Gigi Moncalvo “Agnelli – The Italian Royal Family”, Vallecchi Editore

Vallecchi

Il grande interesse con cui il pubblico segue le più recenti vicende della ex-royal family, con la guerra ventennale per mettere le mani sull’immensa e sommersa eredità di Gianni Agnelli e poi di sua moglie Marella, è motivato dalla scoperta di particolari inediti e talvolta incredibili riguardanti il gigantesco patrimonio e l’intreccio di società, specie nei paradisi fiscali, che caratterizzano gran parte degli ultimi cinquant’anni di questa Famiglia. Tutto sarebbe rimasto ancora oscuro se la figlia di Gianni Agnelli non avesse deciso di scatenare una guerra con la propria madre, prima, e il suo primogenito poi, poiché si ritiene “derubata” di una cospicua quantità dell’ex patrimonio paterno di cui, a metà con Marella, era la legittima erede.

La figura del vecchio Senatore viene qui delineata in tre aspetti fondamentali. Prima di tutto descrivendo i modi in cui Giovanni Agnelli senior si impossessò della Fiat portandola via agli altri veri fondatori, e raccontando quel che avvenne nel processo di Torino in cui era imputato. Secondo: descrivendo i metodi con cui abbatteva tutti gli ostacoli sul suo cammino, come ad esempio il senatore Frassati, al quale portò via “La Stampa”, e poi Riccardo Gualino, un geniale e poco noto imprenditore che divenne socio di Agnelli, acquistarono banche ed ebbero un intreccio d’affari redditizio per oltre dieci anni, fino a che il padrone della Fiat decise di rovinarlo…Infine, gli “affari” col fascismo, la fortuna di accumulare ricchezze enormi grazie alle forniture per le due guerre mondiali, la passione di farsi pagare in lingotti d’oro, il gigantesco accumulo di metallo pregiato trasferito a Basilea. Ma per la prima volta vengono anche pubblicate le “pagine nere” che riguardano il Senatore: gli atti della Commissione per l’epurazione che stava per espropriare Agnelli dalle sue numerose industrie con l’accusa di collusione col fascismo. Solo la morte, nel dicembre 1945, salvò Agnelli dall’onta di una condanna. Ma i suoi memoriali inediti, insieme a quelli di Vittorio Valletta, rappresentano l’altra faccia del Senatore: non più tracotante e sicuro di sé, ma compassionevole nelle sue argomentazioni e nelle descrizioni di se stesso e del suo operato nel tentativo di far credere che era addirittura un…antifascista.

Gigi Moncalvo è autore dei libri-controcorrente Agnelli Segreti, I Lupi e gli Agnelli, I Caracciolo, ricchi di documentazione e di retroscena sui “peccati” nascosti e le verità mai scritte su quella che è stata definita l’ultima “Famiglia Reale” italiana. Nella sua carriera giornalistica ha lavorato in alcuni quotidiani tra cui il Corriere della Sera e il Giorno. In televisione è stato inviato speciale per le reti Fininvest-Mediaset, autore di numerosi reportage dall’estero, ideatore e conduttore di molti programmi. È stato dirigente di Raidue e ha condotto Confronti, in onda il venerdì sera per quattro anni. Ora si occupa di ideare format TV e dirigere media-training per dirigenti d’azienda. Vive in campagna nelle colline del Monferrato tra Piemonte e Liguria. Con Vallecchi ha pubblicato Agnelli coltelli nel 2022 e Juventus segreta nel 2023
http://www. gigimoncalvo.com

Dal 10 gennaio 2025 in libreria per Bibliotheka Edizioni:Benjamin Jacobs e August Kubizek

“IL DENTISTA DI AUSCHWITZ”, LA STORIA DEL RAGAZZO POLACCO CHE SI SALVO’ LA VITA CURANDO PRIGIONIERI E UFFICIALI

La biografia di Benjamin Jacobs scritta da lui stesso e accolta con favore unanime della critica negli Stati Uniti

Benjamin Jacobs Il dentista di Auschwitz
Traduzione di Alessandro Pugliese
In libreria il 10 gennaio
Bibliotheka


«I nostri nomi diventarono numero. E con il tempo capimmo perché. I numeri non avevano volto. Erano molto più facili da affrontare».

