Hans Tuzzi “Vanagloria” recensione di Salvina Pizzuoli

Si apre con la notizia di una morte, si chiude, tra i guaiti di un cane, con una morte annunciata: non è un giallo, ma il primo romanzo di Hans Tuzzi apprezzato giallista e bibliofilo che con “Vanagloria” si realizza in modo esemplare come romanziere. Era prevedibile che la vena narrativa di chi ha fatto del proprio scrivere in giallo una produzione letteraria raffinata, si compisse in un romanzo vero e proprio.
A volte, leggendo opere narrative, capita di riscontrare in esse una perfetta consonanza al reale tanto sono precisamente tratteggiate, quasi gli assomigliassero in modo speculare. Viene allora da chiedersi quanto in un romanzo è invenzione e quanto corrisponde a situazioni già verificate o perfino anticipate, indovinate o intuite dall’autore. Ma il romanzo di Hans Tuzzi, scritto tra il 2006 e il 2010, va oltre; la società di Paneropoli, evidente richiamo a Milano, da panèra o città del formaggio come l’aveva chiamata Ugo Foscolo in modo evidentemente spregiativo, è sapientemente raffigurata, nei due anni imprecisati della prima decade del ventunesimo secolo che fanno da sfondo alle vicende, scoperchiandone il vuoto senza ipocrita cecità; è uno specchio in cui si deve finalmente guardare.
A una scrittura elegante, policroma, piena di lingue e di linguaggi, cui ci aveva abituato nelle opere precedenti, l’autore aggiunge in “Vanagloria” il pregio dell’analisi cruda e lucida di una società in degrado il cui fine è il potere per il potere e dove la cultura è merce di scambio, valore aggiunto per realizzare quel fine. Una società resa sterile e smarrita dietro velleitari e millantati ruoli elitari, alla ricerca di un fine effimero, dove tutto ha un prezzo, anche l’amore che come l’amicizia e la solidarietà perdono le loro caratteristiche e acquistano quelle di mercanzia, mentre gli intrighi e i percorsi per realizzare il profitto e la soddisfazione personale diventano le uniche prospettive.
Una variegata e fantasmagorica carrellata di personaggi del mondo che conta si presenta al lettore, spettatore della tragedia che si consuma sotto i suoi occhi, spogliata e doppia nella facciata perbenista che ne copre la dissoluzione interiore; la progenie, vuota e qualunquista, non disdegna di seguirne le orme precocemente. Tra i vanagloriosi qualcuno si salva come nella galleria delle figure femminili, sicuramente meno negative di quelle maschili. Anche la prosa sottolinea, nel suo essere corrosiva e acida, la natura degli uomini che si muovono all’interno del romanzo; un romanzo difficile, ma che si legge d’un fiato, quasi il lettore volesse conoscere il destino che lo attende come spettatore disincantato di un mondo senza eroi e senza possibilità di sopravvivenza. Un romanzo colto, denso, che non presuppone riletture nonostante la ridda di personaggi le cui vicende si intrecciano e si combinano; è un mondo piccolo quello in cui ciascuno di loro, con la propria professione e il proprio ruolo si muove.
Se si vuole intravedere un messaggio tra le righe del romanzo,  è sicuramente un raffinato messaggio, ma ci si può ravvisare anche un monito? Una società senza una cultura da tramandare è una società sterile che va solo verso una morte solitaria?
Al lettore-spettatore il compito di interpretare l’impianto immaginifico che l’autore ha saputo magistralmente costruire.
Come in “Vanagloria” anche in “Morte di un mecenate americano” Tuzzi tocca, da un punto di vista parallelo, il medesimo tema; nell’interessante biografia romanzata del magnate J.P. Morgan, è tratteggiata infatti non solo la sensibilità del protagonista ma anche lo spirito di una società: i potenti e facoltosi mettono a disposizione il loro denaro per la ricerca dell’opera d’arte, patrimonio dell’umanità oltre che personale, da tramandare e conservare; filantropi oltre che cultori. Il titolo emblematico dell’articolo comparso sul Sole 24Ore (domenica 10/2/2013) “JP Morgan il Magnifico” dello stesso Tuzzi, assegna infatti al magnate americano il ruolo di un mecenate cinquecentesco. Nella biografia fa da sfondo una società di fine Ottocento, in “Vanagloria” quella attuale, persa e deprivata del valore della conoscenza, dove invece i facoltosi orientano i propri interessi in altri campi o scelgono di legare il proprio nome a opzioni  culturali solo per l’appannaggio che possono offrire.
La cultura, intesa come bene, è sicuramente un argomento che preme molto all’autore; e come dargli torto, soprattutto in tempi come quelli che viviamo?
Già pubblicato in Esercizi di stile di Gabriele Ametrano

