Elisabetta Villaggio “Madeira. Storie d’amore in pieno oceano”, Bibliotheka edizioni

ELISABETTA VILLAGGIO RACCONTA STORIE D’AMORE AMBIENTATE NELL’ISOLA PORTOGHESE DI MADEIRA

Una galleria di personaggi più o meno famosi che hanno in comune il desiderio di cambiare vita o di rinnovarla

Dal 23 maggio in libreria

Bibliotheka

“Le più belle storie d’amore nascono in riva al mare. E se il mare e quello di un’isola, allora sono ancora più intense”. Elisabetta Villaggio, figlia di uno dei più originali e apprezzati comici italiani, dedica la sua nuova raccolta di racconti all’isola portoghese scoperta all’inizio del Quattrocento a circa mille chilometri dalla costa, in pieno oceano Atlantico.

I racconti sono frutto di fantasia, anche se alcuni si riferiscono a persone realmente esistite. Il denominatore comune è che sono tutti intrecciati e legati a Madeira. L’isola è una via di fuga lontana dalla terraferma, un luogo sicuro dove la fantasia e la concretezza di intrecciano e dove è possibile nascondersi o cominciare una nuova vita.  Proprio come i protagonisti delle storie di Elisabetta Villaggio, che hanno in comune il desiderio di cambiare vita o di rinnovarla. Persino riuscendoci, talvolta.

Dichiara l’Autrice
«Sono nata sul mare e il mare ha sempre esercitato un enorme fascino su di me. Potrei stare ore ad ammirare un tramonto sulla spiaggia oppure in cima ad una roccia o anche meglio da una barca. Qualche anno fa ho fatto un viaggio a Madeira, quest’isola europea che è il luogo più lontano dal suo continente ma che di fatto, geograficamente, si trova in Africa. Quindi un’isola piena di magia, di mistero, di luce, di una vegetazione imponente e un mare dai mille colori. Così al ritorno ho deciso di scrivere questa raccolta di racconti dove ognuno dei personaggi aveva, in un modo o in un altro, un rapporto con l’isola. C’è chi si è innamorato, chi ha trovato una pace, chi le proprie radici.»

(Dall’incipit di Christian, 1904 a pagina 33)

«Quel sorriso gli era rimasto impresso e non riu­sciva a pensare ad altro. Christian era affacciato alla finestra che guardava il mare dal suo albergo a Madeira, il Reid’s. Era una notte fresca di gen­naio, senza luna. L’aria era talmente limpida che le stelle sembravano vicine e si aveva la sensazione di poterle toccare con un dito. Lo scalo sull’isola non era previsto. Stava viaggiando da New York a Southampton per il suo lavoro, le stoffe e varie altre mercanzie. Di colpo si era alzato il vento. E la tempesta aveva impe­dito alla nave di proseguire. Subito era stato colpito dalla dolcezza dell’isola, dal profumo delle piante verdi e cariche di fiori anche se era pieno inverno

Elisabetta Villaggio ha studiato Filosofia all’Università̀ di Bologna e Cinema e Televisione all’ University of South California di Los Angeles. Insegna alla Rome University of Fine Arts e al Digital Art and Media. Ha lavorato in Tv come assistente alla regia, regista, autrice e consulente per programmi Rai, Mediaset e La7.
Il suo cortometraggio Taxi è stato selezionato alla Mostra del Cinema di Venezia, mentre il testo teatrale Marilyn, gli ultimi tre giorni ha vinto il premio “Donne e teatro” ed è stato portato in scena nella stagione 2011-2012. Autrice della mise en scene Io sono Virginia, in scena da maggio 2013, è autrice del romanzo Una vita bizzarra, pubblicato nel 2013 da Città del Sole Edizioni (Premio Anassilaos alla narrativa) e Fantozzi dietro le quinte, dedicato alla figura del padre ed edito da Baldini e Castoldi (premio Un mare di libri e premio Aracnea film and book festival). Ha co-sceneggiato il documentario Mostruosamente Villaggio, presentato al Bari International Film Festival e in onda su Rai3 nel marzo 2024, e ha collaborato alla sceneggiatura di Come è umano lei, in onda su Rai1 a maggio 2024.

