
Fabrizio Gatti “Educazione americana”, recensione di Gianluca Di Feo, da La Repubblica Cultura




di Paolo Bertinetti
Quando Ian McEwan dice che le Carré è probabilmente il più importante romanziere inglese del secondo Novecento e che è ora di smetterla di considerarlo uno «scrittore di romanzi di spionaggio» e di apprezzarne invece le straordinarie qualità di grande romanziere, si riferisce non solo ai temi e a i contenuti dell’opera di le Carré, ma anche alla sua sapienza stilistica e narrativa. La sua prosa è ricca di immagini in cui l’ambiente, gli oggetti, le strade, le case, vengono definiti con un linguaggio di grande forza evocativa, in modo da far parte essi stessi del senso e della morale della vicenda narrata; e le sue storie sono raccontate con una mirabile sapienza narrativa che si manifesta nell’ordine e nel rigore con cui viene costruita una trama di intricata complessità.
Spesso le Carré aumenta poi ulteriormente la suspense proponendo al lettore successivi «rovesciamenti» rispetto alla soluzione conclusiva; e ciò avviene grazie al fatto che la missione procede senza che l’agente ne conosca gli elementi decisivi. La rivelazione, ad esempio, folgorerà Leamas, il protagonista di La spia che venne dal freddo, molto tardi e non verrà resa nota al lettore – che a quel punto sa soltanto che Leamas sa e che lui dovrà aspettare ancora per sapere.
Altrettanto importante è il fatto che il procedere della vicenda è spesso accompagnato non da informazioni oggettive, ma da impressioni, supposizioni, voci provenienti da chi sa e che si contrappongono a ciò che il protagonista ignora. Quando il protagonista è Smiley accade spesso che per un’ampia fase «l’azione» consista nelle sue minuziose ricerche d’archivio o in chiacchierate mirate con ex-agenti fidati. In questi casi la trama, per così dire, emerge dal confronto e dal rapporto tra dati e storie che offrono dei frammenti di verità che sta poi al protagonista ricondurre all’unità risolutiva.
La verità è sfuggente, spesso scomoda, mai scontata. L’agente segreto sa che tutti gli possono mentire e che deve riuscire a far credere di dire la verità quando a mentire è lui. Questo è drammaticamente ancora più vero quando l’agente è un double agent. Il tradimento di Kim Philby, il funzionario dei Servizi segreti britannici che in realtà era una spia dei russi, ha un ruolo rilevante nell’opera di le Carré. A differenza di ciò che accadde nel caso Philby, in La talpa il double agent, il traditore, sarà individuato ed eliminato. Ma in quello che Philip Roth definì il miglior romanzo inglese del dopoguerra, La spia perfetta, il double agent è visto in una luce decisamente diversa.
Anche perché la sua storia è al tempo stesso una storia di grande acutezza sulla società inglese dagli anni Trenta del secolo scorso in poi: un acutissimo ritratto dei principi, dei pregiudizi, dell’improntitudine con cui la classe dominante britannica ha continuato a porsi con imperturbabile sicurezza nei confronti dei propri membri e di quelli della classi inferiori.
Quando quel romanzo uscì, nel 1986, la Guerra fredda attraversava una fase virulenta, conseguenza del potenziamento militare dei Paesi dell’Europa Orientale. Una manifestazione di forza che ne nascondeva la debolezza: nel 1989 la caduta del Muro di Berlino segnò l’inizio della rapida dissoluzione del blocco sovietico. Dopo la fine dell’Urss molti pensarono che le Carré non avrebbe più saputo che cosa e di che cosa scrivere, perché la Guerra fredda era stata la fonte e la materia prima della sua invenzione narrativa. Non è stato così. La sua attenzione si è concentrata sull’Occidente e sulle sue malefatte: quelle dei colossi farmaceutici, delle banche truffaldine, delle multinazionali (che magari coltivano, come nel Nostro traditore tipo, segreti legami con la mafia russa).
In realtà anche nei romanzi scritti prima del 1989 le Carré si preoccupava dei valori (e del non rispetto dei valori) dell’Occidente. Ma una volta scomparsa la necessità di osservarli alla luce della contrapposizione tra i due blocchi e attraverso le imprese dei rispettivi agenti segreti, come liberato dal dovere di «stare dalla nostra parte», le Carré ha mantenuto schemi e forma del genere spionistico per applicarli a quel tipo di invenzione narrativa che è propria del grande romanzo. Ha messo la suspense al servizio della rappresentazione del mondo di fine Novecento e di inizio di terzo millennio, cogliendone trasformazioni e infamie

“Peccati Immortali”, il libro di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, si può definire un “giallo noir”.