Sandro Veronesi “Il colibrì” recensione di Salvina Pizzuoli

Chi è Marco Carrera, un eroe?

Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi d’esser sempre andati alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati al mondo: per costoro il punto di partenza e il punto di arrivo coincidono. Poi ce ne sono altri che pur stando fermi percorrono una strada lunga e avventurosa perché è il mondo a scivolare sotto i loro piedi, e finiscono molto lontano da dove erano partiti: Marco Carrera era uno di questi.

Una vita travagliata quella del protagonista, costellata di numerose tragedie: il desiderio di un amore mai realizzato, l’allontanamento dal fratello, il tradimento e il divorzio dalla donna che aveva sposato, la perdita crudele degli affetti più profondi. Pare non esserci felicità su questa terra per lui che però vive la propria esistenza mettendo in campo l’abilità che è propria del colibrì, il nomignolo con cui viene soprannominato da ragazzo quasi ne avesse incorporato oltre alla struttura anche le abilità: il piccolo uccello che batte forte le ali per superare questa sua complessione fisica e stare fermo, saldo. Marco sa resistere con generosità agli oltraggi della vita.

Il fatto è che dietro al movimento è facile capire che c’è un motivo, mentre è più difficile capire che ce n’è uno anche dietro l’immobilità. Ma questo è perché il nostro tempo ha conferito via via sempre più valore al cambiamento […] chi si muove è coraggioso e chi resta fermo è pavido, chi cambia è illuminato e chi non cambia è un ottuso. […] ci vogliono coraggio ed energia anche per restare fermi.

Si prodiga Marco nonostante navighi dentro un  fiume in piena in cui l’esistenza lo ha scaraventato.

Come in tutti i romanzi in cui l’autore fa entrare chi legge nella vita privata dei propri personaggi, al termine della lettura restano, oltre al piacere intrinseco, tante domande proprio sulla figura chiave.

La prima in questo caso può essere riferita al finale: Marco  per la prima volta vuole diventare soggetto dell’azione, per la prima volta vuole prendere per mano la propria vita e condurla verso un finale da lui stesso deciso? In fondo il compito affidatogli di allevare Miraijin, la nipote, il cui nome in giapponese ha il significato profetico di uomo del futuro, era terminato: ora il futuro poteva avere inizio.

La trama si snoda dentro una scrittura che scorre scorre benissimo, e coinvolge nella struttura varia che la compone: email, telefonate, missive, una narrazione tra passato e presente, senza tempo, senza una cronologia conseguente, solo spaccati di esistenze, momenti, figure tratteggiate a tinte forti, come Duccio Chilleri ovvero l’Innominabile o il dottor Carradori, per entrare meglio nei casi della vita dei personaggi, nei rapporti relazionali che costruiscono e che tra loro intercorrono.

