Fabrizio Guarducci “Il richiamo del sentimento”, Lorenzo de’ Medici Press

Elvira, una studiosa, inizia una complessa ricerca sul movimento religioso dei Catari e sull’attualità del loro messaggio spirituale con l’intento di scrivere un nuovo libro sull’argomento.

La verità nascosta nel cuore dei Catari: un viaggio avventuroso alla scoperta del passato

Lorenzo de’ Medici Press

Il suo percorso procede attraverso la ricerca di importanti testi antichissimi, partendo dalle pagine del trattato gnostico Kephalaia. Tra i molti codici antichi, un raro e dimenticato vangelo gnostico – la Pistis Sophia – in cui Gesù spiega agli apostoli cosa accade all’uomo dopo la morte e che cosa c’è nell’aldilà. 
Elvira decide, quindi, che la prossima inevitabile tappa doveva essere la Francia dove avrebbe trovano archivi imprescindibili per la sua ricerca e studiosi in grado di aiutarla. Aveva infatti sentito parlare di documenti inediti, testimonianze nascoste nei polverosi archivi delle biblioteche e nei manoscritti dimenticati di vecchie abbazie. Ma soprattutto, c’era il misterioso Vangelo di Giovanni l’apostolo, un testo che, se esisteva davvero, poteva gettare nuova luce sulla spiritualità dei Catari. 
Il viaggio di Elvira diventa, al tempo stesso, anche un viaggio dentro se stessa. E sarà un incontro inatteso a trasportarla verso un modo completamente diverso di considerare il sentimento, l’animo umano e la ricerca del vero significato della vita. La sua indagine si trasforma in qualcosa di più profondo e personale, rendendo il suo libro non solo una semplice opera accademica, ma un punto di arrivo per una nuova scoperta del sentimento e della spiritualità.
Elvira si rende conto che la vera ricerca non è solo nei testi antichi, ma anche nel dialogo con se stessa e con il mondo che la circonda.

«Il treno scivolava veloce lungo i binari, e quel movimento regolare le infondeva una calma inattesa. Elvira non aveva fretta. Sapeva che il viaggio sarebbe stato lungo, e questo non la disturbava. Al contrario, la piaceva quel tempo sospeso tra partenza e arrivo, un tempo che le permetteva di ripensare con ordine a tutto ciò che era accaduto nelle ultime settimane. L’incontro con il giovane era stato l’inizio di qualcosa. Non una rottura drammatica con il passato, ma una sorta di disvelamento interiore, come se un velo si fosse sollevato e ciò che giaceva confuso nella sua mente avesse finalmente trovato chiarezza. Non c’era più ansia di arrivare a una risposta definitiva, né bisogno di afferrare qualcosa con forza. C’era solo la quieta consapevolezza che tutto sarebbe venuto da sé, al momento giusto

Fabrizio Guarducci si è formato nella concezione sociale e umana di Giorgio La Pira. Dopo aver vissuto il movimento Underground alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti e aver conosciuto Guy Debord in Francia, ha aderito convintamente al Situazionismo. Ha fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze. Ha insegnato Mistica, Estetica e Tanatologia, dedicandosi interamente alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. È, inoltre, autore cinematografico: Paradigma italiano (premiato al PhilaFilm, 1993), Two days (2003) e Il mio viaggio in Italia (vincitore del Golden Eagle, 2005). Come autore, produttore e regista ha realizzato i film Mare di grano (2018), Una sconosciuta (2021), Anemos (2022) e La partita delle emozioni (2025). Ha pubblicato i saggi La parola ritrovata (2013), Theoria. Il divino oltre il dogma (2020) e i romanzi Il quinto volto (2016), La parola perduta (2019), La sconosciuta (2020), Duetto (2021), Amor (2022), Il villaggio dei cani che cantano (2022), La partita delle emozioni (2023) ed Eclissi (2023, selezione Premio Strega 2024).

