Michele Montorfano “Tutto il cinema è Addio” Graphe.it Edizioni

Pagine 76, 9 euro

Graphe.it

Il Cinema tra fughe, angosce e ambiguità. C’è il tempo nel suo svolgersi e ripetersi, e c’è il cinema, che si lascia aprire come un vaso di Pandora per farci guardare nel nostro ieri. C’è la vita, il ritmo naturale, e c’è il cinema: un’altra vita che rimane segreta fintanto che è ancora da vedere, colma di ogni cosa, dall’orrore fino all’amore.

Mondi divisi che si forzano continuamente l’uno verso l’altro, oltrepassando la propria soglia e tornando indietro dopo aver rubato qualcosa. Nel mezzo e sul confine nasce questo libro, che si incammina sulla strada dell’estetica e della fenomenologia del cinema scandagliandone il legame con il tema dell’Addio, «luogo in cui l’immagine si deposita nella sua contemporaneità assoluta». Da Drive 8 ½ l’autore percorre le pieghe della settima arte attraversando le sue fughe, le sue angosce, le sue ambiguità. Perché il cinema è qualcosa che «non finisce mai continuando a finire» e dal cuore della propria solitudine «getta la maschera del tempo per indossare quella del destino».

MICHELE MONTORFANO ha studiato cinema, pedagogia e filosofia. Ha lavorato nel mondo della pubblicità e in quello dell’educazione. Ha pubblicato Mnemosyne (Lietocolle, 2013) e ha curato e tradotto i Quattro Quartetti di T.S. Eliot (L’Arcolaio, 2022). Scrive per il magazine Monolith.

Lorenzo Berardi “Radiocronache. Storie delle emittenti italofone d’Oltrecortina”, Prospero Editore

pagine 460, 20 euro

Prospero editore 

A Mosca come a Praga, a Budapest come a Varsavia, passando per Berlino Est, Bucarest, Sofia, sino a Tirana e Belgrado, dieci emittenti di Stato e tre stazioni radio clandestine trasmisero in italiano per decenni, a partire dagli anni Trenta del XX secolo. Le animarono centinaia di redattori, fra i quali numerosi italiani. Questo libro racconta le loro incredibili storie e quelle delle emittenti alle quali collaborano; poi, il crollo del comunismo le travolse o ne stravolse i palinsesti. Un viaggio che parte dall’ex URSS e si conclude nell’ex Jugoslavia, percorrendo l’Europa orientale e gli eventi storici che hanno contribuito a definirla dal Secondo dopoguerra a oggi.

La Quarta di copertina:

È un capitolo quasi inedito della Guerra Fredda, quello che si svolse sulle onde d’Europa. E la lingua italiana fu un campo di battaglia cruciale, che si stendeva da Mosca a Capodistria. Una vicenda che Lorenzo Berardi ricostruisce con la passione per la ricerca storica che contraddistingue il suo lavoro giornalistico. Luigi Spinola – Rai Radio3 Mondo

Lorenzo Berardi, autore e giornalista nato a Bologna nel 1982, risiede a Varsavia dal 2014. Collabora con testate italiane e internazionali, fra cui “Al Jazeera English”, “New Eastern Europe”, “Radio3 Rai” e “Il Manifesto”, oltre a essere co-fondatore di Centrum Report. Ha cominciato a occuparsi di radiofonia in Italia, lavorando per un’emittente del circuito di Popolare Network e pubblicando nel 2006 Con una certa frequenza, libro a sei mani sulle radio libere bolognesi (Yema, 2006).

Fabio Fabbiani “Non bestemmiare il tempo – L’ultimo insegnamento di Don Lorenzo Milani”, recensione di Luisa Gianassi