Anna Banti “Il coraggio delle donne”, presentazione

[…]Con una scrittura attenta alle sfumature del quotidiano, Anna Banti non costruisce semplici ritratti, ma una vera e propria storia culturale della condizione femminile tra Ottocento e Novecento, illuminando la rete invisibile di vincoli e convenzioni che hanno condizionato generazioni di donne. Come afferma Daniela Brogi, «spesso le opere novecentesche d’autrice non vanno soltanto recuperate dall’oblio, ma vanno rilette usando occhiali nuovi».(da Libri OscarMondadori Editore)

Oscar Mondadori sta ripubblicando a cura di Daniela Brogi gli scritti dell’autrice,. la cui opera, siglata con lo pseudonimo di Anna Banti, ha permesso la riscoperta di figure storiche femminili come Artemisia Gentileschi, spesso dimenticate o trascurate

Pubblicato per la prima volta nel 1940, sette anni prima del suo famoso romanzo Artemisia, si compone di cinque testi: attraverso le figure femminili che li caratterizzano, ricostruiscono quella che  si può definire una mentalità corale, non singola o comunque non relativa alla singola protagonista, ne risulta quindi una condizione femminile  strettamente legata a precise convenzioni che ne determinano i comportamenti. Ma le sue donne sono tutte coraggiose, sanno superare la paura che da sempre le attanaglia con quel coraggio che nasce dalla ribellione. Un testo attuale, nonostante sia datato che aiuta a comprendere questi forti sentire delle donne non come aspetti sentimentali ma di matrice socioculturale.

Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti, Firenze 1895 – Massa 1985) è stata autrice di racconti e romanzi, storica dell’arte, fondatrice di «Paragone», rivista di arti figurative e letteratura, insieme al critico d’arte Roberto Longhi. Tra i suoi libri più significativi Il coraggio delle donne (1940), Artemisia (1947), Le donne muoiono (1951, premio Viareggio), Le mosche d’oro (1962), Noi credevamo (1967), Je vous écris d’un pays lointain (1971), La camicia bruciata (1973) e Un grido lacerante (1981). Celebri e importanti anche le sue traduzioni di classici inglesi e francesi, tra cui Thackeray, Colette, Alain-Fournier, Austen, Woolf, e la curatela del “Meridiano” dedicato a Daniel Defoe. Le sue opere sono in corso di ripubblicazione negli Oscar.

Anton Čechov “Reparto numero 6”, Bibliotheka Edizioni

Traduzione di Alessandro Pugliese

dal 2 maggio in libreria

Bibliotheka

Tra i più celebri racconti di Cechov, Il reparto numero 6 fu scritto nel 1892, dopo il ritorno dell’autore da Sachalin, l’isola russa che ospitava la colonia penale alla quale dedicò un libro-inchiesta sulle disumane condizioni di vita dei forzati. Resoconto e aspra invettiva, critica sociale e allegoria si intrecciano in queste pagine, che ripercorrono la quotidianità nel piccolo padiglione psichiatrico di un ospedale civile della Russia zarista, dove sono internate e rinchiuse cinque persone trattate come animali.

C’è un piccolo padiglione nel cortile dell’ospedale, cir­condato da un vero e proprio bosco di cardi, ortica e canapa selvatica. Il tetto è arrugginito, il comignolo mezzo crollato, gli scalini della porta d’ingresso marciti e infestati d’erba, e dell’intonaco non è rimasta che qualche traccia. Il padiglione, con la sua facciata anteriore, è rivolto verso l’ospedale. Con quella posteriore si apre alla cam­pagna, da cui è separato dal brunito recinto dell’ospedale irto di spuntoni. Questi, le cui punte sono rivolte all’insù, il recinto e il padiglione stesso hanno quell’aria particolare di squallore e desolazione che in Russia è una tipica carat­teristica delle costruzioni ospedaliere e carcerarie. Se non avete timore di pungervi con l’ortica, inoltriamoci per l’an­gusto sentiero che conduce al padiglione, e osserviamo cosa vi accade dentro.

