Giulio Busi “Indovinare il mondo. Le cento porte del destino” presentazione

Per dirla con Busi:

È un viaggio tra mito, narrazione e quotidianità, tessuto con ricordi di amici, confessioni di scrittori, visioni, collage emotivi. Sono “sedute” divinatorie vere e proprie, o semplici presentimenti, che infilo secondo la casualità delle letture e del capriccio degli eventi. E della mia curiosità

Il futuro, conoscerlo o venirne a contatto quasi casualmente, chi non ha mai avuto la sensazione di aver squarciato il velo, di aver dischiuso una delle cento porte?

Va da sé – continua l’autore – che l’argomento è scivoloso, tortuoso, infido. Di ciarlatani è pieno il mondo […] Ma quella sola profezia che si avvera può svelarci una dimensione insondata dell’animo umano?

Tra mito e tragedia, “ma anche personaggi della storia recente o del nostro quotidiano, saranno i nostri compagni di viaggio, protagonisti enigmatici di vere e proprie sedute divinatorie, di misteriosi incontri con l’inesplicabile” si legge nella breve presentazione sulla pagina de Il Mulino.

La copertina simboleggia con la serratura su un cielo stellato questo viaggio avventuroso nelle storie che indagano il breve contatto nel divinare il futuro, da sempre desiderio dell’uomo.

e anche

Brevi note biografiche

Giulio Busi esperto di mistica ebraica e di storia rinascimentale, insegna Giudaistica alla Freie Universität di Berlino. Tra i suoi volumi: «Qabbalah visiva» (2005), «Giovanni Pico della Mirandola. Mito, magia, qabbalah» (con R. Ebgi, 2014) e «Città di luce» (2019), editi da Einaudi; «Lorenzo De’ Medici» (2016), «Michelangelo» (2017), «Marco Polo» (2018), «Cristoforo Colombo» (2020), editi da Mondadori. Collabora da molti anni alle pagine culturali del «Sole 24 Ore ( da Il Mulino)

Eugenio Borgna “In dialogo con la solitudine” presentazione e con la recensione di CasaLettori di Maria Anna Patti

In dialogo con la solitudine l’autore approfondisce il tema già affrontato in La solitudine dell’anima del 2010, presumibilmente scaturito dalla recente fase di chiusura totale che di fatto ci ha “isolato”, fenomeno dissimile e antitetico: se l’isolamento chiude, la solitudine apre perché essa è vitalità e va ricercata come osi nel deserto per consentire riflessioni e meditazioni in questo nostro mondo così iperconnesso da impedire questo viaggio interiore fondamentale. Niente di più necessario a mio avviso per ritrovarsi per scoprirsi, nel silenzio dell’interiorità.

Un testo interessante che offre molti spunti di riflessione anche presentando i molti contesti in cui possiamo sperimentala: la solitudine degli anziani e diametralmente dei bambini e degli adolescenti, ma anche della malattia e della morte, l’ultima solitudine. Aborrita e fuggita la solitudine acquista una nuova dimensione, da valutare e volendo sperimentare perché è un “dialogare” con essa.

Dal Catalogo Einaudi

Essere in dialogo con la solitudine significa entrare in relazione con gli abissi della nostra interiorità. In un mondo collegato continuamente in ogni suo aspetto, la solitudine rappresenta l’occasione per scendere lungo i sentieri che portano dentro di sé, e ascoltare le ragioni della immaginazione e del cuore. Eugenio Borgna ci indica in questo libro la direzione, molto spesso confusa e difficile, per aprirsi al dialogo con la solitudine. L’esperienza della pandemia, che ancora permane, ha posto tutti di fronte al significato della solitudine e a quanto essa sia un valido strumento per conoscere il mondo esterno, nelle sue luci e nelle sue penombre.

e anche

Brevi note biografiche

Eugenio Borgna è psichiatra e docente. Per Einaudi ha pubblicato: Elogio della depressione (con A. Bonomi, 2011), La fragilità che è in noi (2014), Parlarsi (2015), Responsabilità e speranza (2016), Le parole che ci salvano (2017) – che raccoglie in un unico volume gli ultimi tre testi -, L’ascolto gentile (2017), La nostalgia ferita (2018), La follia che è anche in noi (2019), Speranza e disperazione (2020) e In dialogo con la solitudine (2021).

