Omaggio a Luis Sepulveda. Su mangialibri: un’intervista, la vita, le opere

Su mangialibri: recensioni e un’intervista

e su Robinson la Repubblica un articolo di Stefania Parmeggiani

e su Consigli.it:

5 libri per ricordare (o scoprire) lo scrittore cileno

su tuttatoscanalibri la recensione di Salvina Pizzuoli a

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”

Omaggio a Gianni Rodari: un articolo di Ernesto Ferrero da Il Tirreno 12 aprile

a 40 anni dalla morte (e 100 dalla nascita)

Sabotatore di luoghi comuni
Gianni Rodari ridendo
formava degli uomini liberi

di Ernesto Ferrero

E’ toccato a Gianni Rodari, a cento anni dalla nascita (23 ottobre 1920) e quaranta dalla scomparsa (14 aprile 1980), il destino di un altro geniale innovatore, Carlo Collodi: ignorato in vita dalla critica, poi assurto agli onori del classico imperituro. A settembre la lunga rivincita di Rodari come grande scrittore senza altre specificazioni si celebrerà definitivamente nelle 1.800 pagine del Meridiano Mondadori amorosamente allestito da Daniela Marcheschi. Forse bisognerebbe istituire accanto al Dantedì anche un RodariDay. Forse a ogni cittadino che compie la maggiore età bisognerebbe consegnare, insieme a una copia della Costituzione e a I sommersi e i salvati di Primo Levi, anche La grammatica della fantasia (1974). Perché le sue istruzioni per trasformare il meccano delle parole in strumenti di conoscenza attiva sono anche un manuale di vita democratica.Funambolo circense, facendoti ridere a bocca aperta Rodari formava uomini liberi. Spiegava che la fantasia deve per prima cosa essere una scienza, una tecnica rigorosa. Raccontava storie che sembrano non avere riferimento con la realtà e invece parlano proprio di quella, solo che ti insegnano a vederla per quella che è veramente. La rima, la filastrocca, l’associazione casuale, l’errore linguistico, l’assurdo, il paradosso, i ricalchi, i remake, l’insalata di favole e personaggi, l’uso del «come se» sono tutte cose che avevamo sotto il naso, ma lui le ha trasformate in grimaldelli per aprire spazi di verità. Si divertiva a far deragliare i treni della banalità, dei luoghi comuni. Il suo motto: «Tutti gli usi della parola a tutti… Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo».Ce n’è voluto per capire quanto impegno civile si nascondesse nell’impeccabile divertimento dei suoi giochi, quasi inammissibili in un Paese serioso ma non serio. Figlio di un fornaio di Omegna che muore quando lui ha nove anni, maestro nel 1941, arriva alla redazione milanese dell’Unità nel 1947. Nel 1950 gli affidano la direzione del Pioniere, settimanale per ragazzi che deve vedersela con due corazzate, Topolino e il cattolicissimo Vittorioso. I malmostosi dogmatici del Partito non lo amano. Si prende dei rabbuffi da Nilde Iotti e da Togliatti. Anni dopo dirà che lo trovavano «poco divertente, poco progressivo, poco tutto».All’inizio degli anni 60 finalmente l’approdo da Einaudi e un successo immediato e travolgente: Filastrocche in cielo e in terra, Favole al telefono, Il libro degli errori. Con Bruno Munari, illustratore congeniale dei suoi libri, e con il maestro Mario Lodi compone una triade che infiamma letteralmente la scuola italiana. Generazioni di maestre lo idolatrano. Il suo funambolismo combinatorio è della stessa pasta di quello di Italo Calvino, Primo Levi, Umberto Eco, anche loro attentissimi ai cortocircuiti verbali, alle potenzialità che si nascondono nelle parole. Apologhi come C’era due volte il barone Lamberto (1978) sono vicini a quelli «politici» di Calvino. Divide con Levi l’importanza di imparare attraverso gli errori.Ha scritto Calvino: «Poche esistenze furono illuminate da un umore più gaio e generoso e luminoso e costante della sua». Temo che Rodari non si sia mai potuto permettere il lusso di essere gaio. Ha sempre dovuto battersi, faticare come un contadino. Lo stesso humour pirotecnico e bertoldesco delle lettere a Einaudi (chiamato via via sire, eccellenza, don, monsignore, Sua eminenza, cardinale, comandante, generalissimus, padrone, Toro Seduto, hidalgo editorial) era un modo per mascherare l’imbarazzo di dover chiedere. Recitava la parte del tapino di fronte all’autorità, adottava lo stile Totò: «Eccellenza, io trasecolo – anzi, se me lo permette, esorbito. Ella mi chiede, in caratteri dattilografici di stupefacente nitidezza e perfetta marginatura, notizie dei miei raccontini: i quali, viceversa, giacciono tuttora inevasi presso codesta Santa Sede…».Guardandoci dall’empireo dei Meridiani, Rodari potrà ripagarsi scegliendo con chi scambiare quattro chiacchiere tra i sommi che hanno dovuto attendere riconoscimenti postumi: Svevo, Proust, Musil… Per noi resta uno che ci ha cambiato la fantasia, la testa, la vita, uno cui saremo sempre affettuosamente grati. —