a cura di Sandra Passerotti

con contributi di Francesco Gesualdi, Andrea Bigalli e Gianluca Ferrara

Dissensi Edizioni

“NON BESTEMMIARE IL TEMPO – l’ultimo insegnamento di Don Lorenzo Milani” di Fabio Fabbiani è testimonianza di amore. Amore vero. L’Amore che unisce Fabio e Sandra, l’amore di don Lorenzo per i suoi ragazzi. Tutto ciò che si fa con amore diventa bello, buono ed eterno, mentre è caduco tutto ciò che si fa per solo interesse oppure di malavoglia, per dovere. Don Lorenzo diceva: voi mi chiedete come fare scuola, io vi posso dire solo come bisogna essere! Don Lorenzo conosceva bene l’importanza del tempo, perché i figli dei contadini e dei montanari ne avevano poco per studiare, a 14 anni dovevano lavorare. Insegnava ai suoi ragazzi a non sprecare neppure un attimo e tutto si trasformava in insegnamento. In una lettera alla mamma don Lorenzo scrive “da quando sono a Barbiana, non ho mai letto un libro se non con i miei ragazzi” . Anche la malattia e la morte don Lorenzo la trasforma in lezione. Emblematiche le ultime parole che don Lorenzo dice a Nevio: “Nevio, ti ho insegnato tutto quello che avevo da insegnarti, mi è rimasto solo da insegnarti come si fa a morire!” Ha ragione don Bigalli, ci sono storie che vanno raccontate più volte e da più voci. In passato ho letto molto di don Milani e su don Milani, ma la testimonianza di Fabio fa veramente riemergere in modo vivo l’esperienza di Barbiana e mi riporta a tempi lontani, quando per me salire le pendici del Monte Giovi, incontrare l’Eda e ascoltare i racconti dei “ragazzi di Don Lorenzo” era gioia e speranza per la costruzione di una società più giusta. In una lettera a Papa Francesco la figlia di Fabio e di Sandra scrive: “Ho sempre visto mio padre parlare in pubblico senza il minimo imbarazzo, a prescindere da chi fosse il suo interlocutore. Questo è stato ciò che gli ho sempre invidiato di più e che non sono riuscita ad imparare” Questo neppure io sono riuscita ad imparare, solo i ragazzi che hanno vissuto la scuola di Don Lorenzo sapevano e sanno farlo con pacata sicurezza, perché solo un maestro che fa scuola con l’amore di un padre e con la tenerezza di una madre, può fare miracoli. Spesso sento parlare tanto della durezza di don Lorenzo, che sciocchezza! Solo con la tenerezza di una madre ci si può accorgere che Vilma si è tagliata le treccine!

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Sandra Passerotti “Le ragazze di Barbiana”

Sandra Passerotti “Le ragazze di Barbiana”, recensione di Luisa Gianassi

Il profilo umano di Don Lorenzo Milani resta quello di una delle più limpide coscienze del Novecento, ma come scrive Padre David Maria Turoldo “il fenomeno Don Milani non si spiega che con il segreto della santità”. Del Priore di Barbiana tanto è stato scritto e detto, soprattutto da intellettuali, ma viene dal mondo contadino, tanto considerato da don Lorenzo, l’autrice del libro “Le ragazze di Barbiana”. Si tratta di Sandra Passerotti che con questo scritto contribuisce a chiarire quella che è stata la grande rivoluzione culturale-didattica-pedagogica avviata da don Lorenzo Milani. Molto si è parlato degli allievi di Don Lorenzo, ma pochissimo delle ragazze alle quali ha fatto scuola in un’epoca e in una realtà contadina che considerava inutile far studiare le femmine, che erano per questo le più povere tra i poveri. E si sa che Don Lorenzo è stato sempre dalla parte del “più ultimo”! Dalle appassionate testimonianze rilasciate da queste ragazze emerge la grande attenzione di don Lorenzo per la condizione sociale della donna negli anni ’50 e’60 e il suo impegno a promuoverne l’emancipazione arrivando al limite, per l’epoca impensabile, di prevederne l’impegno politico e sindacale, anticipando così idee e conquiste del nostro tempo.

”Tu sai che il mio scopo principale è di fare la scuola per le bambine piccole e queste sono 6 o 7. Io penso soprattutto a loro perché l’anno prossimo avranno l’Avviamento come ho fatto coi ragazzi (….) Voglio educarle in tutti i modi per farne delle figliole intelligenti, furbe, sveglie, capaci di difendersi, di guadagnarsi il pane, di mandare avanti la famiglia eccetera“.

