! che le facevano rizzar gli orecchi e levare più leste le gambe. Intanto il dottore lo svagava così bene col racconto delle proprie e delle altrui faccende, che il povero pedone non si accorgeva della stanchezza e del sudore, e gli restava grato di quelle confidenze e del prestito del mulo, quasi bestia e padrone ricevessero onore, portando e riportando così brava persona.

E nei giorni della vendemmia? Nel cortile e davanti al portone, file d’animali carichi di otri col mosto; e tutti quei contadini affaccendati a scaricarli erano clienti, ai quali il dottore aveva detto sornionamente: a uno a uno.

– Domani, se, non hai nulla da fare, potresti andare a prendermi un carico di mosto a Trizzitello? Viaggio di poche ore.

Il contadino, anche avendo da fare, non voleva dispiacersi il dottore, che gli aveva curato gratis la moglie o il figliuolo spendendovi una buona dozzina di visite.

Così il dottor Ficicchia era servito meglio del barone che doveva pagare le giornate ai contadini nella vendemmia, nella mietitura, nella trebbiatura, al tempo della rimonda degli ulivi per riempire di legna la legnaia.

Il manovale gli acconciava i tetti, gli faceva ogni sorta di riparazioni nella vecchia casa; andava a rizzargli anche i muriccioli in campagna, quando occorreva. Le donne gli filavano il lino e la stoppa per la tela della sua signora, che dava consulti anche lei, quando il dottore non era in casa. E perciò anche la signora aveva cento braccia da aiutarla a crivellare il grano: a dare, un po’ per uno, quattro colpi al telaio nelle giornate d’inverno; a fare il bucato nel cortile con la gran caldaia di rame posta fra i massi, che aspettavano, alla pioggia e al sole, il giorno di essere intagliati pei terrazzini e per le finestre del palazzo da fabbricare, com’ella si compiaceva di dire con grandiosità che imponeva rispetto.

Quei massi di pietra calcarea, quei mucchi di sassi bene allineati torno torno al cortile, rappresentavano altrettante giornate di trasporti a schiena di mulo, con cui i clienti avevano pagato le visite il doppio di quel che valevano!

Ogni volta che il dottore incontrava per una via o in piazza qualche cliente disoccupato, gli si accostava sorridendo, gli domandava notizie della famiglia, gli accennava dalla lontana la cura fatta a’ suoi o a lui pochi mesi addietro, e mostrava di compiacersi grandemente che non c’era poi stata la ricaduta per cui era stato in pensiero. Il contadino ringraziava di tanta premura, si sentiva intenerito, e il dottore, di punto in bianco, gli scaraventava in viso il solito:

– Non hai niente da fare? Fammi un piacere….

Pareva una cosa venutagli in mente lì per lì: invece, prima di uscir di casa egli aveva consultato il famoso taccuino e stabilito anticipatamente chi richiedere di quel piacere, che spesso si riduceva a una, due giornate di lavoro, per le quali gli sarebbe toccato di spendere una diecina di lire.

Che importava? Non pagavano in contanti; questo pei contadini equivaleva a non pagare nulla. E ripetevano in buona coscienza:

– Almeno ci ammazza gratis!

La reputazione del dottor Ficicchia fu un po’ scossa durante il colera del sessantasei. Arrivavano brutte notizie da Palermo, da Catania, da Messina: la gente moriva come mosche. Si sapeva di certa scienza che la macchina per buttare il veleno era già arrivata al Pretore e al Maresciallo dei carabinieri. Solamente il Parroco non s’era ancor messo d’accordo col Maresciallo, col Pretore e col dottor La Bella intorno al numero delle morti che dovevano accadere in Ramacca. Si sapeva, anche di certa scienza, che il dottor Ficicchia aveva risposto al pretore: – Avvelenate me, se volete! Io non ci metto le mani nell’assassinare la povera gente!

E così non se ne faceva nulla. La macchina, dicevano, rimaneva incassata tuttavia in Pretura o nella caserma dei carabinieri, non si sapeva precisamente dove, era certo però che un giorno o l’altro la cosa doveva accadere, per ordine del governo, per scemare la troppa popolazione. E Garibaldi intanto aveva assicurato che non ci sarebbe stato colera dopo la rivoluzione! Che poteva farci il povero Garibaldi? Vittorio Emanuele voleva così perché gli altri governi gli forzavano la mano. Anche il Papa faceva buttare il colera ne’ suoi Stati, ed era ministro di Dio!