I libri di Baraghini risorgono sul web e sfidano il mercato: un articolo di Paolo Toccafondi da Il Tirreno Culture 8 aprile

Da Millelire a gratis, i libri di Baraghini risorgono sul web e sfidano il mercato, la storica collana che rivoluzionò l’editoria vendendo 22 milioni di copie ora si può scaricare on line

di Paolo Toccafondi

L’idea è sempre la stessa. Trovare strade alternative, laterali rispetto a quelle mainstream. Ora si chiamano “Strade bianche”, «quelle dei disertori, dei renitenti, dei partigiani» e danno il nome all’associazione che ripropone online un trentennale mito cartaceo: i libri Millelire con cui Marcello Baraghini inondò e stravolse il mercato editoriale a partire dal 1989. La nuova iniziativa non è che lo sviluppo naturale di quel percorso. Con i Millelire la sfida era quella di proporre a un prezzo che più basso quasi non si poteva libri di qualità «cibo per la mente» come dice Baraghini. Adesso che le librerie sono chiuse, il passo ulteriore il download gratuito di tutti i libri della storica collana e non solo di quelli, in barba, come al solito, alle regole del mercato. «Perché il nemico è il mercato e il conseguente consumismo compulsivo», ripete Baraghini. Questo è il primo comandamento. Il secondo è che «quando un gioco non funziona o non ci piace, bisogna cambiarne le regole». Tutto il resto ne discende di conseguenza. La sua battaglia di mezzo secolo contro il sistema, quello generale e quello dell’editoria, è giunta a un nuovo approdo che Baraghini spiega così: «Io parto dal principio che i libri di qualità sono beni comuni, patrimonio dell’umanità, come l’aria che respiriamo. E’ cibo per la mente, appunto, vitale come l’aria e l’acqua pubblica. I piccoli edtori non hanno capito che i tempi stavano cambiando, i libri di qualità andavano liberati dalla galera del copyright, resi fruibili a tutti, solo così si sarebbe poi incrementato anche l’acquisto dei libri di carta».Le nuove regole sono quelle che lui si è dato. «Il mio contratto con gli scrittori ora è di tre righe. L’autore che io scelgo mi dà licenza di gratuità online ancor prima dell’edizione cartacea. Una volta testato il mercato, io riconosco a lui metà della tiratura cartacea, i diritti sono suoi. Stop. Se lo scrittore ha successo e Mondadori lo vuole, lui è libero di andarci chiedendomi di togliere dal mercato oppure no l’edizione cartacea». E con questo il copyright è liquidato. Secondo passo: «Chi mi obbliga a mettere il codice a barre? Nessuno, e io non lo metto. Già questo mi pone fuori dal mercato». Terzo: «Mi sono liberato anche del prezzo simbolico, i miei libri si scaricano gratis. Per quelli che stampo chiedo una donazione, dico al lettore: dammi quanto vuoi. E le assicuro che si hanno delle sorprese». Questo è il percorso alternativo. «Adesso sono nella legalità, forse per la prima volta nella mia vita, eppure non sono mai stato fuorilegge come ora rispetto al mercato, con la licenza degli autori e la loro complicità». E l’alternativa si regge dal punto da vista economico? Baraghini assicura di sì: «Io vivo con la pensione sociale, ho una libreria a Pitigliano che si autosostiene (e che ora è chiusa come tutte, perché si tengono aperte le tabaccherie per avvelenare i polmoni e si chiudono le librerie, mah…”) , non ho più preso un prestito e quando ho i soldi stampo un libro. Non ho più l’assillo che non mi faceva dormire la notte di quando dovevo stampare per forza 50 titoli al mese aumentando il prezzo perché bisognava stampare più libri e più cari che vendevano sempre meno». E’ la sua ultima frontiera. L’ennesima rinascita dopo la caduta. Quella di Baraghini, 77 anni, è una lunga storia di coerenza a regole diverse da quelle dominanti, economiche e politiche. Tra i protagonisti a fianco di Pannella della stagione delle grandi battaglie radicali a cominciare dal quella sul divorzio, nel 1970 fonda la casa editrice e agenzia di contro-informazione Stampa Alternativa a cui è legata, negli anni Novanta, la grande idea che rivoluzionò il mondo dell’editoria: un libro di poche pagine, 64 al massimo, e piccole dimensioni (10×14), non rilegato, senza copertina ma con contenuti di qualità a prezzi supereconomici (mille lire erano più o meno 50 centesimi di oggi) e con una grafica straordinariamente efficace che fruttò a Baraghini il Compasso d’oro, mentre i cofanetti a tema le raccolte di Millelire venivano esposti nei musei come il Moma. Il successo fu subito notevole, poi arrivò il big bang. Nel 1992 Augias raccomanda in tv un Millelire, la “Lettera sulla felicità” di Epicuro, e il fenomeno esplode. «Ricevemmo subito un’ordine di 50.000 copie», ricorda Baraghini. Il libro di Epicuro arriverà nel tempo a vendere 2 milioni di copie ed è anche il più scaricato nella sua attuale versione online. I Millelire raggiunsero complessivamente l’astronomica cifra di 22 milioni di copie, «tutte certificate».«Quando avevo 14 anni ero un miserabile, un disgraziato – racconta Baraghini -. La mia vita fu cambiata dai libri della Bur, la piccola biblioteca Rizzoli, che costavano 60 lire. Lì ho scoperto gli autori russi e tutti i grandi scrittori. Fare l’editore era il mio sogno«. La collana Millelire fu la sintesi della sua idea di cultura: di qualità, a poco prezzo, controcorrente e per tutti. «Con noi nacque anche un nuovo tipo di lettore, giovanissimo, indipendente dal mercato, dalla scuola, dalla famiglia e dalla Chiesa. E siccome avevamo successo alla fine ci cacciarono dalle librerie». Quando avvenne? «Quando scese in campo Berlusconi (Baraghini in realtà lo chiama in un altro modo, più esplicito, citando la definizione contenuta in una sentenza del tribunale di Milano in cui si parlava dell’ex premier come di un soggetto “che tendeva naturalmente a compiere reati” ndr). Intanto fu lui a portare la durata del copyright da 50 a a 70 anni perché scadevano i diritti di alcuni autori della sua Mondadori. Le regole del mercato che impose penalizzarono i libri di qualità a favore dei “Fabi Volo”, dei libri di facile consumo, dei giornalisti che presidiano i talk show per vendere di più. Poi usarono contro di noi l’artiglieria pesante: arrivò in libreria un concorrente sleale aiutato da chi lo so ma non lo posso dire, con una collana di cento pagine a mille lire, fuffa letteraria, ma a condizioni talmente favorevoli per i librai che per noi non ci fu più spazio. A quel punto – continua – dovevo scegliere: faccio il pensionato e coltivo la terra o riparto? Ho deciso di ripartire, coltivando anche gli orti e la vigna qui a Sorano», partendo dalla libreria Strade Bianche, stesso nome dell’associazione, con cui edita i libri, erede di Stampa Alternativa. «Ripropongo i Millelire, ne ho già messi sul web 250 dei mille che facemmo e si viaggia sulle decine di migliaia di download al giorno). Metto online anche nuovi libri. Il mio sogno è avere un milione di nuovi lettori». Nessun rimpianto per la carta? «Io li amo i libri, ho stampato volumi per bibliofili. Ma ora bisogna ripartire dai contenuti, quella è l’urgenza, la mente muore senza cibo. I lettori forti, i bibliofili, muoiono per l’età. Se non riusciamo a far leggere i giovani siamo fottuti».