Il 5 maggio 1941 tre vecchi camion attraversano una strada sterrata polacca con a bordo centosettanta ebrei del villaggio di Dobra. Sono uomini di età compresa tra i sedici e i sessant’anni. Tra loro anche Berek Jakubowicz e suo padre, autorizzati a portare con sé solo un piccolo fagotto ciascuno. Il ragazzo non sa che quei pochi strumenti odontoiatrici utilizzati nel primo anno di formazione universitaria gli salveranno la vita.
La sua storia viene narrata dai lui stesso nel libro Il dentista di Auschwitz, firmato con il nuovo nome (Benjamin Jacobs) assunto negli Stati Uniti, dove emigrò dopo la liberazione (Bibliotheka, 376 pagine, 16 euro, dal 10 gennaio in libreria nella traduzione di Alessandro Pugliese). Nei cinque anni di privazioni trascorsi nei campi di sterminio nazisti, tra cui Buchenwald, Dora-Mittelbau, e Auschwitz (dove entrò in contatto con il famigerato Josef Mengele, medico e criminale di guerra), ha visto morire il padre ed è stato costretto ad esercitare la professione dentistica su prigionieri e ufficiali e ad estrarre i denti d’oro dei cadaveri appena usciti dalle camere a gas
Accolto con favore unanime dalla critica alla sua comparsa negli Stati Uniti, Il dentista di Auschwitz indaga sulla proliferazione del male dalla prospettiva di chi ha vissuto a stretto contatto con un orrore assoluto e onnipervasivo. Una lettura che meglio di qualsiasi libro di storia riesce a rendere un tempo in cui «i nomi divennero numeri senza volto» e in cui chi subì la deportazione «pur avendo il cuore pieno di lacrime, dimenticò per sempre come piangere».

 IL GIOVANE HITLER CHE HO CONOSCIUTO, RITRATTO DEL DITTATORE DA GIOVANE SCRITTO DALL’AMICO DI INFANZIA

Nell’opera di August Kubizek un adolescente alla deriva: ha fallito a scuola, è disoccupato e vive miseramente dipingendo cartoline

August Kubizek Il giovane Hitler che ho conosciuto
Traduzione di Alessandro Pugliese
Bibliotheka

«Per quanto la memoria mi ha concesso, ho tracciato il ritratto del giovane Hitler. Ma alla domanda, allora sconosciuta e inespressa, che pendeva sopra la nostra amicizia, ancora oggi non ho trovato una risposta: Quali erano le intenzioni di Dio quando creo quest’uomo?».

August Kubizek (1888-1956), direttore d’orchestra e scrittore austriaco, è stato l’amico fraterno di Adolf Hitler durante l’adolescenza. I due si conobbero nel 1904 ed entrambi frequentarono il Conservatorio a Vienna; gli studi vennero portati a termine solo da Kubizek, che vide la carriera interrompersi allo scoppio della prima guerra mondiale. I due si ritrovarono a metà degli anni Trenta, durante l’annessione dell’Austria alla Germania. Fu proprio in quel periodo che Hitler, divenuto Cancelliere, chiese a Kubizek di scrivere sulla loro amicizia.
Il risultato è il libro Il giovane Hitler che ho conosciuto, che Bibliotheka manda in libreria il 10 gennaio nella traduzione di Alessandro Pugliese (372 pagine, 16 euro).
Si tratta di uno dei più importanti testi per comprendere la figura del dittatore. Kubizek descrive in che modo si formarono il carattere feroce, l’impareggiabile forza di volontà e l’implacabile sistematicità mentale del più ingombrante, scomodo e crudele personaggio del Novecento.
Durante l’adolescenza, Hitler è un ragazzo alla deriva: ha fallito a scuola, è disoccupato, respinto dall’Accademia d’Arte di Vienna, vive miseramente dipingendo cartoline. Ma dietro quest’apparente inettitudine, Kubizek mostra il carattere di un individuo che, da questi inizi, facendo leva su una personalità magnetica, diverrà il conquistatore più potente e terribile della storia moderna, riuscendo a mobilitare i peggiori istinti di rivalsa del popolo tedesco.

Guy Chiappaventi “Il portiere di Ceaușescu”, Bibliotheka Edizioni

La storia di Helmut Duckadam, leggenda del calcio che parò 4 rigori al Barcellona, morto lo scorso 2 dicembre

È una storia lunga quasi quarant’anni e undici metri. La storia di quando una squadra di sconosciuti strappò, fuori casa, il titolo più importante del calcio europeo – la Coppa dei campioni – a una superpotenza, il Barcellona.

Era la notte magica del 7 maggio 1986 e, nello stadio di Siviglia, Helmut Duckadam, allora ventisettenne, riuscì nell’impresa di parare tutti e quattro i rigori dei giocatori catalani, in mondovisione e davanti a 60 mila spettatori e al Re di Spagna.

La biografia di questa autentica leggenda del calcio, morto il 2 dicembre scorso all’età di 65 anni, viene ricostruita dal giornalista Guy Chiappaventi, inviato speciale del tg La7 e premio Ilaria Alpi nel 1998, nel libro “Il portiere di Ceaușescu”.
 L’autore immagina che Duckadam – incarnazione del blocco comunista, “muro rosso”, “saracinesca romena” – racconti la sua storia in prima persona: “Non avevamo neanche le magliette per giocare, né l’energia elettrica per allenarci la sera a Bucarest e non potevamo accendere i riflettori dello stadio. Facevamo luce con i fari delle auto”.

