Augusto De Angelis “Il Do tragico”, presentazione

In ebook su Amazon e in cartaceo

Il volume è corredato da ampie pagine introduttive e note a cura di Alessandro Ferrini che evidenziano la figura dell’autore, la storia personale e della sua opera, lo stile.

Dall‘Introduzione a cura di Alessandro Ferrini

Pubblicato nel 1935, Il do tragico è uno dei capolavori del giallo italiano firmato da Augusto De Angelis, pioniere del genere nel nostro Paese, con protagonista il commissario Carlo De Vincenzi. L’opera è ambientata nel mondo della lirica, tra passioni, intrighi e atmosfere cariche di tensione. Il titolo gioca su un doppio senso: la nota musicale “do” si trasforma in simbolo di un destino oscuro.
De Vincenzi, investigatore umano e riflessivo, si muove in una Milano densa di nebbia e mistero, in un’indagine che è anche un viaggio psicologico nel dolore, nella colpa e nella solitudine.
Il romanzo intreccia l’introspezione con l’enigma, la musica con il crimine, la verità con l’ambiguità. Accanto alla suspense, emergono temi profondi e una critica velata al conformismo culturale del tempo, in pieno regime fascista.
De Angelis dimostra qui una capacità unica di nobilitare il romanzo poliziesco, fondendo rigore investigativo e lirismo narrativo. Il do tragico è più di un giallo: è un’opera d’arte letteraria, un classico intramontabile che ha aperto la strada al noir italiano moderno.
[…]Così, come in una composizione musicale, i capitoli si succedono come movimenti di un’opera drammatica, in cui l’indagine del commissario De Vincenzi si intreccia con le armonie e le dissonanze di un mondo teatrale, fatto di apparenze, di passioni esasperate e di silenzi carichi di significato.
De Angelis costruisce quindi un romanzo che si legge come si ascolta una sinfonia tragica: ogni capitolo è un tempo della narrazione, ogni personaggio una voce solista o uno strumento dell’orchestra, ogni indizio una nota che compone la melodia finale della verità. La musica, con la sua capacità di esprimere l’indicibile, diventa la chiave simbolica attraverso cui comprendere il senso più profondo del mistero.

Augusto De Angelis fu una delle figure più originali e significative della narrativa italiana tra le due guerre, nonché il vero pioniere del romanzo poliziesco moderno in Italia. Nato a Roma nel 1888, trascorse gran parte della sua vita professionale tra Milano e Genova, lavorando come giornalista per importanti testate come Il Resto del Carlino, Il Secolo XIX e La Stampa. Fu anche autore teatrale, traduttore e saggista. La fama di De Angelis è legata indissolubilmente alla creazione del Commissario Carlo De Vincenzi, protagonista di una fortunata serie di romanzi gialli pubblicati a partire dal 1935. Con De Vincenzi, l’autore offrì al pubblico italiano un investigatore colto, umano, malinconico e profondamente riflessivo, molto lontano dagli stereotipi del detective infallibile o cinico. I suoi romanzi si distinguevano per lo stile letterario elegante, per l’ambientazione fortemente caratterizzata e per l’attenzione ai moti interiori dei personaggi. A differenza della narrativa gialla coeva, spesso considerata “di evasione” e guardata con sospetto dal regime fascista, De Angelis seppe nobilitare il genere, trasformando l’indagine in uno strumento di esplorazione psicologica e sociale. La sua prosa, sobria ma incisiva, unisce l’introspezione all’ironia, la denuncia sociale all’indagine dell’animo umano. Proprio per questa sua tensione etica e intellettuale, De Angelis entrò presto in contrasto con il regime fascista. Nel 1943 venne arrestato dalla Repubblica Sociale Italiana per “antifascismo morale”. Detenuto nel carcere di San Vittore, subì un pestaggio da parte di una guardia e morì poco dopo, nel 1944, a soli cinquantacinque anni.