 

Pinocchio prima edizione: la riscoperta, un articolo da Il Tirreno 4 aprile

Atmosfere cupe senza lieto fine
nel testo di Collodi uscito
sul “Giornale per i bambini”
nel 1881.
Poi i lettori lo spinsero
a continuare la storia
Ripubblicato Pinocchio
nella prima versione “noir”
Il burattino muore impiccato
Roma
«Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava qua e là il povero impiccato, facendolo dondolare screanzatamente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasmi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro (….) – Oh babbo mio! Se tu fossi qui! – E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito». Finiva così la storia di Pinocchio, col 15° capitolo il 27 ottobre 1881, nella prima versione pubblicata sul “Giornale per i bambini”, con il burattino che muore solo e impiccato dagli assassini per togliergli le monete d’oro. La storia aveva così tutto un altro senso, virato al noir e privo di alcuna redenzione. Altro che trasformazione in un bravo bambino, come accadrà dopo altri 18 capitoli, aggiunti sei mesi dopo, per le insistenze dei lettori e del direttore del Giornale. Il successo a quel punto fu tale e più consono alle positivistiche idee pedagogiche dell’Italia appena unificata, che è andata praticamente dimenticata quella prima versione della storia di «un pezzo di legno da catasta» che non era nemmeno divisa in capitoli, ma scritta tutta di fila. La ripropongono ora, in una bella, piccola edizione con illustrazioni gotiche di Simone Stuto e a cura di Salvatore Ferlita, le edizioni Il Palindromo di Palermo, ed è una piccola, curiosa scoperta. In realtà in quella prima versione, a mostrare tutte le perplessità che lo stesso Collodi aveva su come sarebbe stata accolta la sua storia, c’era già un avviso ben prima del finale: «Quello che accadde dopo è una storia da non potersi credere, e ve la racconterò la prossima volta» che nella riscrittura diverrà «una storia così strana» e «ve la racconterò in quest’altri capitoli», mentre proprio il primo finale non è più così conclusivo, ma a Pinocchio torna «in mente il suo povero padre e balbettò quasi moribondo». Così il nuovo XIX capitolo può cominciare dicendo: «In quel mentre che il povero Pinocchio. impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo» ecco che compare la fatina dai capelli turchini.E tutto procede di avventura in avventura, partendo ancora con il racconto aspro del burattino incatenato a far il cane da guardia, ma poi arriva il Paese dei balocchi, la trasformazione in ciuchino, l’essere inghiottito dal pesce-cane in cui ritrova suo padre e lo libera portandolo a riva, dove incontra e non si fila il Gatto e la Volpe mal ridotti, si pacifica con la Lumaca e col Grillo parlante, e si comporta bene sino alla trasformazione, chiudendo con l’osservazione: «com’ero buffo quand’ero burattino! E come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!». Tutto senza più quelle atmosfere tenebrose e inquietanti della prima parte, con notti buie dove «non ci si vedeva da qui a lì» mentre gli sbattono addosso le grandi ali di uccellacci neri, come ricorda Ferlita nella sua postfazione in cui gioca azzardando anche un parallelo curioso con Sherlock Holmes.Allora, se Giorgio Manganelli ne aveva parlato come di «un romanzo mortuario e infernale», si capisce perché Italo Calvino, studioso delle fiabe italiane, legasse questo di Collodi al romanticismo nero e fantastico, aggiungendo che «Collodi non è certo Hoffman o Poe», per notare poi però che «la casina che biancheggia nella notte con alla finestra la fanciulla come un’immagine di cera che incrocia le mani sul petto e dice – Sono tutti morti… Aspetto la bara che venga a portarmi via, a Poe sarebbe certamente piaciuta».Del resto anche uno sguardo diverso come quello di una scienziata quale Margherita Hack, ricordando la sua lettura della versione definitiva da bambina, spiegava: «C’erano pagine terrificanti, come gli assassini tutti incappucciati di nero, a cui pensavo con un pò di paura. Così ricordo che quando finalmente Pinocchio usciva sano e salvo da tutte le sue avventure e arrivava il desiderato lieto fine, provavo invece un senso di delusione, di stonatura con tutto il resto».