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Fabrizio Guarducci “Eclissi”

Oliviero Arzuffi “Le cose ultime”, Gammarò (Oltre Edizioni)

“Cosa accade oltre la soglia della morte? ‘Le Cose Ultime’ è un romanzo che intreccia la storia personale dell’autore con grandi eventi storici, come la Riforma protestante e l’Olocausto, per interrogarsi sul significato dell’esistenza e sulla possibilità di un aldilà coniugando rigore storico e slancio poetico.”

Introduzione di Roberto Muratore

Gammarò (Oltre Edizioni)

“Le Cose Ultime” è una grande allegoria sull’esistenza umana, espressa sotto forma di romanzo, ma che, nella struttura narrativa, travalica questo stesso genere letterario per farsi visione e profezia.
Il testo parte dalla rievocazione di una vicenda surreale vissuta dall’autore e che fa da filo conduttore a tutta l’opera attraverso l’io narrante: l’improvviso ricovero di Arzuffi in terapia intensiva all’ospedale di Bergamo a causa di una diagnosi, rivelatasi poi sbagliata. Consapevole di essere di fronte ad una morte imminente, l’autore riflette sul significato della sua vita, comparandola con il possibile senso della storia umana, riletta però alla luce di due eventi paradigmatici che hanno caratterizzato la storia dell’occidente: la riforma protestante nella sua versione anglicana e la tragedia dell’Olocausto

La prima delle due “storie nella storia”, ricostruisce, in chiave letteraria, lo stato dell’Inghilterra sotto Enrico VIII con la lacerazione dell’Europa a causa della riforma, iconicamente riassunta dalla vita e dalla morte di Tommaso Moro, che, con il suo lungimirante scritto intitolato “Utopia”, chiude in qualche modo l’evo antico per aprirsi alle novità dell’era moderna. La seconda storia è una fedele trascrizione della passione di Roberto Camerani, sopravvissuto miracolosamente al campo di sterminio di Mauthausen, dove il “male assoluto” è raccontato sia attraverso le sofferenze delle vittime, disumanizzate prima, poi avviate alle camere a gas e vaporizzate infine nei forni crematori, sia mediante la presentazione, senza falsificazioni storiche, dell’ideologia nazista, con le conseguenti atrocità degli aguzzini nei lager, da loro esaltate come auspicabile progetto universale di annientamento di tutto ciò che chiamiamo civiltà. 

La scoperta dell’errore diagnostico suggerisce all’autore l’idea di prefigurarsi un Oltre il confine della morte, capace di dare senso alle cocenti contraddizioni della storia e di fornire motivi di speranza alle attese umane di liberazione definitiva dal male del mondo e di riconciliazione universale. 
Un’aspirazione ad una vita ultraterrena fatta di pace perenne, oggetto ultimamente anche di rigorosa indagine a motivo delle numerose e misteriose esperienze di premorte dichiarate e certificate scientificamente. Quest’ultima parte del romanzo che fa da chiusura all’intera opera, proprio perché fortemente visionaria, è espressa mediante l’uso della poesia che, con la sua capacità di sintesi e di immaginifica evocazione, meglio si presta a rivelare le “cose ultime”, ovvero quelle che stanno più a cuore all’intelletto e sollecitano maggiormente il desiderio umano. 
Il libro, significativamente intitolato “Le cose ultime”, precedentemente più volte pubblicato con il titolo di “Escaton”, e premiato nel 1998 a Stresa per la sua singolarità sia contenutistica che stilistica, poggia su una complessa architettura narrativa che consente più strati di lettura e molteplici interpretazioni, ed è reso scorrevole da un linguaggio incisivo e conciso.

Oliviero Arzuffi è nato e vive in provincia di Bergamo. Ex docente di letteratura italiana, storia e pedagogia speciale, è consulente editoriale presso importanti realtà istituzionali ed editoriali. È autore di libri riguardanti tematiche sociali e storiche quali: Emarginazione A-Z, Piemme, 1991; Don Carlo Gnocchi, Dio è tutto qui, Mondadori, 2005; Poesia della vita , ed. San Paolo, Milano, 2006; Caro Papa Francesco. Lettera di un divorziato , Oltre Edizioni, 2013; Orval , Bolis Edizioni, 2017. È autore anche delle seguenti opere letterarie: Armaghèdon (trilogia drammatica) Milano,1992; Escaton (Premio speciale della giuria allo Stresa del 1998) Ancora, Milano,1998; Aninu, Oltre Edizioni, 2012, La salvezza del papiro, Gammarò, 2024.

