Gianfranco Tondini “Nella spirale di Fermat”, Fernandel Editore

Come i rami di una spirale,le vite dei protagonisti  si intrecciano e si separano. 
In un gioco di specchi e illusioni, dovranno scoprire se l’amore può trionfare sull’odio e sull’arte sul crimine

Fernandel

Immaginate un mondo dove l’arte e il crimine si intrecciano in una danza pericolosa, proprio come i rami della spirale di Fermat che si rincorrono all’infinito.


Al centro di questo vortice troviamo Wainer e Sara, due anime un tempo unite e ora separate da una crudele malattia e dai capricci del destino. Wainer è un gallerista di provincia che si trova sull’orlo del baratro finanziario. Disperato e con le spalle al muro, si avventura nel torbido universo delle contraffazioni, arrivando paradossalmente a falsificare un’opera autentica. Nel frattempo, a Lione, Sara combatte la sua battaglia personale. Divisa tra un ruolo di prestigio all’Unesco e la lotta contro la sua malattia, si dedica anima e corpo al lavoro. Ma il destino ha in serbo per lei una sfida inaspettata: gestire le conseguenze del furto di un Rembrandt, un compito che la trascinerà in un vortice di intrighi e pericoli.
Nella spirale di Fermat” è un thriller che fonde azione e mistero nel mondo dell’arte contemporanea e che conduce il lettore in un labirinto di passioni, crimini e segreti. Ma è anche una storia di perdita e di amore. Wainer e Sara, ora distanti, lottano ciascuno con la propria solitudine, ricordandoci che anche nelle spirali più complesse della vita il cuore continua a battere, cercando una via per ricongiungersi.

INCIPIT. 

Era andato tutto a rotoli in due secondi. Wainer stava cucinando delle uova fritte, il perfetto pasto dei solitari, quando come niente il telegiornale aveva esploso la notizia: è morto il celebre artista Reinhard Bohrst. Trattenendo il fiato si spostò di fronte allo schermo, dove incalzata dal vento la corrispondente da Vienna esponeva con tono energico il necrologio, cui seguiva una dichiarazione contrita del ministro della Cultura austriaco: ha arricchito il mondo, il mondo lo piange. Wainer sedette davanti al piatto vuoto e un orecchio gli si chiuse sibilando. Per qualche attimo sentì solo le pulsazioni accelerate che martellavano il timpano, più forti del trillo che cominciò a levarsi dal telefono e che ignorò. Era morto Reinhard Bohrst. Morte improvvisa, aveva detto la TV. Com’era possibile? Era abbastanza vecchio perché potesse succedere, questo sì, certo, sarebbe morto prima o poi, è ovvio, come chiunque, ma lui era Zeus, era in piena forma, non era nei pensieri di nessuno che potesse morire, com’era possibile? La padella sfrigolava sul fuoco. Wainer aveva le narici spalancate dal fiatone. Che fosse morto proprio adesso era per lui una sfortuna efferata e una catastrofe. Non che ne soffrisse umanamente, non ne aveva motivo, non era quello, ne soffriva come un giocatore che aveva puntato tutto ciò che possedeva in una mano e aveva perso.

Gianfranco Tondini dagli anni Ottanta ha lavorato come attore, regista e autore in teatro e in televisione. Negli ultimi anni è entrato in confidenza col mondo dell’arte contemporanea. Vive a Ravenna. Nella spirale di Fermat è il suo primo romanzo.

Pietro Grossi “Qualcuno di noi”, presentazione

[…]Qualcuno di noi è l’opera matura di uno dei più grandi scrittori italiani, finalmente davanti alla cruciale occasione di visitare se stesso e di accompagnarci tutti dentro un abisso in cui si gioca senza regole, sul ciglio del nonsenso.(da Libri Mondadori)

Dopo sette anni l’autore di Pugni ritorna in libreria con un romanzo che potrebbe essere etichettato come autobiografia letteraria anche se, come l’autore sottolinea nella sua recente intervista di Caterina Soffici (tuttolibri çLa Stampa sabato 18 gennaio 2025), “È un romanzo a tutti gli effetti” anche se, occorre aggiungere, corale, fatto da tanti “io” e quindi “noi”, tanto che non viene adoperata la prima persona, ma un noi narrante. A tale proposito, interessante e opportuna la domanda della Soffici:
“Perché la scelta inusuale della prima persona plurale, quel “noi” fatto di voci diverse che litigano come una ciurma a bordo di una nave?”