Silvia Volpi “Alzati e corri direttora” un articolo da Il Tirreno 11 febbraio

L’incontro con la scrittrice pisana
ha inaugurato la rassegna in biblioteca

“Alzati e corri direttora”
I segreti del giallo
di Silvia Volpi

CECINA. Perché è approdata al genere giallo; perché ha scelto una protagonista “anomala” rispetto al panorama di detective e poliziotte: Elsa Guidi è infatti la direttora del quotidiano La Piazza; perché ha ambientato la prima indagine della sua beniamina a Pisa… Venerdì scorso, 7 febbraio, nella biblioteca comunale di Cecina, Silvia Volpi, giornalista e segretaria di redazione del Tirreno, ha presentato il suo libro “Alzati e corri, direttora”, romanzo giallo edito da Mondadori nell’aprile scorso, già ristampato e vincitore del premio “Giallo d’amare” in Versilia, come “esordiente dell’anno”. Silvia Volpi è stata intervistata dalla giornalista Maria Meini, caposervizio del Tirreno. L’incontro è stato introdotto da Claudia Barlettani, responsabile della biblioteca, ed ha inaugurato la rassegna “I venerdì in biblioteca. Gialli… al femminile”, organizzati dal Comune di Cecina e dalla biblioteca comunale Emilia Levi. Nel testo la direttora e il suo giovane cronista di nera Tommaso Morotti, il “Moro”, si trovano ad indagare in prima persona sulla strana morte di un elettricista precipitato dalla finestra di un palazzo a due passi dalla Torre di Pisa. Sembra un suicidio, ma man mano che la storia si dipana emerge chiaramente che si tratta di un omicidio. E per scoprire il colpevole, Elsa Guidi, direttora con la passione sempre viva per la cronaca, si mette alla ricerca della donna: cherchez la femme… Una storia ben congegnata e dal ritmo serrato.La direttora runner e il suo giovane nerista hanno già conquistato il gradimento di molti lettori. Nel romanzo altri personaggi si animano all’interno della redazione della Piazza (che ha la sede davanti alla chiesa della Spina). All’interno e all’esterno del giornale… con un percorso privilegiato verso la direttora. Silvia Volpi ha svelato che è già pronta la seconda indagine di Elsa Guidi. La direttora sarà protagonista di un altro libro, di cui è già completata la prima stesura. E chissà che la saga non approdi anche in tv… —

Vai a leggere uno stralcio dal romanzo  e anche l’intervista di Nicola Stefanini

I libri che verranno: Sono delle donne le pagine più attese, articolo di Flavia Piccinni da Il Tirreno culture