Anton Cechov (1860 – 1904), tra i maggiori autori russi, scrittore introverso e drammaturgo eccelso, ha denunciato la società del suo tempo, senza risparmiare la vita intellettuale e letteraria. Tra i suoi capolavori, modellati sul tragico quotidiano e sull’alienazione esistenziale, Il gabbiano, Zio Vanja, Le tre sorelle e Il giardino dei ciliegi.

Albertina Vittoria “Storie di gatti e altri animali”, presentazione

Illustrazioni di Margherita Mazzoli

“Questo libro racchiude storie di animali che l’autrice ha avuto nel corso di una vita, da quando era bambina: criceti, scoiattoli, tartarughe, cani e soprattutto gatti. Protagonista principale è la famiglia di gatti che ha vissuto per molti anni con la scrittrice, in numero variabile da uno a otto, assieme alla cagnolina che credeva di essere un gatto. Il confronto tra loro ci fa vedere quanto siano differenti gli uni dagli altri per il carattere, le abitudini e le manie, per il rapporto tra loro e con gli umani, per il modo di amare la propria padrona e di conquistarla”[…].(da Metauro Edizioni)

Una storia che racconta i rapporti tra l’autrice e gli animali che hanno attraversato la sua vita: alcuni indimenticabili perché forte è il legame che si è creato, come con Gustavo, il  gatto con cui si apre il racconto, non cronologico,  tra la scrittrice e i suoi amici speciali che le hanno insegnato che ciascuno ha un proprio carattere, manie e inclinazioni, proprio come gli umani: ci sono i presuntuosi e i prepotenti, ma anche i timidi e gli egoisti.
E non solo gatti:
Nel tempo con lei trascorrono le vacanze estive due tartarughe, la cagnetta Caterina, lo scoiattolo giapponese Hashimoto, e insieme a loro gli ambienti, i luoghi, altri animali, come i due gatti, Tamarindo e Fausto così diversi tra loro, e altri umani in una relazione che, contrariamente a quanto si possa pensare, soprattutto per chi non ha rapporti ravvicinati con gli animali, spesso complessa e affettivamente coinvolgente. Esempio ne è la gatta Micia, protagonista della seconda parte del libro, un pezzo di vita: da piccola fino ad adulta con i suoi cuccioli.
Storie di animali ma soprattutto di rapporti tra esseri viventi.

Albertina Vittoria, nata a Roma, già docente di Storia contemporanea all’Università di Sassari, si è occupata di storia degli intellettuali, dell’editoria, delle riviste e degli istituti culturali italiani del Novecento. Tra i volumi più recenti, editi da Carocci: Togliatti e gli intellettuali. La politica culturale dei comunisti italiani (1944-1964) (2014); Il Novecento. Dall’età dell’imperialismo alla globalizzazione (2019); I luoghi della cultura. Istituzioni, riviste e circuiti intellettuali nell’Italia del Novecento (2021). Per Metauro ha curato, assieme a Marta Bruscia, il volume di Antonio Baldini, Lettere a Luigi Federzoni per la «Nuova Antologia» (1931-1942) (2017).

Roberto Barbolini “La strada fantasma”, Bibliotheka Edizioni

UNA STRADA FANTASMA TRA GLI APPENNINI E LE APUANE, TRE RACCONTI DI ROBERTO BARBOLINI IN CUI LA PAZZIA DEL MONDO DIVENTA CLOWNERIE

Introduzione di Cesare Garboli

Bibliotheka

In libreria dal 25 aprile

“Una strada che non c’è più diventa tutte le strade possibili”. Ed è così anche per l’antica via Vandelli, realizzata alla metà del Settecento per collegare Modena, capitale dell’omonimo ducato, a Massa e dunque all’unico sbocco al mare dello Stato estense. Questo ambiente montano ripido e impervio attraverso l’Appennino e le Alpi Apuane offre lo scenario e tre racconti sulfurei raccolti da Roberto Barbolini nel libro La strada fantasma.
Pubblicato originariamente negli anni ’90 da Garzanti, vincitore del Premio Dessì nel 1991, la raccolta era ormai divenuta introvabile. 

