Gabriella Airaldi “Essere avari. Storia della febbre del possesso” Marietti Editore

 pagine 176, 18 euro, Marietti 1820

L’avaro è un individuo meschino, capace di ogni bassezza, insopportabile alla società in cui vive. La sua figura è avvolta in ogni tempo da biasimo e condanna, ironia e disprezzo. Una fisionomia che ha le sue radici nel mito e nelle sue più recenti riscritture: Creso, Euclione, Shylock, Arpagone, Ebenezer Scrooge, Paperon de’ Paperoni, Gordon Gekko. Nomi che si rincorrono nei secoli per disegnare un identikit spregevole. L’opinione comune di una vita che oscilla perennemente tra il vizio e la virtù, in una lotta costante, pone l’avidità, il febbrile desiderio di possedere, alla base del comportamento dell’avaro. Eppure, la vita non è un gioco di estremi e le sfumature sono molte. Avarizia è termine proteiforme, che può indicare diverse cose, in relazione ai tempi e ai luoghi. Quante sono le sembianze dell’avaro? In quanti modi si possono descrivere? E quanti significati racchiude il vocabolo “avarizia”? La questione resta aperta, come accade ai grandi temi di lunga durata.

Cosa significa essere avari? È un modo per sopravvivere, gestire potere, gestire risorse? O forse essere avari è una trincea per difendersi dalla sopraffazione dei disagi sociali con i soldi o addirittura con le armi? E inoltre, essere avari è una questione individuale o una questione sociale? O invece le due questioni si intrecciano finendo con l’imprimere significative svolte alla storia del mondo come è avvenuto in passato e avviene tuttora?

GABRIELLA AIRALDI, specialista di Storia mediterranea e delle relazioni internazionali, ha insegnato all’Università di Genova e in molte università all’estero. Con Marietti 1820 ha pubblicato Storia della Liguria (2008-2012), Gli orizzonti aperti del Medioevo. Jacopo da Varagine tra santi e mercanti (2017) e Il ponte di Istanbul. Un progetto incompiuto di Leonardo da Vinci (2019).

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