Boileau-Narcejac “I vedovi”, presentazione

Sarà appunto la gelosia, una gelosia furibonda, autoalimentata, incontrollabile, a condurre all’omicidio il protagonista dei Vedovi – titolo che solo alla fine del romanzo svelerà il suo ambiguo significato. Ma attenzione: l’omicidio non è che l’inizio – il bello deve ancora venire(da Adelphi Libri)

I vedovi di Boileau-Narcejac  è un poliziesco  uscito in Francia nel 1970; Adelphi lo propone nella traduzione di  Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia.
Orazio Labbate così lo definbisce in apertura al suo articolo comparso su la Lettura del Corriere  il 10 agosto 2025

“ Stile affilato, senza pause metaforiche, allegorie sottese, immagini corpose, a rallentare il ritmo. Sì, perché è il ritmo, sopra ogni altro elemento letterario, a trionfare e a distinguersi, pagina dopo pagina, fino a regnare indiscusso lungo tutta la struttura. Il ritmo è martellante, furioso, spedito, non vi è alcun respiro per il lettore”[…]

Un ritmo serrato e accattivante a cui il lettore può rispondere solo con il medesimo nello scorrere della lettura, trascinato com’è a seguire il raccontato della voce dell’io narrante e dentro i suoi pensieri, con le riflessioni e gli stati d’animo e le interpretazioni degli avvenimenti, e immaginate e vissute, in un’analisi psicologica acuta e stringente che percorre gli effetti generati da un’esasperata gelosia, fino alle estreme conseguenze, quando crollano i presupposti che li hanno prodotti e trovano posto anche le sottili “vendette punitive”.

Protagonista è Serge, uno scrittore agli esordi, afflitto da una gelosia perniciosa  per la moglie Mathilde, modella, per le compagnie maschili dell’ambiente artistico che frequenta e soprattutto per il capo di lei, Jean-Michel Méryl, di cui è convinto la moglie sia l’amante nonostante non vi siano prove certe: obiettivo di Serge diventa quindi eliminare il rivale.

Quando Mathilde esce, ogni mattina, quando scappa via da me, tutti gli uomini sono sospetti. Hanno tutti voglia di stringerla fra le braccia. Quanti ce ne saranno che, come me, l’hanno seguita, magari per il solo piacere degli occhi, perché è un animale che sembra nato per l’amore? Si voltano a guardarla per strada. Fanno apprezzamenti. Quando usciamo insieme, io sono sempre li li per menare le mani. Ma, fra tutti, quello che me l’ha rubata è quasi certamente uno del suo piccolo mondo. E quindi dev’essere qui. A meno che Mathilde non abbia avuto il tempo di avvertirlo. «Verrà a prendermi mio marito. Non farti vedere». Ma io, al posto suo, sarei venuto lo stesso.

Una caratteristica del narrato, su cui si sofferma, e la sinossi e Labbate,  è la capacità degli autori di costruire ogni loro storia (I diabolici, I volti dell’ombra, Le lupe, La donna che visse due volte ) non in maniera lineare, ma tentacolare, dove i protagonisti  perdono la capacità di stabilire il confine netto tra la realtà e le proprie farneticazioni, dove si crea confusione “tra la crudeltà reale degli eventi con quella sottile dell’anima”;  le loro storie “si confondono e si immergono nella dimensione dell’incomprensione psicologica, del dubbio”

Pierre Boileau (1906-1989) e di Pierre Ayraud, detto Thomas Narcejac (1908-1998), francesi e autori di romanzi polizieschi; alcune delle loro opere sono state adattate per il cinema da Hitchcock e Clouzot 

Susan Taubes “Lamento per Julia”, presentazione

Lamento per Julia, capolavoro del grottesco elogiato da Susan Sontag e Samuel Beckett, è una brillante esplorazione della doppia coscienza di una donna. Rimasto inedito durante la vita di Susan Taubes, è stato recentemente pubblicato negli Stati Uniti dalla prestigiosa NYRB insieme alla selezione di racconti inclusa in questo volume. (dal Catalogo Fazi Editore)

“Bisogna lodare l’editore Fazi per aver ripescato, in fondo all’inesauribile cappello magico della letteratura del secondo Novecento, i due stravaganti e bellissimi libri scritti da Susan Taubes, entrambi ben tradotti da Giuseppina Oneto: Divorzi, pubblicato con scarsissimo successo nel 1969, e ora Lamento per Julia e altre storie, rimasto a lungo inedito, perché la riscoperta di questa grande, direi grandissima scrittrice è cosa di questi tempi anche in America, grazie soprattutto alla «New York Review of Books”.