Le opinioni dei lettori
La scrittura è avvincente, la trama coinvolgente e invoglia alla lettura. La scena del romanzo è la nostra Capitale. Personaggi veri incastrati con altri di fantasia. Un telefonino, con foto compromettenti che coinvolgono il cardinale Aldrovandi ed un politico, viene rubato a suor Remedios da una zingara. La suora ed un ex agente segreto, unici personaggi genuini del romanzo, tentano di recuperarlo. Attraverso i molteplici passaggi di mano del telefonino, in una articolatissima Roma, si incontrano vari personaggi della vita politica e religiosa, ognuno dei quali diventa una figura sociale dove ogni vizio trova la sua rappresentazione. Si capisce che protagonista vero è il “potere”. Potere che alcuni principi della Chiesa giustificano come il mezzo per raggiungere la forma più alta di carità, ma che in realtà è, anche per loro, solo il “fine”, come lo è per i politici. Si intuisce che il trucco per vincere è “frullare il vero con il falso, il verosimile con il simile, millantare con astuzia”. È un chiaro scuro dal quale emerge che molti luoghi comuni sui politici, cardinali, servizi segreti, varie onlus, anche se non si possono dimostrare con le prove, sono veri. Infatti dicono gli autori: “Ci sono cose che sui giornali non si possono scrivere, ci sono fatti conosciuti che non possono essere provati e allora si usa l’escamotage del romanzo”. Si scontrano e incontrano due figure di politici assolutamente rappresentativi della realtà attuale. Sono l’ex Senatore Nardi, politico democristiano della prima repubblica, e il giovane ministro Dario Gianese del “popolo dell’onestà”. Il primo gentile, colto e sapiente, arrogante e ignorante il secondo, ma entrambi viziosi e assetati di potere. Dice il vecchio Nardi: “ il vero potere non è il denaro, ma le relazioni. Il vero potere è sulle anime. Seguire il percorso delle persone, accompagnarle. Avvolgerle. Organizzare il loro tempo e i loro pensieri”.
Luisa Gianassi
Le pagine più visitate nel mese di ottobre
Difficile recensire questo particolare scritto di Sebastiano Vassalli: un omaggio alla poesia? Un omaggio ai veri poeti e non agli “scrittori di poesie”? Un annuncio, una folgorazione?
Leggendo, immersi nelle cose del mondo dei sette protagonisti, Omero, Qohèlet, Virgilio, Rudel, Villon, Leopardi, Rimbaud, tra vizi virtù e miserie di vite di uomini, tra le loro lacrimae rerum, cogliamo un messaggio che va oltre la realtà contingente che l’autore racconta:
“L’unico miracolo che si compie dai tempi di Omero e da prima ancora, e che non può essere dimenticato o messo in dubbio perché chiunque può farlo rivivere con la lettura, è quello delle parole che trattengono la vita. È la poesia. La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole” (dalla Conclusione. Qualcosa di divino)
Un testo quello di Vassalli che va letto perché è anch’esso “parola”, per riuscire ad avvertire il “miracolo” attraverso il racconto di momenti di vita, conosciuti o, in mancanza di dati, immaginati, partendo da Omero, passando attraverso Virgilio, il poeta costretto a cantare la Fama, o cercando l’amore lontano con Rudel o immaginando il borghese ingentilito che potrebbe essere diventato Villon per poi concludere con Leopardi e l’adolescente Rimbaud: poeti la cui vita è rimasta impigliata nella trama di parole che hanno intessuto, lasciandoci questo miracolo che “È l’unico miracolo possibile e reale, in un mondo dominato dal frastuono e dall’insensatezza. È la voce di Dio”.
Un messaggio che va oltre le vite dei sette poeti che Vassalli ha scelto di raccontare e forse per questo “Amore lontano” non può definirsi né un saggio o un testo sulla poesia, né una serie di racconti sulla vita di sette poeti, vuole essere un messaggio universale che può raggiungere tutti, perché riguarda tutti, proprio perché “Siamo personaggi di un poema indecifrabile e infinito”.
Il volto di Saffo come un epitaffio accompagna tutto il testo nell’apertura di ciascun capitolo e nella copertina delle prime edizioni
continua a leggere l’articolo da La Stampa Cultura
vai a leggere l’incipit
della stessa autrice su tuttatoscanalibri:
e le recensioni su mangialibri ai romanzi della Ferrante
Brutti ma “interessanti”? No grazie, evviva i bei racconti

di Carlo Fruttero Franco Lucentini
Al punto di confusione in cui siamo arrivati in Italia, non è sempre facile far capire e far accettare ai responsabili di una casa editrice la posizione che noi riteniamo di dover tenere nei confronti del pubblico: il quale ci sembra essere trattato dai più, o come un deficiente cui si può rifilare qualsiasi cosa, o come un droghiere arricchito che occorre iniziare agli squisiti misteri fino a poco tempo fa privilegio degli happy few, o, peggio di tutto, come un giovinetto da catechizzare. A noi pare ovvio che questi tre atteggiamenti, la volgarità, lo snobismo, il moralismo, siano strettamente – benché segretamente – imparentati, e che, a parte il loro carattere offensivo, essi finiscano per allontanare sempre più dai libri quella parte di lettori non contaminati dalle mode, dagli scandaletti e dalle prediche culturali, chesono poi il vero pubblico, il solo vero «strato» con cui, in definitiva, deve fare i conti chiunque faccia il nostro mestiere. È insomma il sacro piacere della lettura che noi vogliamo soprattutto rispettare e incoraggiare, e i libri che abbiamo fatto e che ci proponiamo di fare si spiegano secondo questa prospettiva.