La recensione di Maria Anna Patti su CasaLettori

Alessandro Barbero “La battaglia di Campaldino” Editori Laterza

in ebook a 0,99 centesimi


11 giugno 1289 ben settecentotrentadue anni fa i fiorentini inauguravano con la vittoria sul campo una nuova epoca: l’egemonia guelfa in Toscana e a Firenze. Una battaglia raccontata da insigni “giornalisti” dell’epoca come Compagni e Villani alla cui Cronica, ricca di dettagli, il testo di Barbero aggiunge un valore in più a questa famosa pagina di storia: risponde a molti quesiti che potremmo porci leggendo le antiche croniche. La Storia quando diventa micro-storia apre un mondo perché ci fa vivere la realtà del tempo descrivendo tutte quelle che erano le effettive difficoltà, esigenze, necessità di quel preciso periodo storico. Scopriamo così che il costo di un cavallo per andare in guerra era davvero esorbitante, ma scopriamo anche le armi, le armature, come si svolgeva un assedio e tanti piccoli particolari che sanno però farci rivivere tempi così lontani.
Le pagine di Storia ci informano e documentano, la micro-storia ci avvicina agli uomini del tempo.
La Storia ci tramanda che nella piana di Poppi, come ancora oggi è segnalato da cartelli che compaiono lungo la strada che conduce al castello, in località Campaldino si affrontarono l’armata aretina ghibellina e quella fiorentina guelfa. Tra i vai cavalieri Dante Alighieri, il “ghibellin fuggisco” combatté tra le file dei guelfi.

I capi ghibellini, tra i quali il vescovo Guglielmo degli Ubertini, Guido Novello dei conti Guidi, Buonconte da Montefeltro, decisero di attendere il nemico allo sbocco della vallata davanti a Bibbiena invece di intercettarlo in luoghi più angusti del percorso, forse per trarre vantaggio dalla geografia del luogo. Così quella mattina dell’ 11 giugno i due eserciti si schierarono sulla piana di Campaldino, nei pressi della chiesa di Certomondo; come scrive Alessandro Barbero, a differenza di quanto accade in epoca moderna, prima di iniziare una battaglia nel medioevo “i comandanti stabilivano una posizione difensiva, di solito appoggiata all’accampamento e ai carriaggi, e suddividevano le loro squadre di cavalieri in un certo numero di reparti o ‘battaglie’, decidendo quali impegnare subito e quali tenere di riserva, perché nello scontro le energie di uomini e cavalli si logoravano in fretta. I comandanti fiorentini selezionarono innanzitutto una forza di 150 ‘feditori’ destinati ad aprire lo scontro, fra i quali secondo la tradizione venne compreso anche Dante; i capitani di ogni sestiere scelsero i cavalieri migliori per questo compito, che era il più pericoloso …” (Alessandro Barbero, 1289. La battaglia di Campaldino, Laterza 2013).

Matti Friedman “Spie di nessun paese. Le vite segrete alle origini di Israele”presentazione

In questo saggio, Matti Friedman, giornalista e corrispondente che vive a Gerusalemme, ricostruisce la storia oscura di quattro giovani ebrei, tra i venti e i venticinque anni, due nati in Siria uno nello Yemen e uno a Gerusalemme, nati quindi e vissuti nei paesi musulmani di cui conoscono la lingua e le tradizioni; sono i mista’arvim termine ebraico che designa “coloro che vivono tra gli arabi” che sono “arabizzati”; saranno così inseriti nel Palmach, un’unità con attività di guerriglia e di difesa, per fare le spie.