Con una risposta a sua volta chiarificatrice

“È stata la piccola epifania della stesura di questo libro. Erano talmente tanti i picchi e i punti oscuri della mia storia che ho scelto di investigare la vita nascosta del personaggio che conoscevo meglio, cioè io. Quello che volevo fare era circoscrivere una caratteristica della mente umana, ovvero le moltitudini interiori. E l’ho capito leggendo Il lupo nella steppa, dove la vita di Harry è composta da cento, mille poli, come quella di tutti gli uomini”.

Cosa deve quindi aspettarsi il lettore, ci chiediamo?: per rispondere riutilizziamo quanto l’intervistatrice sottolinea nella premessa all’intervista medesima “un romanzo-mondo che contiene anche pezzi delle vite di ciascuno di noi, o almeno chi di noi si ritiene un essere imperfetto alla ricerca di un luogo dove approdare”.
Dopo sette anni di silenzio, dopo il successo di Pugni con cui entrò a far parte della cinquina dello Strega nel lontano 2006, e dopo l’ultima opera editata nel 2018, lo scrittore riassume in poche righe il percorso fino a questo romanzo di approdo: “I primi due anni li ho passati ad allineare e riscrivere cose scritte nei quindici precedenti che a un tratto mi sono reso conto avevano a che fare con lo stesso tema e la stessa storia, la mia. Erano 750 pagine, con Alberto Rollo ci abbiamo lavorato parecchio per arrivare alla forma attuale”.

Pietro Grossi – Scrittore italiano (n. Firenze 1978). Ha frequentato la scuola Holden, e ha esordito nella letteratura nel 2000 con Touché. Ha poi vissuto per un anno a New York, dove ha lavorato per una società di produzioni cinematografiche. Tornato in Italia per alcuni anni ha tra l’altro collaborato con case editrici e con un’agenzia di pubblicità. Del 2006 è Pugni, finalista del Premio Viareggio e dello Strega e vincitore di alcuni premi letterari, tra cui il Premio Pietro Chiara. Tra gli altri scritti pubblicati si ricordano: L’acchito (2007), Martini (2010), Incanto (2011), L’uomo nell’armadio (2015), Il passaggio (2016), Orrore (2018) e Qualcuno di noi (2025).(da Treccani)

Paolo Ruffilli “Fuochi di Lisbona”, presentazione

[…]Come dice Antonio Tabucchi in una nota di lettura che aveva stilato ancora sul dattiloscritto e che accompagna ora questa prima edizione, “Fuochi di Lisbona” «è un romanzo sull’amore e la passione, oltre che d’amore e di passione, come conoscenza viva delle cose negli universi opposti di un uomo e di una donna». Il libro è anche l’espressione dell’amore che Paolo Ruffilli nutre da sempre per uno degli scrittori più geniali ed enigmatici del Novecento, costantemente rincorso in queste pagine al punto da diventarne uno dei personaggi principali o addirittura il deus ex machina stesso dell’intera vicenda.(da Passigli Editori)

La nota di Tabucchi fu scritta dopo la lettura del romanzo di Ruffilli   allora  in prima stesura, era il  2012 ma l’opera non venne inviata all’editore proprio perché l’autore non la riteneva ancora matura: un testo quindi riletto e rivisto a lungo fino alla sua recente pubblicazione