 

libri

Sono delle donne
le pagine più attese
E ci raccontano
del nostro tempo
Flavia Piccinni
Nuovo anno, valanga di libri. Orientarsi fra le novità editoriali nell’anno che verrà non sarà semplice, ma la tendenza che pare emergere è che protagoniste saranno le scrittrici e storie capaci di raccontare il nostro tempo partendo da quegli anni cruciali – a cavallo fra i Trenta e i Cinquanta – che hanno fatto, o piuttosto smarrito, l’identità del nostro Paese. Personalmente attendo con trepidante ansia il nuovo libro della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, “Il pericolo di un’unica storia” (Einaudi, in uscita a gennaio) che indaga i danni degli stereotipi. L’editoria italiana propone poi un florilegio di esordi e di grandi ritorni come quello di Giorgio Fontana, che nel 2014 si aggiudicò il Campiello con “Morte di un uomo felice”, e che tornerà in libreria a fine gennaio con “Prima di noi”, sempre pubblicato da Sellerio, per scrivere di miti e di passato. Sempre a gennaio arriverà Ilaria Bernardini, con “Il ritratto” pubblicato da Mondadori, in cui racconta di due donne, un’amante e una moglie, una scrittrice e una pittrice, per la prima volta nella stessa casa, obbligate a condividere la vita perché l’uomo che entrambe hanno amato è in coma. Attesa anche Romana Petri, fortunata autrice di “Pranzi di famiglia”, che torna con “Figlio del lupo” (Neri Pozza) romanzo biografico sua vita leggendaria di Jack London. E poi Margherita Loy con un romanzo, pubblicato da Atlantide, che mette insieme la storia di due incredibili donne fra gli anni Venti e l’oggi. Sempre una donna protagonista anche del romanzo dallo spunto autobiografico di Ritanna Armeni, “Mara. Una donna del Novecento” che sarà pubblicato a febbraio da Ponte alle Grazie. La narrazione inizia nel 1933, quando la giovane protagonista viene accompagnata a sentire un comizio del Duce a Piazza Venezia. Grande è l’attenzione al contemporaneo. Almeno nei testi della scrittrice di origine somala Igiaba Scego – che uscirà a fine gennaio con “La linea di colore” – della giovane Arianna Farinelli – il cui “Gotico americano” sarà il primo testo narrativo della nuova collana Munizioni diretta da Roberto Saviano – e in quello firmato dalla lodigiana Ilaria Rossetti, che con “Le cose da salvare”, romanzo che si ispira al tragico crollo del ponte Morandi di Genova. Compare poi la giovanissima Lorena Spampinato, classe 1990, in libreria a gennaio con “Il silenzio dell’acciuga” (Fanucci) romanzo sulla formazione di una giovane donna che non sa distinguere l’amore dalla sopraffazione. Attesissimo è anche il libro di Renzo Paris che vede protagonista Amelia Rosselli e quello di Gian Arturo Ferrari che esordirà a inizio febbraio con “Ragazzo Italiano” (Feltrinelli). —

Il nuovo libro della Ferrante, da la Stampa Cultura

 

continua a leggere l’articolo da La Stampa Cultura

vai a leggere l’incipit

della stessa autrice su tuttatoscanalibri:

L’invenzione occasionale

da Panorama Le parole chiave

e le recensioni su mangialibri ai romanzi della Ferrante

Fruttero e Lucentini, il testo della lettera a Mondadori e l’articolo “L’arte di parlare ai lettori” di Mario Baudino da La Stampa

Brutti ma “interessanti”? No grazie, evviva i bei racconti

di Carlo Fruttero Franco Lucentini


Al punto di confusione in cui siamo arrivati in Italia, non è sempre facile far capire e far accettare ai responsabili di una casa editrice la posizione che noi riteniamo di dover tenere nei confronti del pubblico: il quale ci sembra essere trattato dai più, o come un deficiente cui si può rifilare qualsiasi cosa, o come un droghiere arricchito che occorre iniziare agli squisiti misteri fino a poco tempo fa privilegio degli happy few, o, peggio di tutto, come un giovinetto da catechizzare. A noi pare ovvio che questi tre atteggiamenti, la volgarità, lo snobismo, il moralismo, siano strettamente – benché segretamente – imparentati, e che, a parte il loro carattere offensivo, essi finiscano per allontanare sempre più dai libri quella parte di lettori non contaminati dalle mode, dagli scandaletti e dalle prediche culturali, chesono poi il vero pubblico, il solo vero «strato» con cui, in definitiva, deve fare i conti chiunque faccia il nostro mestiere. È insomma il sacro piacere della lettura che noi vogliamo soprattutto rispettare e incoraggiare, e i libri che abbiamo fatto e che ci proponiamo di fare si spiegano secondo questa prospettiva.
Il discorso sarebbe naturalmente molto più lungo e complesso, ma all’atto pratico noi non facciamo altro che mettere insieme quei volumi che noi stessi, privati cittadini Lucentini e Fruttero (vecchi e appassionati lettori come altri è cacciatore, alpinista o musicofilo) vorremmo trovare in libreria e all’edicola. Che una simile limpida proposizione suoni oggi, in molti circoli, poco meno che eretica, non ci turba minimamente: le controversie ideologiche «ad alto livello» ci interessano poco, e invece di ridurre tutta la questione a un ennesimo scambio di chiacchiere tra quattro gatti, preferiamo mettere in atto(cioè in libri) le nostre convinzioni.
Il preambolo, di cui mi scuso, era necessario per chiarire i nostri criteri generali di lavoro, che sono in sostanza la leggibilità e la validità estetica. In altre parole, a un racconto di guerra brutto ma «interessante», perché il protagonista è negro o pederasta o pacifista o innamorato inconsciamente del suo mulo, noi non ci vergogniamo di preferire un racconto di guerra bello, dove il protagonista si limita a sparare, a detestare il sergente, ad aver paura, fame ecc. —

