Luis Sepúlveda “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” recensione di Salvina Pizzuoli

Un romanzo breve ma denso e intenso: vari personaggi tratteggiati con maestria anche visti attraverso gli occhi degli altri, un mondo sconosciuto e solo immaginabile, la grande foresta amazzonica ecuadoriana, e forse per questo ancora più coinvolgente, come la lezione che vi si può trarre.

Faremo conoscenza con il dottor Rubicondo Loachamín, il cava denti con la sua poltrona girevole da barbiere e il tappetino cardinalizio dove appoggia e schiera le possibili protesi per le bocche sdentate dei suoi pazienti; il sindaco soprannominato la Lumaca per il sudore copioso di cui è sempre madido; Antonio José Bolivar Proaňo, il protagonista, che ha vissuto con gli indios shuar e ha imparato a conoscere la foresta e che legge solo romanzi d’amore, di cui centellina e ripete le parole per assaporarle meglio o conoscerle incontrandole per la prima volta:

Paul la baciò con ardore mentre il gondoliere, complice delle avventure dell’amico, fingeva di guardare altrove, e la gondola, provvista di soffici cuscini, scivolava dolcemente sui canali di Venezia[…] Che diavolo erano le gondole? Scivolavano sui canali. Doveva trattarsi di barche o di canoe […] Quanto a baciare, come diceva?, “con ardore”, come diavolo si faceva?

Aveva scoperto per caso di saper leggere ed era stata la scoperta più importante di tutta la sua vita perché sapendo leggere “possedeva l’antidoto contro il terribile veleno della vecchiaia”.

Una bella pagina che scorre nella semplicità della verosimiglianza anche dentro un racconto crudo, un testo che si presta a diverse chiavi di lettura e di riflessione tra le quali la più evidente è l’omaggio ad un mondo naturale che sta scomparendo e ai suoi abitanti migliori, quelli che hanno imparato a conoscere la foresta pluviale davvero e a convivere con essa nel rispetto, senza sopraffazione, senza volontà di dominio e potere. Un racconto che si conclude con una lotta epica, tra l’uomo e il tigrillo, senza vincitori né vinti: c’è solo tanto dolore per i misfatti commessi nei confronti della natura.

Paul Lynch “Grace” il consiglio di settembre di Martina Castagnoli

Nascita, vita, morte, caduta agli inferi e resurrezione di Grace, protagonista dell’ultimo splendido romanzo di Paul Lynch, ragazzina nata femmina ma a cui la madre impone, rasandole i capelli, una vita da uomo per darle più possibilità di sopravvivere alla durezza della vita e trovare più facilmente lavoro.
Grace vagherà raminga per anni in ogni angolo di un’Irlanda di tardo ‘800 mai così lugubre, spettrale e devastata dalla carestia. Dovrà diventare ladra, assassina, soffrire la fame il freddo e conoscere ogni tipo di inferno corporale e mentale prima di approdare ad un qualche tipo di pace. Un romanzo picaresco,
spietato e livido come l’Irlanda del tempo.

Il libro è disponibile in libreria:

Libreria On the road, via Vittorio Emanuele II,32A rosso, Firenze, come tutti  i libri di viaggio consigliati da Martina Castagnoli:

Lorenzo Barbiè “Pacific crest trail”

Alberto Bile “Una Colombia. Canzone del viaggio profondo”

Jennifer Clement “Gun love”

Patrick Leigh Fermor “Mani. Viaggi nel Peloponneso”

Mjlienko Jergovic “Radio Wilimowski”

Hernan Huarache Mamani “La profezia della curandera”

Paola Mastrocola “Non so niente di te”

Jenny Offill “Tempo variabile”

Vito Paticchia “Via della lana e della seta”

Lorenzo Pini “Lisbona”

Catherine Poulain “Il grande marinaio”

Juan Pablo Villarino e Laura Lazzarino “Vie invisibili”

Pete Fromm “Indian Creek”

Qing Li “Shinrin-Yoku. Immergersi nei boschi”