Il Partito comunista romeno aveva promesso ai calciatori un premio prestigioso in caso di vittoria della Coppa dei campioni, una somma di denaro e una moto oppure un’automobile. “Da noi non era facile avere un’auto. Facevi domanda per una Dacia 1300 e poi aspettavi mesi, e qualche volta anni, prima che te la consegnassero. Quindi era un buon incentivo. Ma non avevamo bisogno di motivazioni oltre la posta in palio. Tutti volevamo giocare e vincere la finale, per noi stessi e per la patria. Insomma ci sentivamo pronti, sapevamo che sarebbe stata dura ma volevamo vendere cara la pelle”.
Quando la Steaua rientrò in Romania, all’aeroporto 15 mila persone accolsero i giocatori e almeno altrettante scesero in strada per seguire il tragitto del pullman fino a Bucarest. Fu un fatto insolito per il Paese comunista, dove le manifestazioni spontanee di piazza erano vietate, ma il regime volle capitalizzare la vittoria. Il presidente Ceaușescu invitò la squadra a palazzo e Duckadam diventò per sempre l’eroe di Siviglia, l’uomo che era stato capace di regalare una notte di felicità a un popolo che viveva con le luci spente, senza riscaldamento e con il frigorifero vuoto.

Guy Chiappaventi, giornalista, inviato speciale del tg La7 e premio Ilaria Alpi nel 1998, è autore di numerosi documentari e reportage di cronaca e costume. Dopo aver raccontato la suburra di Roma, la mafia e la ‘ndrangheta, negli ultimi anni ha seguito la cronaca giudiziaria a Milano. Ha pubblicato cinque libri: il primo, Pistole e palloni sulla Lazio anni Settanta, ha avuto otto edizioni in quindici anni.

“Miracolo a Milano. Parole, immagini e immaginari”, Oligo Editore

A 50 anni dalla scomparsa di Vittorio De Sica esce ‘Miracolo a Milano. Parole, immagini e immaginari’ A cura di Valentina Fortichiari e Sergio Seghetti

Presentazione di Paolo Baldini, Prefazione di Andrea De Sica

Testi di

Simona Ballatore, Giorgio Battistelli, Patrizia Carrano, Maria Carla Cassarini,Paolo Crespi, Luca Crovi, Gualtiero De Santi, Valentina Fortichiari, Paolo Mereghetti, Giuliana Nuvoli, Marco Palazzini, Stefania Parigi, Cochi Ponzoni, Mauro Raimondi,Loris Rambelli, Giovanna Rosa, Salvatore Sclafani, Studio Azzurro, Edoardo Veronesi Carbone

Con fotografie inedite di Mario De Biasi

OLIGO

Nel cinquantesimo della scomparsa di Vittorio De Sica, un omaggio a due capolavori: Miracolo a Milano, celebre film del grande regista, e al libro che lo ha ispirato, Totò il buono, dello scrittore e intellettuale Cesare Zavattini. E proprio da saggi su questi due grandi protagonisti del dopoguerra prende le mosse questo libro, che include un importante apparato iconografico, con disegni e fotografie (anche di scena e in parte inedite) e che affronta anche il tema dell’eredità culturale del film e del romanzo, a testimoniare che i veri capolavori non smettono mai di emozionare. Incontreremo la Milano della ricostruzione e della voglia di riscatto, ma anche una città afflitta da crisi economica e povertà, ma dove però possiamo già leggere le radici culturali della metropoli meneghina contemporanea. Pochi film hanno creato un legame così profondo con la città in cui sono stati girati come Miracolo a Milano.

«Pochi film sono riusciti a toccare – attraverso la dimensione fiabesca, surreale, magico-naturalistica – temi tanto universali da diventare simboli internazionali. Prospettiva glocal, sognante, lungimirante, con evidenti riferimenti al cinema delle origini, al circo, al fumetto, al disegno animato». Paolo Baldini

«Il mio Miracolo a Milano nasce dai ricordi di mio nonno Vittorio, nel senso che i miei ricordi sono i suoi film, dai capolavori neorealisti alle commedie che hanno reso splendente il cammino del cinema italiano dal dopoguerra in poi. Nasce dalle parole dette e scritte da mia nonna, Maria Mercader, che partecipò alle riprese, confortando e animando nonno Vittorio. È un film, come si può immaginare, che sta nel mio DNA, anche se io sono nato nel 1981, trent’anni dopo la sua uscita. Tutto quel tempo ha, se possibile, aumentato dentro di me i valori della leggenda di un film irripetibile, frutto della collaborazione creativa, e vorrei dire emotiva, tra Cesare Zavattini e nonno Vittorio. Per me, in questo momento, è anche un’occasione per rendere omaggio a mio padre, Manuel De Sica, che seguì il primo restauro del film e molto si è occupato della memoria di mio nonno: io provo a portare avanti il suo lavoro, ora che lui non c’è più.» Andrea De Sica 