 

F&L, l’arte di parlare ai lettori

I segreti della “premiata ditta” grandi successi

di Mario Baudino
Erano interessatissimi sia a libri che classificavano di «genere A» sia a quelli di «genere B»; lo stesso valeva per film, teatro, arte. E come scrive Domenico Scarpa nella prefazione al Meridiano dedicato a Fruttero & Lucentini (Opere di bottega, in due grossi tomi, esce domani per Mondadori, pp. 3168, € 140) lo facevano «di prima intenzione, senza snobismi da bastiancontrari», semmai in polemica perenne, come scrissero nella prefazione a un’antologia di storie di guerra americane, con i «recensori ad alto livello, che classificano “film B” tutti quelli dove i cannoni sparano davvero».
Mai in sintonia con le correnti dominanti, F&L hanno saputo parlare, diremmo senza connivenze, con ironia, eleganza e dedizione – ai lettori. Che ora hanno a disposizione nel Meridiano non solo l’intera opera – a eccezione della «trilogia del cretino», pubblicata qualche tempo fa da Mondadori negli «Oscar classici» – ma anche un centinaio di pagine di inediti, tra lettere, appunti, insomma il laboratorio, dagli archivi di famiglia (conservati a Castiglione della Pescaia e a Torino).Ci sono anche le opere scritte e firmate singolarmente, ma al centro di tutto è il quasi miracoloso risultato della scrittura a due, che caratterizza i grandi romanzi dalla Donna della domenica a A che punto è la notte, da Il palio delle contrade morte a Enigma in luogo di mare, a L’amante senza fissa dimora, libri straordinari e perfetti. Coprono un arco di tempo dal ’72, quando uscì il primo, al 2002 quando Lucentini scelse di morire (Fruttero ci ha lasciati nel 2012): trent’anni di «ditta», mille volte spiegata, mille volte elusa, sempre misteriosa, anche se la loro storia comincia ben prima. L’incontro decisivo fu nel ’53 a Parigi, quando, dopo qualche anno di bohème intellettuale in giro per l’Europa, divennero amici e inseparabili.
Fruttero, che già lavorava per l’Einaudi, convinse Lucentini a trasferirsi a Torino, e l’editore ad assumerli entrambi. Svolgevano i loro compiti di redattori (pare mal pagati), traducevano Borges e Beckett, scoprivano la fantascienza. Ma nonostante i rapporti che allora si cementarono con Calvino e Citati, lo Struzzo non faceva per loro, era troppo ideologico, forse un po’ supponente. Così nel ’61 prima uno poi l’altro si trasferirono alla Mondadori, per dirigere «Urania», la prima collana tutta di fantascienza. E già allora sapevano benissimo quel che facevano.
Dagli archivi di Fruttero è emerso un documento per molti aspetti straordinario al proposito: la minuta di una lettera spedita nel ’61 all’allora direttore Vittorio Sereni, in cui annunciavano il programma di lavoro, ma anche qualcosa di più importante, una posizione sulla letteratura che ricorderà quella più celebre ma successiva di Harold Bloom, scomparso nei giorni scorsi, contro la «scuola del risentimento», i «gender studies», l’ideologizzazione trionfante nelle università e non solo. In quella lettera c’erano già i presupposti da cui sarebbe scaturita La donna del domenica: dove si noterà che l’indimenticabile americanista Bonetto è proprio l’alfiere di quelle acritiche infatuazioni «post-coloniali» destinate a irritare non poco lo studioso americano. Il romanzo ebbe un enorme successo. Natalia Ginzburg ne capì subito la «allegria così viva e così misteriosa». La maggioranza dei critici, sul momento, non riuscì a raccapezzarsi. Con grande divertimento degli autori. —

Omaggio a Gianni Rodari, le celebrazioni per il centenario, articolo di Mauretta Capuano da Il Tirreno

Al via in questi giorni mostre, nuove edizioni dei suoi libri in un calendario che si dipanerà fino al 23 ottobre 2020

 

La fantasia al potere
con Gianni Rodari.