Cristina Henriquez “Anche noi l’America”

Tre presentazioni in breve

Martin Michael Driessen “Fiumi”

Tre racconti che hanno il fiume in comune, metafora di imprevedibilità, velocità e bellezza che sa incantare: un attore alcolizzato ridiscende un fiume impetuoso combattendo contro i demoni che lo agitano dentro e la forza possente delle acque; un viaggio di formazione per il giovane Konrad quello lungo il corso del Reno per conoscere e indagare meglio la sua vera natura; e infine due famiglie e un fiume che le separa e ne segna le lotte e gli odi atavici così lontani da non avere un’origine.


Mattia Insolia “Gli affamati”

Una storia di formazione ambientata nel profondo sud: Paolo e Antonio sono due fratelli rispettivamente di ventidue e diciannove anni, il primo lavora in un cantiere, il secondo sta terminando gli studi; sono gli “affamati”, alla ricerca di una vita diversa, in bilico come sono tra la possibilità di salvarsi o sprofondare mentre la loro esistenza si consuma in una provincia del sud tra lavori precari, droga e sesso e con alle spalle abbandono e solitudine: un padre morto alcolizzato e una madre fuggita via e poi tornata incurante dei propri errori e, sullo sfondo, paesaggi brulli, abitazioni fatiscenti che rispecchiano altre solitudini e vite senza prospettive a Camporotondo, questo il nome del luogo che, nella sua circolarità, pare chiudere ogni possibile apertura o via di fuga.


Dulce Maria Cardoso “Eliete. La vita normale”

Una quarantenne con un nome particolare: Eliete. Due figlie grandi,  un marito fissato con i videogiochi online e con il quale fa sesso solo il venerdì, una situazione familiare preceduta da un’infanzia infelice sullo sfondo del Portogallo della rivoluzione; unica figura positiva la nonna ma che Eliete è stata costretta, perché colpita  dall’Alzheimer, a ricoverare in casa di cura. Ed è proprio in seguito a questa sofferta decisione che abbandonerà la sua vita fino ad allora “normale”, ovvero vissuta in modo rassegnato e sottomesso anche dalle ipocrisie e dalle convenzioni del Portogallo postrivoluzionario, che Eliete si rifugerà  in Tinder, un social dove  diventare un’altra.

Valérie Perrin”Il quaderno dell’amore perduto” presentazione

Valérie Perrin, l’autrice di “Cambiare l’acqua ai fiori”, prima di diventare famosa con questo suo secondo romanzo aveva scritto “Il quaderno dell’amore perduto” un quaderno in cui la protagonista Justine, giovane assistente in una casa di riposo, raccoglierà i ricordi di Hélène, un’assistita, la cui vita è stata piena di coraggio e di un grande amore. L’autrice, impegnata nel suo terzo romanzo, racconta ancora una volta personaggi della provincia francese, les gens de peu, come ama definirli, le persone che hanno poco, ma a suo avviso davvero immense.

Da Nord Edizioni

La vita di Justine è un libro le cui pagine sono l’una uguale all’altra. Segnata dalla morte dei genitori, ha scelto di vivere a Milly – un paesino di cinquecento anime nel cuore della Francia – e di rifugiarsi in un lavoro sicuro come assistente in una casa di riposo. Ed è proprio lì, alle Ortensie, che Justine conosce Hélène. Arrivata al capitolo conclusivo di un’esistenza affrontata con passione e coraggio, Hélène racconta a Justine la storia del suo grande amore, un amore spezzato dalla furia della guerra e nutrito dalla forza della speranza. Per Justine, salvare quei ricordi – quell’amore – dalle nebbie del tempo diventa quasi una missione.[…]

Dello stesso autore:

Valérie Perrin “Cambiare l’acqua ai fiori”