Il protagonista del romanzo, ambientato nei giorni nostri, si reca a Lisbona per partecipare a una conferenza dedicata a Pessoa, lì incontra una donna  il cui nome è Vita, altamente simbolico, che inciderà profondamente tanto da modificarne l’esistenza. L’opera fa fin da subito s’intreccia con il vissuto del poeta portoghese, rappresentato dalle citazioni di scritti e soprattutto lettere alla giovane Ophélia Soares Queiroz: citazioni tratte da Pessoa,  lettere originali tra Fernando e Ophélia, versi di Hélder, canzoni di Amália Rodrigues documentano il rapporto tra i due amanti, nei luoghi della città che lo vedono realizzarsi e cui la città stessa partecipa, una città che sa innamorare. Nella finzione romanzata è poi possibile ricostruire quanto le fonti non menzionano e non partecipano a colmare i vuoti.
E in questo intrecciarsi tra presente e passato, tra amore dell’uno e del protagonista dall’altro, si genera una felice e stimolante  fusione dei due piani, quello della citazione e quello della narrazione che procede così in introspezione e per chi legge in riflessione su questioni universali.

Paolo Ruffilli (1949) ha pubblicato i libri di poesia: “Piccola colazione” (Garzanti, 1987), “Diario di Normandia” (Amadeus, 1990), “Camera oscura” (Garzanti, 1992), “Nuvole” (con fotografie di Fulvio Roiter, Vianello Libri, 1995), “La gioia e il lutto” (Marsilio, 2001), “Le stanze del cielo” (Marsilio, 2008), “Affari di cuore” (Einaudi, 2011), “Natura morta” (Aragno, 2012), “Variazioni sul tema” (Aragno, 2014), “Le cose del mondo” (Mondadori, 2020). In ambito narrativo, ha pubblicato “Preparativi per la partenza” (Marsilio, 2003), “Un’altra vita” (Fazi, 2010), “L’isola e il sogno” (Fazi, 2011). Oltre alle traduzioni e alle curatele di classici italiani e stranieri, è autore delle biografie di Ippolito Nievo e di Carlo Goldoni (Camunia, 1991 e 1993), dei testi teatrali “La morte giovane” e “La vita che verrà”, e del saggio “Maschere e figure – Repertorio dei tipi letterari” (Il ramo e la foglia, 2023).

Francesco Vidotto “Onesto”, presentazione

[…]Nella sua semplicità, Onesto ci rivela qualcosa di universale: “in molti credono che per scalare ci voglia forza, invece è proprio il contrario. Scalare, come vivere, non è questione di tenere, è questione di lasciar andare. Ogni cosa. La paura, l’incertezza, i problemi, le soluzioni, il passato, il futuro, le prese, gli appigli. Tutto quanto. Lasciare andare in un movimento continuo che avvicina al cielo”. Francesco Vidotto è un narratore capace di andare dritto al cuore delle cose. Con la storia di Onesto, Santo e Celeste ci emoziona, ci commuove, ci accompagna in alto, dove l’aria è sottile e ci si sentiamo intimamente rinnovati, capaci di guardare la vita con occhi nuovi.(dal Catalogo Bompiani Editore)

Francesco Vidotto ambienta il suo ultimo romanzo tra i boschi e le montagne del Cadore dove lui stesso vive ormai da anni dopo aver lasciato la sua precedente carriera di manager a Treviso e ci racconta la storia di Onesto e Santo, due gemelli, la cui vita è stata travagliata da separazioni e ricongiungimenti, da momenti di felicità e di tristezze, da povertà e paure,  violenze e amore, un amore immenso e tanto grande da essere eterno, che sopravvive ad ogni forma di angherie del destino,
che sa sopravvivere a qualunque cosa.

Guido Contin vive in una vecchio casello di una ferrovia dismessa tra i boschi del Cadore, unica compagnia la gatta di nome Moglie. In una cartellina che conserva con cura tiene raccolte una serie di lettere indirizzate alle cime delle montagne e respinte al mittente, scritte a mano in dialetto cadorino e firmate con il nome di Onesto dove da vecchio racconta la sua vita: del fratello Santo, dell’incontro con Celeste, l’amore della sua vita, la guerra e un segreto racchiuso in poche parole dedicate a Celeste “Le mie montagne sei tu”. Vite semplici e straordinarie a un tempo, storie di dolore e di vita, accolta così com’è, in tutte le sue facce.

