Sergio Ferrero “Divertimento per Saturno”, presentazione

Ronzani Editore

“[…]una miniera di nomi, fatti, letture, da cui è quasi del tutto assente, come nota in modo opportuno Rognoni, ogni accenno ai fatti politici, mentre abbondano le spigolature di fatti minimi, inessenziali, quasi a ricordare che la vita, quella vera, di questi si compone, in un inesausto caleidoscopio”( da Bruno Nacci, 6 dicembre 2025, Doppiozero)

Scrittore, narratore e poeta, ma anche libraio ed Editor, e lettore senza un genere specifico  perché versatile, li accoglieva tutti, torna per Ronzani (a cura di Francesco Rognoni) in una elegante e raffinata edizione in due volumi, con la scrittura che gli era più peculiare: diarista, con i suoi taccuini inediti.
Personaggio schivo e diarista raffinato, ma dimenticato in tutte le sue opere, ritorna con i suoi scritti che riassumono momenti e imprerssioni, lasciando traccia di un mondo “di poco fa eppure remotissimo, via via gustando il piacere di ritrovarlo” scrive Bruno Quaranta nella sua incisiva presentazione (Robinson La Repubblica, domenica 11 gennaio 2026)

Raccolti in due volumi, i suoi taccuini (dal 1946 al 2008, anno della sua scomparsa) con in  copertina  un disegno di Franco Matticchio

 Nella sua presentazione così Bruno Quaranta definisce l’autore

“Saturnino, febbricitante, vagabondo in se stesso, Sergio Ferrero riconoscerà nel lago il suo paesaggio ideale, tra silenzi, crepuscoli, malombre. Da Miasino, sul lago d’Orta, dove negli anni settanta  trascorse stagioni idilliache (ascoltando Praz “sgranare rosari di pettegolezzi”), a Lezzeno, sul lago di Como, dove nel massimo riserbo si spense”.

Ci piace riportare anche uno stralcio dal significativo articolo dedicatogli da Hans Tuzzi ( La Lettura, 21 dicembre ‘25)

“Sergio Ferrero tenne un diario dove annotava fatti quotidiani, incontri, idee, impressioni. Questa testimonianza, che dal 1946 giunge al 2008, è ora raccolta — per la cura (ma cura è dir poco: tramite medianico) di Francesco Rognoni — in due sontuosi volumi messi in pagina da Giorgio Cedolin come primo titolo della Biblioteca Ronzani, collana di una casa editrice nota per l’attenzione rivolta anche all’aspetto fisico dei libri. Ma chi fu, Sergio Ferrero, il cui padre «guardava i cani negli occhi»? Antiquario, viaggiatore e scrittore con un palmarès di premi quali Bagutta, Bergamo, Campiello, Comisso e Strega, avrebbe potuto essere — scriveva l’editore in bandella a Il giuoco sul ponte — il Simenon italiano. Non volle, e oggi è uno dei tanti bravi autori da noi dimenticati”

E in conclusione Tuzzi aggiunge soffermandosi sulla pregevole edizione in due volumi in cofanetto:

“Un libro importante per una collana importante. I due volumi, bella carta e bello specchio di pagina, hanno in copertina un disegno di Franco Matticchio che — come quelli di Guido Scarabottolo per Giovanni Raboni, Gabriella Giandelli per Guido Morselli, Alberto Repetti per Joseph Conrad (recensito su queste pagine da Emanuele Trevi) o Pia Valentinis per Guido Piovene — sono a biro. Biro. BI(blioteca)RO(nzani). È  bello essere eleganti con un quantum d’ironia”.


Sergio Ferrero

«Artigiano signorile, un falegname del romanzo che si rifiuta di raccontare le sue storie: le fa intravedere, le lascia intuire di scorcio, di sbieco, in tralice» – come scriveva di lui Cesare Garboli – Sergio Ferrero (Torino 1926 – Lezzeno 2008) è autore di otto romanzi (fra cui Il giuoco sul ponteLa valigia vuotaNell’ombra) e una raccolta di racconti (Il cancello nero), usciti da Mondadori, Longanesi e Rizzoli fra il 1966 e il 2003: un’opera narrativa di grande compattezza e unità di ispirazione, fra le più compiute del secondo Novecento. (Divertimento per Saturno » Ronzani Editore)