Come ha scritto il critico Cesare Garboli, Gadda e Delfini sono qui riuniti “in tre racconti sulfurei, in una topografia culturale che presuppone strade internazionali mentre è il più nostrano e famigliare dei crocevia: il luogo picaresco, zingaresco, padano (tra Modena e l’Appennino) dove la pazzia del mondo è la più innocua e sciagurata delle clowneries. Questo luogo è attraversato da una strada fantasma, ma non per questo metaforica. Una strada reale, appenninica, segnata su vecchie mappe. La metafora comincia dopo”. Barbolini è infatti un narratore che predilige il comico, il visionario e il fantastico.
Roberto Barbolini. Ha lavorato con Giovanni Arpino al Giornale di Indro Montanelli, è stato redattore e critico teatrale di Panorama, si è occupato di gialli e di poesia erotica e ha collaborato al QN-Quotidiano nazionale e a Tuttolibri. Con Bibliotheka ha pubblicato Il detective difettoso. Ritorno al futuro per il romanzo poliziesco (2024). 

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Il detective difettoso. Ritorno al futuro per il romanzo poliziesco

Roberto Bolaño “Tutti i racconti”, presentazione

I diciassette racconti inediti rinvenuti nel computer di Bolaño dopo la sua morte che hanno fatto nascere e prosperare la sua leggenda nera, oggi per la prima volta tradotti in italiano, insieme a tutti i suoi racconti pubblicati in vita.(da Adelphi Libro)

Traduzione di Barbara Bertoni, Ilide Carmignani

Tutti i racconti appena uscito per Adelphi ne raccoglie una cinquantina ( tutti meno uno, Playa, omesso per volere dell’agente e della vedova Bolaño poiché, raccontato da un eroinomane in prima persona, sarebbe stato possibile ritenerlo autobiografico; il racconto è comunque contenuto in un altro volume Adelphi, Tra parentesi. Saggi, articoli e discorsi (1998-2003), del 2009.
Le tre raccolte, Chiamate telefoniche,  Puttane assassine, Il gaucho insopportabile, già pubblicate in Italia, sono nel volume riproposte insieme al racconto giovanile Il contorno dell’occhio (Diario dell’ufficiale cinese Chen Huo Deng, 1980), con cui Bolaño vinse nel 1983 un premio letterario organizzato dal Comune di Valencia, ma la vera preziosità si lega alla raccolta inedita Il segreto del male, anch’essa postuma,  che apre il presente volume

Dall’Indice

R ACCONTI POSTUMI (IL SEGR ETO DEL M A LE)

CHI A M ATE TELEFONICHE

PUTTA NE ASSA SSINE

IL GAUCHO INSOPPORTA BILE

Francesco Randazzo “Tra qui e altrove. Racconti vincitori al Narrapoetando”, Fara Editore

Vincitore del premio Narrapoetando 2025

Fara Editore

Ironia, tensione, partecipazione all’avventura umana, anticipazione del futuro. Anche nei suoi aspetti più feroci o più inverosimili: “Ogni vita nasconde una catabasi, immaginata, sognata, temuta, desiderata, è forse un impulso segreto che può essere un’epifania, un richiamo sia alla maturità da raggiungere che al fremito irrequieto della volontà di compiere la propria impresa esistenziale.”
Racconti di solitudine estrema e, coraggiosamente, anche nell’abisso dell’Alzheimer: forse questo dissolversi nella realtà che conosciamo è uno sfumare verso un’altra, altrettanto reale, seppure sconosciuta.
Racconti anticipatori, come 2063, e per questo terribili. Racconti ironici come Prima i lombrichi.
Racconti di una predisposizione all’amore: “Vedo soltanto un mare d’argento, nitido e freddo. La barca del mio corpo vuoto scivola e va verso il suo orizzonte del nulla”. E poi la vecchiaia. E altro. Il tutto narrato con un linguaggio semplice e alto insieme, di una precisione scientifica, in grado di penetrare, coinvolgere e sconvolgere.