I curatori:

Sergio Seghetti è nato a Milano nel 1956, laurea in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano ha lavorato nel Sistema Bibliotecario di Milano dal 1984 al 2021 e, in particolare, dal 1999 come responsabile dei servizi informatici. In pensione dal 2022 mantiene un rapporto di collaborazione con la Direzione Biblioteche del Comune di Milano. Nel 2014 avvia la collana di editoria civica “Gli ebook della Biblioteca Sormani” (finora circa 40 titoli per oltre 120 mila download complessivi).

Valentina Fortichiari è nata a Milano e oggi vive a Vigevano. Ha sempre lavorato in editoria, dirigendo le relazioni esterne e l’ufficio stampa di Longanesi. Dalla passione per l’acqua e il nuoto è nato il suo romanzo d’esordio, Lezione di nuoto, Colette e Bertrand, estate 1920 (Guanda 2009, Solferino 2023; premi Rapallo, Grazia Deledda, Rhegium Julii) e la raccolta di racconti La cerimonia del nuoto (Bompiani 2018). Ha pubblicato per Oligo il romanzo Il mare non aspetta. Un viaggio emotivo in Norvegia (2024). Ha curato e cura opere di Cesare Zavattini per la Nave di Teseo e di Guido Morselli per Adelphi. Giornalista, saggista, collabora con varie testate periodiche.

Roberto Celestre “SALADINO. Il sovrano cavaliere”, Graphe.it

Saladino, figura leggendaria del XII secolo, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia. Questo libro, scritto da Roberto Celestre e arricchito dalla traduzione della Cronaca di Ṣalāḥ al-Dīn di Ibn Khallikān, offre uno sguardo approfondito sulla sua vita e le sue imprese. Dalla riconquista di Gerusalemme allo scontro con Riccardo Cuor di Leone, Saladino continua a incarnare l’ideale del cavaliere perfetto. Una biografia che unisce passato e presente

Graphe.it

Salāh al-Dīn, noto come Saladino, è tra gli indiscussi protagonisti del XII secolo nello scacchiere mediorientale. La sua popolarità è ancor oggi senza eguali non soltanto nel mondo arabo, tanto da essere considerato vera incarnazione del cavaliere perfetto. Di origine curde, nacque a Tikrīt nel 1138. Si mise in mostra quando nel 1163 partecipò alla spedizione nell’Egitto fatimide al seguito dello zio Shīrkūh, comandante dell’esercito del sovrano zenjide Nūr al-Dīn, conclusasi nel 1169. Morto improvvisamente lo zio, Salāh al-Dīn divenne prima visir (primo ministro) d’Egitto, quindi nel 1171 pose fine al califfato fatimide del Cairo. Alla morte di Nūr al-Dīn (1174), seppe diventare l’unico fautore dell’unificazione dei territori musulmani ponendo Siria, Egitto, Yemen e Mesopotamia settentrionale sotto la propria autorità. Nel 1177 si dedicò alla riconquista dei territori di Siria e Palestina ancora in mano ai crociati, sbaragliando l’esercito il 4 luglio 1187 a Hattīn e riconquistando Gerusalemme il 2 ottobre. Nello scontro con Riccardo “Cuor di Leone”, alla guida della terza crociata, fu sconfitto ad Arsūf e siglò il trattato di pace il 2 settembre 1192. Pochi mesi dopo, il 4 marzo 1193, Salāh al-Dīn si spense nella sua amata Damasco.

Questa monografia si compone di un profilo biografico e della traduzione dall’arabo della Cronaca di Salāh al-Dīn tratta dal Wafayāt al-a’yān di Ibn Khallikān (m. 1282), proposta per la prima volta in lingua italiana.

ROBERTO CELESTRE è ricercatore indipendente laureato in Lingua e Letteratura Araba con indirizzo storico all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha trascorso due anni al Cairo svolgendo corsi di specializzazione di storia islamica medievale in lingua araba alla Cairo University e ha frequentato le università di Ayn Shams (Cairo, Egitto) e Muhammad V (Rabat, Marocco). L’ambito di ricerca è la storia islamica medievale, con particolare attenzione alla storiografia araba contemporanea delle crociate e alla manualistica militare nell’Islam medievale. Relatore di Islamistica alla Facoltà Teologica “S. Bonaventura” (Roma) nel 2016, è socio dell’Istituto per l’Oriente “Carlo Alfonso Nallino” e di MESA (Middle East Studies Association). Ha curato e tradotto dall’arabo il trattato Consigli sugli stratagemmi di guerra (Il Melangolo, 2013) di al-Harawī, oltre ad aver pubblicato interventi su diverse pubblicazioni scientifiche del settore.