Henry James “Il carteggio di Aspern”, Bibliotheka Edizioni

Una grottesca «commedia degli inganni» di sfondo veneziano che vede protagonista un critico americano alla ricerca dell’epistolario di un poeta scomparso, custodito gelosamente da una misteriosa donna che vive reclusa in un antico palazzo della città.

SPOSARE UNA VECCHIA SIGNORA PER APPROPRIARSI DELLE LETTERE DI UN POETA DEFUNTO,IL DUBBIO DI HENRY JAMES NEL “CARTEGGIO ASPERN”,  CHE HA ISPIRATO UNA COMMEDIA TELEVISIVA E DIVERSI FILM

Traduzione di Eugenio Giovannetti

Nota di lettura di Boris Sollazzo

Bibliotheka

In libreria dal 7 febbraio

“E fuori di dubbio che un prezzo simile non potevo pagarlo. Non potevo accettare la proposta. Non potevo per un fascio di vecchie carte sposare una vecchia ridicola, patetica, provinciale”.

Tra i romanzi brevi più noti e acclamati di Henry James (1843 – 1916), prolifico scrittore statunitense naturalizzato britannico, Il carteggio Aspern narra i tentativi di un critico letterario americano per impadronirsi di una raccolta di documenti, in gran parte lettere, del defunto poeta suo connazionale Jeffrey Aspern, considerato il migliore di tutti i tempi. Motivato dall’inestimabile valore del carteggio e determinato a qualunque cosa pur di ritrovarlo, scopre che la donna amata dal poeta, Juliana Bordereau, è ancora viva, anche se ultranovantenne, e vive con una nipote di mezza età in uno spettrale palazzo in rovina di Venezia, città amatissima da James e ambientazione ideale del romanzo.

James ne Il carteggio Aspern ci mette la noia e gli indifferenti moraviani nel tracciare una borghesia inetta e velleitaria, ci mette Stoner di Williams nel tratteggiare un mediocre che si crede geniale (e viceversa) e lo fa decenni prima di loro. Nei repentini cambi di tono e direzione, poi, dopo lunghe dissertazioni e oziosi ma arguti dialoghi, scorgi le ironie tragiche di Dostoevskij, perché l’idiota, utile e intelligentissimo ma anche miserrimo (a volte non solo) umanamente è sempre chi scrive, o comunque parla in prima persona. 
(dalla nota di lettura di Boris Sollazzo).

Interessato al conflitto morale, alle scelte degli individui e alla contrapposizione tra il vecchio mondo europeo e il nuovo mondo americano, Henry James ha ispirato con le sue opere molti film, affascinando, in particolare, il regista James Ivory. Il carteggio Aspern ha dato spunto a una commedia, trasposta in Tv dalla Rai negli anni Settanta, e diversi film, tra cui The Aspern Papers, diretto da Julien Landais, con Jonathan Rhys Meyers, Vanessa Redgrave e Joely Richardson (2018).

La nota di lettura al romanzo è affidata a Boris Sollazzo, critico cinematografico e televisivo, direttore del Linea D’Ombra Festival di Salerno e del Cerveteri Film Festival. 

Gianfranco Tondini “Nella spirale di Fermat”, Fernandel Editore

Come i rami di una spirale,le vite dei protagonisti  si intrecciano e si separano. 
In un gioco di specchi e illusioni, dovranno scoprire se l’amore può trionfare sull’odio e sull’arte sul crimine

Fernandel

Immaginate un mondo dove l’arte e il crimine si intrecciano in una danza pericolosa, proprio come i rami della spirale di Fermat che si rincorrono all’infinito.