Elvira Seminara “I segreti del giovedì sera” presentazione in breve e la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Sophia, Miriam, Olivia, Cesare, Pietro, Mauro sono amici che si ritrovano il giovedì sera, con Catania che fa da quinta teatrale,  per raccontarsi, in questa fascia di età di quasi ex cinquantenni che è come uno scollinare, un passaggio tra l’età adulta e quella irrimediabilmente adulta adulta… con le  paure e le illusioni che l’accompagnano: sono i sessantenni di Elvira Seminara

 

la recensione da CasaLettori di Maria Anna Patti

e anche

Dal Catalogo Giulio Einaudi Editore

[…] «Abbiamo 59 anni, alcuni di noi hanno smesso di tingersi i capelli e di fumare, altri hanno cominciato la dieta e la Recherche, però dicendo che la rileggono. Facciamo finta di credere a un sacco di cose: che dimostriamo al massimo 48 anni, che non siamo depressi ma disincantati, che quella non è pancia ma colite. Che il vino rosso fa bene, e il caffè allunga la vita. Abbiamo avuto case allagate e idee geniali, spesso contemporaneamente. Alcuni hanno doppie vite, doppio lavoro, doppio mento, doppia sim. A teatro ci addormentiamo, e in tv vediamo lo stesso Montalbano tre volte, convinti che sia la prima. Abbiamo voglia di ridere, ma ci commuoviamo spesso e diamo la colpa al polline. Ci angoscia l’idea di dimenticare le password. Crediamo ancora negli sconti, piú o meno in Dio, nelle creme antirughe, nei concerti del primo maggio e nei sughi senza conservanti, e quasi tutti nel primo Battisti e nel primo Battiato, il primo Von Trier e il primo Paul Auster. Conviviamo con malattie autoimmuni, vicini razzisti, gatti anaffettivi, pc pieni di virus, aumenti di stipendio, di peso, di autostima, ma combattiamo il colesterolo, la fine della sinistra, gli specchi troppo illuminati, le sanatorie, i leggings di ogni tipo, i bicchieri di plastica, l’irrilevanza, la frenesia del Pil, i rumori di deglutizione. Ogni tanto siamo felici, senza motivo, senza bisogno d’indagare. Ci innamoriamo, andiamo in Messico e poi torniamo. Abbiamo detto milioni di volte le parole stress, motivazioni, analisi, percorso, adesso diciamo piú spesso pillola, spreco, cuore, meraviglia. Il vocabolario si restringe e ansima, nel silenzio troviamo nuove gradazioni. Guardiamo il meteo sull’iPhone, piú volte al giorno, e la notte per quello dopo. Mettiamo in carica. Domani sole». E. S.

Lawrence Osborne “L’estate dei fantasmi” presentazione in breve

 

Gli ingredienti di questo ultimo romanzo di Osborne: due giovani e ricche  donne annoiate, Sam americana Naomi inglese; l’incontro con un giovane profugo siriano ferito alle mani e ai piedi; un’incantevole isola greca, Idra,  in cui le due giovani donne trascorrono negli agi la loro lunga vacanza soccorrendo il fascinoso naufrago siriano: stesso mare e destini diversi. Quale spirito muove Naomi, spalleggiata dall’amica, nel dare aiuto al giovane rifugiato? Quali le conseguenze di un piano che ha tutti i presupposti per essere destinato al peggio?

“L’estate dei fantasmi” di Lawrence Osborne è un romanzo di una perfezione disorientante. Aggressivo e carnale, impeccabile e poliedrico.[…]È magistralmente costruito, con una storia che a prima vista si muove orizzontale ma poi ci spiazza sgusciando verso altre linee narrative, tingendosi di elementi appartenenti al noir mediterraneo[…](dalla recensione di  Orazio Labbate da Il Corriere 2 luglio 2020)

Il Risvolto, dal Catalogo  Adelphi 

[…] Naomi è tormentata, idealista – o almeno, così le piace far credere; Sam bella, ingenua, acerba. L’intesa è inevitabile; la catastrofe, pure. Quando le due si imbattono in Faoud, un giovane naufrago, Naomi escogita un piano tanto audace quanto sconsiderato per aiutarlo, mossa da un altruismo non del tutto disinteressato, e al tempo stesso dal desiderio di punire l’ipocrisia e la fatuità del padre. Ma Faoud ha troppo da perdere, e non può permettersi di assecondare l’ambiguo zelo umanitario della sua benefattrice. Nel rovinoso precipitare degli eventi, i fantasmi saranno riconsegnati per sempre al loro mondo d’ombra e non ci sarà redenzione per chi è «inconsapevole delle complessità della coscienza».