“Tra azioni spericolate e vicende profondamente umane, nei vicoli di Haifa o sui tetti di Beirut, Matti Friedman segue quattro di queste giovani spie dal gennaio 1948 all’estate 1949. Venti mesi cruciali per la nascita e la futura identità dello Stato ebraico”. (Da Giuntina Editore)

Yitzhak, Yakuba, Havakuk e Gamliel”, questi i nomi dei quattro giovani che torneranno in Israele quando il Palmach fu sciolto dal capo del neonato governo: arruolati da un’organizzazione prima che Israele esistesse erano tornati quando non la riconosceva più, spie di nessun paese.

Matti Friedman ha vinto con questo saggio il Natan Book Award nel 2018

Dal Catalogo Giuntina Editore

Il 14 maggio 1948 la nave Euryalus lascia il porto di Haifa. A bordo c’è l’ultimo Alto Commissario britannico per la Palestina. È la fine del dominio coloniale inglese in Medio Oriente. Da questo momento la tensione tra ebrei e arabi diventa incontenibile, abbandonando le forme più clandestine della guerra civile e trasformandosi in vero e proprio conflitto armato. Sul fronte ebraico, a svolgere un ruolo fondamentale in questa nuova fase furono le operazioni dell’Alba, meglio nota come «Sezione araba», un’unità formata da giovani ebrei provenienti dal mondo arabo e cresciuti a stretto contatto con la cultura islamica. I membri della Sezione «si distinguevano dagli ebrei europei per la tonalità sbagliata della pelle e per l’accento», e potevano così facilmente infiltrarsi nei paesi nemici e svolgere attività di spionaggio, raccolta di informazioni e sabotaggio. Erano i Mistaʻarvim, «quelli che diventano come arabi». Erano i primi agenti segreti di Israele, le radici dimenticate del Mossad.[…]

Matti Friedman collabora con il New York Times ed è stato corrispondente da Israele, dal Libano, dal Marocco e da Mosca. Scrive per numerose riviste ed è considerato uno dei più grandi esperti di storia del Medio Oriente. Nato a Toronto, vive attualmente a Gerusalemme. Di lui la Giuntina ha pubblicato Spie di nessun paese.

“Racconti di demoni russi” a cura di Andrea Tarabbia, presentazione

Racconti di demoni russi fa parte della collana “nuovi classici” del Saggiatore; il volume, a cura di Andrea Tarabbia, presenta al lettore racconti di autori noti e meno noti iniziando con il poema in versi Il demone di Lermontov, un’opera-matrice, come la definisce Tarabbia, proprio perché fu il primo ad introdurre nella letteratura russa “il problema religioso del male”, per concludersi in musica con “Storia del soldato” di Stravinskij.

Al suo interno il contenuto si articola in due parti: “demoni immaginari” legati a figure del folclore e “demoni reali”, spaziando così tra autori che danno una diversa declinazione di “demone”: secondo Puskin, Bulgakov, dai folletti di Gogol, attraverso i grandi della letteratura russa, fino a Cechov, dove si passa dall’essere posseduti dai demoni all’esserne ossessionati, tra la concretezza di Dostoevskij e il realismo di Cechov, fino a Platonov.

“Tra possessioni, sortilegi e forze impure, incubi, ossessioni, violenze e follie, la letteratura russa più di altre sembra aver subito il fascino fatale del maligno, e questa raccolta di Racconti di demoni russi ne è un’oscura testimonianza. Guida d’eccezione in questo viaggio mefistofelico, Andrea Tarabbia ha selezionato e curato i più importanti esempi letterari di questa fascinazione sinistra, da Gogol’ a Čechov a Bulgakov, apparecchiando un banchetto di prelibatezze macabre – tra cui alcune vere rarità – […] e racconto dopo racconto si compone, agli occhi del lettore, il ritratto al nero di un’intera cultura” (Da Il Saggiatore)

Il Sommario

I demoni russi. Un frammento
Andrea Tarabbia

Prologo in versi

Il demone
Michail Lermontov

Parte prima. Demoni immaginari

Scena dal Faust
Aleksandr Puškin

Il Vij
Nikolaj Gogol’