Al centro di questo vortice troviamo Wainer e Sara, due anime un tempo unite e ora separate da una crudele malattia e dai capricci del destino. Wainer è un gallerista di provincia che si trova sull’orlo del baratro finanziario. Disperato e con le spalle al muro, si avventura nel torbido universo delle contraffazioni, arrivando paradossalmente a falsificare un’opera autentica. Nel frattempo, a Lione, Sara combatte la sua battaglia personale. Divisa tra un ruolo di prestigio all’Unesco e la lotta contro la sua malattia, si dedica anima e corpo al lavoro. Ma il destino ha in serbo per lei una sfida inaspettata: gestire le conseguenze del furto di un Rembrandt, un compito che la trascinerà in un vortice di intrighi e pericoli.
Nella spirale di Fermat” è un thriller che fonde azione e mistero nel mondo dell’arte contemporanea e che conduce il lettore in un labirinto di passioni, crimini e segreti. Ma è anche una storia di perdita e di amore. Wainer e Sara, ora distanti, lottano ciascuno con la propria solitudine, ricordandoci che anche nelle spirali più complesse della vita il cuore continua a battere, cercando una via per ricongiungersi.

INCIPIT. 

Era andato tutto a rotoli in due secondi. Wainer stava cucinando delle uova fritte, il perfetto pasto dei solitari, quando come niente il telegiornale aveva esploso la notizia: è morto il celebre artista Reinhard Bohrst. Trattenendo il fiato si spostò di fronte allo schermo, dove incalzata dal vento la corrispondente da Vienna esponeva con tono energico il necrologio, cui seguiva una dichiarazione contrita del ministro della Cultura austriaco: ha arricchito il mondo, il mondo lo piange. Wainer sedette davanti al piatto vuoto e un orecchio gli si chiuse sibilando. Per qualche attimo sentì solo le pulsazioni accelerate che martellavano il timpano, più forti del trillo che cominciò a levarsi dal telefono e che ignorò. Era morto Reinhard Bohrst. Morte improvvisa, aveva detto la TV. Com’era possibile? Era abbastanza vecchio perché potesse succedere, questo sì, certo, sarebbe morto prima o poi, è ovvio, come chiunque, ma lui era Zeus, era in piena forma, non era nei pensieri di nessuno che potesse morire, com’era possibile? La padella sfrigolava sul fuoco. Wainer aveva le narici spalancate dal fiatone. Che fosse morto proprio adesso era per lui una sfortuna efferata e una catastrofe. Non che ne soffrisse umanamente, non ne aveva motivo, non era quello, ne soffriva come un giocatore che aveva puntato tutto ciò che possedeva in una mano e aveva perso.

Gianfranco Tondini dagli anni Ottanta ha lavorato come attore, regista e autore in teatro e in televisione. Negli ultimi anni è entrato in confidenza col mondo dell’arte contemporanea. Vive a Ravenna. Nella spirale di Fermat è il suo primo romanzo.

Pietro Grossi “Qualcuno di noi”, presentazione

[…]Qualcuno di noi è l’opera matura di uno dei più grandi scrittori italiani, finalmente davanti alla cruciale occasione di visitare se stesso e di accompagnarci tutti dentro un abisso in cui si gioca senza regole, sul ciglio del nonsenso.(da Libri Mondadori)

Dopo sette anni l’autore di Pugni ritorna in libreria con un romanzo che potrebbe essere etichettato come autobiografia letteraria anche se, come l’autore sottolinea nella sua recente intervista di Caterina Soffici (tuttolibri çLa Stampa sabato 18 gennaio 2025), “È un romanzo a tutti gli effetti” anche se, occorre aggiungere, corale, fatto da tanti “io” e quindi “noi”, tanto che non viene adoperata la prima persona, ma un noi narrante. A tale proposito, interessante e opportuna la domanda della Soffici:
“Perché la scelta inusuale della prima persona plurale, quel “noi” fatto di voci diverse che litigano come una ciurma a bordo di una nave?”

Con una risposta a sua volta chiarificatrice

“È stata la piccola epifania della stesura di questo libro. Erano talmente tanti i picchi e i punti oscuri della mia storia che ho scelto di investigare la vita nascosta del personaggio che conoscevo meglio, cioè io. Quello che volevo fare era circoscrivere una caratteristica della mente umana, ovvero le moltitudini interiori. E l’ho capito leggendo Il lupo nella steppa, dove la vita di Harry è composta da cento, mille poli, come quella di tutti gli uomini”.