Così scrive Emanuele Trevi nella sua recensione al romanzo (La lettura del Corriere 3 agosto 2025) lamentando però una mancata presentazione dell’autrice e della sua opera in una Introduzione o Postfazione che avrebbe favorito una migliore divulgazione dell’opera medesima e sperando che il suo articolo possa supplire alla mancanza. In effetti la sua presentazione incuriosisce in relazione alla composizione narrativa che, come si legge in quarta di copertina, colpì Samuel Beckett che ebbe a definirlo “un libro pieno di tocchi erotici e di linguaggio crudo, il prodotto di un autentico talento. Lo rileggerò”.

Julia Klopps  è la protagonista, nata in una famiglia dell’alta borghesia mitteleuropea: da giovane è una sognatrice, a quindici anni viene deflorata da un soldato poco attraente e a diciotto sposa un brillante ingegnere navale, a  trent’anni sparisce e tutta la sua storia viene narrata da una voce senza corpo: “il romanzo – sottolinea Trevi – mette in scena quello che a tutti gli effetti è un rapporto con un doppio, e una dissociazione. Da un lato c’è la protagonista, Julia Klopps, bambina e poi donna che tende a far prevalere l’immaginazione sulla realtà, trovando un accordo con la vita solo nelle nebbie della noncuranza e della rimozione. Ma il personaggio straordinario è l’anonima voce narrante “, definendola un “io in terza persona”,
Non resta che leggerlo

Susan Taubes Nata a Budapest in una famiglia ebrea, figlia di uno psicanalista, emigrò in America col padre nel 1939 e studiò Religione al Radcliffe College. Grande amica di Susan Sontag, è stata una delle menti più interessanti del ventesimo secolo. Insegnò alla Columbia University e pubblicò Divorzi (Fazi Editore, 2023), il suo unico romanzo, nel 1969. Si suicidò poco dopo.

Salinger nella nuova traduzione di Matteo Colombo

Gli scritti di Salinger, i Nove racconti, Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour sono stati ripubblicati in una nuova edizione e affidati alla traduzione di Matteo Colombo, così come in precedenza Il giovane Holden; una rigenerazione legata proprio alla necessità di una nuova traduzione: trasportare una lingua in un’altra non è mai un “tradurre” indolore, può variare, anzi varia proprio a seconda dei tempi, intendendo quelli storici e propri della lingua in cui deve essere resa.
La traduzione del testo de Il giovane Holden ad esempio, dovuta nel 1961 ad Adriana Motti, risentiva sicuramente delle risorse linguistiche disponibili allora per la traduzione di un testo gergale; oggi le risorse sono cambiate e “nell’italiano e nella conoscenza degli autori americani” come ha recentemente dichiarato Matteo Colombo.
A ribadire le difficoltà della traduzione di allora la posizione di Alessandro Piperno (La Lettura 29 giugno 2025) che si racconta come giovane lettore alle prese con il romanzo di Salinger nella versione della Motti “Oggi so che parte del fastidio che mi provocò la lettura de Il giovane Holden derivava dalla traduzione di Adriana Motti. Intendiamoci, non ho nulla contro quella preziosa traduzione storica. So che per molti versi è una specie di capolavoro, un classico per famiglie, ma so anche che si tratta di una trappola mortale. E non tanto, o non solo, per qualche licenza di troppo, ma per via del birignao che, oltre ad aver privato la voce di Holden della sua spontaneità, ha favorito la proliferazione di una schiera di emulatori e di epigoni che, lasciatemelo dire, di spontaneo hanno ben poco”, intendendo con il termine birignao, legato al mondo della recitazione teatrale, artificioso e innaturale.