E anche:

su mangialibri l’intervista a Osborne e le recensioni a due suoi romanzi

 

Paula Hawkins “La ragazza del treno” recensione di Letizia Tripodi

Può capitare, seduti da passeggeri sui sedili di un treno, di guardare fuori dal finestrino il paesaggio che ci sfreccia davanti agli occhi e, posandosi lo sguardo su qualche abitazione, interrogarsi su chi ci abiti e fantasticare sulle loro vite. Per Rachel, la protagonista de “La ragazza del treno” di Paula Hawkins, questi pochi minuti di intromissione nella quotidianità altrui sono una via di fuga che le permette da un lato di avere un po’ di conforto e dall’altro di allontanarsi dalla propria di realtà, diventata buia e solitaria.
A trent’anni passati, aveva creduto di aver messo a posto tutti i tasselli della propria vita, ma all’improvviso si ritrova priva di ogni cosa che aveva conquistato e ricorre a soluzioni inefficaci e
nocive, prima tra tutte il continuo uso di alcol. Annebbiata dagli effetti delle sostanze alcoliche fin dalle prime ore del mattino, durante il tragitto in treno verso il lavoro, Rachel si perde sempre a guardare verso una casa sul cui balcone è solita affacciarsi una coppia, un uomo e una donna di cui lei non conosce nemmeno i nomi, ma che idealizza come perfetti. Ben presto però qualcosa arriverà a turbare questa immaginaria perfezione, ripercuotendosi sulla già precaria salute mentale di Rachel, che si troverà coinvolta in prima persona in una rete di misteri, segreti e inganni.
Nel romanzo, ciò che particolarmente colpisce è la veridicità con cui è reso il malessere della protagonista, la sua disperazione, il suo sentirsi persa e senza nessuno che possa aiutarla.
Impossibile non diventare partecipi della sua sofferenza, la si percepisce sulla propria pelle e si vorrebbe fare di tutto per aiutarla. Ma dalla trama arrivano nei momenti più inaspettati dei
continui colpi di scena; Rachel non è perfetta, potrebbe aver commesso degli errori essa stessa e allora la sicurezza del lettore nel sostenerla in tutto e per tutto vacillerà, sarà indispettito. Possibile che non sia così innocente? Possibile che in quella situazione ci si sia messa con le proprie mani?
Con avidità si cercherà di scoprire come stanno davvero le cose e, fino alle ultimissime pagine, non sarà facile stabilire se Rachel è vittima o carnefice.

Cristina Henriquez “Anche noi l’America” il consiglio di agosto di Martina Castagnoli

Per le vostre letture sotto l’ombrellone scelgo “Anche noi l’America” di Cristina Henriquez; un romanzo forte e delicato che racconta dell’America degli Immigrati, i latinos; famiglie che si muovono in cerca di un sogno, per una vita migliore, per disperazione, per fame. Qui siamo nel Delaware dove, in un condominio abitato da famiglie di immigrati latinos, arrivano i Rivera, famiglia di messicani venuti via lasciando una vita agiata, sicurezze ed affetti, cercando una speranza per la salute della giovane figlia Maribel, la cui vita è cambiata drasticamente in seguito ad un incidente. Il loro destino si incrocia con quello dei Toro, famiglia scappata da Panama nella speranza di una vita migliore, e del loro figlio Major, l’unico che riesce a “vedere” Maribel come una ragazza “normale” al di là delle apparenze. Un affresco corale struggente e reale dove le voci dei protagonisti si alternano fino ad un imprevisto epilogo. Una scrittura asciutta e coinvolgente, senza pietismi, delicata come una piuma ma con un “sottotesto” pesante come un macigno. Sicuramente uno dei romanzi più belli di quest’anno… e non solo.

