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Il nuovo romanzo di Chiara Valerio
Le metamorfosi di Andrea uomo senza cuore
da Susanna Nirenstein
«Una mattina, dopo sogni inquieti, Andrea Dileva si era svegliato nel suo letto, senza il cuore». Non vi sbagliate, l’incipit è identico a quello de La metamorfosi di Kafka: per chi avesse dei dubbi, eccolo qui: «Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati (ma alcuni traduttori li definiscono inquieti), si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». In una letterata come Chiara Valerio, la citazione non può essere casuale, è la descrizione realistica di una realtà assurda, di un uomo che si trova a dover affrontare, trasformato, menomato, un nuovo capitolo della vita, breve o lungo che sia. E d’altra parte la fascinazione per Kafka per una quarantenne che dei libri ha fatto la sua passione primaria, è cosa certa: non può essere altrimenti in un’autrice di numerosi romanzi, saggi, soggetti cinematografici, testi teatrali, responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio, editor per anni a Nottetempo, direttrice culturale della prima edizione di “Tempo di libri”, la nuova fiera di Milano, e chissà quali altre miriadi di attività di Chiara Valerio ci scordiamo. Dunque Kafka. Ma le somiglianze tra il capolavoro del maestro boemo e Il cuore non si vede, appena uscito per i tipi di Einaudi, della nostra Valerio, si fermano qui? A prima vista sì. […]


di Elena Loewenthal
[…]come spiega Moro in queste pagine tanto avvincenti quanto illuminanti, il razzismo, cioè la convinzione che l’umanità sia fatta di alti e bassi separati da confini invalicabili, permea anche la lingua. Varie teorie, del passato quanto del presente, sostengono infatti che vi siano lingue migliori, più evolute di altre. O ritengono che certe culture, certe forme di pensiero, certe vette concettuali siano possibili solo in alcuni universi lessicali e non in altri. La linguistica dimostra invece che la parola non è solo uno strumento di comunicazione ma un vero e proprio «tessuto» del cervello comune a tutta l’umanità, proprio come il Dna.
Animali tutti da scoprire con Mathilda Masters
Non credete all’editore questo non è un romanzo ma un diario
I risvolti di copertina come sono e come dovrebbero essere per sapere cosa c’è davvero in un libro
di Piergiorgio Paterlini
Originale
In una domenica piovosa di agosto tra le montagne dell’Alto Adige, un uomo viene travolto da una vacca delle Highlands. Disteso a terra in attesa di soccorsi, ricorda un giorno di ottobre di qualche anno prima, trascorso tra il desiderio di iniziare a scrivere un saggio sull’opera di uno scrittore norvegese e la ricerca di un equilibrio necessario a sopravvivere fra i ritmi del lavoro quotidiano e il mestiere di padre. Cosa l’aveva spinto a trasferirsi dalla provincia a Milano, quindici anni prima, come un Luciano Bianciardi fuori tempo massimo? Dove lo porterà questa specie di luminosa sottovita? Venditore di elettrodomestici, libraio, incerto ma assiduo lavoratore, il protagonista di questa storia si muove fra occupazioni quotidiane (la piccola e smagliante vita da padre), immaginazioni letterarie, concretezze incuneate fra la morbidezza della provincia e lo scatto nevrotico della città. La sottovita è un romanzo dei giorni nostri, una registrazione di eventi “letterale” che accende ironia e grovigli filosofici. Dove bisogna “stare” per “essere”, o per essere un po’ di meno e non farsi male?
Traduzione
Un diario in cui lo scrittore — che si sente un po’ Bianciardi, un po’ Martin Eden, un po’ Walser — si mostra quale è, senza autocensure. Ed è uno che ce l’ha con un bel po’ di mondo. Con gli (altri) scrittori, «straripanti immodestia, talvolta impegnati nel sociale, ma sempre impegnati a sgomitare per ottenere il miglior posto al sole per la loro grande opera» ma che sederini di figli non ne hanno mai puliti, come invece tocca fare a lui, «meglio la merda allora». Con le scrittrici femministe, «tornate con prepotenza alla moda» tutte concentrate sulle battaglie per i diritti delle donne anziché sporcarsi le mani (letteralmente), anche loro, a pulire culetti. Savio ce l’ha con i tour promozionali («assurdi»). Con i festival letterari («noiosi»). Con «gli editori più grandi che non sono quasi mai grandi editori» perché rubano gli autori alle piccole case editrici (e se non lo sa lui, che ha pubblicato quattro libri con piccoli editori e quello che avete in mano con Mondadori). Ma la metafora per eccellenza sono i centri commerciali. E allora, contro Prodi e Berlusconi, indistinguibili perché d’accordo nel «non spendere una parola in merito alla disgrazia culturale e sociale delle aperture degli esercizi commerciali nel giorno che aveva sempre rappresentato il riposo, fisico e spirituale». Contro gli intellettuali, tutti uguali e servi. Contro Corriere e Repubblica, che sono «tutto sommato la stessa cosa». E così via. Verso la fine del libro, ricordando una scena cruciale dei suoi 9 anni, l’Autore scrive: «Un bravo romanziere avrebbe creato il personaggio di quell’attesa, ma questo non è un romanzo e io non sono un romanziere». Il lettore creda a questa affermazione. Sulla fiducia. O, alla peggio, per non farlo arrabbiare.