Incuriosisce, almeno in me ha determinato questo effetto e riflettendo in effetti leggere un testo in una resa linguistica rispetto ad un’altra, ne cambia sicuramente non solo la forma ma essenzialmente la fruibilità e l’impatto.

Garantisce Piperno quando afferma che un’impresa così delicata è stata affidata nelle mani di un traduttore eccellente e navigato come Matteo Colombo. “Il progetto, iniziato una decina d’anni fa – aggiunge – trova oggi il suo compimento nelle traduzioni (eseguite dalla medesima mano salda, felice e calibrata) dei Nove racconti, Franny e Zooey, Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour”

SP.

Einaudi

Ethel Mannin “La strada per Be’er Sheva”, Agenzia Alcatraz

Tradotto in italiano il primo romanzo che nel 1963 ha raccontato la nakba, l’esodo forzato del 1948, dal punto di vista palestinese.

Traduzione di Stefania Renzetti

Postfazione di Tiffany Vecchietti

Alcatraz

È il 15 luglio 1948 e in Medio Oriente infuria il confliitto arabo-israeliano. Le truppe delle Forze di Difesa Israeliane occupano la città palestinese di Lidda e iniziano a uccidere o espellere la popolazione araba, causando l’esodo di un numero enorme di persone – in larga parte donne, anziani e bambini – costrette a camminare sotto un sole cocente sino alla città di Ramallah, in Cisgiordania.
In migliaia muoiono di insolazione, affaticamento e sete. Tra le persone che fuggono da Lidda c’è la famiglia di Butros Mansour, un proprietario terriero palestinese di fede cristiana, costretto a scappare insieme a sua moglie di origine inglese e al figlio di dodici anni, Anton.
Questa tremenda esperienza segna profondamente il ragazzo, che alla morte del padre, solo un anno più tardi, è costretto a trasferirsi in Inghilterra. Per Anton vivere in Inghilterra equivale a un vero e proprio esilio. Ma rimane in contatto con un’altra vittima della diaspora palestinese, un profugo musulmano a cui è molto legato, e nella sua mente prende vita una vera e propria ossessione: riuscire a tornare nella propria terra per infilltrarsi lungo la strada per la città di Be’er Sheva, anch’essa caduta in mano israeliana nel 1948, e unirsi alla resistenza. Per lui quella strada, che ora si trova nella Terra di Nessuno, finisce per incarnare il sogno di ogni palestinese – ritornare a casa. 
Scritto come reazione al celebre Exodus di Leon Uris (una sorta di narrazione epica della fondazione dello Stato di Israele) e pubblicato nel 1963, La strada per Be’er Sheva è stato il primo romanzo occidentale in assoluto a raccontare dal punto di vista palestinese la Nakba, la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste nel 1948 e il conseguente esodo. Tradotto anche in lingua araba con grande successo, all’epoca della sua uscita è diventato un piccolo caso, tanto letterario quanto politico. Ma La strada per Be’er Sheva è prima di tutto un racconto emozionante, una vicenda umana scritta con grande maestria da un’autrice perfettamente a suo agio nel padroneggiare una materia che non ha mai smesso di essere scottante. E grazie alla passione umanitaria e al desiderio di giustizia che traspaiono dalle sue pagine, riesce a essere attuale ancora oggi, a più di sessant’anni dall’uscita, in questo momento terribile per il popolo palestinese.

La sincerità e l’empatia di Ethel Mannin guidano la narrazione. Non lo fanno attraverso il patetismo, o tramite gli strumenti del melodramma. La strada per Be’er Sheva sembra quasi trattenersi continuamente, situarsi in uno spazio ben de­finito, in equilibrio, con una certa dose di freddezza. Mannin sa che potrebbero accusarla dei crimini letterari qui sopraelencati. Ma non serve infondere di eccessiva emotività quello che ha raccolto tramite le interviste nei campi profughi o dai rifugiati che ha incontrato. La sua sincerità è talmente spiazzante, che compie tutto il lavoro. È la resistenza delle pietre scagliate contro chi ti schiaccia la gabbia toracica col carrarmato. Non serve aggiungere molto quando una fotogra­fia, un resoconto o un ­ filmato rivelano tutto. È la stasi che accompagna la polvere mentre si posa. (dalla postfazione di Tiffany Vecchietti)