Il libro è disponibile in libreria:

 

 

Sara Fruner “L’istante largo” presentazione

Al suo debutto come scrittrice, Sara Fruner, autrice di Riva del Garda, è arrivata dopo aver pubblicato prima la raccolta di poesie in inglese “Bitter bites from Sugar Hills”, e poi quella in italiano “Lucciole in palmo alla notte” .  “L’istante largo” è una storia tra incognito e formazione il cui protagonista principale è un ragazzino quindicenne, Macondo, alla ricerca di notizie della sua nascita, di sapere quale delle tre madri, che ritiene tali ma che non ricorda, sia quella che lo ha messo al mondo, in attesa che la scatola che la nonna, celebre pittrice, tiene in alto nel suo scaffale, gli venga consegnata allo scadere della maggiore età, come ha deciso. Quale verità lo attende? E intanto il giovane impaziente indaga, mette a fuoco indizi e li cerca  in quel mondo di artisti che lo circonda, in un intrecciarsi di storie e di ricordi di famiglia, anche tragiche e dolorose.

Da Bollati Boringhieri Editore

[…] Macondo scoprirà presto di portare inscritto nel nome ben più del senso di solitudine ispirato dal paese inventato da Gabriel García Márquez: nel suo nome è racchiusa tutta la sua storia. La sua ricerca d’identità diventa allora un cammino sia verso se stesso, sia verso chi lo ha amato, un percorso che lo conduce fino all’Istante largo, soggetto di un quadro della nonna, ma soprattutto epifania di un momento che apre le porte della consapevolezza: la famiglia non è necessariamente una struttura costruita a priori, ma può assumere le forme più diverse, spuntare in situazioni in cui i legami di sangue non ricoprono alcun ruolo, diventare uno spazio immenso per chi ama. Con una scrittura limpida e poetica, Sara Fruner ci offre una riflessione insieme intensa e lieve sull’imprevedibilità dei legami che ci forgiano. E se gli amori sono rimasti incompiuti, se sono terminati troppo presto, ogni legame spezzato del nostro passato può avere una seconda, inattesa chance, che ci sorprende.

Anne Tyler “Un ragazzo sulla soglia” presentazione

 

 

Un ragazzo sulla soglia  è il nuovo romanzo di Anne Tyler, autrice statunitense,  vincitrice del Premio Pulitzer nel 1988 con Lezioni di respiro.

 

Anne Tyler nel suo ventitreesimo romanzo ci presenta un abitudinario, Micah Mortimer, un quarantaduenne, tecnico informatico che arrotonda come tuttofare nel condominio in cui vive a Govans, quartiere nel nord-est di Baltimora, nel Maryland. Non un abitudinario qualsiasi, ma chi della routine ha fatto una regola di vita. Le abitudini ci danno sicurezza, ci fanno sentire la nostra vita sotto controllo e questo piace a Micah che è contento della propria esistenza. Ma si sa che la vita regala spesso sorprese alle quali non è sempre facile sottrarsi, neanche quando sulla ripetitività si è impostata completamente la propria, anche nel vestire o nelle relazioni amorose. Sarà così che due avvenimenti ne scardineranno la consolidata abitudinarietà: la fidanzata Cass, sua compagna da tre anni, ma con la quale non convive, lo lascerà all’improvviso  e soprattutto la comparsa sulla porta di un giovane diciottenne, figlio di una sua ex dei tempi del college. Se il primo avvenimento lo lascerà a lungo senza una risposta, il secondo sconvolgerà totalmente la sua esistenza e il modo di concepirla. Un altro uomo senza qualità per Anne Tyler, intitola la sua intervista Brunella Schisa su Il Venerdì la Repubblica (31 luglio 2020) e aggiunge nel sottotitolo “Nuovo romanzo della scrittrice classe 1941. Maestra nel descrivere la banalità soprattutto maschile”