(Giovanna Passigato)

Se mai dovesse capitargli tra le mani questo libro di Randazzo, Elon Musk si agiterebbe nervoso sulla sedia a leggere il primo di questi racconti, succosi come arance mature, nel dover riconoscere agli abitanti di Marte, meta agognata dall’uomo più scioccamente ricco del mondo, una saggezza che poco ha a che vedere con le folli fantasie interplanetarie del magnate. E già questo, di far sobbalzare dalla sedia il suddetto, sarebbe un grande merito della raccolta. Ma naturalmente ne ha molti altri (racconti e meriti, intendiamo): quello di rappresentare con pudore e finezza di scrittura lo smarrimento e lo spaesamento della mente o l’invenzione del Vitalismo Roccioso, ad esempio, da consigliare agli strenui difensori del veganesimo più rigido. Il passo di questi racconti è quello leggero di un bambino che trascorre sopra i numeri nel gioco del quadrato magico: un salto, e si arriva al 2063, un altro e si finisce dentro una mente dilaniata dalla dimenticanza e tuttavia felice, un altro ancora e ci si ritrova in una specie di terra calviniana abitata da lombrichi pensanti. Questa raccolta sta in una terra di nessuno tra un fronte fantascientifico e l’altro attraversato da trincee borgesiane, a volte cruente altre beffardamente idilliche. Vi trionfa una scrittura metamorfica, che spesso ti spiazza ma poi ti riporta in quella terra, che è già la nostra, di esseri umani, postumani, quasi umani, non umani. Poi, all’improvviso, uno scatto, uno scarto: un ritratto sapiente e dolente di una città come Siracusa che sta in mezzo ai racconti di questa elegante raccolta come una brezza marina che scompagina il volume che tenete tra le mani. Bisognerà trovare una parola nuova per definire il genere a cui appartengono queste storie di Randazzo.(da Pippo Ruiz)
( da Fara Editore)

Francesco Randazzo, laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma e in Filologia e Letterature Moderne all’Università “Guglielmo Marconi” di Roma, lavora in Italia e all’estero come regista e autore. Ha pubblicato testi teatrali, poesie (con Fara, Itaca deserta ruggine, 2020, E fu sera e fu mattina, 2024), racconti e quattro romanzi. Numerosi i premi di drammaturgia e letteratura nazionali e internazionali. Sue pièces sono state tradotte in spagnolo, ceco, francese e inglese. Con Graphofeel, negli ultimi anni, sono usciti: I duellanti di Algeri (2019), Il vero amore è una quiete accesa (2021) e Freme la vita. I sogni di Goffredo Mameli (2024).

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E fu sera e fu mattina

Freme la vita. I sogni di Goffredo Mameli

Alicia Giménez Bartlett “Una poco di buono. Sei indagini di Petra Delicado”, presentazione

Traduzione di Maria Nicola

“Sei indagini vecchia scuola, in equilibrio perfetto tra divertimento e tensione, con la coppia più irresistibile del giallo mediterraneo. Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona, femminista, caparbia, idealista, hard boiled school al femminile; Fermín Garzón, il suo vice panciuto, sentimentale e tradizionalista.
Dalla scrittrice che ha creato il personaggio dell’ispettrice Petra Delicado, sei racconti di intensa dose di mistero e intreccio”.(dal Catalogo  Sellerio)