Eventi per dodici mesi
verso il centenario

di Mauretta Capuano 

Storie, filastrocche, articoli di approfondimento, materiali scaricabili per insegnanti, poster stampabili, quiz e tanto altro per un anniversario speciale che, proprio per questo, prende il via un anno prima con protagonista assoluta la fantasia. È quello per i cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari che si festeggiano il 23 ottobre 2020. Ma tra pochi giorni, proprio il 23 ottobre, parte il countdown in vista delle celebrazioni su http://www.100giannirodari.com, scandito da nuove pubblicazioni e iniziative. Gli eventi sono nel segno di quello che Rodari auspicava: «Tutti gli usi della parola a tutti», non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo. A inaugurare “100 Gianni Rodari” (#100giannirodari) sono le Edizioni EL, Einaudi Ragazzi, Emme Edizioni che, in quanto editori unici dell’opera del Maestro della Fantasia – nato a Omegna, sul Lago d’Orta, il 23 ottobre 1920 e morto a Roma il 14 aprile 1980 – hanno messo in cantiere una serie di nuove, preziose edizioni e mostre dei migliori artisti che hanno illustrato i libri dell’autore di “Grammatica della fantasia”, in allestimento in Italia e all’estero, con partner come la Fiera di Bologna e gli Istituti di cultura italiana nel mondo. Tra i primi titoli ad arrivare in libreria, il 5 novembre, “Cento Gianni Rodari – Cento storie e filastrocche – Cento illustratori” (Einaudi Ragazzi) per i bambini dai 6 anni, che raccoglie cento tavole realizzate da alcuni tra i migliori illustratori al mondo che hanno scelto ognuno la propria favola o filastrocca di Rodari preferita. E poi la strabiliante avventura del trenino più amato d’Italia, “La Freccia Azzurra” (Einaudi Ragazzi) con l’inedita introduzione di Neri Marcorè, tra i grandi fan di questa moderna fiaba sull’amicizia e la solidarietà diventata anche un film d’animazione, e le nuove illustrazioni per il centenario di Camilla Pintonato. Sono da poco arrivati in libreria anche gli albi, dai 4 anni, “L’omino di niente” (Emme Edizioni) con illustrazioni di Olimpia Zagnoli; e “Bambini e Bambole” (Emme Edizioni) la filastrocca dove troviamo il Rodari politico e poeta, con le nuove illustrazioni di Gaia Stella. Alla Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna 2020, che sarà un po’ tutta nel segno di Rodari, la mostra delle “Eccellenze italiane” sarà dedicata ai 21 migliori illustratori italiani di rilevanza internazionale che hanno illustrato Rodari, tra i quali spiccano Bruno Munari, Emanuele Luzzati, fino ai più recenti Manuele Fior, Beatrice Alemagna e le stesse Gaia Stella e Olimpia Zagnoli. La mostra ha appena iniziato a fare il giro del mondo grazie agli Istituti di cultura italiana all’estero. Nello speciale calendario di “100 Gianni Rodari” oltre a questi eventi hanno preso avvio letture, seminari e rappresentazioni teatrali ispirati all’opera del poeta e scrittore che ci ha insegnato che la fantasia rende liberi, su iniziativa di privati, associazioni, enti, festival. Tutti verranno segnalati sul sito che vuol essere un dinamico punto di riferimento. “100 Gianni Rodari” spiegano i promotori dell’iniziativa, «è anche un’esortazione: a moltiplicare per 100 la circolazione delle sue storie, a celebrare e diffondere i contenuti rivoluzionari della sua poetica, a formare una nuova generazione di piccoli lettori tramite i suoi libri divertenti e profondi: “Favole al telefono”, “Filastrocche in cielo e in terra”, “Fiabe lunghe un sorriso”, “Il libro degli errori”, “Le avventure di Cipollino”, “C’era due volte il Barone Lamberto”. —

Olga Tokarczuk premio Nobel per la Letteratura, articolo da La Stampa di Laura Quercioli Mincer con uno stralcio da “I vagabondi”

 

per la Letteratura 2018

Olga Tokarczuk, la scrittura che attraversa infiniti confini

di Laura Quercioli Mincer

Le hanno comunicato del Nobel mentre attraversava in macchina la Germania dove si trova per un giro di conferenze, Olga Tokarczuk, e ha detto al quotidiano polacco Gazeta Wyborcza: «Quando l’ho saputo mi sono dovuta fermare. Ancora non riesco a crederci. Sono felice che insieme a me il Nobel lo abbia ricevuto Peter Handke, che stimo enormemente. È meraviglioso che l’Accademia di Svezia abbia dato risalto alla letteratura dell’Europa Centrale. Sono felice che ancora riusciamo a resistere». E a pochi giorni dalle elezioni politiche di domenica nel suo Paese, la scrittrice polacca 57enne ha aggiunto che vuole dedicare questo riconoscimento a tutti i suoi concittadini affinché «votino a favore della democrazia». Nel 1966, in una situazione, è vero, solo vagamente paragonabile, il Nobel era stato assegnato ex aequo a due scrittori, una tedesca e un polacco, la tedesca Nelly Sachs e il romanziere Joseph Agnon. Agnon, poi israeliano, era nato in Polonia, allora (nel 1888) nella zona di occupazione austriaca, e aveva esordito in patria (che lascerà nel 1924) scrivendo in yiddish, la lingua semi leggendaria degli ebrei dell’Europa dell’Est. La stessa lingua con la quel vinse il Nobel nel 1978 Isaac Bashevis Singer, un altro polacco sui generis. E, se vogliamo, anche la lingua di Tokarczuk è un polacco sui generis, tanto è raffinata, densa di riferimenti letterari e culturali, piena di citazioni e incantesimi. Forse è così la lingua di ogni grande scrittore?