Otello Marcacci “Tempi supplementari”, la quarta di copertina e alcuni stralci

In libreria dal 25 marzo
Alcuni stralci
I giorni seguenti furono frenetici ed estenuanti. Ci demmo sotto con gli allenamenti perché mancavano solo due settimane alla partita, ma c’era anche da seguire la classica routine della colonia e le attività sulla spiaggia, così che, quando arrivavamo a sera, eravamo distrutti fisicamente. Fu un periodo di grande impegno e autodisciplina. Tutti evitavamo di mangiare dolci, persino Ramon e Cristiano, che erano i due che facevano più fatica a starci lontano. Ci svegliavamo presto e andavamo a correre intorno al grande edificio fino a sentire i polmoni che bruciavano e i nostri corpi che pulsavano energia. C’erano una tale sicurezza e bellezza particolari in quella follia, che come per magia ci sembrava possibile davvero ogni cosa. Sentivamo la smania di spingerci fino al limite delle nostre possibilità e anche oltre, perché, anche se nessuno lo avrebbe mai ammesso, in fondo speravamo in una vittoria. Ci pareva di galleggiare come se una zattera invisibile ci tenesse sollevati da terra. Il nostro entusiasmo ben presto contagiò anche gli altri bambini della colonia. Non c’era angolo dentro la pineta dove non si parlasse della sfida che avevamo lanciato. Forse eravamo del tutto incoscienti o forse seguivamo un istinto tratto da libri di scienze naturali che ancora non avevamo mai aperto. Tranne Marco e forse un po’ Paolo, eravamo tutti senza tecnica di base; ma che cos’è la tecnica se non assenza di passione? E noi di quella ne avevamo da vendere. 
 
L’ultima sera che trascorremmo in colonia, con il rientro in città ormai alle porte e la partita dietro l’angolo, dopo un’altra giornata di allenamenti convulsi nei quali avevamo provato schemi avveniristici, cominciarono ad affiorare i primi dubbi e le prime crepe. «Ma se perdiamo, anche Ilenia e Rosy saranno costrette a correre nude?» chiese Bernardino. Che non fosse dell’umore giusto l’avevo capito vedendolo mangiare la verdura poco prima senza lamentarsi. Se l’era inghiottita lento come un ruminante e mi ero quasi ipnotizzato nell’osservarlo. Eravamo nel tavolo in fondo al refettorio, quello che dà sul lato ovest della colonia. «Non perderemo» disse Marco Cappelli sorridendo. Il viso di Bernardino si afflosciò, appoggiò le mani sul tavolo per alzarsi, lentamente i suoi lineamenti si ricomposero, drizzò la testa. «Sì, ma metti che succeda?» Il mondo fuori era un pubblico in attesa di uno spettacolo. Per quanto avesse chiaro che in panchina c’eravamo noi a tenergli la mano, l’idea della sconfitta gli incuteva timore. E non era l’unico. «Non lo farò» disse ancora, «perché non hanno alcun diritto di umiliarci». Paolo si aggrappò al mio braccio e cercò di scuotermi. «Se perdiamo ti piglio a calci in culo per l’eternità». 
Otello Marcacci

Emmanuelle De Villepin “Dall’altra riva”recensione di Zita Dazzi da La Repubblica Cultura 12 marzo