I racconti presenti in questa raccolta non sono inediti ma sono comparsi, nel corso degli ultimi anni, nelle antologie che Sellerio ha curato inserendo vari autori di scritture in giallo: concentrandoli in un unicum permettono al lettore di coglierne l’impronta letteraria e le peculiarità della protagonista.
Il personaggio Petra comparve per la prima volta nel 1996, nel romanzo Riti di morte (Sellerio, traduzione di Maria Nicola), un primo caso che la vide in azione insieme a Fermin, sua spalla e suo braccio destro.
Lo svolgersi delle indagini alla ricerca di un uomo che, dopo aver violentato le donne le marchia con un tatuaggio, diventa l’occasione per conoscere i due protagonisti: Petra che ha abbandonato la carriera da avvocato ha alle spalle due divorzi e due ex mariti, con i quali è però ancora in contatto, sta cercando all’interno del nuovo ruolo di ritagliarsi uno spazio; e Fermín, più vecchio di lei, lento, pingue ma con molta esperienza sulle spalle. Due caratteri, apparentemente incompatibili, determinano scontri e schermaglie verbali, spesso però fondamentali per risolvere i casi.
In una recente intervista (La Repubblica, 7 dicembre 2024)l’autrice ha annunciato  il nuovo romanzo al quale sta lavorando: racconterà di Petra vedova, dopo l’esperienza del lutto che lei stessa ha vissuto un anno fa perdendo il marito. Proprio perché aggiunge, chiarendo il ruolo e la funzione del personaggio Petra, “Così come ho scritto La donna che fugge per affrontare la malattia di mio marito, adesso per capire che cosa sto provando ho bisogno di dedicarmi alla storia di una perdita. Petra non è il mio alter ego, è una mia amica, un’amica che mi conosce bene e che mi sta prendendo per mano”.
Agli appassionati non resta quindi che attendere…

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La donna che fugge

La Presidente

Morti di carta

Autobiografia di Petra Delicado

e in

Cucina in giallo

Una settimana in giallo

Stig Dagerman “L’uomo che non voleva piangere”, presentazione

Da un autore di culto della letteratura svedese del Novecento, sedici racconti tra realismo sociale e visionarietà
Maestro del racconto realistico ma anche visionario frequentatore del fantastico, erede della grande tradizione della narrativa sociale svedese e insieme originale ammiratore di Kafka: Stig Dagerman fu tutto questo.(da Iperborea)

L’uomo che non voleva piangere è  il primo racconto che dà il titolo al volume. In questa nuova edizione. Fulvio Ferrari, studioso e traduttore di Dagerman,  ha raccolto tutti i racconti, in parte già apparsi nel 1996 nel volume miscellaneo I giochi della notte.
In questa nuova edizione dei racconti,  diversi per  stile e fattura, compaiono testi inediti in Italia dal 1941, scritti ai tempi degli esordi, fino al 1953, un anno prima di togliersi la vita, pubblicati in riviste letterarie o della Lega delle cooperative e sul giornale dei giovani anarco-sindacalisti.
In molti si ritrova lo stile di Dagerman: l’ impianto realista, la descrizione di luoghi e situazioni della contemporaneità insieme ad elementi visionari, fantastici o da teatro dell’assurdo.
Una raccolta che evidenzia  stili e tecniche narrative diverse e in fieri proprio perché l’autore le sperimenta  o perché è stato influenzato anche da letture e autori, tra cui Kafka,  o in cui si riconosce una impostazione filosofica che ricorda quella di Albert Camus.
Certi racconti sono scritti in terza persona in altri invece l’uso della prima diventa un flusso di coscienza, le cui tematiche di base sono la ribellione individuale nei confronti dell’ipocrisia che regola i rapporti sociali, una visione cupa, angosciata, dell’inutilità del tutto e dell’assurdo del vivere, con la volontà di cercare e sperimentare nuovi mezzi espressivi che possano porre in modo vivo le grandi questioni dell’esperienza umana, dell’essere umano in lotta con le proprie emozioni e il dolore della vita quotidiana.

Brevi note biografiche

Anarchico lucido e appassionato incapace di accontentarsi di verità ricevute, militante sempre in difesa degli umiliati, degli offesi e dell’inviolabilità dell’individuo, Stig Dagerman (1923-1954) appartiene alla famiglia dei Kafka e dei Camus e resta nella letteratura svedese una figura culto che non si smette mai di rileggere e riscoprire. Segnato da una drammatica infanzia, intraprende molto giovane una folgorante carriera letteraria bruscamente interrotta dalla tragica morte, lasciando quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti e articoli che continuano a essere tradotti e ristampati. Iperborea ha pubblicato Il viaggiatore, Il nostro bisogno di consolazioneBambino bruciatoI giochi della nottePerché i bambini devono ubbidire?La politica dell’impossibileAutunno tedesco e Il serpente e la raccolta di poesie Breve è la vita di tutto quel che arde.(da Iperborea Autore)

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Il serpente

Su mangialibri Il viaggiatore(Racconto)

Irène Némi­rovsky “Il Carnevale di Nizza e altri racconti”, presentazione

Le prime «scritture brevi» di un’autrice ancora molto giovane, ma già in possesso di uno stile pienamente riconoscibile e di quella capacità di penetrazione psicologica che è soltanto sua.