Francesco Rognoni (Pavia, 1960) insegna Letteratura inglese e angloamericana all’Università Cattolica di Milano e Brescia. Ha curato edizioni di autori inglesi (Keats, Shelley, Browning), americani (Lowell, O’Hara, Broyard) e italiani (Graf, Almansi, Luoni, Ferrero, Ortese, Coppini, Gerbi, Cattafi). Alcuni suoi scritti occasionali sono raccolti in Di libro in libro (Milano, 2006). Collabora con le pagine culturali del «Manifesto» ed è redattore di «Paragone-Letteratura». (da Divertimento per Saturno » Ronzani Editore)

Milena Milani “Storia di Anna Drei”, presentazione

Postfazione di Rosella Postorino

[…]mentre la storia di Anna Drei lentamente si svela, tra un presente disordinato e un passato di verità e immaginazione custodito fra le pagine di un diario, la narratrice può entrare crudamente in contatto con il proprio mondo interiore, addentrarsi nei luoghi più sacri e oscuri di sé, dove il suo doppio la conduce.(da Cliquot)

Pubblicato nel 1947 vinse la prima edizione del premio Mondadori, è il. romanzo d’esordio della Milani, ed è considerato un modello di Esistenzialismo italiano; è ripubblicato da Cliquot e dedicato alle pagine di autrici importanti ma dimenticate.

Un pomeriggio d’inverno, a Roma, davanti al cinema Barberini, due donne si incontrano: la narratrice e la giovane Anna Drei che dopo la visione del film la invita nella stanza in cui vive. Da quel momento tra le due si creerà un rapporto che può definirsi ambiguo.  
La vicenda è raccontata  da una voce narrante anonima e non solo: il ritratto di Anna infatti prende forma attraverso due voci, quella appunto narrante e le pagine che decide di volta in volta di far leggere o trovare casualmente alla sua nuova amica. È appunto  sul doppio che il romanzo viene costruito e, come spiega nella sua interessante presentazione Marzia Fontana (La Lettura, Il Corriere 28 dicembre 2025 con l’interessante titolo “Una donna e l’ altra.  Sicuri che siano due?”)

“l’io narrante e Anna con i suoi misteri e la sua sfuggevolezza, sempre pronta a incalzarla come in un esercizio di autocoscienza, Anna e «l’Altra sé» di cui racconta a più riprese, il suo amico Antonio e Mario, per carattere a lui antitetico, la pulsione e il timore delle due di cedere al desiderio maschile, Roma e la città di provenienza di Anna, le stesse voci narranti, ambiguamente riflesse in un gioco di specchi”.

E aggiunge, sottolineando le tematiche trattate, sicuramente in anticipo sui tempi

“Sullo sfondo di una Roma sempre più plumbea, […], la vicenda si tinge di fosco, evoca la miglior tradizione del noir e anticipa aspetti di una «questione femminile» ancora lontana, come il rapporto con il corpo che cambia, l’aspirazione all’emancipazione e l’anticonformistica rivendicazione di una sessualità libera in tempi gravati dal pregiudizio. Un tema, quest’ultimo, sul quale Milani tornerà quasi vent’anni dopo nel romanzo La ragazza di nome Giulio e che le costerà, in prima istanza, una condanna a sei mesi di carcere per offesa al pudore”.

La narrazione prosegue povera di eventi salvo nel finale fino al drammatico, ma non del tutto inatteso epilogo.

Milena Milani (Savona, 1917-2013), figura poliedrica, ha attraversato il Novecento tra letteratura e arte contemporanea. Dalla frequentazione del gruppo di intellettuali che si riuniva al Caffè Aragno di Roma seguì il suo esordio, nel 1944, con una raccolta di poesie. Del 1947 è il suo primo romanzo, Storia di Anna Drei, con cui vinse la prima edizione del premio Mondadori. La sua opera più nota è invece La ragazza di nome Giulio (Longanesi, 1964), che fu oggetto di processo per oscenità. Nel campo delle arti visive, collaborò con Carlo Cardazzo alla Galleria del Naviglio, del Cavallino e Selecta e aderì allo Spazialismo di Lucio Fontana, firmandone tutti i Manifesti. Attiva promotrice culturale, ricevette nel 1988 l’onorificenza di Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. Oggi la sua opera è curata dalla Fondazione Museo di arte contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo, con sede a Savona.( da Cliquot)

Fleur Jaeggy “Il dito in bocca”, presentazione

Il primo enigmatico libro di Fleur Jaeggy, da anni introvabile e molto atteso dai suoi lettori.( da Adelphi)

Editato per la prima volta nel 1968 fu l’esordio letterario dell’allora ventottenne autrice, nata a Zurigo e residente a Milano e che scrive in lingua italiana. Dopo questo esordio ne ha pubblicati altri sette sempre con Adelphi che lo ripubblica nella Piccola Biblioteca.