Ariel Hernández è uno scrittore cinquantacinquenne di una certa fama ma in piena crisi creativa. Disincantato e cinico, è alle prese con una causa di divorzio, non fa vita sociale e ha ormai abbandonato le amicizie di un tempo. Tra le poche persone che ancora lo sopportano c’è il giovane David, aspirante scrittore introverso e irrequieto, che sembra riconoscere in lui un mentore, una guida, e sfida il suo cinismo. Un giorno David è assalito e brutalmente picchiato da alcuni sconosciuti che lo lasciano quasi in fin di vita, e il ragazzo che si risveglia dal coma si rivela un estraneo ossessionato da un unico pensiero: trovare i suoi aggressori per vendicarsi. Ariel viene coinvolto in questo inquietante progetto e trascinato in una spirale di violenza all’apparenza inarrestabile. Non tutto però è come dovrebbe essere: tra un presente indefinito e un passato da risolvere realtà e finzione si intrecciano, si rincorrono e troppo spesso si scambiano di posto.
Da Francesca Frediani D La Repubblica

dello stesso autore:
“L’invenzione dell’amore” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica
e anche:

Le opinioni dei lettori
Il romanzo La noia, pubblicato nel 1960, è costruito attorno ad uno dei punti forti della scrittura di Moravia: l’analisi psicologica di persone sgradevoli. Il protagonista, che parla in prima persona, è Dino, un pittore, che fin da subito si segnala per il carattere indisponente e altero. Racconta infatti che ogni cosa, dopo un po’, finisce per procurargli una noia senza rimedio. Non è semplice mancanza di divertimento: si tratta invece di una condizione esistenziale di distacco dalla realtà, in cui le cose gli appaiono, dice, come fiori che passano in pochi secondi dallo sboccio all’appassimento e alla polvere.
…continua a leggere la recensione di Federica Zani
e anche
Sono su un taxi incolonnato nel traffico quando sento alla radio che, stando a un recente studio americano di psicologia, ciascun individuo, nella propria vita, accumula in media tredici segreti.
Di questi, solo cinque sono inconfessabili.
Mi sembra un numero enorme, se penso che io ne ho soltanto uno.
Così si apre il romanzo Lena e la tempesta, l’ultimo in ordine di tempo di Alessia Gazzola. Un segreto, un ricordo vivo e palpabile di quella drammatica esperienza da quindici anni accompagnano la vita di Lena, la protagonista, segnandone profondamente il percorso. È così che il lettore viene introdotto pagina dopo pagina nelle lotte interiori, nella manifestazioni istintive e conflittuali di una giovane donna di trent’anni.
Ma c’è anche un ritorno, dopo tanti anni, in un’isola, in una villa, in una stanza dove si è consumata la violenza, e incontri che sembrano ricacciare prepotentemente nel passato. E la lotta di Lena continua, interiore, ma anche nella fuga e nel rifiuto a rivedere, a incontrare i personaggi di un’altra estate, nella medesima isola, nella medesima villa, a quindici anni di distanza.
E poi la rivelazione, a poche pagine dalla fine.
Il segreto resterà custodito, inconfessabile ma non più così devastante: il ritorno sull’isola porterà anche nuovi incontri, nuove possibilità. La solitudine e il forzato isolamento, l’arrendevolezza che avevano caratterizzato i quindici anni di vita successivi troveranno nuove prospettive.
S.P.