Alessandro Paradisi, Lea Montuschi, Marco Mizza  “GIOVANNI GUALBERTO. Vita e carisma del fondatore di Vallombrosa, LDM Press


I
n occasione del 950° anniversario della morte di San Giovanni Gualberto, monaco fiorentino dell’XI secolo, 
un libro ricostruisce la vita del Santo che fu una delle figure più importanti del monachesimo medievale



Prefazione di Marco Vannini

illustrazioni a colori

in libreria il 17 ottobre
Lorenzo de’ Medici Press

In occasione del 950° anniversario della morte di San Giovanni Gualberto, monaco fiorentino dell’XI secolo, tre monaci vallombrosani, don Marco Mizza, suor Lea Montuschi e don Alessandro Paradisi ricostruiscono la vita del Santo che fu una delle più importanti figure del monachesimo medievale. Gli autori hanno saputo evidenziare l’ideale del Riformatore e la carica dirompente delle sue scelte più significative.

Di fronte a consuetudini della società e della chiesa del suo tempo contrarie al vangelo, Giovanni Gualberto non esita a compiere gesti coraggiosi e controcorrente: anziché vendicarsi, perdona l’uccisore di un suo parente e persevera nella scelta monastica nonostante l’opposizione paterna; denuncia pubblicamente vescovo e abate simoniaci; distrugge le proprietà dei suoi monaci quando non conformi alla povertà evangelica, per lui irrinunciabile… Il ritorno alla povertà che emerge periodicamente nella vita di persone e comunità cristiane, è infatti un punto cruciale per Giovanni Gualberto: povertà come prossimità e aiuto ai poveri, che richiede lotta serrata contro ogni rischio di accumulo indebito di denaro e di beni. Egli precorre in questo la radicalità di Francesco di Assisi e anticipa una delle esigenze primarie della Chiesa del Vaticano II, di cui papa Francesco, a partire dalla scelta del nome, si è fatto portavoce e promotore concreto.

C’è un altro elemento che gli autori documentano, cogliendone la portata storico-profetica nel tempo in cui visse: la denuncia e la lotta contro la corruzione del clero e la simonia. Questo gli costò l’abbandono della tranquillità del monastero e l’approdo a un luogo sperduto e desolato dell’appennino toscano: tale era Vallombrosa quando egli vi giunse.

Più volte Giovanni Gualberto, che pure riconosceva esplicitamente l’autorità della chiesa e dei pastori, si trovò ad assecondare la ribellione alla corruzione dei ministri di Dio da parte della gente semplice, in qualche modo incrementando la coscienza civica che in quegli anni stava maturando, ponendo le basi alla nascita dei Comuni, contro lo strapotere politico dell’impero da una parte e il potere assoluto del papato dall’altro che a sua volta, per poter difendere la libertà della chiesa, finiva con l’affermare un proprio potere anche politico, superiore a quello dell’imperatore.

Nel suo impegno di riforma, Giovanni Gualberto non fu solo: numerosi monaci e membri del clero si affidarono a lui e lo seguirono, mentre movimenti popolari ampiamente diffusi come i patarini (che si rivolsero a lui e ai suoi monaci in un momento particolarmente drammatico) e i catari in altri luoghi e in contesti diversi, combattevano la medesima battaglia di purificazione e rinnovamento.

Scrive Marco Vannini nella prefazione:

«A distanza di più di un millennio dalla vita di San Giovanni Gualberto e dalle vicende ad essa legate, è lecito chiedersi cosa di davvero significativo ne resti, ai giorni nostri. Nell’opera del fondatore di Vallombrosa c’è qualcosa di particolare che possa esser fonte di ispirazione nella realtà del ventunesimo secolo? La risposta a questa domanda è, a modesto parere di chi scrive, assolutamente positiva. (…) Detto in breve: non dobbiamo paragonare l’opera di san Giovanni Gualberto nella Chiesa dei secoli X-XI a quella che potrebbe essere esemplare per la Chiesa di oggi, bensì a ciò che può insegnare per la società intera del nostro tempo. La Chiesa del medioevo coincideva infatti con la società intera, mentre la Chiesa dei nostri giorni ne è solo una piccola parte, per cui è corretto pensare all’esempio del santo toscano in rapporto non a questa, ma all’intera società. Se si opera questo mutamento di prospettiva, allora possiamo senza sforzo constatare come il carisma di san Giovanni Gualberto e dei Vallombrosani sia assolutamente attuale

Alessandro Paradisi, Lea Montuschi e Marco Mizza sono tre monaci vallombrosani dediti agli studi di spiritualità e agiografia vallombrosana.