“Un testo breve, ma oltremodo fascinoso” lo definisce su tuttolibri (27 dicembre) Enrico Arosio che premette “l’ho letto tre volte perché oltre che pazzo è breve”.
Dopo l’esordio l’autrice ha pubblicato ancora, sette libri,  sempre con Adelphi ed è stata insignita quest’anno del Gran premio svizzero della letteratura.
La protagonista è Lung, forse una ventenne, che ancora si mette il dito in bocca e pare sia cresciuta in un qualche collegio svizzero ma altre volte racconta da una clinica dove è ricoverata.
La storia non è una vera storia ma si contraddistingue per  “una scelta di parole sofisticata”, “di notevole eleganza” dove “aleggia una gelida ironia

“Io, Lung, ho un difetto, che coltivo forse. Gli altri lo formulano così: ha il vizio di mettersi il dito in bocca. Ma non è molto vero, perché se mi capita di vedere una qualche persona con il dito in bocca provo un fastidio mai vi sto, addirittura le taglierei il dito, ignorando le conseguenze. So con esattezza che la mia responsabilità sarebbe enorme, perché se u no è abituato a succhiarsi il pollice dif$cil mente potrebbe abituarsi a un altro dito, non penso di esagerare se dico che sarebbe altret tanto dif$cile abituarsi all’altra mano, cioè all’altro pollice. Generalmente è un’abitudi ne che si prende da bambini, quando si è molto piccoli, ma non so bene come mai tan ti grandi continuano a provarci gusto. Il polli ce cresce. Certo da vedere è proprio brutto, dipende anche da chi, però, e poi ci sono cose peggio ri, uno che si rosicchia le unghie in modo tre mendo non lo sopporto, oppure, faccio per dire, con avidità, mi dà fastidio, e invece se la 15 prendono con me, se magari mi vedono con il dito in bocca, magari ero soprapensiero. Con l’indice accarezzandomi il naso e forse me lo stringevo”.(uno stralcio da “il dito in boicca” pag 15/16)

Celia Fremlin “La lunga ombra”, presentazione

Negli ultimi anni si è assistito in Gran Bretagna alla riscoperta dell’opera di Celia Fremlin, autrice di perturbanti noir «domestici», narratrice di inquietudini interiori che mettono in crisi la normalità, la vita quotidiana, in particolare delle donne, con una fortissima tensione psicologica e una perfida ironia.
In questo romanzo la scrittrice intreccia con maestria l’umorismo nero e una toccante esplorazione del lutto, creando un inarrestabile vortice narrativo che richiama Shirley Jackson e Patricia Highsmith. La lunga ombra è un mystery travolgente e maligno, con un finale che ha il sapore amaro di un dolce natalizio andato a male.(dal Catalogo Sellerio)

Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1975, ritorna in libreria per Sellerio  con la traduzione di Chiara Rizzuto

Imogen, la protagonista, è una signora ultracinquantenne che da  pochi mesi ha perso il suo sposo, Ivor Barnicott,  docente universitario e saggista, intellettuale di successo, ma anche manipolatore, opportunista e donnaiolo.
La vedova con l’approssimarsi del Natale vede la propria casa, grande e piena di stanze nella periferia residenziale appena fuori Londra,  riempirsi di consolatori: ex mogli, figliastri, nipoti,  ciascuno con il proprio fardello di segreti e veri scopi dietro quella che in apparenza vuole essere volontà di accudimento e compagnia per la vedova inconsolabile, ma che determinerà per Imogen un periodo da dimenticare; la sua bella  e capace dimora, piena di stanze, verrà  occupata dai vari e all’apparenza servizievoli parenti: il viziatissimo figlio di Ivor con un’amica davvero bizzarra, la figlia con il marito e i due bambini,  la ex moglie  rientrata in Inghilterra dalle Bermuda per non rischiare di perdere la sua parte dell’eredità?
E come la neve silenziosa scende sulla campagna inglese, così iniziano a fioccare fatti inquietanti

Celia Fremlin (1914-2009) è stata una scrittrice britannica di romanzi e racconti noir. Dopo aver studiato Lettere classiche a Oxford, ha pubblicato sedici romanzi acclamati da pubblico e critica, vincendo nel 1960 l’Edgar Award.