Cosa deve quindi aspettarsi il lettore, ci chiediamo?: per rispondere riutilizziamo quanto l’intervistatrice sottolinea nella premessa all’intervista medesima “un romanzo-mondo che contiene anche pezzi delle vite di ciascuno di noi, o almeno chi di noi si ritiene un essere imperfetto alla ricerca di un luogo dove approdare”.
Dopo sette anni di silenzio, dopo il successo di Pugni con cui entrò a far parte della cinquina dello Strega nel lontano 2006, e dopo l’ultima opera editata nel 2018, lo scrittore riassume in poche righe il percorso fino a questo romanzo di approdo: “I primi due anni li ho passati ad allineare e riscrivere cose scritte nei quindici precedenti che a un tratto mi sono reso conto avevano a che fare con lo stesso tema e la stessa storia, la mia. Erano 750 pagine, con Alberto Rollo ci abbiamo lavorato parecchio per arrivare alla forma attuale”.

Pietro Grossi – Scrittore italiano (n. Firenze 1978). Ha frequentato la scuola Holden, e ha esordito nella letteratura nel 2000 con Touché. Ha poi vissuto per un anno a New York, dove ha lavorato per una società di produzioni cinematografiche. Tornato in Italia per alcuni anni ha tra l’altro collaborato con case editrici e con un’agenzia di pubblicità. Del 2006 è Pugni, finalista del Premio Viareggio e dello Strega e vincitore di alcuni premi letterari, tra cui il Premio Pietro Chiara. Tra gli altri scritti pubblicati si ricordano: L’acchito (2007), Martini (2010), Incanto (2011), L’uomo nell’armadio (2015), Il passaggio (2016), Orrore (2018) e Qualcuno di noi (2025).(da Treccani)

Alessia Gazzola “Miss Bee. Il principe d’inverno”, presentazione

Longanesi

Il cadavere in biblioteca,  uscito a novembre, è stato già seguito dal Il principe d’inverno, a marzo è previsto il terzo Il fantasma dell’ambasciata.

Ambientati nella Gran Bretagna tra le due guerre hanno per  protagonista la giovana Beatrice, secondogenita del docente di italianistica all’Università di Londra, Leonida Bernabò. Trasferitisi da Firenze vivono a Queen’s Gate dove presto Beatrice, detta miss Bee, farà amicizia con la vicina di casa, Minerva Ashbury, vedova e madre dell’affascinante Kit, studente a Oxford,.
In questa nuova avventura, la giovane viene  invitata per Natale ad Alconbury Hall, residenza di campagna dei Lennox, in qualità di segretaria di Lady Millicent Carmichael, che vuole scrivere le sue scandalose memorie, da dattare alla facente funzione di segretaria, la giovane Bee. Ricompare quindi l’aristocratico  e affascinante Julian Lennox, undicesimo visconte di Warthmore,  lo scontroso Blackburn ispettore capo a Scotland Yard, ed  Alexander, cugino di Julian con ascenden­ze russe, bello ma dall’aria cupa, un vero principe d’inverno. Ma la gioiosa atmosfera natalizia, con il paesaggio invernale della campagna inglese che ne esalta la suggestiva magia, rischia di essere rovinato dalla tensione tra gli ospiti e da un’accusa di furto: ma è soltanto l’inizio e la nostra protagonista, combina pasticci sentimentali  ma capace di indagare e  risolvere delittuosi intrighi, sarà chiamata a districarsi in questa nuova situazione.
Ci riuscirà? Lei così leale e coraggiosa, così impulsiva e nello stesso tempo insicura, segnata da quella cicatrice sullo zigomo mascherata dal nuovo taglio alla maschietta:

“[…] stava fissando la cicatrice sulla guancia che Beatrice aveva da quando era bambina, il rattoppo di un chirurgo che aveva bisogno di fare ancora un po’ di pratica. Era finita contro lo stipite di una porta mentre lei e sua sorella Clara giocavano a inseguirsi per tutta la casa e quella cicatrice era il suo punto debole. A volte ne dimenticava l’esistenza, ma alla fine, qualcuno gliela ricordava sempre. In quel caso, Mrs. Wade si stava evidentemente chiedendo: è possibile che ad Alexander interessi una ragazza con quel brutto solco sul viso?”