Marco Vannini è il maggior studioso italiano della mistica tedesca, pre- e post-protestante, traduttore di Eckhart, della Teologia tedesca, di Valentin Weigel, Sebastian Franck, ecc. In questa stessa Collana ha pubblicato Contro Lutero e il falso evangelo (2017) e curato (con Giovanna Fozzer) Seicento distici di sapienti di Daniel von Czepko, Il pellegrino cherubico di Angelus Silesius (2018) e Scritti religiosi di Hans Denck (2019).

Carmelo Sardo “L’arte della salvezza. Storia favolosa di Marck Art”, recensione di Adriana Sardo

Zolfo Editore

Prefazione di Gaetano Zavatteri

Racconto di una sorprendente favola moderna, è un emblema di riscatto sul bullismo e su intollerabili ingiustizie, che coinvolge empaticamente il lettore, suscitando emozioni indelebili e profonde riflessioni. Marco Urso, nato sordo, cresce a Favara, paese dell’agrigentino, dove viene etichettato come “ritardato mentale” e diviene un bersaglio perfetto per i bulli del paese. Scivolato in un lieve coma, Marco si risveglia affermando di vedere gli angeli, i quali vogliono che dipinga per loro, così, inizia la sua nuova vita da pittore di fama internazionale.

L’artista, per Shopenhauer, si distacca dal mondo fenomenico, quindi l’arte eleva l’individuo al di sopra del dolore e del tempo.
A Marco, protagonista di questa sorprendente favola moderna, l’arte ha consentito di valicare i bui calvari vissuti, è divenuta per lui chiave di salvezza e di riscatto.
Nato con una sordità non diagnosticata, bullizzato e deriso, sin da bambino, oggi, infatti, è diventato, a suo dire guidato dagli angeli, Marck Art, un pittore di fama internazionale, trasformando, così, l’oscuro dolore nei vivaci colori delle sue splendide opere.
L’autore, con una sensibilità che accarezza il cuore dei lettori, dà voce alle lacrime, ai silenzi e ai sentimenti celati di Marco, mostra come il bullismo sia una piaga crudele, sia dolore e solitudine, che sminuisce la dignità delle vittime, facendole sentire senza valore ed impotenti.
Quest’incredibile storia indica, però, un orizzonte di speranza, perchè, la sofferenza consente a nuove parti di noi di venire alla luce e, nonostante le ardue sfide incontrate, è sempre possibile ritrovare il sorriso, la propria voce ed il proprio posto, in un mondo spesso ostile.

Adriana Sardo (solamente omonima dell’autore)

La sinossi
Marck Art, nome d’arte di Marco Urso, è nato sordo. Cresciuto a Favara, periferia della periferia agrigentina, vive l’infanzia nel silenzio, trattato come chi soffre di un grave deficit cognitivo. Ed è solo quando raggiunge i 15 anni che i genitori, lui muratore, lei casalinga, comprendono davvero la sua condizione e gli forniscono un apparecchio acustico. Corpulento, miope e strabico, Marco è un bersaglio inerme perfetto per i bulli del paese, e il suo futuro non sembra promettere alcun riscatto. Invece nel 2006 arriva la svolta. Tanto inattesa quanto infusa di poesia e misticismo. Scivolato in un lieve coma, Marco è in ospedale e si risveglia affermando di vedere gli angeli, i quali vogliono che dipinga per loro. Quel giorno inizia il viaggio straordinario di Marck Art. Quel giorno nasce la sua pittura dalla tecnica avvolgente, armoniosa, solo apparentemente scriteriata. Comincia così l’incredibile favola di Marck Art, le cui opere ora affascinano e conquistano i più grandi collezionisti italiani.(da Zolfo Editore)

Carmelo Sardo

Giornalista, è nato a Porto Empedocle. Vive a Roma e si occupa di cronaca e di storie di mafia. Per quindici anni lo ha fatto dalla Sicilia, a Teleacras e come corrispondente dei quotidiani «L’Ora» e «Giornale di Sicilia». Da oltre vent’anni lavora al Tg5 ed è oggi caporedattore cronache. Nel 2014 con il memoir Malerba (Mondadori), scritto insieme all’ergastolano Giuseppe Grassonelli e pubblicato con successo in numerosi Paesi, ha vinto il premio letterario “Leonardo Sciascia”. Al libro è ispirato il docufilm Ero Malerba, regia di Toni Trupia, premiato al Festival internazionale “Visioni dal mondo” e menzione speciale ai “Nastri d’argento”. Ha pubblicato con Zolfo Editore Cani senza padrone (2020) ed è autore anche dei romanzi Vento di tramontana (Laurana, 2018) e Per una madre (Mondadori, 2016).(da Zolfo Editore)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Dove non batte il sole