Torborg Nedreaas “Niente cresce al chiaro di luna”, presentazione

Traduzione di Andrea Romanzi

Niente cresce al chiaro di luna non si limita a narrare una storia personale: è un documento, una memoria che interroga la società e il ruolo delle donne al suo interno. Con il suo arrivo in Italia per la prima volta, il romanzo di Nedreaas ci invita a riscoprire una voce che si è sempre dedicata al diritto di condurre una vita autentica.(da La nave di Teseo)

Pubblicato in patria nel 1947 è tradotto per la prima volta in italiano

Un uomo e una donna si incontrano casualmente e trascorrono una notte insieme: lei racconta, lui ascolta. È  una storia triste, la storia della sua vita, una storia di dolore, rabbia, ma anche di passione e di umiliazione.
Figlia di un minatore e di una madre casalinga invecchiata per gli stenti e la vita difficile; non vorrebbe seguire le orme familiari, nemmeno della sorella operaia in fabbrica, vorrebbe studiare, ma a quindici anni s’innamore del suo insegnante e a diciassette resta incinta.
Da qui un precipitare di eventi e descrizioni crude accompagnano il lettore lungo i tormenti, le passioni, il tentato stupro e gli aborti della protagonista.

Scrive Livia Manera nella sua presentazione (La lettura del Corriere 14 dicembre 2025)

[…]“quando fu pubblicato in patria, nel 1947, sollevò uno scandalo e molte discussioni. Lo stile è disadorno, il contenuto urticante, il messaggio chiaro: la Norvegia sarà anche stata una nazione moderatamente ricca, ma per le donne e la classe operaia le condizioni di vita erano un inferno. Il capitalismo norvegese aveva trasformato i poveri in schiavi. Leggetemi, sembra dire l’autrice, e poi ditemi se il comunismo non sarebbe un sistema più umano. Torborg Nedreaas era, in effetti, iscritta al Partito comunista norvegese (Nkp). Ed era una femminista dura e pura”

Torborg Nedreaas ( 1906 – 1987), comunista, definita la «Simone de Beauvoir norvegese», è stata una grande militante a favore dei diritti degli oppressi e delle donne. Femminista, autrice di romanzi, articoli e radiodrammi, è riconosciuta come una delle voci più importanti della letteratura scandinava.

Giorgio Scerbanenco “Traditori di tutti”, presentazione

Copertina del giallo di Scerbanenco"Traditori di tutti", la nave di Teseo

[…]Lamberti ha un intuito speciale per scoprire quando le persone mentono, e in questa vicenda troppe cose puzzano di bruciato. Una coppia annegata in macchina nel Naviglio fuori Milano, in un modo che ricorda un omicidio accaduto diversi anni prima. Una valigia misteriosa che porta a un ristorante di provincia dove il piatto forte del menù non va molto d’accordo con la legge. Una storia di spie e tradimenti che riapre le ferite della Seconda guerra mondiale.[…](da La Nave di Teseo)

Dalla Prefazione di Cecilia Scerbanenco

Traditori di tutti, il secondo episodio delle avventure di Duca Lamberti, esce sempre nel 1966, molto atteso, dopo il grande successo – e scandalo – di Venere privata. Successo e scandalo che anche questo romanzo ripeterà, facendo vincere al suo autore il Grand prix de littérature policière, prestigioso e storico premio francese con una sezione per i libri stranieri. Essenzialmente, Traditori di tutti è la storia dell’amore di una ragazza americana per il padre morto in guerra in Italia. Scerbanenco, se fosse stato ancora in Rizzoli, avrebbe potuto scriverlo così, raccontando le drammatiche vicende di una giovane donna. Ma lo Scerbanenco noirista fa inciampare il suo investigatore Duca Lamberti nelle conseguenze impreviste della di lei vendetta. 