Il cerchio dei paesi infestati si stringeva attorno a Ramacca. La povera gente si rassegnava alla fatalità del male, pur cercando di prendere tutte le precauzioni, tappando usci e finestre, chiudendosi in casa all’avemaria, non uscendo prima che il sole fosse alto e avesse disperso il veleno.

– Dottore, voi non ci abbandonerete! – si raccomandavano sottovoce.

Il dottore, per non compromettersi, rispondeva con una stretta di spalle; a quattr’occhi messo tra l’uscio e il muro, si lasciava anche scappare di bocca:

– Fossi medico io solo qui!

Lo diceva senza malignità, forse; ma i contadini si sussurravano da un orecchio all’altro quelle parole, e guardavano in cagnesco il dottor La Bella che si prestava a dar la mano al Pretore, al Maresciallo, al Parroco, quantunque confortati dal pensiero che il dottor Ficicchia non li avrebbe abbandonati.

Una mattina però furono atterriti, apprendendo che il dottore e la sua signora erano partiti alla chetichella per Trizzitello, e avevano messo tanto di catenaccio alla porta di casa.

Non c’era più dubbio: quello era il segnale che il domani la macchina del veleno avrebbe cominciato a funzionare. Le Autorità s’erano già messe d’accordo: un centinaio di morti, né uno di più, né uno di meno! Il Parroco, pover’uomo, aveva fatto quel che aveva potuto. Si riferivano le parole della discussione, quasi Pretore, Parroco e Maresciallo avessero discusso in piazza alla presenza di tutti. Il più accanito era stato il Pretore, che avrebbe voluto almeno almeno duecento morti, scellerato! per ingraziarsi il governo e ottenere una promozione. Al dottore La Bella venivano pagate dieci lire per morto. Almeno il dottor Ficicchia era scappato in campagna! Se n’era lavate le mani.

Per fortuna del dottor Ficicchia, e più del La Bella che passò dei brutti quarti d’ora, a Ramacca non avvenne neppure un solo caso di colera. E quando il dottore tornò in paese, dopo un paio di mesi di assenza, a coloro che gli rimproveravano la sua scappata, rispondeva con un sorrisetto malizioso, scrollando la testa, o brontolando fra’ denti:

– Se non me ne fossi andato!

E da lì a poco i contadini si ripeterono sotto voce:

– Se non se ne fosse andato lui!

Si era saputo, di certa scienza, al solito, che all’ultimo il dottor La Bella non aveva voluto assumere da solo la responsabilità dell’eccidio, e per questo Ramacca non aveva avuto colera. Il dottor Ficicchia, scappando, aveva salvato il paese!

Curando gratis a questo modo, il bravo dottore si fabbricò il palazzo, come diceva la sua signora, e allargò i limiti del fondo di Trizzitello, che divenne una tenuta. All’ultimo, fino il dottor La Bella dovette riconoscere che il suo avversario era più furbo di lui, e per far bene i propri interessi, sposò una figliuola del collega, quantunque brutta e cieca di un occhio, e andò ad abitare nel palazzo insieme col suocero.

Da quel giorno in poi però il dottor Ficicchia mutò registro nella sua condotta verso i contadini. Tutti i casi di malattia erano gravi. Non si fidava di sé stesso; suo genero ne sapeva più di lui e lo mandava in vece sua. E col dottor La Bella non si canzonava; bisognava pagare, o le citazioni piovevano da tutte le parti quando i contadini non saldavano il conto delle visite. E se i clienti ricorrevano al suocero perché si intromettesse, questi rispondeva secco secco:

– Io non c’entro.

Solamente quando egli era convinto che non ci era proprio da cavare neppure un soldo dalle tasche d’un povero diavolo, riprendeva il metodo antico, e pareva concedesse una grazia, facendosi ricompensare il doppio col solito modo.

Così c’era sempre qualcuno a Ramacca che, parlando del dottor Ficicchia, poteva ripetere come prima:

– Almeno costui ci ammazza gratis!

da Luigi Capuana “Novelle”

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