Joyce Carol Oates “L’incidente in bicicletta”, presentazione

Il Saggiatore

Un romanzo breve che propone tematiche più volte presenti nelle opere dell’autrice. Pubblicato lo scorso anno sul New Yorker è stato tradotto da Carlo Vidotto e pubblicato in Italia da Il Saggiatore. Tema centrale è il rapporto tra madre e figlia e più ampiamente il rapporto familiare all’interno di una tranquilla e normale famiglia americana: ipocrisia, inadeguatezza, volontà di non voler vedere costruendo i rapporti interpersonali sull’apparenza.
Si apre con i preparativi di un ricevimento in giardino per festeggiare il fidanzamento di una nipote orfana da parte della padrona di casa, Arlette, una donna matura, madre di tre figli dei quali una è Evie la tredicenne che, allontanatasi senza avvertire da casa proprio in quell’occasione, resta vittima di un grave incidente:

Un avvenimento che segnerà un effettivo cambiamento sia nella ragazza che nella madre, la prima più aggressiva e quasi desiderosa di vendetta: custodisce un segreto che non rivela o che non vuole essere visto, un altro incidente, ben oltre quello avuto in bicicletta.
L’autrice non palesa apertamente ma accompagna il lettore verso un dubbio che diventa quasi certezza nell’agnizione finale.

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Pericoli di un viaggio nel tempo

La notte, il sonno, la morte e le stelle

La nuova gattina

Adelio Fusé “Di chi sono queste insonnie”, Manni Editore

In un mondo sospeso tra realtà, sogno e finzione, uno scrittore e un agente letterario intrecciano le loro vite in un vortice di parole complici, ricordi e comportamenti condivisi.

Un romanzo dove la dimensione esistenziale si fonde con quella letteraria.

Manni Editori

“L’insonnia è l’esistenza che resta vigile e si fa racconto.”
Aldous Canti

Di chi sono queste insonnie intreccia le vite dello scrittore Aldous Canti – “scrittore estremo”, anzi, per autodefinizione – e del suo agente letterario Manlio Roveda. La narrazione, che si snoda dal 1999 al 2023, con flashback che si estendono fino agli anni ’30 nella Val d’Orcia, in una trama mossa da sovrapposizioni temporali e geografiche esplora sfaccettature e implicazioni di un’amicizia unica. 
Aldous, il protagonista, è un personaggio affascinante, un visionario amante delle contraddizioni e dei paradossi: un autore d’élite che ha pubblicato casualmente un best-seller, un solitario con l’occhio sempre rivolto ai fatti della storia e sensibile ai legami affettivi solidi, un interlocutore a proprio agio nella parola torrenziale come nel silenzio.

La sua decisione di ritirarsi nel Finisterre galiziano, “un luogo estremo per uno scrittore estremo”, dà il via a una serie di visite di Manlio, trasformando la sua presenza nei luoghi dell’amico in una ricerca avventurosa, carica di aspettative e non priva di misteri. Le vicende si intensificano quando Aldous viene colpito da una malattia neurodegenerativa. La sua lotta contro questo duro imprevisto, sostenuta con ironia e determinazione, porta a un cambiamento di prospettiva con ripercussioni su entrambi. è anche il momento in cui la voce di Aldous emerge più forte, proiettandosi in un toccante bilancio tra letteratura e vita, significati certi e interrogativi precari.

Intorno ai due protagonisti si muove un folto gruppo di personaggi vividi, del passato e del presente, incontrati nella vita vera o presenti nelle storie raccontate da Aldous, ognuno con spiccate particolarità. Tra loro è inclusa una Lady Writing personificazione della Scrittura stessa, mentre le ambientazioni suggestive assegnano ai luoghi il ruolo di altrettanti personaggi.

Una coda onirica in una Londra distopica aggiunge una svolta ulteriore alla narrazione, ampliando i confini dell’esperienza reale. Manlio ne uscirà intraprendendo a sua volta, in un capovolgimento dei ruoli, il cammino della scrittura, e chiudendo così il cerchio.