Questo scrive don Lorenzo a Eugenia, moglie di Maresco Ballini già allievo di don Lorenzo a Calenzano, chiedendole di organizzare un corso di taglio e cucito. In un periodo dove nella scuola pubblica le classi sono rigorosamente divise fra maschi e femmine, a Barbiana si anticipano i tempi e la scuola è mista. Siamo negli anni ’50 e quando i programmi ministeriali Ermini prevedono, fra l’altro, che le bambine nel primo ciclo “vengano addestrate alle più semplici e facili attività della casa” mentre nel secondo ciclo si concede loro di “esercitarsi in più facili lavori di maglia rammendo, pratica dell’igiene e delle più facili attività del cucinare”, Don Lorenzo organizza, cosa assolutamente rivoluzionaria per l’epoca, un viaggio in Inghilterra per due ragazze della sua scuola. Allo stesso modo, rivoluzionaria è la sua idea di dare alle femmine istruzione, coraggio, dignità e capacità artigianali, per sottrarle al destino di doversi sposare e farsi mantenere. Don Lorenzo comunque trovandosi ad operare in una realtà ottusa, piena di pregiudizi e tabù nei confronti della donna è consapevole che qualche volta, con enorme dispiacere, è stato costretto ad “aver lasciato un passo indietro le bambine rispetto ai maschi”. Ma, dalla lettera scritta nel 1966 all’amica Giuseppina Melli, emerge chiara la considerazione che aveva della donna: ”l’unica differenza tra i maschi e le femmine è che le femmine capiscono qualcosa nei fatti altrui mentre i maschi capiscono solo nei loro propri”

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Leonardo Sciascia “Breve storia del romanzo poliziesco”, Graphe.it

a cura e con la prefazione di Eleonora Carta

Edizione illustrata da Giacomo Putzu

€ 6,50 pagine 48.

Graphe.it

Nella sua forma più originale e autonoma, il romanzo poliziesco presuppone una metafisica: l’esistenza di un mondo “al di là del fisico”, di Dio, della Grazia – e di quella Grazia che i teologi chiamano illuminante

Pubblicato per la prima volta nel 1975 su Epoca in forma di duplice articolo, più tardi confluito nella raccolta Cruciverba edita da Adelphi, il breve saggio riproposto in questo volume consente una preziosa visuale su come apparisse il cosiddetto “giallo” all’interpretazione di uno straordinario scrittore come Leonardo Sciascia. Non che quest’ultimo si riconoscesse come appartenente a tale genere letterario, per alcuni aspetti del quale non risparmia anzi le critiche; eppure i lettori appassionati della sua opera si rendono certo conto di come Sciascia abbia sfiorato e talvolta percorso – a suo modo – le strutture del noir e del poliziesco, e troveranno estremamente interessanti le parole che egli spende sul tema. La presente edizione è arricchita dalla curatela di Eleonora Carta, che firma la corposa prefazione.


LEONARDO SCIASCIA (1921-1989), maestro di scuola, giornalista e politico, è considerato uno dei migliori scrittori del Novecento.

David T. Blumstein “Paura. Lezioni di sopravvivenza dalla natura selvaggia”, presentazione

Traduzione di Sabrina Placidi

Cosa è la paura e come gestirla in caso di pericolo lo spiega in questo suo saggio l’etologo e biologo evoluzionista Daniel Blumstein che da più di trent’anni si interessa e studia il fenomeno anti-predatorio in diverse specie. La paura è una reazione ancestrale che nel corso di milioni di anni si è affinata permettendo la sopravvivenza e la giusta risposta di fronte al pericolo. In una recente intervista (5 febbraio 2022 di Eleonora Barbieri per Il Giornale) ha dichiarato che la più importante lezione di sopravvivenza ricavata dalla natura allo stato selvaggio è quella di “non sovrastimare i rischi” perché, come natura insegna, una stima erronea è molto costosa per conciliare la sicurezza con il bisogno di acquisire risorse. Imparare quindi a gestire la paura è importante, anche perché essendo una risposta difensiva altamente raffinata dal corso dei millenni non può essere eliminata, e anche perché una sottovalutazione può al contrario alzare il livello di rischio. Una gestione valida è necessaria anche quando non è più la natura selvaggia a circondarci. Come animali moderni siamo sottoposti a paure e pericoli diversi rispetto a quelli dell’ambiente naturale ma una gestione in disequilibrio di questa risposta al pericolo può diventare stress e ansia.

“Approfondendo le origini evolutive e i contesti ecologici della paura tra le specie, Blumstein considera ciò che possiamo imparare dai nostri simili animali, dai loro successi e dai fallimenti. Osservando come gli animali sfruttino l’allarme a proprio vantaggio, possiamo sviluppare nuove strategie per affrontare i rischi senza panico.( da Raffaello Cortina Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Daniel T. Blumstein insegna presso il Department of Ecology and Evolutionary Biology e presso l’Environment and Sustainability Institute della University of California, Los Angeles, dove è condirettore dell’Evolutionary Medicine Program. È membro della Animal Behaviour Society.