«Enciclopedica passione»

In Italia, dal 2006 al 2018, sono stati pubblicati cinque suoi volumi (Che Guevara e altri racconti, ed. Forum; Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, Nottetempo – da questo romanzo, una sorta di giallo ecologico, è stato tratto nel 2017 un bel film di Agnieszka Holland; Casa di giorno casa di notte, Fahrenheit 451; Nella quiete del tempo, Nottetempo; il libro per bambini L’anima smarrita, TopiPittori), ma nel nostro Paese una certa fama le arriva solo quest’anno con I vagabondi, sulla scia del Booker Prize inglese e grazie al maggior pubblico offerto da una casa editrice di grande rilevanza come Bompiani. La sua è, così nella motivazione del Nobel, «un’immaginazione narrativa che con enciclopedica passione rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Sono molti, infiniti i confini che Olga Tokarczuk supera nella sua scrittura. I confini del genere e dell’identità individuale e sessuale (in Che Guevara), quelli tra natura e umano, tra crimine e giustizia (in Guida il tuo carro), tra realtà tangibile e mito, tra Oriente e Occidente, tra polacchi e tedeschi (Casa di giorno, Nella quiete del tempo). Per arrivare ai confini anche fisici e geografici de I vagabondi, un testo che ha più volte definito «a costellazione» ovvero senza un centro, senza una gerarchia, e dove si narra di passaggi, di cambiamenti, di trasformazioni, di barriere superate.

Vicende rimosse

Enormi confini vengono superati anche nel suo opus magnum, I libri di Jakob, del 2014 (in pubblicazione anche questo per Bompiani nel 2021), l’improbabile e terribile storia del falso Messia di Podolia Jakub Frank (1726-1791; in Podolia era nato anche Agnon e da qui si origina la famiglia della scrittrice), le cui vicende, benché generalmente rimosse dalla memoria collettiva di entrambi i popoli, hanno segnato in maniera profonda e forse indelebile l’autopercezione dei polacchi e degli ebrei polacchi, e il peculiare aspetto dell’antisemitismo in questo Paese. In oltre 900 pagine l’autrice si attiene con «metodica follia», come ha scritto  Przemyslaw Czaplinski, alla documentazione storica. Il risultato è una riscrittura totalmente innovativa della storia polacca prima delle spartizioni della fine del ‘700. Quello che ne emerge è un Paese dove (come oggi?) «la libertà religiosa e l’odio religioso si incontrano sullo stesso piano». Il senso di questa impresa era stato riassunto da Tokarczuk in un’intervista televisiva che le aveva provocato numerose minacce di morte nonché quella, da parte del partito attualmente al governo, di revocarle la cittadinanza onoraria della cittadina della Slesia dove abita. Quello che dobbiamo fare, ha detto Tokarczuk, e la sua indicazione può in sostanza valere per tutti i Paesi europei, è «non nascondere le cose terribili che abbiamo fatto come colonizzatori, come oppressori delle minoranze, assassini di ebrei. Dobbiamo essere in grado di dirci tutto. Solo in questo modo potremo rinascere».

Quei bambini di Anna belli e immersi nell’alcol

I Vagabondi è l’ultimo libro di Olga Tokarczuk tradotto  in Italia quest’anno, per Bompiani. Vincitore del Man Booker Prize internazionale 2018, è un romanzo di frammenti che ci conduce attraverso le esistenze fluide di uomini e donne fuori dall’ordinario.

Ne diamo uno stralcio

Olga Tokarczuk

Il padre lascerà l’attività a suo fratello Hendrik, ritratto in un quadro dipinto tredici anni dopo il primo e che Anna vede tutti i giorni scendendo al piano di sotto. In esso suo padre è già un uomo maturo e indossa una parrucca; questa volta la sua mano armata di forbici chirurgiche è sollevata sul corpo aperto di un neonato. Le pareti addominali sono già ben divaricate e mostrano l’ordine interno. Ad Anna ricorda la sua amata bambola con il visino pallido di porcellana e il busto irregolare riempito di segatura.
Non si è mai sposata, e se ne è fatta una ragione; così può occuparsi del padre. Non avrà bambini oltre a quelli belli e pallidi immersi nell’alcol.
Le è dispiaciuto che sua sorella Rachel si sia sposata: lavorava con lei per la preparazione dei campioni. Rachel, tuttavia, era sempre stata attirata più dall’arte che dalla scienza. Non aveva mai voluto bagnarsi le mani nella formalina e si sentiva svenire all’odore del sangue. Ornava quindi con motivi floreali i barattoli in cui si conservavano i preparati. Aveva inventato anche delle composizioni di ossa, soprattutto quelle più piccole, alle quali poi aveva dato dei titoli di fantasia. Ma si era trasferita all’Aia con il marito e Anna era rimasta sola, perché i fratelli non contano.
Anna passa il dito sulla superficie di una mensola di legno e ci lascia una traccia. Presto verrà lavata dagli stracci delle ragazze ubbidienti. Le dispiace molto di aver perso la collezione alla quale ha dedicato tutta la vita. (Trad. Barbara Delfino)

Olga Tokarczuk