Autrice estremamente prolifica, Ethel Mannin nasce a Londra nel 1900 e nel corso della propria vita scrive più di cento libri – oltre cinquanta romanzi, innumerevoli racconti, autobiografie e, diari di viaggio e saggi – senza mai preoccuparsi di seguire un determinato filone letterario, ma anzi muovendosi con notevole mestiere ed eleganza attraverso i generi. Esordisce nel 1923 e pressoché da subito si fa notare per il proprio impegno politico: è infatti sin da giovanissima un’attivista vicina a idee anarchiche e socialiste, fortemente anti-monarchica, femminista e antifascista, e queste inclinazioni non mancano di emergere, in maniera più o meno esplicita, in quasi tutto ciò che scrive. Viene a mancare nel dicembre del 1984, tenendo vivo sino all’ultimo istante lo spirito combattivo e anticonformista che l’ha sempre caratterizzata.
Nella collana Bizarre, Agenzia Alcatraz ha pubblicato il suo capolavoro gotico del 1944, Lucifero e la bambina.

Tezer Özlü “Viaggio al termine della vita”, presentazione

Conosciuta a seconda come la principessa malinconica o la figlia selvaggia della letteratura turca, in viaggio sulle tracce dei suoi scrittori preferiti – Kafka, Svevo e Pavese -, Tezer Ozlu scrive con intransigente autoconsapevolezza intellettuale un autoritratto romanzato affascinante, familiare e liberatorio.(da Crocetti Editore)

Un diario scritto durante il viaggio dell’estate del 1982 alla ricerca dei luoghi vissuti dagli autori che avevano fatto parte della sua formazione: Kafka, Svevo e soprattutto Pavese.
Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1983 in lingua tedesca, lingua di cui è stata traduttrice, e poi rieditato in lungua turca dalla stessa autrice nel 1984. Oggi lo possiamo leggere anche in italiano nella traduzione di Giulia Ansaldo per Crocetti Editore.
Come tutti i diari non riporta solo momenti del viaggio o ne racconta solo le tappe, ma vi si annotano riflessioni, ne nascono associazioni sul suo passato e sul suo presente, registrando quindi un mondo interiore, fatto di emozioni, ricordi, assumendo caratteristiche introspettive: riemerge l’infanzia, cui ebbe a dedicare un libro autobiografico dal titolo “Le fredde notti dell’infanzia”, il passato e il suo presente di donna dalla psiche complessa, aveva tentato il suicidio a 18 anni ed era in seguito stata chiusa in manicomio; l’infanzia difficile, le sue esperienze di donna e dell’amore, della donna e della sua scrittura.
Un viaggio per l’Europa: a Praga in cerca di Kafka, a Trieste, a Santo Stefano Belbo dove era nato Pavese e a Torino all’hotel Roma  dove si era tolto la vita. Un memoir, un autoritratto interiore.
Tezer Özlü è morta giovanissima, all’età di 43 anni per un tumore al seno.

L’incipit

Oggi, nel più bel giorno di primavera, in questo momento incerto che mi e sembrato durare un attimo, un’ora o un periodo indefinito, mi viene la pelle d’oca mentre leggo Il vizio assurdo.
Apprendo stupefatta di essere nata lo stesso giorno in cui è nato Pavese: il 9 settembre. Io poco dopo la mezzanotte. Però, quando in Anatolia è passata la mezzanotte, a Santo Stefano Belbo non è ancora scoccata. Lo stesso giorno. Ma non lo stesso anno. Io sette anni prima del suo suicidio. Chissà perché qui leggo sempre Pavese. Quel che ci unisce è il fenomeno che abolisce il tempo.
Come se non l’avessi già letto a Istanbul. I battiti del mio cuore e tutte le immagini scorte dal mio occhio sono legati soltanto alle descrizioni che ha tracciato lui, alle frasi da lui costruite, alle parole che ha trovato. Perché? Qual è la ragione per cui mi identifico così tanto in lui?
“Ogni strada ha un volto ben preciso. Ogni collina è come un personaggio, ml dice. 