Incipit 

«Conobbi Aldous Canti nel buio di una grande stanza. Il casolare verso cui eravamo diretti si serviva della campagna per fare il vuoto intorno o avveniva invece il contrario? Lo spazio circostante sembrava lì apposta per inghiottire qualunque meta e per riservare identica sorte a chiunque volesse giungere a destinazione. La strada era una lingua di asfalto bucherellata e infida, piantonata dalle risaie e propensa, inoltre, a restringersi, mentre le ruote dell’auto giravano in bilico e pronte a tradire, sdrucciolando oltre il bordo. Norma, intanto, se ne stava con la luna storta, inclinata a differenza della luna vera, diritta e stabile in cielo nella sua bianca metà, finché non sparì, la luna vera, dietro le nuvole, spruzzatine grigioline sullo sfondo sempre più annerito del cielo. Fra non molto il cielo e la terra avrebbero composto uno strato unico più nero della pece. La nota lieta era l’aria notturna, già estiva, che punzecchiava la pelle attraverso i finestrini abbassati.

Adelio Fusé (1958), vive a Milano, dove ha lavorato in ambito editoriale. Ha pubblicato saggi, libri di poesia (l’ultimo, Mosaico del viandante, Book Editore, 2023; segnalato al Premio Lorenzo Montano), romanzi (con Manni Lastrazione non è la mia passione principale, 2018 e Le direzioni dell’attesa, 2020). Collabora con artisti, fotografi, musicisti e scrive per varie riviste. Ha curato una rubrica di musica e poesia nel sito altremusiche.it.

Roberto Alajmo “Il piano inclinato”, presentazione

[…]In questo romanzo Roberto Alajmo conferma il suo talento nel trattare la tragedia come commedia e la commedia come tragedia. Il suo Ousma – come tutti noi –non è cattivo e non è buono, costretto com’è a destreggiarsi tra l’euforia dei sogni e lo sconforto della realtà. Un protagonista che si sottrae agli stereotipi opposti che riguardano i migranti, dipinti sempre come vittime o come delinquenti. C’è però una forza che spinge Ousma e quelli come lui sempre oltre, sul piano inclinato del caso e della fatalità.(dal Catalogo Sellerio )

Ousmane Keità, ovvero Ousma, ha 17 anni  è  in fuga dal Mali, su una barca rottame che, nelle acque di Lampedusa, si rovescia. Alajmo racconta la vicenda accopmpagnando il lettore dentro un “prima”, fatto di racconto del presente e flashback che  ripercorrono, anche se non in ordine cronologico,  momenti della vita del protagonista: l’ambiente di provenienza, le vicende familiari di lui figlio della seconda moglie del padre che, in difficoltà economica la ripudia,  e del suo lascito in punto di morte che racchiude in “apri la finestra” un consiglio di vita, che Ousma accoglie decidendo di vivere lontano da casa, e oltre verso l’Europa. Quindi la partenza e le prime tappe ed esperienze a Bamako, quindi il viaggio nel deserto, la prigionia nei campi in Libia, fino al naufragio e all’approdo a un Centro di accoglienza e a un Rifugio di Palermo che ospita  i minori non accompagnati: ed è da qui che  si apre il “dopo” e il racconto si fa noir.

Roberto Alajmo (1959) vive a Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001, Sellerio 2022), Cuore di madre (2003), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010). Con questa casa editrice ha pubblicato inoltre Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018), Repertorio dei pazzi della città di Palermo (2018), Io non ci volevo venire (2021), La strategia dell’opossum (2022), La boffa allo scecco (2023), Abbecedario siciliano(2023), Il piano inclinato (2024).

dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

L’arte di annacarsi

Io non ci volevo venire

La strategia dell’opossum

Miranda July “A quattro zampe”, presentazione

Traduzione di Silvia Rota Sperti

[…]è un viaggio nella mente di una donna che potrebbe essere tutte le donne, se avessero il coraggio di dar voce alla propria emancipazione sessuale e di pensiero. Ed è un viaggio che, se da un lato fa ridere fino alle lacrime, dall’altro tocca il cuore del lettore affrontando da una prospettiva originalissima temi come la crisi matrimoniale, il rapporto con i figli, il tradimento, la menopausa e l’umano, umanissimo desiderio di sentirsi liberi e amati.(da Opera, Feltrinelli Editore)