A cura di Teresa Lussone

Diciassete racconti raccolti a cura di Teresa Lussone di cui uno per la prima volta in volume, I giardine di Tauride, seguono quasi il percorso dell’autrice dalle sue prime realizzazioni fino alla pubblicazione del suo romanzo Suite francece, riscoperto nel 2004 e che l’ha fatta riconoscere, anche se con titolo postumo, come scrittrice raffinata sin dagli esordi avvenuti in giovane età quando giunse a Parigi con i genitori in fuga dalla Rivoluzione d’ottobre, lei di origini russo-ebraiche.
I quattro racconti che aprono il volume furono scritti tra il 1921 e il 1922, all’età di diciotto anni, la sua protagonista è Nanoche, una serie di dialoghi che la ritraggono  ingenua e impertinente che s’adopera per trovare un uomo ricco da sposare.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta fu scritto nel 1931 ed è ambientato tra il 1907 e il 1914: due giovani coniugi a Nizza, nei giorni del Carnevale, saranno protagonisti di un’avventura extraconiugale vissuta in modo molto diverso da ciscuno dei due.
Nei primi scritti e nei romanzi successivi pubblicati in vita dominano alcune tematiche, matrimoni indesiderati, segreti inconfessabili, incomprensioni, attrazioni fatali, così come la particolare capacità di osservare senza giudicare le sue creature di carta.

“Come fa una giovane donna di appena trent’anni, qual era all’epoca Irène Némi­rovsky, a scavare così profondamente nel­l’animo umano? si chiese Bernard Gras­set, il suo primo editore, leggendo questi racconti. Come fa a capire, e a descrivere in modo così empatico e al tempo stesso spietato, non solo le lusinghe e le illusioni della giovinezza, ma anche la nostalgia de­gli amori perduti, il rimpianto delle vite non vissute, l’acredine delle esistenze sba­gliate, le ferite dell’ambizione frustrata, l’angoscia della solitudine, lo sgomento per i segni che lascia sul corpo il passare degli anni, la ferocia che si annida nel cuore de­gli uomini?”(da Libro Adelphi Editore)

Brevi note biografiche

Figlia di un banchiere ebreo ucraino, figlia unica solitaria, dopo un’infanzia agiata a San Pietroburgo, durante la rivoluzione d’Ottobre si trasferì con la famiglia prima in Finlandia e Svezia (1918), poi in Francia (1919). A Parigi ebbe inizio un periodo di intensa attività letteraria e di sfrenata mondanità. Si laureò in lettere alla Sorbona e nel 1926 sposò M. Epstein, ingegnere ebreo russo. Durante la Seconda guerra mondiale, subì le conseguenze delle leggi razziali: costretta ad abbandonare Parigi, venne arrestata nel luglio 1942 e deportata ad Auschwitz, dove morì il mese successivo. Esordì con il romanzo Le malentendu (1926), cui seguirono: L’enfant génial (1926, successivamente intitolato Un enfant prodige); il fortunato David Golder (1929); Le bal (1930; trad. it. 2005). Tra il 1941 e il 1942, negli anni dell’esilio forzato, compose i primi due volumi (Tempête en juin, che racconta la fuga in massa dei parigini alla vigilia dell’arrivo dei tedeschi; e Dolce, in cui alcuni personaggi prendono spicco e la struttura della finzione romanzesca si fa più complessa) di quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un grande affresco storico della Francia di quel periodo. Il libro, incompiuto, pubblicato per la prima volta dopo quasi sessant’anni con il titolo Suite française (2004), le è valso, postumo, il premio Renaudot.(da Treccani)