Virion Graçi “Il paradiso dei folli”, Bibliotheka Edizioni

DEBUTTO IN LINGUA ITALIANA PER UNA DELLE VOCI PIU’ NOTE DELLA LETTERATURA ALBANESE

Traduzione di Julian Zhara

Bibliotheka

Dal 20 giugno in libreria

Nei primi anni Novanta del secolo scorso un trentenne albanese emigra clandestinamente in Grecia. A casa la situazione precipita: il figlio Tori inizia a scrivergli lettere (che non gli invierà mai) per raccontare i continui tradimenti della madre Lora.   
Tori muore improvvisamente e la voce che gira in paese è che la madre abbia ucciso il figlio conficcandogli nel sonno un ago rovente in testa. Il protagonista rientra in Albania; la moglie è ricoverata in manicomio e lui si sposa con una ragazza bella e molto giovane, che si trova presto incinta e lo tradisce. 


Feroce realismo di matrice americana ed epopea balcanica, cruda rapsodia e narrazione incalzante si intrecciano nel romanzo Il paradiso dei folli dello scrittore albanese Virion Graçi .

Il padre si occupò seriamente del figlio dopo quattro anni, quando Ana, la sua seconda moglie, molto più giovane e bella di lui, aveva perfezionato l’arte della cucina. I cento e cin­quantacinque partecipanti alla cerimonia della traslazione delle ossa ebbero il raro privilegio di provare l’abilità della nuova donna di casa coi sette piatti tradizionali, cucinati da lei, per il pranzo della sepoltura.  L’uomo addetto alla sepoltura non rivelò al padre che dalla superficie del cranio di suo figlio emergeva la punta di un ago, giusto dello spessore che occupava prima la pelle. Il tanato­prattore, amico del padre, aveva strofinato con le sue mani tozze, coperte da guanti pesanti da muratore, il cranio mac­chiato, ma si era fermato sull’ago… un frammento libero… sì, era davvero un ago… lo aveva estratto con attenzione per non provocare danni o rumori strani… un ago lungo sette centimetri, un ago comune come quelli che usiamo tutti per cucire.

Nato ad Argirocastro nel 1968, Virion Graçi è una delle voci più interessanti della letteratura albanese contemporanea. Dall’esperienza dell’emigrazione clandestina in Grecia trae il suo primo romanzo, Il paradiso dei folli scritto a 22 anni pubblicato anche in Grecia e in Francia da Gallimard. Dopo aver lavorato per l’agenzia di stampa albanese Ata, è tornato ad Argirocastro come docente universitario di Letteratura e in seguito si è trasferito a Tirana all’Istituto di studi albanologici.

Richard Powell “Vacanze matte”, Bibliotheka Edizioni

Con una copertina di Paolo Niutta

dal 9 maggio in libreria

Bibliotheka 

Durante un viaggio in auto, una famiglia di sfaticati che vive di sussidi per la disoccupazione percorre per sbaglio una strada in costruzione e si ritrova senza benzina nel cuore del nulla americano. Per i Kwimper – padre, tre figli e una baby-sitter – quella terra di nessuno che non figura nemmeno sulle carte geografiche è il luogo ideale per ricominciare da capo e costruire, da veri pionieri, un nuovo mondo. Tuttavia, quella terra promessa va difesa dagli zelanti funzionari del governo, da una procace assistente sociale e da una banda di gangster incapaci. 
Salutato da un clamoroso successo di pubblico e portato sul grande schermo da Gordon Douglas con Elvis Presley, Vacanze matte conserva a distanza di anni la sua carica comica e dirompente. Balordi e irresistibilmente testardi, i Kwimper mettono in scena la loro disarmante ingenuità incarnando, senza volerlo, il simbolo della resistenza al conformismo dominante. 
Il libro, divenuto introvabile sul mercato italiano, ma particolarmente apprezzato da un pubblico di lettori affezionati e adottato da numerosi gruppi di lettura, viene ora riproposto con una copertina disegnata dall’artista Paolo Niutta.