Il discorso sarebbe naturalmente molto più lungo e complesso, ma all’atto pratico noi non facciamo altro che mettere insieme quei volumi che noi stessi, privati cittadini Lucentini e Fruttero (vecchi e appassionati lettori come altri è cacciatore, alpinista o musicofilo) vorremmo trovare in libreria e all’edicola. Che una simile limpida proposizione suoni oggi, in molti circoli, poco meno che eretica, non ci turba minimamente: le controversie ideologiche «ad alto livello» ci interessano poco, e invece di ridurre tutta la questione a un ennesimo scambio di chiacchiere tra quattro gatti, preferiamo mettere in atto(cioè in libri) le nostre convinzioni.
Il preambolo, di cui mi scuso, era necessario per chiarire i nostri criteri generali di lavoro, che sono in sostanza la leggibilità e la validità estetica. In altre parole, a un racconto di guerra brutto ma «interessante», perché il protagonista è negro o pederasta o pacifista o innamorato inconsciamente del suo mulo, noi non ci vergogniamo di preferire un racconto di guerra bello, dove il protagonista si limita a sparare, a detestare il sergente, ad aver paura, fame ecc. —
F&L, l’arte di parlare ai lettori
I segreti della “premiata ditta” grandi successi
di Mario Baudino
Erano interessatissimi sia a libri che classificavano di «genere A» sia a quelli di «genere B»; lo stesso valeva per film, teatro, arte. E come scrive Domenico Scarpa nella prefazione al Meridiano dedicato a Fruttero & Lucentini (Opere di bottega, in due grossi tomi, esce domani per Mondadori, pp. 3168, € 140) lo facevano «di prima intenzione, senza snobismi da bastiancontrari», semmai in polemica perenne, come scrissero nella prefazione a un’antologia di storie di guerra americane, con i «recensori ad alto livello, che classificano “film B” tutti quelli dove i cannoni sparano davvero».
Mai in sintonia con le correnti dominanti, F&L hanno saputo parlare, diremmo senza connivenze, con ironia, eleganza e dedizione – ai lettori. Che ora hanno a disposizione nel Meridiano non solo l’intera opera – a eccezione della «trilogia del cretino», pubblicata qualche tempo fa da Mondadori negli «Oscar classici» – ma anche un centinaio di pagine di inediti, tra lettere, appunti, insomma il laboratorio, dagli archivi di famiglia (conservati a Castiglione della Pescaia e a Torino).Ci sono anche le opere scritte e firmate singolarmente, ma al centro di tutto è il quasi miracoloso risultato della scrittura a due, che caratterizza i grandi romanzi dalla Donna della domenica a A che punto è la notte, da Il palio delle contrade morte a Enigma in luogo di mare, a L’amante senza fissa dimora, libri straordinari e perfetti. Coprono un arco di tempo dal ’72, quando uscì il primo, al 2002 quando Lucentini scelse di morire (Fruttero ci ha lasciati nel 2012): trent’anni di «ditta», mille volte spiegata, mille volte elusa, sempre misteriosa, anche se la loro storia comincia ben prima. L’incontro decisivo fu nel ’53 a Parigi, quando, dopo qualche anno di bohème intellettuale in giro per l’Europa, divennero amici e inseparabili.
Fruttero, che già lavorava per l’Einaudi, convinse Lucentini a trasferirsi a Torino, e l’editore ad assumerli entrambi. Svolgevano i loro compiti di redattori (pare mal pagati), traducevano Borges e Beckett, scoprivano la fantascienza. Ma nonostante i rapporti che allora si cementarono con Calvino e Citati, lo Struzzo non faceva per loro, era troppo ideologico, forse un po’ supponente. Così nel ’61 prima uno poi l’altro si trasferirono alla Mondadori, per dirigere «Urania», la prima collana tutta di fantascienza. E già allora sapevano benissimo quel che facevano.