[…]La trama, per esempio, si fa sempre più violenta e noir; il linguaggio, che si avvicina sempre più al parlato nei dialoghi, e ricorre massicciamente allo scorrere dei pensieri, al susseguirsi di riflessioni in frasi separate solo da virgole. E lostream of consciousness, adottato dagli scrittori anche per romanzi intimisti, e che invece Scerbanenco piega ai rabbiosi pensieri di un arrabbiatissimo Duca Lamberti. Anche in questo è stato padre dei giallisti italiani contemporanei, perché ha mostrato quanto fosse possibile osare con l’italiano, facendo saltare le regole sintattiche e di punteggiatura, creando una lingua adatta all’azione e all’ira

[…]Questo romanzo è forse il meno citato dei quattro di Duca Lamberti, eppure sotto la storia apparentemente semplice ma avvincente, è il più ricco, quello che più ci restituisce la complessità del suo autore e dei primi anni ’60 a Milano

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Jurij Tynjanov “Il sottotenente Kižè”, Bibliotheka Edizioni

Nuova traduzione dal russo della novella Il sottotenente Kižè, che ha ispirato una suite di Prokofiev e un film. Un divertente e corrosivo ritratto della Russia zarista ai tempi di Paolo I

UN BANALE ERRORE DI SCRITTURA DÀ VITA A UN UFFICIALE INESISTENTE, CHE FARA’ UNA SORPRENDENTE CARRIERA E SARA’ ONORATO DALLO ZAR

A cura e con la traduzione dal russo di Francesca Tuscano

Nota di lettura di Roberto Alessandrini

Bibliotheka

Dal 5 dicembre

Un copista militare maldestro e inesperto compie due errori nello scrivere altrettante ordinanze da sottoporre alla firma di Paolo I, imperatore di Russia: una persona in carne e ossa viene data per morta e un individuo inesistente viene destinato a una favolosa carriera.
È un divertentissimo e corrosivo ritratto della Russia zarista quello offerto dalla novella di Jurij Tynjanov Il sottotenente Kižè, scritto nel 1928. La novella ebbe molto successo al punto da ispirare un film con lo stesso titolo, diretto nel 1934 da Aleksandr Michajlovic Fajncimmer, e la Suite op. 60 di Sergej Prokofiev.

È lo zar Paolo I a firmare le due ordinanze che certificano ufficialmente due fatti mai avvenuti e che saranno ritenuti veri, per banali errori di scrittura, dalla conformistica società statale e dall’ottusa burocrazia militare: la cancellazione dai ranghi dell’esercito di un tenente la cui esistenza verrà completamente ignorata, e la parallela creazione di un ufficiale virtuale, il sottotenente Kižè, il quale andrà incontro a eventi reali, di cui resterà traccia nei documenti ufficiali. Inizialmente fustigato e deportato in Siberia, sarà poi promosso e farà una brillante carriera nei ranghi dell’esercito. Avrà persino una moglie e un figlio, ma alla fine si ammalerà, morirà e sarà onorato con funerali di Stato alla presenza dell’addolorato sovrano.

[…] nella novella storica di Jurij Tynjanov Il sottotenente Kiže un banale errore di trascrizione agisce come motore, anche in questo caso identitario, della vicenda. Un giovane e inesperto scritturale è intento a ricopiare l’ordine del giorno che dovrà essere sottoposto al sovrano. Angosciato dal ritardo, dalle interruzioni e dal timore di sbagliare, commette due involon­tarie mistificazioni che producono effetti inattesi, ma reali. Pur non esistendo, il sottotenente Kiže esiste in virtu’ di un lapsus, di una semplice maiu­scola su un documento. Ufficiale ignoto e incorporeo, senza volto, ma con un cognome, Kiže sarà esiliato in Siberia su ordine dell’imperatore, poi richiamato dall’esilio, promosso al grado superiore e persino sposato a una dama d’onore. Ai tasselli di questa elementare biografia si deve aggiungere la notorietà che presto si assocerà al suo nome assieme al rigore della sua condotta militare. L’errore di scrittura che lo ha generato lo protegge da ogni possibile sbaglio e lo proietta in un mondo di perfezione irreale perché gli automa­tismi della finzione militar-burocratica non ha al proprio interno la possibilità di emendarsi: tutti fin­gono di vedere ciò che non esiste. (Roberto Alessandrini)

Jurij Tynjanov (1894-1943), nato in una famiglia della borghesia ebraica russa, studiò all’Università di San Pietroburgo, dove conobbe Šklovskij ed Ėjchenbaum, con i quali fondò la Società per lo studio del linguaggio poetico, centro del Formalismo russo (insieme a Jakobson, Propp e altri linguisti e critici letterari). Dal 1925 iniziò la sua attività nella narrativa e nel cinema, prima come consulente presso gli studi della Leningradkino, poi come sceneggiatore.