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Miss Bee e il cadavere in biblioteca

Una piccola formalità

La costanza è un’eccezione

La ragazza del collegio

Un tè a Chaverton house

La nuova trilogia con Costanza Macallè

Lena e la tempesta

Premio Bancarella ad Alessia Gazzola

Irène Némi­rovsky “Il Carnevale di Nizza e altri racconti”, presentazione

Le prime «scritture brevi» di un’autrice ancora molto giovane, ma già in possesso di uno stile pienamente riconoscibile e di quella capacità di penetrazione psicologica che è soltanto sua.

A cura di Teresa Lussone

Diciassete racconti raccolti a cura di Teresa Lussone di cui uno per la prima volta in volume, I giardine di Tauride, seguono quasi il percorso dell’autrice dalle sue prime realizzazioni fino alla pubblicazione del suo romanzo Suite francece, riscoperto nel 2004 e che l’ha fatta riconoscere, anche se con titolo postumo, come scrittrice raffinata sin dagli esordi avvenuti in giovane età quando giunse a Parigi con i genitori in fuga dalla Rivoluzione d’ottobre, lei di origini russo-ebraiche.
I quattro racconti che aprono il volume furono scritti tra il 1921 e il 1922, all’età di diciotto anni, la sua protagonista è Nanoche, una serie di dialoghi che la ritraggono  ingenua e impertinente che s’adopera per trovare un uomo ricco da sposare.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta fu scritto nel 1931 ed è ambientato tra il 1907 e il 1914: due giovani coniugi a Nizza, nei giorni del Carnevale, saranno protagonisti di un’avventura extraconiugale vissuta in modo molto diverso da ciscuno dei due.
Nei primi scritti e nei romanzi successivi pubblicati in vita dominano alcune tematiche, matrimoni indesiderati, segreti inconfessabili, incomprensioni, attrazioni fatali, così come la particolare capacità di osservare senza giudicare le sue creature di carta.

“Come fa una giovane donna di appena trent’anni, qual era all’epoca Irène Némi­rovsky, a scavare così profondamente nel­l’animo umano? si chiese Bernard Gras­set, il suo primo editore, leggendo questi racconti. Come fa a capire, e a descrivere in modo così empatico e al tempo stesso spietato, non solo le lusinghe e le illusioni della giovinezza, ma anche la nostalgia de­gli amori perduti, il rimpianto delle vite non vissute, l’acredine delle esistenze sba­gliate, le ferite dell’ambizione frustrata, l’angoscia della solitudine, lo sgomento per i segni che lascia sul corpo il passare degli anni, la ferocia che si annida nel cuore de­gli uomini?”(da Libro Adelphi Editore)

Brevi note biografiche

Figlia di un banchiere ebreo ucraino, figlia unica solitaria, dopo un’infanzia agiata a San Pietroburgo, durante la rivoluzione d’Ottobre si trasferì con la famiglia prima in Finlandia e Svezia (1918), poi in Francia (1919). A Parigi ebbe inizio un periodo di intensa attività letteraria e di sfrenata mondanità. Si laureò in lettere alla Sorbona e nel 1926 sposò M. Epstein, ingegnere ebreo russo. Durante la Seconda guerra mondiale, subì le conseguenze delle leggi razziali: costretta ad abbandonare Parigi, venne arrestata nel luglio 1942 e deportata ad Auschwitz, dove morì il mese successivo. Esordì con il romanzo Le malentendu (1926), cui seguirono: L’enfant génial (1926, successivamente intitolato Un enfant prodige); il fortunato David Golder (1929); Le bal (1930; trad. it. 2005). Tra il 1941 e il 1942, negli anni dell’esilio forzato, compose i primi due volumi (Tempête en juin, che racconta la fuga in massa dei parigini alla vigilia dell’arrivo dei tedeschi; e Dolce, in cui alcuni personaggi prendono spicco e la struttura della finzione romanzesca si fa più complessa) di quello che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un grande affresco storico della Francia di quel periodo. Il libro, incompiuto, pubblicato per la prima volta dopo quasi sessant’anni con il titolo Suite française (2004), le è valso, postumo, il premio Renaudot.(da Treccani)