William Viney “Gemelli”, presentazione

In copertina Klimt, particolare di “Le tre età della donna”

Traduzione: Irene Micheli Amodeo

Dall’antica mitologia alle odierne biotecnologie, l’autore esplora la storia culturale dei gemelli che definisce figure tanto miracolose quanto minacciose. Superstizioni e prodigi, ma anche fantasie ed esperimenti caratterizzano la gemellarità

Non solo nella mitologia e greca e latina, i Dioscuri e Romolo e Remo, ma anche nei riti di popolazioni lontane, negli esperimenti eugenetici dell’epoca nazista, nelle tecniche di fecondazione assistita: l’immaginario collettivo li vede come risultanti di un evento raro, mostri e portenti, moniti di sventure o rivelazioni di presagi divini.


“Sin dall’antichità, la medicina si è interessata a queste vite parallele, tanto che esiste un’intera branca, la gemellologia, dedicata a raccogliere dati sui gemelli e a studiarne le vite. A questi studi si è prestato anche l’autore, insieme al suo fratello gemello. Gemelli vuole essere anche questo: uno squarcio su cosa significhi essere osservati, studiati, utilizzati come opere d’arte, solo perché si condivide il compleanno” ( da Odoya Edizioni)

Brevi note biografiche

William Viney è ricercatore presso il Dipartimento di Antropologia, Goldsmiths, University of London. I suoi scritti sono apparsi in varie riviste e nel Times Literary Supplement . È l’autore di Waste: A Philosophy of Things .

Antoine de Saint-Exupéry “Gli amori del Piccolo Principe”, Oligo Editore

Traduzione e cura di Davide Bregola

Pagine 52, prezzo 12,00 euro

Oligo Editore

In questo libro piccolo e prezioso, Davide Bregola accosta le lettere che Antoine de Saint-Exupéry – bambino e adolescente – invia dal collegio alla madre Marie de Fonscolombe a quelle, redatte poco prima della morte, che l’autore del Piccolo Principe dedica a una giovane donna senza nome di cui si è innamorato.

Sono tutti testi privati, ricchi di poesia e affetto, che culminano nelle riflessioni di un uomo maturo, seppur mai disilluso, sul valore dell’amore, anche quando non ricambiato. Impreziosiscono il testo i disegni originali che arricchivano le missive di Saint-Exupéry e che ancora oggi ci lasciano entrare nel suo magico mondo trasognante.

Davide Bregola lavora da sempre nel mondo del libro, pubblicando e aiutando a pubblicare, ma tiene anche laboratori, atelier e workshop in scuole e biblioteche dove racconta la sua esperienza nell’universo della scrittura. Tra i suoi libri recenti ricordiamo La vita segreta dei mammut in pianura padana (Premio Chiara 2018) e Fossili e storioni, entrambi per Avagliano Editore. Scrive sulle pagine culturali de “Il Foglio” e de “Il Giornale”, all’interno del quale tiene una rubrica dedicata alla letteratura contemporanea da cui è nato il libro I solitari. Scrittori appartati d’Italia (Oligo 2021). Per Oligo Editore cura le collane Oro e Daimon, all’interno della quale ha pubblicato traduzioni dal francese di Antoine de Saint-Exupéry e Arthur Rimbaud.

Massimo Oldoni “L’incantesimo della scienza. Storia di Gerberto che diventò papa Silvestro”, Marietti Editore

Pagine: 192, Euro 18

Il 12 maggio 1003 muore a 63 anni Gerberto d’Aurillac, già abate di Bobbio, arcivescovo di Reims e di Ravenna, papa con il nome di Silvestro II. Era stato colto da malore pochi giorni prima, mentre celebrava la messa nella chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme. L’episodio era stato fissato in un’iscrizione, importante ed enigmatica, a lungo dimenticata, che alludeva a fatti inquietanti. Se ne accorse, secoli dopo, Michel de Montaigne che la lesse il 19 marzo 1581.

Dialettico, matematico e inesauribile bibliofilo, l’inafferrabile papa dell’anno Mille è stato uno straordinario protagonista del Medioevo europeo e dell’evoluzione del sapere sperimentale. Si narrava tuttavia che fosse diventato famoso e potente grazie ai favori del diavolo. I detrattori e gli inesauribili avversari delle sue scalate al potere hanno osteggiato in ogni modo la sua cultura eterodossa. In un intreccio di scienza e magia, di vita reale e di leggenda ha così preso forma un mito che va oltre la biografia del personaggio e oltre il Medioevo, in un mutevole paesaggio di episodi e avventure che si organizzano in un indimenticabile quadro storico.