Il concerto dei demoni
Michail Zagoskin

La notte di Pasqua (Leggenda)
Michail Saltykov-Ščedrin

La regina dei baci
Fëdor Sologub

Il sacrificio
Aleksej Remizov

Cosa vidi al sabba
Valerij Brjusov

Il gran ballo di Satana
Michail Bulgakov

Parte seconda. Demoni reali

Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič
Fëdor Dostoevskij

Il fiore rosso
Vsevolod Garšin

Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk
Nikolaj Leskov

Il monaco nero
Anton Čechov

L’abisso
Leonid Andreev

Il diavolo
Marina Cvetaeva

Uno spavento
Aleksandr Kuprin

Un satana del pensiero
Andrej Platonov

Epilogo in musica

Storia del soldato
Opera in due parti con musiche di Igor’ Stravinskij e libretto di Charles-Ferdinand Ramuz

Elisabetta Moro e Marino Niola “Baciarsi” presentazione

Elisabetta Moro e Marino Niola dedicano a questo contatto, tra fisicità e sentimento, il loro ultimo interessantissimo saggio. Già da quanto stampato sulla copertina appare chiaro il richiamo al nostro momento storico in cui il ravvicinarsi corpo a corpo ha sostituito il piacere, l’affettività o il desiderio con l’esclusivo timore del contagio e contemporaneamente con il rammarico di doversene astenere proprio perché “quel corpo a corpo che è la base della sociabilità umana” ci manca. Al di là della contingenza, il testo è un’indagine a tutto campo a partire dall’etimo presumibilmente greco, da baskaino, sussurrare, mormorare, ammaliare, affascinare, o come i romani avessero diversi vocaboli per indicare i tipi di bacio: basium, savium, osculum. Baciare assume infatti i significati più diversi come vi sono tanti tipi di bacio: “affettuoso, doveroso, rispettoso, fraterno, paterno, materno, amicale, conviviale, coniugale” insieme a quelli che le civiltà gli attribuiscono, tanto che gli autori lo definiscono un fatto transculturale.

“Elisabetta Moro e Marino Niola propongono una messa a fuoco del bacio, significante corporeo i cui significati variano con tempi e culture. Dalla preistoria del bacio alla sua trasformazione in manifestazione culturale, in espressione di sentimenti ed emozioni, che ne diversifica forme e significati, grammatica e lessico, indagati per mostrare come a quello schiocco di labbra che noi definiamo con una sola parola in altri contesti corrisponde uno spettro somatico e semantico estremamente ampio. Il bacio possiede anche significati politici e sociali, reazionari o rivoluzionari, inclusivi o esclusivi. La conclusione porta sull’oggi e sulla paura del bacio come simbolo dell’endiadi contatto-contagio costitutiva dell’ambiguità e al tempo stesso della necessità di quel corpo a corpo che è la base della sociabilità umana”.(Dal Catalogo Giulio Einaudi Editore)

E anche

Brevi note biografiche

Elisabetta Moro è professore ordinario di Antropologia culturale all’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa. Condirettore del Museo virtuale della dieta mediterranea e del MedEatResearch, presiede il comitato della Cattedra Unesco in Comparative Law and Intangible Cultural Heritage dell’Università di Roma Unitelma Sapienza. Tra i suoi libri: Andare per i luoghi della dieta mediterranea (2017, con M. Niola) e Sirene. La seduzione dall’antichità ad oggi (2019). Per Einaudi ha pubblicato Baciarsi (2021, con M. Niola). Collabora con il «Corriere della Sera» e «Il Mattino».

Marino Niola è professore ordinario di Antropologia dei simboli all’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa. Condirettore del Museo virtuale della dieta mediterranea e del MedEatResearch, è presidente del Comitato d’indirizzo della Fondazione FICO per l’educazione alimentare e la sostenibilità ambientale di Bologna. Tra i suoi libri: Il presente in poche parole (2016) e Diventare don Giovanni (2019). Per Einaudi ha pubblicato Baciarsi (2021, con E. Moro). Collabora con «la Repubblica».