Donatella Schisa “A Napoli con Massimo Troisi”, presentazione

A trent’anni dalla scomparsa di Massimo Troisi, Donatella Schisa ne ripercorre i luoghi partendo dall’infanzia a San Giorgio a Cremano, passando per Napoli, le prime esperienze teatrali, il cinema, il borgo marinari, l’isola di Procida e tutti i paesaggi che hanno fatto dell’attore uno degli interpreti più conosciuti e amati in Italia e nel mondo della cultura partenopea. Il ritratto di Massimo Troisi raccoglie l’eredità di quanti hanno avuto l’occasione di conoscerlo e raccontare la sua comicità, la sua arte e il suo pensiero, nel tentativo unanime di evitare di farne un personaggio idealizzato, appartenente a un altrove lontano, distante, a tratti irraggiungibile.[…](da Perrone Editore)

L’autrice è stata intervistata da Brunella Schisa (Il Venerdì La Repubblica, 26 luglio 2024), anch’essa napoletana, che ha deciso di incontrarla nel nome di un mito pertanto difficile da raccontare senza rischiare il già detto; ha invece dichiarato che la scrittrice c’è riuscita in pieno: attraverso l’intervista di amici e collegfhi ha costruito, con gli strumenti di una storica, un libro autentico sapendo penetrare nell’anima del personaggio e nel suo rapporto con Napoli, sebbene non fosse la sua città natale.

Alla domanda “Lei lo descrive come un arci napoletano allergico agli steriotipi”, la scrittrice risponde che effettivamente detestava i luoghi comuni e che era “l’esatto contrario” del furbo che vive d’espedienti, anzi lo definisce “malinconico, umbratile” che partendo da se stesso era riuscito ad eliminare i cliché sulla figura del classico napoletano; richiamando il rifiuto dell’attore al trapianto del cuore e alla sua morte all’indomani delle riprese del Postino di Neruda ci fornisce una caratteristica peculiare del suo carattere: “tutto anima”, al punto di non voler sostituire il suo cuore con quello di un altro che avrebbe potuto provare sentimenti diversi, un modo diverso di guardare le cose.

Donatella Schisa è avvocato e si occupa di libri. Lettrice appassionata, conduce da anni il circolo letterario “Scritti di questi tempi”. È stata conduttrice radiofonica di rubriche letterarie e autrice di due romanzi: Il posto giusto (L’Erudita, 2017) e La nebbia quando saleLettere a mia madre e non solo (L’Erudita, 2019), e curatrice di antologie per Giulio Perrone Editore. L’ultimo suo lavoro è Lunario minimo (Affiori, 2023).

Alessandro Cosi “Il mio Caio Giulio Cesare”, presentazione


Si parva licet componere magnis (Virgilio, Georgiche IV, 176)

“Spesso i libri parlano di altri libri… ora mi avvedo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero tra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un lungo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva…” Umberto Eco, Il nome della rosa

Dalla Premessa

É attorno agli anni 70/60 a.C. della storia di Roma antica, cioè all’incirca nel 680 a.U.c., secondo la cronologia romana, che sale agli onori della cronaca un grande protagonista dei decenni a venire, uno degli uomini più famosi di tutta la Storia. Quegli anni erano dominati dalla presenza politica, dalle vittorie militari e dal potere quasi assoluto di Pompeo, e proprio allora Caio Giulio Cesare mosse i suoi primi, incerti passi nel difficile e tormentato mondo della politica romana. Affrontare una biografia su Cesare, indiscutibilmente l’uomo più carismatico e famoso di tutta la lunga esperienza storica dell’antica Roma, non può essere un’impresa da affrontare con leggerezza o con supponenza, visto che su di lui hanno scritto e talvolta pontificato centinaia di critici e storici di ogni epoca e di ogni corrente politica.
Ma l’idea di ogni storico, o aspirante tale, è sempre quella di trovare aspetti della sua vita e della sua personalità che siano originali, trascutati magari dall’indagine biografica e, perché no, sottovalutati o peggio, mal valutati. É con questo spirito che ho affrontato questo lavoro, ben consapevole della modestia e della lacunosità che potrà risultare da una biografia così impegnativa, una vera montagna da scalare soprattutto da parte di un dilettante appassionato quale credo di essere.
Prima di parlare del personaggio, così complesso e affascinante, forse uno dei pochi uomini veramente liberi che abbiano lasciato un’impronta significativa e duratura nella Storia, è indispensabile presentare un quadro sintetico ma tuttavia esplicativo dei tempi in cui maturò la sua esperienza umana, di politico, di militare, di scrittore.
Non abbiamo certo l’ambizione di esaurire in poche pagine la peculiare complessità del mondo romano attorno al I secolo a.C., ma occorre fare un tentativo di inquadrare il contesto culturale e sociale della Roma di quel tempo, poiché è solo immergendosi nella temperie socio politica della seconda metà di quell’ultimo travagliato secolo prima della nascita di Cristo che si può capire meglio il percorso di Giulio Cesare, una vita che forse non sarebbe stata possibile in altri tempi ed in altre condizioni sociali. Roma era ormai una Repubblica che aveva realizzato un’espansione dei domini romani a dimensioni impensabili solo 150 anni prima, ma che era in gravi difficoltà nella gestione di conquiste che addirittura stavano diventando un impero vastissimo.
Da qui i ferocissimi scontri politici e ben tre, sanguinose, terribili guerre civili.