Dagli archivi di Fruttero è emerso un documento per molti aspetti straordinario al proposito: la minuta di una lettera spedita nel ’61 all’allora direttore Vittorio Sereni, in cui annunciavano il programma di lavoro, ma anche qualcosa di più importante, una posizione sulla letteratura che ricorderà quella più celebre ma successiva di Harold Bloom, scomparso nei giorni scorsi, contro la «scuola del risentimento», i «gender studies», l’ideologizzazione trionfante nelle università e non solo. In quella lettera c’erano già i presupposti da cui sarebbe scaturita La donna del domenica: dove si noterà che l’indimenticabile americanista Bonetto è proprio l’alfiere di quelle acritiche infatuazioni «post-coloniali» destinate a irritare non poco lo studioso americano. Il romanzo ebbe un enorme successo. Natalia Ginzburg ne capì subito la «allegria così viva e così misteriosa». La maggioranza dei critici, sul momento, non riuscì a raccapezzarsi. Con grande divertimento degli autori. —
Al via in questi giorni mostre, nuove edizioni dei suoi libri in un calendario che si dipanerà fino al 23 ottobre 2020
La fantasia al potere
con Gianni Rodari.
Eventi per dodici mesi
verso il centenario
di Mauretta Capuano
Storie, filastrocche, articoli di approfondimento, materiali scaricabili per insegnanti, poster stampabili, quiz e tanto altro per un anniversario speciale che, proprio per questo, prende il via un anno prima con protagonista assoluta la fantasia. È quello per i cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari che si festeggiano il 23 ottobre 2020. Ma tra pochi giorni, proprio il 23 ottobre, parte il countdown in vista delle celebrazioni su http://www.100giannirodari.com, scandito da nuove pubblicazioni e iniziative. Gli eventi sono nel segno di quello che Rodari auspicava: «Tutti gli usi della parola a tutti», non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo. A inaugurare “100 Gianni Rodari” (#100giannirodari) sono le Edizioni EL, Einaudi Ragazzi, Emme Edizioni che, in quanto editori unici dell’opera del Maestro della Fantasia – nato a Omegna, sul Lago d’Orta, il 23 ottobre 1920 e morto a Roma il 14 aprile 1980 – hanno messo in cantiere una serie di nuove, preziose edizioni e mostre dei migliori artisti che hanno illustrato i libri dell’autore di “Grammatica della fantasia”, in allestimento in Italia e all’estero, con partner come la Fiera di Bologna e gli Istituti di cultura italiana nel mondo. Tra i primi titoli ad arrivare in libreria, il 5 novembre, “Cento Gianni Rodari – Cento storie e filastrocche – Cento illustratori” (Einaudi Ragazzi) per i bambini dai 6 anni, che raccoglie cento tavole realizzate da alcuni tra i migliori illustratori al mondo che hanno scelto ognuno la propria favola o filastrocca di Rodari preferita. E poi la strabiliante avventura del trenino più amato d’Italia, “La Freccia Azzurra” (Einaudi Ragazzi) con l’inedita introduzione di Neri Marcorè, tra i grandi fan di questa moderna fiaba sull’amicizia e la solidarietà diventata anche un film d’animazione, e le nuove illustrazioni per il centenario di Camilla Pintonato. Sono da poco arrivati in libreria anche gli albi, dai 4 anni, “L’omino di niente” (Emme Edizioni) con illustrazioni di Olimpia Zagnoli; e “Bambini e Bambole” (Emme Edizioni) la filastrocca dove troviamo il Rodari politico e poeta, con le nuove illustrazioni di Gaia Stella. Alla Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna 2020, che sarà un po’ tutta nel segno di Rodari, la mostra delle “Eccellenze italiane” sarà dedicata ai 21 migliori illustratori italiani di rilevanza internazionale che hanno illustrato Rodari, tra i quali spiccano Bruno Munari, Emanuele Luzzati, fino ai più recenti Manuele Fior, Beatrice Alemagna e le stesse Gaia Stella e Olimpia Zagnoli. La mostra ha appena iniziato a fare il giro del mondo grazie agli Istituti di cultura italiana all’estero. Nello speciale calendario di “100 Gianni Rodari” oltre a questi eventi hanno preso avvio letture, seminari e rappresentazioni teatrali ispirati all’opera del poeta e scrittore che ci ha insegnato che la fantasia rende liberi, su iniziativa di privati, associazioni, enti, festival. Tutti verranno segnalati sul sito che vuol essere un dinamico punto di riferimento. “100 Gianni Rodari” spiegano i promotori dell’iniziativa, «è anche un’esortazione: a moltiplicare per 100 la circolazione delle sue storie, a celebrare e diffondere i contenuti rivoluzionari della sua poetica, a formare una nuova generazione di piccoli lettori tramite i suoi libri divertenti e profondi: “Favole al telefono”, “Filastrocche in cielo e in terra”, “Fiabe lunghe un sorriso”, “Il libro degli errori”, “Le avventure di Cipollino”, “C’era due volte il Barone Lamberto”. —