INDICE

Introduzione

Baciarsi

Un ingegnoso trucco dell’evoluzione. Etologia del bacio

Meglio un osculum o un kataglottisma? I nomi del bacio

“La bocca mi basciò tutto tremante”. Baci alla letter

Il fine giustifica i baci. Rubati, di scambio, di guerriglia

Da ranocchio a principe, da serpente a principessa. Il bacio che trasforma

Portare Dio con sé. Il bacio biblico

Assaggiare Dio. Il bacio cristiano

Tra misericordia e odio. Baci del perdono e del tradimento

Bacetti satanici. Baci infami e contro natura

Un atto di umiltà. Baciare i piedi

Per infiammare il desiderio. Baci e Kāmasūtra

Durata massima: tre secondi. Baci da vedere

Imparare a baciare. Dalla posta del cuore alle app

Degli stessi autori su tuttatoscanalibri:

“I segreti della dieta mediterranea”

Anna Zafesova “Navalny contro Putin” Paesi Edizioni

La russista Anna Zafesova ricostruisce il caso sconvolgente del leader politico avvelenato dai servizi segreti russi. Rivelazioni, fatti inediti, segreti del potere putiniano e del suo cerchio magico; i metodi violenti che il regime usa per non crollare. Cronaca dell’inizio della fine per Putin

«L’ora X della Russia contemporanea scatta all’alba del 20 agosto 2020, quando Alexei Navalny perde conoscenza e cade sulla moquette del corridoio di un aereo low-cost nel cielo della Siberia». Potrebbe essere questa la data dell’inizio della fine del potere personale di Vladimir Putin in Russia. Di certo, è il punto più basso e difficile da almeno un decennio a questa parte.

Tutto il mondo ormai sa che Navalny è stato avvelenato da un agente nervino uscito dai laboratori militari sovietici, il Novichok. Ma il fatto che sia sopravvissuto cambia tutto, e legittima quanti sono convinti che questo passo falso abbia innescato una serie di reazioni che porteranno il Cremlino verso una strada senza ritorno. Navalny oggi non è solo un dissidente, ma un leader politico e per certi versi già un martire. La sua legittimazione agli occhi del mondo potrebbe costare cara a Putin, sempre più isolato nel suo bunker e circondato da un cerchio magico che filtra per lui la realtà, mentre altri poteri interni cercano di sostituirsi a lui.

In questo saggio, Putin e Navalny sono così i due protagonisti di uno scontro politico – ma anche di una battaglia culturale e un conflitto generazionale – che trent’anni dopo la fine dell’Urss potrebbe rappresentare una svolta storica, quanto un disastro epocale per la Federazione Russa e il suo popolo.

Anna Zafesova – Giornalista e massima esperta in Italia di Russia e Putin, dopo esperienze con diversi giornali sovietici e italiani, dal 1992 scrive per La Stampa ed è analista politica per Il Foglio e Linkiesta. Fino al 2004 è stata corrispondente del quotidiano torinese a Mosca, dal 2005 vive e lavora in Italia. A lei si devono importanti libri tradotti dal russo, come I cinocefali e ha firmato la postfazione de Nel primo cerchio di Aleksandr Solzenicyn (Voland, 2018).


 

Il paesaggio. Dialogo tra fotografia e parola. Un tributo a Pietro Greco. A cura di Roberto Besana. Töpffer (Oltre edizioni)

Oggi abbiamo più che mai bisogno di ripensare a questo territorio che chiamiamo paesaggio, perché dietro quell’apparire c’è tutta la nostra voglia di starci e di esserci in questo “paesaggio”, su questa Terra.  