Dalla Presentazione

[…]Questo libro ripercorre la sua vita e le sue gesta, un esempio mirabile per l’intensità e la lucidità del suo percorso umano, uno dei pochi dominato dal libero arbitrio.
La vita di quest’uomo, racchiusa in particolare nell’arco dei suoi ultimi quindici, intensi anni, è stata talmente straordinaria da farlo divenire, in ogni tempo, il simbolo del bene o del male, delle più alte virtù o dei più bassi interessi, luminoso o viscido, pietoso o intrigante, spietato o clemente.
Finì, pur con tutte le sue contraddizioni, per divenire il simbolo stesso del potere, come testimoniano nel tempo gli appellativi di Kaiser o Czar.
Fu un perfetto e inimitabile miscuglio dell’essenza umana, alta fino alle stelle grazie alla potenza della ragione e della volontà, bassa fino alle più infime e insondabili azioni.[…]

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È il 1840, Enrichetta ha diciannove anni e ha da poco perso il padre, Don Fabio Caracciolo, maresciallo del Regno delle Due Sicilie a Reggio Calabria, ultimo figlio del Principe di Forino. Lei è giovane, nobile, innamorata di Domenico. Ma la famiglia di lui non approva l’unione. Sì, Enrichetta vanta ascendenze illustri, ma è priva di solidità economica e il matrimonio non s’ha da fare. Così sua madre, stanca del carattere ribelle della figlia e della sua propensione a scegliere uomini sbagliati, prende una decisione risolutiva: Enrichetta entrerà nel convento di San Gregorio Armeno, a Napoli, e vi resterà fino a quando la situazione finanziaria della famiglia non sarà risolta. A nulla servono le proteste della giovane: i mesi lì dentro diventano anni ed è costretta a prendere i voti.(da HarperCollins)

Brunella Schisa racconta i tormenti di una monaca napoletana, come recita il sottotitolo, non una qualsiasi ma le peripezie di Enrichetta Caracciolo, principessa dall’antico lignaggio ma senza dote e, come per tante fanciulle, l’unica prospettiva che le attende sono le porte del chiostro, ma da qui cambia tutto: non solo non accetta ma si ribella in una ostinata resistenza che la porterà ad abbracciare con  impegno rivoluzionario l’Unità d’Italia, in un intreccio tra la sua vicenda personale e la situazione socio politica.

“Alla soglia dei diciannove anni non aveva ancora le idee chiare, di una cosa era però certa:non si sarebbe fatta monaca […] la religiosa che le attendeva davanti al portone […] camminava con passi svelti forse per porre fine a quello strazio al più presto. Quante ne aveva viste di giovani rinchiuse contro la loro volontà”

Tra varie peripezie Enrichetta diverrà patriota e  autrice dei Misteri del chiostro napoletano ( pubblicato a Firenze nel 1864 raccoglie le memorie autobiografiche) che, oltre a raccontare le vicissitudini di una giovane donna costretta alla clausura, evidenzia la condizione della donna nell’Ottocento napoletano, racconto da cui la Schisa prende le mosse per il suo romanzo.

BRUNELLA SCHISA, napoletana trapiantata a Roma, giornalista e scrittrice, ha una rubrica di libri sul Venerdì di Repubblica. Ha scritto: La donna in nero (Garzanti, 2006, che ha vinto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio Rapallo Carige), Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013), La Nemica (Neri Pozza, 2017) e, con Antonio Forcellino, Lo Strappo (Fanucci, 2007). Per Giunti ha inaugurato la collana diretta da Lidia Ravera “Terzo Tempo” con Non essere ridicola (2019). È stata inoltre traduttrice e curatrice di Una strana Confessione (Einaudi, 1979) Raymond Roussel Teatro(Einaudi, 1982) e delle Lettere di una Monaca Portoghese (Marsilio, 1991).(da HarperCollins Autore)