Massimo Oldoni è professore emerito di Lingua e Letteratura Mediolatine all’Università di Roma “La Sapienza”. Visiting professor nelle Università di Heidelberg, Turku, Berkeley, Valladolid e Copenhagen, nel 1986 ha ricevuto il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Direttore della collana di studi “Nuovo Medioevo” per l’editore Liguori, è stato tra i fondatori di “Galassia Gutenberg” Salone del Libro di Napoli e, dal 1979 al 1996, ha lavorato ai Programmi Culturali della RAI.

Alessandro Barbero “Inventare i libri”, recensione di Salvina Pizzuoli

Alessandro Barbero in questo nutrito saggio “racconta” una pagina, documentatissima e scrupolosa nell’indagine, che definiamo di microstoria dentro cui fanno eco scorci della grande storia.

Quella raccontata in “Inventare i libri” ha come tema portante la nascita a Firenze e a Venezia di due tra le prime e più innovative imprese editoriali. Due i protagonisti, i capostipiti, Filippo e Lucantonio che, da appartenenti ad una modesta famiglia che viveva fuori le mura nell’allora “popolo di Santa Maria d’Ognissanti”, diverranno imprenditori: i Giunti, dei quali l’autore ricostruisce il percorso dal 1427 al 1551.

Oggi il cognome è appannaggio di tutti, ma in quel primo scorcio di secolo XV il cognome apparteneva a chi tramandava beni per eredità, gli altri usavano il semplice patronimico. E la storia del cognome Giunti scopriamo nascere da un nome proprio, Bonagiunta, che i toscani avevano accorciato in Giunta. Un nome ben augurale di una “buona aggiunta” che per quel Giunta e la sua discendenza lo è stata davvero. E nello scorrere la storia di Giunta incontriamo cognomi presenti nella grande storia quando l’atto di acquisto della casa è firmato dal notaio che si chiama Amerigo Vespucci, nonno del più famoso navigatore, e solo per citarne qualcuno: incontreremo ser Bernardo Machiavelli che annota di aver comprato da Filippo di Giunta, due volumi, uno di diritto e uno di storia sul quale possiamo tuttora leggere le annotazioni di suo figlio Niccolò; ma anche un altro grande editore, Aldo Manuzio, autore delle aldine, e non mancheranno incontri con scrittori e papi e sovrani del tempo e scontri armati e guerre che segneranno il cammino dei nostri due protagonisti e della loro attività.

E seguendo i capostipiti scopriamo che Francesco fonderà il ramo fiorentino delle edizioni che poi saranno dette giuntine nel 1456 mentre Lucantonio nel 1457 quello veneziano.

È il catasto fiscale prima e il libro della Decima dopo a fornire particolari importanti allo storico: la crescita e i progressi nell’attività, le scelte editoriali dei componenti originari della famiglia che nel tempo si fregerà di un cognome e la cui attività si espanderà non solo in Italia ma diverrà internazionale. E si potrebbe continuare ancora ma sarebbe un vero peccato togliere ai lettori il piacere della scoperta.

“[…] Inventare i libri è al tempo stesso la minuziosa narrazione della vicenda di due “ragazzi di periferia” divenuti imprenditori di successo e l’affresco di un’epoca straordinaria, in cui guerre e pestilenze decidono le sorti degli uomini, eppure i più grandi artisti del Rinascimento – come il Pollaiuolo, alla cui bottega Filippo Giunti apprende la tecnica della fusione dei caratteri mobili – danno vita alle loro opere immortali, e i libri stampati salvano dall’oblio i classici greci e latini e consentono alle nuove idee di porre le fondamenta del mondo che conosciamo”.(dal Catalogo Giunti)

e anche

Alessandro Barbero, nato a Torino nel 1959, è professore ordinario presso l’Università del Piemonte Orientale a Vercelli. Studioso di storia medievale e di storia militare, ha pubblicato fra l’altro per l’editore Laterza libri su Carlo Magno, sulle invasioni barbariche, sulla battaglia di Waterloo, fino a LepantoLa battaglia dei tre imperi (2010). È autore di diversi romanzi storici, tra cui: Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo (Premio Strega 1996), Gli occhi di Venezia (2011) e Le ateniesi (2015), editi da Mondadori. Per Sellerio ha pubblicato Federico il Grande (2007, 2017), Il divano di Istanbul (2011, 2015) e Alabama (2021).( da Giunti Autori)

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