Protagonista è una quarantacinquenne in crisi come moglie e soprattutto come donna: decide così, lasciando a casa un marito ormai noioso e un figlio settenne, di partire da sola in macchina per un viaggio da Los Angeles a New York, un’ occasione  per rinverdire desideri ormai soffocati e fantasie ancora inesprese.
Il viaggio però si interrompe quasi subito appena fuori Los Angeles, in una stazione di servizio, quando un ragazzo le lava il vetro dell’auto e i loro occhi si incrociano, un incontro che la porta a fermarsi in un Motel e a calarsi in una serie di esilaranti e avventurose storie di amore e di sesso e a scoprire se stessa e la libertà perduta.
Ne nasce una storia audace, licenziosa, ma anche toccante e molto umana.
Miranda July racconta con humour ma anche con profondità, l’età di mezzo di una donna alla prima esperienza con quella se stessa che sente “vecchia”: vuole ritrovare una se stessa che sappia esserlo sempre, con le amiche e tra le mura domestiche.
Un viaggio dentro le domande che scaturiscono da pensieri e riflessioni, ma anche da dentro un corpo, nuovo, di una donna che si interroga con profonda ironia.

Miranda July è un’artista, scrittrice e regista americana. Cresciuta a Berkeley, California, vive a Los Angeles. I suoi video, le sue performance e i suoi progetti basati sul web sono stati presentati in posti come il Moma, il Guggenheim Museum e in due edizioni della biennale del Whitney Museum. Nel 2005 è uscito il suo primo lungometraggio – scritto, diretto e interpretato da lei – Me and Youand Everyone We Know, accolto con unanime consenso di critica e pubblico, con il quale ha vinto il premio speciale della giuria al Sundance Film Festival e il premio Camera d’Or a Cannes. I suoi racconti sono stati pubblicati su “The Paris Review”, “Zoetrope”, “The New Yorker” e “McSweeney’s”; la sua raccolta di storie Tu più di chiunque altro (Feltrinelli, 2009), ha vinto il premio Frank O’Connor. Il suo secondo lungometraggio The Future è uscito nell’estate del 2011. Ancora per Feltrinelli, Il primo uomo cattivo (2016).( da Autori, Feltrinelli Editore)

Laestadius Ann-Hélen “La ragazza delle renne”, presentazione

Traduzione di S.Culeddu, S. A. Scali

[…]Romanzo di formazione e canto d’amore per un mondo che sta scomparendo, basato su una storia vera, La ragazza delle renne mette a nudo le tensioni che sorgono quando la modernità si scontra con una cultura tradizionale e con strutture patriarcali profondamente radicate, mentre la xenofobia è in aumento e i cambiamenti climatici mettono a repentaglio la sopravvivenza di un popolo che custodisce una sempre più fragile eredità indigena. E nello splendido scenario di favolosi paesaggi invernali, dove le renne corrono libere su distese infinite e sotto cieli immensi, l’orecchio di un cucciolo segretamente preservato in una scatola diventa il simbolo di tutto ciò che potrebbe andare perduto. Di tutto ciò che, forse, è già andato perduto.(Da Libri Marsilio Editore)

Elsa, la protagonista, è una ragazzina Sami di 9 anni che vive oltre il Circolo Palre Artco, in quella che è la Lapponia svedese, con il padre, la madre, un fratello maggiore e le renne.
I Sami sono una minoranza che vive articolata in varie comunità sparse tra la Svezia, la Norvegia, la Finlandia e la Russia. La loro è una cultura ricca di tradizioni, lingue, conoscenze legate soprattutto alle renne.
L’Autrice mette in luce la discriminazione che la minoranza etnica svedese ha subito nel corso degli anni per la sua determinazione a mantenere uno stile di vita tradizionale come pastori di renne tanto che  la vita della comunità è strutturata attorno ai cicli dell’allevamento degli animali.
La storia si ispira a fatti realmente accaduti che mettono in luce le difficoltà di una comunità combattuta tra tradizione e modernità in un ambiente naturale non abbastanza tutelato e protetto negli scontri tra la minoranza e la maggioranza svedese
Nell’inverno del 2008, Elsa assiste all’uccisione di un suo cucciolo di renna da parte di un cacciatore che la porta a tacere perchè è troppo terrorizzata per rivelare il suo nome, anche se suo padre e suo fratello sospettano di un ubriacone locale, Robert Isaksson. Come al solito, da quando i cacciatori non Sami hanno iniziato a torturare e mutilare i preziosi animali, la polizia locale si rifiuta di registrare i crimini come qualcosa di più di un furto ma per i Sami gli attacchi minacciano la loro stessa esistenza: il caso pertanto viene archiviato, ma il trauma perseguiterà Elsa fino all’età adulta, quando la continua cattiveria dell’uomo verso i Sami spingerà gli eventi verso un epilogo sanguinoso e inaspettato.