Antonella Sbuelz “Il movimento del volo”, Vallecchi Firenze

«Quattro donne forti – colte in fasi drammatiche, cruciali, ma anche di grandi passioni e tensioni ideali – che, ognuna a suo modo, testimoniano l’incrollabile volontà di essere fino in fondo padrone del proprio destino

Vallecchi Firenze


Scegliere, vivere, rischiare, amare. E prendere il volo. 
Dalla Prima guerra mondiale agli anni di piombo, quattro figure femminili ci ac­compagnano lungo il Novecento: storie di donne dentro la Storia, per affermare il diritto al presente e al futuro, alla di­gnità e all’utopia. Rachele, Livia e Anna crescono e matu­rano durante le drammatiche e com­plesse stagioni della grande guerra, del fascismo, della Resistenza e poi della Liberazione, mentre Emma compie la sua scelta nel periodo più cupo della Re­pubblica. Quattro donne forti – colte in fasi drammatiche e cruciali, ma anche di grandi passioni e tensioni ideali – che testimoniano l’incrollabile volontà di es­sere padrone del proprio destino. Volare talvolta richiede sofferenza e sacrificio, talvolta appare impossibile, eppure non ci si deve arrendere mai: è questa è l’e­redità ideale che verrà trasmessa da Ra­chele, Livia, Anna ed Emma alle genera­zioni che guardano al futuro.

Antonella Sbuelz ci trasporta in un viag­gio indimenticabile, dall’esito emble­matico e inaspettato, intrecciando le microstorie con la Storia del Novecento europeo. Un potente affresco narrativo che esplora, interroga, coinvolge e com­muove, riconciliando con la grande tra­dizione del romanzo italiano.

La nota dell’Autrice:

«Raramente a un libro viene offerta l’opportunità di una seconda vita. Ma a volte accade. Ci sono romanzi ultracentenari che continuano a coinvolgerci e a parlarci, mentre altri esauriscono la propria carica vitale molto prima di raggiungere l’adolescenza. Inutile tentare di individuare i motivi di fugacità o longevità di un’opera. Nessun romanzo è orfano: ogni storia è figlia del proprio tempo, ma a volte intercetta tensioni etiche e slanci civili che tendono a farsi universali. Il movimento del volo venne pubblicato dall’editore Frassinelli nel 2007: 17 anni, 7 romanzi, 5 raccolte poetiche, molti racconti e una ricerca di dottoratofa. Accolto con attenzione dalla critica, il libro ricevette il Premio Biblioteche di Roma, il Premio Città di Predazzo e il Premio Caterina Percoto, risultando finalista al Rhegium Julii e al Domenico Rea. Ma c’è altro, e forse conta di più. A questa storia devo l’esordio dei miei incontri con i ragazzi e le ragazze: venni infatti invitata a portare la Storia e le microstorie de Il movimento del volo nelle scuole superiori di tutta Italia e cominciai a dialogare con migliaia di studenti e studentesse. Fu l’inizio di un’esperienza appassionante, che da allora non si è mai interrotta. Anzi, è andata crescendo, ha preso slancio, ha ampliato i propri orizzonti: gli inviti a parlare con ragazzi e ragazze mi stanno conducendo ormai anche in Austria, Germania, Croazia, Svizzera, Ungheria. Grazie a quegli incontri continuo a sorprendermi, a dialogare con le generazioni più giovani, a cercare riposte alle loro domande, oltre che alle mie. E non smetto di sorprendermi, di emozionarmi, di imparare. Ma tutto è partito da qui, da questo libro. Sono dunque grata ad Alessandro Bacci, Direttore editoriale di Vallecchi, che ha voluto un nuovo volo per Il movimento del volo. A questa edizione ho lavorato in modo importante. Alcune parti sono cambiate in modo significativo. Ma la storia di Rachele, di Livia, di Anna e di Emma – e degli uomini al loro fianco – è rimasta sostanzialmente la stessa, perché si inscrive nella Storia che dalla grande guerra del secolo scorso ci ha traghettati negli anni Duemila. Ora l’affido a lettori e lettrici vecchi e nuovi. Raramente a un libro viene offerta l’opportunità di una seconda vita. Ma a volte accade. E a me pare bellissimo.»