IL PAESAGGIO. DIALOGO TRA FOTOGRAFIA E PAROLA

Un tributo a Pietro Greco

A cura di Roberto Besana Introduzione Melina Scalise

Contributi di: Francesco Aiello, Ezio Amistadi, Piero Angela, Nicola Armaroli, Marco Armiero, Vasco Ascolini, Silvia Baglioni, Barone Enzo, Silvia Bencivelli, Roberto Besana, Lucio Bianco, Piero Bianucci, Gian Italo Bischi, Francesca Boccaletto, Gianfranco Bologna, Francesca Buoninconti, Marco Buticchi, Lilly Cacace, Valerio Calzolaio, Luca Carra, Marco Ciardi, Lorenzo Ciccarese, Liliana Curcio Liliana, Luigi Dei, Alessandro De Rossi, Antonio Ereditato, Michele Fina, Valentina Fortichiari, Marco Fratoddi, Margherita Fronte, Roberta Fulci, Silvano Fuso, Marco Enrico Giacomelli, Angelo Guerraggio, Umberto Guidoni, Sandro Iovine, Francesco Lenci, Ugo Leone, Giuseppe Longo, Roberto Lucchetti, Simona Maggiorelli, Stefano Mancuso, Beppe Mecconi, Luca Monti, Marta Morazzoni, Marco Motta, Vincenzo Mulè, Gianfranco Nappi, Piergiorgio Odifreddi, Daniela Palma, Rossella Panarese, Marco Pantaloni, Giovanni Paoloni, Telmo Pievani, Gaspare Polizzi, Cristina Pulcinelli  Nello Rossi, Mario Salomone, Roberto Rosso, Silvestro Serra, Raffaella Simili, Melina Scalise, Settimo Termini, Tiziano Fratus, Leonardo Tunesi, Chiara Valerio, Stefano Zuffi.

Töpffer (Oltre edizioni)

Pagine 164, prezzo 24,50

In libreria il 14 maggio

Questo libro è uno sguardo sul Mondo come lo avrebbe pensato e voluto Pietro Greco, scrittore, giornalista, comunicatore di scienze. Questo libro, a cura di Roberto Besana, è un invito a entrare nel paesaggio attraverso le fotografie e i testi che le accompagnano per emozionarci e viverli come spazi d’interazione, senza temere di sporgersi dalla “finestra” di una fotografia. Su iniziativa di Roberto Besana, autore delle fotografie, la penna di Pietro Greco con cui stava sviluppando questa opera, è stata presa come passaggio di testimone, da tante donne e uomini della cultura e della scienza, amici e colleghi di Pietro che lo hanno stimato per la sua umanità e cultura.

Scrive Roberto Besana:

«18 dicembre 2020, sul Mattino di Napoli leggo questo titolo: “Ischia in lutto, è morto Pietro Greco, giornalista di fama internazionale”. Sono stupefatto, costernato, incredulo. Considerato lo spirito che lo contraddistingueva non ci si poteva far sopraffare dal dolore, si doveva continuare a contribuire alla diffusione della conoscenza come lui avrebbe voluto, ed ecco che ho pensato di utilizzare la sua penna come testimone e passarla a 65 amici, colleghi, scienziati, studiosi, letterati, giornalisti che ne prendessero l’eredità, che si sostituissero a lui per completare questa opera di scritti e fotografia (…). Probabilmente non troverete una perfetta successione e coerenza negli argomenti dei testi, così come le fotografie volutamente non hanno omogeneità estetica e rappresentativa perché sono “momenti” del variabilissimo paesaggio della nostra mente, ma certamente sono 65 stimoli come gli anni della sua intensa vita per conoscere, sviluppare pensieri o riflessioni, in linea con l’ecletticità del suo ingegno. Grazie Pietro, grazie amico vero!»

Dall’introduzione e curatela di Melina Scalise:

«Oggi abbiamo più che mai bisogno di ripensare a questo territorio che chiamiamo paesaggio, perché dietro quell’apparire c’è tutta la nostra voglia di starci e di esserci in questo “paesaggio”, su questa Terra. È il luogo del nostro abitare, ciò che chiamiamo habitat, per cui sentiamo la necessità di adottare una nuova etica del territorio e, con essa, anche della tecnologia perché la Natura non ci uccida, perché noi non si perda tutto quanto abbiamo costruito. La parola “paesaggio” deriva dal termine francese “paysage” a cui si attribuisce una derivazione dal latino “pagus” che significa villaggio, borgo, composto da pays (cioè paese per cui si intende un luogo abitato dall’uomo, coltivato e o edificato, misurato e con un significato giuridico ed economico) e dal suffisso “-age” che significa “insieme”, “vista d’insieme”, “totalità”. In pratica è insita, nel significato stesso della parola paesaggio, il guardare e il fare dell’uomo sull’ambiente circostante.  Potremmo semplificare che il paesaggio è l’altro, l’insieme di cose e persone che ci circonda».