Ann-Helén Laestadius (1971), scrittrice e giornalista di origine sami, vive con la famiglia a Stoccolma. Dopo una serie di libri per bambini e ragazzi, per i quali ha ricevuto anche il prestigioso Augustpriset, La ragazza delle renne è il suo primo romanzo per adulti. Venduto in ventitré paesi, è diventato un film di successo per Netflix.

Le novità Voland: dal 13 dicembre in libreria

David Machado Sotto la pelle traduzione diRomana Petri

“Ci sono domande che nascono dalle fessure tra le parole.”

Voland

Júlia non ha mai detto la verità su quello che le è accaduto. Nemmeno ai genitori, che la sentono sempre più distante; né ai suoi amici, che non vede da mesi. L’incontro con la piccola Catarina la fa uscire per un attimo dal torpore. Un uomo in carcere decide di scrivere la sua storia d’amore con una donna che non vuole essere amata. Un ragazzino registra, per l’adulto che diventerà, delle audiocassette in cui racconta la sua strana vita con la madre, che lo ha isolato in una casa sul limitare di un bosco. Tre storie si intrecciano a distanza di anni, tre voci narranti per un romanzo affascinante che parla di violenza e redenzione.

L’autore  Nato a Lisbona nel 1978, DAVID MACHADO è tra le voci più affermate della letteratura portoghese. Autore di narrativa per adulti e ragazzi, ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Prémio Branquinho da Fonseca nel 2005 e l’EU Prize for Literature nel 2015 con il romanzo Indice medio di felicità (Neri Pozza), dal quale nel 2017 è stato tratto anche un film. I suoi libri sono tradotti in Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia e Islanda.

Stéphanie Hochet William traduzione di Roberto Lana
“Un uomo può distruggere l’universo altrui  senza infrangere  alcuna legge.”    

 

Voland

Cosa è successo nella vita di William Shakespeare tra il 1585 e il 1592, dai ventuno ai ventotto anni? Nessuno lo sa. Sono questi “anni perduti” che Stéphanie Hochet trasforma in una straordinaria avventura letteraria. William, sposato e padre di tre figli, si sente schiacciato dalle responsabilità familiari e sogna di diventare attore. Per inseguire questo desiderio, decide di fuggire e di entrare in una prestigiosa compagnia teatrale. In un’Inghilterra dove la peste dilaga il suo destino cambia. Decisivi saranno gli incontri con Richard Burbage, che gli ispirerà il personaggio di Riccardo III, e con l’affascinante Christopher Marlowe… Un ritratto intimo del grande drammaturgo inglese che Hochet intreccia con i ricordi della propria esistenza. Temi come l’ambiguità di genere, il conflitto generazionale, il desiderio di fuga e perfino il suicidio assumono una nuova luce, svelando inaspettate affinità tra la vita dell’autrice e quella del suo personaggio.

L’autrice  Nata a Parigi nel 1975, STÉPHANIE HOCHET ha esordito nel 2001 con il romanzo Moutarde douce a cui sono seguiti numerosi altri libri
pubblicati con le più importanti case editrici francesi. Nel 2009 ha ricevuto il premio Lilas e nel 2010 il premio Thyde Monnier de la Société des Gens de Lettres. Ha curato una rubrica per “Le Magazine des Livres” e collaborato con “Libération”. Dell’autrice Voland ha già pubblicato Sangue nero (2015), Elogio del gatto (2016), Un romanzo inglese (2017), Il testamento dell’uro (2019) e Pacifico (2021).