Antonella Sbuelz vive a Udine, dove è nata. Ha condotto studi universitari a Trieste e Verona, conseguendo un Dotto­rato in Letteratura Moderna presso l’Uni­versità di Losanna. È autrice di romanzi, racconti, raccolte poetiche e saggi. Alle sue opere, tradotte in molte lingue, sono stati assegnati numerosi premi, tra cui il Premio Fiuggi Storia, il Biblioteche di Roma, il Camaiore, l’Alda Merini, il Rhe­gium Julii, il Colline di Torino. Svolge un’intensa attività culturale pres­so Scuole e Istituzioni italiane e stranie­re, continuando a dialogare con ragazze e ragazzi: grazie a loro, non smette di sor­prendersi e imparare.  Tra i suoi ultimi romanzi, Questa notte non torno (Feltrinelli, 2021; Premio Cam­piello Junior, Premio Selezione Strega Ragazzi e Ragazze), Il mio nome è A(n) sia (Feltrinelli, 2023) e Mariam (Vallecchi, 2023, Premio Palmastoria).

Il’ja Il’f e Evgenij Petrov “Le 12 sedie”, Voland

 “La vita, signori della giuria, è una faccenda complicata, ma questa faccenda complicata, signori della giuria, si sbroglia facilmente. Bisogna solo trovare il bandolo.”

Voland

traduzione di Emanuela Bonacorsi

Illustrazioni di Carlo Cagni

Sono gli anni pittoreschi e illusori della nep, la Nuova Politica Economica, e nella sperduta città di N una vecchia aristocratica rivela sul letto di morte al genero Ippolit di aver nascosto i gioielli di famiglia in una delle dodici sedie del salotto della loro casa padronale espropriata dai bolscevichi. Anche padre Fëdor, il prete che ha confessato la moribonda, viene a conoscenza del prezioso segreto. Comincia così per il sacerdote e per Ippolit, assistito dal formidabile “mago dell’intrigo” Ostap Bender, una ricerca all’ultimo respiro e senza esclusione di colpi, resa ancora più ardua dagli sconvolgimenti della rivoluzione che hanno sparpagliato le sedie per tutto il paese.
Romanzo di avventure esilarante e scanzonato, mordace satira della realtà sovietica – dalla provincia a Mosca e dal Volga al Caucaso – inesauribile fuoco d’artificio linguistico: Le 12 sedie, capolavoro dell’umorismo russo, torna finalmente in libreria per la prima voltanella sua versione integrale, in una nuova irresistibile traduzione.

Gli autori 
Entrambi originari di Odessa, IL’JA IL’F e EVGENIJ PETROV – pseudonimi di Iechiel-Lejb A. Fajnzil’berg (1897-1937) e di Evgenij P. Kataev (1903-1942) – erano autori delle più importanti riviste satiriche del tempo quando si incontrarono a Mosca e decisero di scrivere a quattro mani. Dalla loro collaborazione nacquero, oltre a numerosi racconti, i romanzi Le 12 sedie (1928), Il vitello d’oro (1931), seguito del precedente, e L’America a un piano (1936).

L’illustratore 
Esponente di spicco nella storia della vignetta satirica, CARLO CAGNI , pseudonimo di Carlo Zaccagnini, ha collaborato per molti anni come disegnatore a riviste e giornali, fra i quali “Il Male”, “Paese Sera”, “Don Basilio”. Nel 1976 ha realizzato insieme ad altri compagni il murale L’asino che vola sulla facciata del civico 28 di via Tor di Nona a Roma. Nel 2019 ha curato con altri amici l’allestimento della mostra Gli anni del Male 1978-1982. Quando la satira è diventata realtà. ­

Le pagine di tuttatoscanalibri più lette nel mese di gennaio 2025

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