Se papà stava attento a quel che diceva il cartello tutta questa storia non succedeva. Il cartello era sulla sbarra che chiudeva una traversa della strada dove stavamo marciando, e diceva: ASSOLUTAMENTE VIETATO IL TRANSITO AL PUBBLICO. Ma, dopo tanti anni che prendeva l’inden­nità di disoccupazione e l’assistenza per i figli a carico e tutta quell’altra roba, papà mica si considerava Il Pubblico. La sua idea era d’essere più o meno una parte del governo, per via che ci lavorava insieme da tanto. Il governo gli dava una mano e lui faceva del suo meglio per dar da fare al governo e così renderlo felice. Non potevano fare a meno l’uno dell’altro insomma, e a dire la verità credo che se non era per papà un sacco di statali potevano far fagotto e tornarsene a casa.

Richard Powell (1908 –1999), l’autore di questo capolavoro dell’ironia, scrittore e giornalista statunitense, dopo la laurea a Princeton ha lavorato al Philadelphia Evening Public Ledger e nell’agenzia pubblicitaria N. W. Ayer & Son. Divenne noto al grande pubblico con il bestseller L’uomo di Filadelfia (1956) che ispirò il film di Vincent Sherman I segreti di Filadelfia, tre nomination al Premio Oscar.

Horacio Quiroga “Un amore passato”, presentazione

Con la sua capacità di coinvolgere il lettore nelle vicende quotidiane dei suoi personaggi e di ricreare atmosfere uniche, Horacio Quiroga dà vita a un’opera di grande intensità dalla prosa limpida e struggente (da Orizzonte Milton)

Horacio Quiroga è vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento (nasce a Salto nel 1878), uruguaiano di nascita e argentino di adozione. Autore di racconti e di due romanzi, i primi, scritti tra il 1917 e il 1935, vennero pubblicati in Italia nel 2016 da Einaudi curati da Ernesto Franco: avevano per protagonisti “ex-uomini”, spesso incrocio “di provenienze diverse e di vite possibili, tutte bruciate” così scriveva Franco nella Prefazione, nati dalla sua esperienza nel Chaco e a San Ignacio Misiones, nel rapporto tra uomo e foresta, pezzi di vita che in maniera più o meno biografica e romanzata entrano nei suoi racconti e nei romanzi.
A Misiones, da lui stesso definito il paradiso infernale, condusse un’esistenza quasi leggendaria cercando di strappare terra da coltivare a un territorio selvaggio, costruendo con le proprie mani e la propria capacità inventiva ogni mezzo di sussistenza.
In “Un amore passato”, scritto nel 1929, tradotto in italiano da Carlo Alberto Montalto che ne ha curato la prefazione e la nota biografica,  racconta, su base autobiografica, di un uomo, vedovo da due anni, Maximo Moran, che in seguito al lutto abbandona la campagna per la città, ma per farvi ritorno e riallacciare i legami spezzati dal lutto recente; si riappropria quindi delle terre strappate a una natura indomita, dei paesaggi  e della compagnia dei suoi nuovi vicini ritrovando anche l’amore che pensava di aver perduto: Magdalena ed Alicia lo condurranno in un triangolo amoroso e ad un destino cui non sarà possibile sottrarsi.

Brevi note biografiche

Narratore uruguaiano (Ciudad del Salto 1878 – Misiones 1937), vissuto a lungo in Argentina, dove ebbe rinomanza come novelliere. Scrisse molti racconti dove ambientazioni e personaggi di stampo realistico convivono con elementi fantastici e dove le pagine dedicate alla descrizione della campagna risaltano per la prosa limpida. Fu autore di articoli letterarî sul genere del racconto. Opere principali, oltre a Cuentos de la selva (1918) e Anaconda (1921), il romanzo Historia de un amor turbio (1908) e le raccolte di racconti: El crimen del otro (1904); Los perseguidos (1905); Cuentos de amor, de locura y de muerte (1917); El selvaje (1924); El desierto (1924); Los desterrados (1926); Más allá (1935). Morì suicida (da Treccani)

Jean Potts “Due brave sorelle”, Edizioni le Assassine

Per la prima volta in italiano, Jean Potts : una casa e due sorelle intrappolate in un incubo. Un thriller che esplora le dinamiche familiari più oscure.