Hermann Broch “La morte di Virgilio”, Bibliotheka

Considerato l’ultimo esemplare del romanzo moderno borghese, affiancato alle opere di Proust e Joyce, tradotto in oltre 25 lingue, torna Il capolavoro di Hermann Broch in una nuova traduzione italiana

Introduzione e traduzione di Vito Punzi

Bibliotheka

Dal 28 novembre

“L’ultimazione dell’Eneide ristagnava completamente già da mesi e non era rimasto altro, se non la fuga e di nuovo la fuga. E la colpa non era della malattia, non dei dolori, cui da tempo s’era abituato e che da tempo dominava, piuttosto dell’inevitabile, inspiegabile inquietudine, quella impaurita sensazione che si prova quando si vaga senza trovare una via d’uscita”. 
Il poeta latino Virgilio è sulla nave che lo sta riportando in Italia dopo un soggiorno ad Atene. Ormai molto malato, si tormenta per non essere riuscito a terminare l’Eneide e vorrebbe bruciare il poema. Cercano di dissuaderlo gli amici Lucio Vario Rufo e Plozio Tucca, assieme all’imperatore Augusto in persona. 
La registrazione immaginaria dell’ultimo giorno di vita del poeta, scritta con una esuberanza che intreccia realtà, allucinazione, poesia e prosa e intitolata La morte di Virgilio ritorna in libreria nella nuova traduzione italiana di Vito Punzi.
Tradotto in più di  venticinque lingue (in italiano oltre 60 anni fa) e molto amato da Hannah Arendt, è considerato il capolavoro di Hermann Broch, che lo iniziò durante la prigionia in un campo di concentramento e vide la luce negli Stati Uniti nel 1945.

“Nessuna notte ci abbraccia e nessun mattino ci abbraccerà  perché siamo sotto incantesimo, senza fuga e senza obiettivo di fuga, non abbandonati a noi stessi, perché le nostre braccia non hanno attratto nulla al nostro cuore”.

Hermann Broch (1886-1951), nato a Vienna da una famiglia di ebrei benestanti, conobbe scrittori e intellettuali come Musil, Rilke, Canetti e Perutz e pubblicò a 45 anni il suo primo romanzo, I sonnambuli. Arrestato e rinchiuso in un carcere nazista dopo l’annessione dell’Austria al Reich, fu liberato grazie all’aiuto di un gruppo di amici ed emigrò in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti. Qui ottenne la cittadinanza americana, una cattedra di Tedesco all’Università di Yale e portò a termine La morte di Virgilio.

Henry Whitehead “Jumbee. Zombi e altri orrori del Voodoo”, Alcatraz

Per la prima volta presentata in italiano, la raccolta integrale di un maestro del soprannaturale

più volte lodato da Lovecraft

Traduzione a cura di Francesco Vitellini e Marta Suardi.

Introduzione di Pietro Guarriello

A cura di Jacopo Corazza e Gianluca Vendetta

Collana Biblioteca di Lovecraft 5

Alcatraz

Dal 17 ottobre in libreria

“La Biblioteca di Lovecraft” si arricchisce della raccolta Jumbee and Other Uncanny Tales, pubblicata per la prima volta dalla storica ArkhamHouse nel 1944, finora mai presentata integralmente in italiano, e qui corredata dalle illustrazioni tratte dalle prime pubblicazioni di ciascun racconto, sulle riviste Weird TalesAdventure e Strange Tales of Mystery and Terror. Whitehead, attingendo profondamente al folclore caraibico e al fascino dei Tropici, esplora il mondo misterioso e macabro del voodoo attraverso racconti inquietanti e suggestivi, in cui creature mostruose siimpadroniscono della mente umana e le esistenze dei vivi sono perseguitate dalle presenze dei defunti.
In questa antologia sono presenti dei veri e propri classici della letteratura weird e horror, tra cui Morte di un DioCassiusLa bestia nera L’uomo dell’albero, tutti qui inclusi e più volte citati e lodati da H.P. Lovecraft, che di Whitehead fu corrispondente, amico e collaboratore. Il “solitario di Providence” gli riconosceva infatti un realismo e uno stile erudito non comuni nel mondo dei pulp, e fu proprio lui ad annunciare al mondo del fantastico la sua prematura scomparsa, sul numero di Weird Tales del marzo 1933.