Il romanzo di Emmanuelle De Villepin
Ritratto di famiglia dell’amore e di altri demoni
di Zita Dazzi
Quanto dolore può contenere la storia di una famiglia. Quanta vita c’è dopo il lutto, quanti legami restano anche quando sembra si siano spezzati per sempre, quando è calato il silenzio e sono passati gli anni. «Sono lontana dall’essere un’esperta di sentimenti, a me arrivano come ovattati, ma credo che non si possa essere generosi quando si è feriti», ammette Nadège, la madre che fugge dalle sue responsabilità e abbandona il marito e tre figli piccoli per seguire un amore folle e incontenibile, come sono sempre gli amori sbagliati. È lei una dei protagonisti di Dall’altra riva (Longanesi), ultimo romanzo di Emmanuelle De Villepin. L’autrice si addentra in una complessa vicenda familiare, che parte nel 1959, lo stesso anno di nascita di De Villepin, in un villaggio vicino a Chamonix, dove Nora, figlia di Nadège, dalla culla vede il Monte Bianco. Il funerale del padre organizzato dall’altra figlia Apolline, è la prima scena di un racconto che procede a scatti, in diverse scansioni temporali, con due voci narranti. La prima è quella della figlia che si allontana dalla casa dove è nata e dove ci sono stati troppi strappi, troppe lacrime inconsolabili. La seconda, è quella di sua madre, che non può chinarsi sul suo passato perché, spiega, «sprofonderei nelle sue fauci avide di vendetta ». Eppure anche per questa donna fragile, per le sue miserie e umane debolezze, c’è una pietas commovente nella narrazione.
È un romanzo feroce che scorre lieve, una pagina dietro l’altra, col ritmo incalzante di una vita vista da quel promontorio che è l’età adulta, quando ci si rende conto dei torti fatti alle persone care e non c’è più tempo per chiedere scusa: «Ci sono stati dei feriti, non potevo far finta. Avevo partorito tutta la falsità della mia esistenza – spiega Nadège, ormai anziana e sola – Io non posso trovar pace davanti a tutta questa richiesta d’amore. Sai cosa esige l’amore? È spaventosamente esoso! Bisogna continuamente uscire da se stessi per servire le esigenze altrui».
Verità dure, che però non vengono rinfacciate come colpe, perché non c’è processo, non ci sono vinti, né vincitori nella battaglia della vita, in cui alla fine bisogna provare a ricongiungersi e a superare le accuse reciproche, stringersi, dopo aver per anni pensato di non essere più in grado di farlo. È la voce dolente di Nadège a spiegare che quando si sopravvive a un lutto si capisce che «qui noi siamo assieme. Non ci siamo che noi. È questo che sono venuta a dirgli: sappi che io ci sono. Io sono con te».
Un libro nel quale ci si immerge rapidamente, pieno di drammi che arrivano improvvisi, quando ancora non si ha la maturità per affrontarli. Come dice Nora, «il corpo capisce prima del cervello. Ti metti a tremare e il cuore batte all’impazzata, credi che esploderà di dolore e tuttavia non capisci». Poi ognuno, trova i suoi antidoti per sopravvivere. «Mathieu. Malgrado tutto ci sei ancora. E allora mi dico che non morirai mai veramente », sussurra la sorella al fratello che viene inghiottito dal buio una mattina a caso. «Visto che non potrò mai diventare grande accanto a te, mi sono fermata anch’io all’età dei nostri ricordi».
Di fronte a questo c’è chi scappa e c’è chi rimane, come Apolline, sulla quale Nora potrà sempre contare, anche nel faticoso tentativo di scoprire che ne è stato della madre in fuga: «Qualunque cosa fosse successa, mia sorella mi avrebbe comunque teso la mano» quando l’unica figura adulta rimasta, il padre, rimane ammutolito, inerte, incapace di aiutare i sommersi, come i salvati. C’est la vie, dicono i francesi: «Fuori la vita continuava col suo fottuto egoismo, come se Mathieu non fosse mai esistito. Come se non fossimo che un granello di sabbia nell’oceano. Più della sua stessa morte è la vita a dichiararti insignificante, superfluo, e quando sei caduto dalla giostra è come se non ci fossi mai salito».
Solo nei libri, scrive De Villepin, le «persone pensano sempre in maniera feconda». Ma è vero anche che questo piccolo romanzo regala alcune verità che restano. Di fronte al dolore, la via d’uscita è provare a ricucire, a non considerare mai la felicità come un traguardo e a fare fronte comune per reagire alle pugnalate del destino: «Cerca negli angoli più bui della tua memoria. Cerca nelle pieghe e nelle rughe. Non ci saranno cerimonie d’addio, né lacerazioni. Ma cerca ancora: in tutto quello che hai vissuto, in ogni grano di polvere della tua esistenza, è sigillata una parte di eternità ».