Traduzione di Paola De Camillis Thomas

Prefazione di Letizia Vicidomini

Edizioni le Assassine

Marcia e Lucy sono due sorelle. Vivono con un padre egoista e tirannico, un medico che ha il suo studio al pianterreno di un edificio di New York di proprietà della famiglia. Sebbene non abbiano una vita che si possa dire allegra, hanno però una tranquillità economica data proprio da quella casa, dove sono nate e dove hanno sempre vissuto.
Un tardo pomeriggio si ritrovano a origliare i discorsi del padre, che sta progettando di sposare al più presto Pam, la sua infermiera, mentre il destino delle figlie sembra essere l’ultimo dei suoi pensieri. Marcia e Lucy stanno così per perdere l’unica sicurezza che possiedono: la loro casa. Marcia che ha un lavoro pare più in grado di affrontare la situazione, mentre Lucy, che è sempre rimasta a casa a prendersi cura del padre, sembra ricevere il colpo maggiore. Quasi subito nasce in loro l’idea di commettere un omicidio. Prima pensano di eliminare Pam, ma poi la soluzione più efficiente risulta quella di uccidere il padre. Non c’è tempo. Dopo una serie di goffi progetti, quando alla fine sono pronte per farlo, il piano va a monte, perché il destino interviene a loro favore.
Tutto risolto? No. In un crescendo di ossessioni, stupidi errori, sospetti e paure ingiustificate la storia precipita. Le sorelle si espongono al punto da essere ricattate. Eppure, non hanno ucciso nessuno, hanno solo pensato di farlo.

 Dalla prefazione di Letizia Vicidomini:

«Appena chiuso questo romanzo sono corsa a cercare qualche immagine dell’autrice, per l’esigenza fortissima di darle un volto, dopo essere stata stretta nelle spire della sua scrittura. Come sempre capita non ho trovato nessuna corrispondenza tra la serena normalità e il sorriso tenue di una pacata signora nata in Nebraska nei primi anni del secolo scorso, e l’entomologa impegnata a sezionare come insetti le due protagoniste della storia. Il loro animo, intendo, i moti vorticosi del desiderio che può diventare letale anche quando non soddisfatto. Forse soprattutto in quei casi, in risposta al motto che predica “attento a ciò che desideri, perché potrebbe realizzarsi” e – aggiungo io – questo potrebbe non piacerti. Le due sorelle Marcia e Lucy sono donne già fatte eppure rimaste figlie, incatenate a un padre incombente come un’ombra lunga e solida che le schiaccia al suolo. La Potts mette per primo lui sotto una lente impietosa, attualissima e critica. È un uomo che domina e nello stesso tempo blandisce, un despota (Marcia lo chiama Sua Altezza) che però sbava davanti alle moine di una infermiera giovane e procace. È un affascinante esemplare di insetto maschio con mandibole forti, che spezzano regolarmente i sogni delle figlie. Loro, invece, sono rispettivamente un insipido bruco, che diventerà farfalla a modo suo nell’evolversi della vicenda, e un attraente ragno pavone che danza spavaldo davanti alle sue vittime, però nascondendo una fragilità tacitata solo da drink terapeutici.»

Jean Potts è nata nel 1910 ed è morta nel 1999. Dopo aver lavorato come insegnante e giornalista, si trasferisce dal Nebraska a New York, dove scopre la sua vocazione di scrittrice. Pubblica racconti per diverse riviste, tra cui Collier’s, McCall’s, Cosmopolitan, Redbook, Ellery Queen’s Mystery Magazine, Alfred Hitchcock’s Magazine e Women’s Day. Con un suo romanzo vince il prestigioso Edgard Award nel 1954. Pubblica in tutto 14 romanzi che sono stati tradotti in diverse lingue.