Henry S. Whitehead (1882-1932), autore americano noto per racconti weird spesso ambientati nei Caraibi, fu per diversi anni arcidiacono della Chiesa episcopale nelle Isole Vergini, e questa esperienza gli consentì di ispirarsi alle leggende locali ascoltate direttamente dagli isolani, e di permeare le proprie storie di folclore voodoo. Pubblicò principalmente su riviste pulp come Weird Tales Adventure, e le opere principali per riscoprirne la narrativa breve sono le due antologie postume Jumbee and Other Uncanny Tales (1944) e West India Lights (1946). 

Dell’autore, il compianto Giuseppe Lippi scrisse: «Crediamo che la lezione di stile di Henry S. Whitehead sia attuale ancora oggi e, soprattutto, godibile. Portato al mistero e al soprannaturale già dalla sua vocazione, ma saldamente ancorato alla terra per carattere e temperamento, Whitehead fu uno dei più maturi autori fantastici pubblicati in America fra le due guerre. Non un visionario delirante, non un sognatore oppiaceo, ma al contrario un narratore completo, ricco di sfumature e sottigliezze ed estremamente attento al mondo che lo circondava. Un mondo che si apriva al prodigio con estrema naturalezza e senza chiasso: per arrivare a questo occorre essere maestri non solo nell’arte del mistero, ma nell’arte del racconto tout-court».

Augusto De Angelis “La barchetta di cristallo”, presentazione

In ebook su Amazon e in cartaceo


Nonostante l’oblio in cui per decenni è caduta la sua opera, oggi De Angelis è giustamente considerato il fondatore del giallo italiano moderno. I suoi romanzi sono stati riscoperti, ristampati e
studiati, non solo per il loro valore narrativo, ma anche per la loro capacità di raccontare un’Italia
inquieta, contraddittoria e profondamente umana.

Con La barchetta di cristallo, Augusto De Angelis firma una delle sue opere più intense, sofisticate e, al tempo stesso, emblematicamente cupe. Pubblicato per la prima volta nel 1931, questo romanzo va ben oltre i confini del giallo tradizionale, immergendosi in una trama fitta di simboli, atmosfere oniriche e psicologie complesse, che restituiscono non solo il mistero di un omicidio, ma l’enigma più profondo dell’esistenza umana nella società moderna.
La narrazione si apre su un palcoscenico notturno e teatrale, dove ogni dettaglio – la luce riflessa sulla neve, il ritmo cadenzato dei passi, il silenzio vischioso di una sala da gioco – contribuisce a costruire una tensione crescente. La città di Milano, con i suoi quartieri bene e i suoi angoli oscuri, non è solo sfondo, ma vera protagonista dell’indagine, specchio fedele e deformante dei personaggi che la abitano.
Il commissario De Vincenzi, figura ormai iconica nella letteratura poliziesca italiana, si muove in questo mondo con lo sguardo dell’intellettuale e la sensibilità dello psicologo. A differenza degli investigatori freddi e razionali della tradizione anglosassone, De Vincenzi è un uomo che pensa, soffre, intuisce; non si limita a raccogliere indizi, ma penetra le pieghe delle anime, ascolta il peso dei silenzi, osserva i riflessi negli specchi. Il suo metodo investigativo è fatto di deduzione, sì, ma anche di empatia, introspezione e malinconia.

A distanza di quasi un secolo, l’opera conserva una sorprendente attualità. Le domande che solleva – sul potere, sulla maschera sociale, sull’identità e sul tempo – risuonano ancora oggi con forza. E la figura di De Vincenzi, con la sua umanità malinconica e la sua ricerca di senso, rimane una delle più affascinanti e moderne della nostra narrativa.
Augusto De Angelis, con La barchetta di cristallo, non ci invita soltanto a scoprire un colpevole, ma a guardare più a fondo nella complessità dei legami, delle apparenze e delle verità che ciascuno porta con sé. È questo, forse, il mistero più grande.

I tre romanzi sono tutti corredati da ampie pagine introduttive e note a cura di Alessandro Ferrini ed evidenziano la figura dell’autore, la storia personale e della sua opera, lo stile.

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