Antonio Musarra “Medioevo marinaro. Prendere il mare nell’Italia medievale” presentazione

L’Italia è una penisola proiettata nel Mediterraneo, poteva non albergare un popolo di navigatori?

In effetti la storia medievale riporta il potere esercitato sul mare da quattro potenti repubbliche marinare, Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, e un dominio marittimo caratterizzato dalla piena padronanza delle attività legate a quest’attività: le costruzioni navali e le tecniche di navigazione, la legislazione marittima, e tutto quanto fosse connesso per un perfetto dominio sui mari e sulle transazioni su di esso esercitate. Senza dimenticare i nomi di quei navigatori italiani che hanno “aperto” nuove rotte e raggiunto nuovi mondi: Amerigo Vespucci e Cristoforo Colombo, per indicare solo quelli la cui fama non necessita di ulteriori indicazioni.

Musarra, docente di storia medievale alla Sapienza di Roma, in questo suo saggio mette in luce, in maniera documentata e capillare su diverse tipologie di fonti, ogni aspetto di quel Medioevo marinaro. Scorrere solo i titoli dei dodici capitoli che compongono il volume permette al lettore di cogliere l’ampiezza di quanto trattato, in grado di catturare l’attenzione dagli appassionati, ai curiosi, agli studiosi.

Da Il Mulino Edizioni l’Indice i titoli dei 12 capitoli

I. Il mare e la sua rappresentazione/II. I porti/ III. I mestieri del mare/ IV. I tipi nautici /V. Gli equipaggi /VI. La vita di bordo /VII. La navigazione /VIII. Fare il punto /IX. La legislazione marittima /X. La guerra sul mare /XI. Mediterraneo dei conflitti /XII. Il sogno di Ulisse

Tommaso Scaramella “Un doge infame. Sodomia e nonconformismo sessuale a Venezia nel Settecento” presentazione

Nel saggio “Un doge infame. Sodomia e nonconformismo sessuale a Venezia nel Settecento” edito da Marsilio, l’autore, Tommaso Scaramella, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Culture e Civiltà dell’Università di Verona con il dottorato in Storia Culture Civiltà all’Università di Bologna, ricostruisce “attraverso i dispacci delle corti europee, i panphlet e i processi” le vicende della vita di Alvise V Sebastiano Mocenigo (1726 – 1795) esponente di spicco dell’aristocrazia veneziana, appartenente ad una della famiglie più antiche e influenti tanto che sette dogi e vari uomini di Stato ne avevano fatto parte. Mogenico non era stato da meno divenendo ambasciatore a Madrid e a Parigi.

Fu proprio il clamore scatenato dal rifiuto imperiale per l’ incarico che avrebbe dovuto ricoprire a Vienna come rappresentante della Repubblica di Venezia a costringere il governo veneziano ad aprire un percorso di indagini per sodomia nei suoi confronti: il rifiuto imperiale “di persona non gradita” si legava ad aspetti della vita privata di Mocenigo, considerato tale per i suoi comportamenti sessuali libertini volti al di fuori della finalità procreativa e coniugale intrattenuti nei palazzi delle sue ambasciate. Mocenigo fu condannato a sette anni di prigione nella fortezza di Brescia, dove scontò la sua pena, ma fu l’infamia che gli derivò dall’accusa di sodomia a pesare sulla sua esistenza successiva negandogli pertanto, anche se a distanza di anni dall’aver scontato la pena comminatagli, di candidarsi a ultimo doge della Serenissima e condannandolo a portare per sempre il marchio di “doge infame”. Nella copertina un suo ritratto attribuito al Tiepolo datato 1756/66 circa.

La Quarta di copertina: