Anna Sólyom “Il caffè dei gatti” presentazione e alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

I Neko Cafè, neko vuol dire gatto in giapponese, nascono proprio nel paese del sol levante, il primo fu creato a Osaka nel 2004, per svariate ragioni: sicuramente il gatto è considerato porta fortuna per eccellenza, ma soprattutto perché centri di relax dove, oltre a consumare spuntini, è possibile coccolare un gatto e sentirsi a casa in un ambiente gradevole e accogliente con in più le eventuali effusioni di un felino. Ed è ai Neko Cafè che si ispira questa breve storia a lieto fine, ne abbiamo bisogno, una favola lieve dove l’eroe, in questo caso l’eroina di nome Nagore, dopo un periodo in cui il mondo pare crollarle addosso perché senza lavoro, abbandonata dal compagno, lontana da Londra e dall’attività svolta fino ad allora e, tornata a Barcellona, con il rischio anche di perdere l’appartamento in cui vive in affitto, riceve come offerta di lavoro quello di cameriera in un cat cafè. Che fare? Non ci sono soluzioni e, nonostante il terrore dei gatti che l’accompagna sin da piccola, decide di accettare il posto di lavoro.

E da questo momento in poi la situazione cambierà completamente. Grazie ai gatti? Anche e grazie alla proprietaria del Neko, la giapponese Yumi: imparerà, disegnando e osservando il comportamento dei sette mici che vivono nel cafè, a individuare ben sette, più una legge felina per la vita. La lezione finale dei gatti, come si legge in copertina, recita così: Non ti servono sette (o nove) vite, puoi essere felice in questa.

A cosa si deve questa magia? Possiamo leggerla nella definizione del vecchio Elías, uno dei personaggi e grande estimatore di gatti: Un bel libro, un té caldo e un gatto in grembo… Esiste forse una felicità maggiore su questa terra?

Cui aggiunge in un’altra pagina: I gatti ci aiutano a connetterci con la nostra autentica essenza. Hanno dei superpoteri! E non c’è dubbio che quanto si dice sul fatto che siano in grado di eliminare le energie negative sia vero

Provare per credere i Neko Cafè o simili ci sono ormai anche in Italia!

E, per restare in tema, alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

Gatti

Randagi
Se ne stanno vicini vicini, quasi non ci fosse più spazio, ma non soffiano, non  aggrediscono, non si azzuffano. Aspettano.
Sono tanti e sanno, come creature avvezzate, l’ora il giorno e il luogo di quel pasto promesso. Si assembrano allora nelle vicinanze: c’è chi attende sdraiato, mostrando ancora meglio invalidità e menomazioni, chi si apposta in posizione strategica, in alto, per scorgere da lontano l’arrivo sperato, c’è chi per ingannare l’attesa si rannicchia su se stesso, nell’allerta costante di un orecchio sollevato, chi con fare da sentinella monta la guardia accovacciato sulle zampe posteriori, il muso intento, la coda arrotolata ad abbracciare le zampe anteriori, l’aria tesa di chi spera e non sa se ha riposto troppa fiducia in quell’attesa. L’assembramento è variopinto: sono di tutti i colori e di tutti gli screziati possibili e non sempre ben assortiti. Non sono belli o graziosi o eleganti, mostrano anche nelle fattezze i segni di una vita emarginata, senza identità, spaventati e arresi.
Una maschera nera su un naso bianco, un occhio marrone e uno spento, una zampa maldestra, una coda sbilenca, l’aria insicura  sotto lo sguardo vigile, la paura nello scatto sempre pronto.
Ora, chini sui contenitori di plastica ingombri di miscugli colorati che nulla hanno a che spartire con la dieta di una razza felina, consumano pazientemente quanto viene loro elargito.

Di razza
Acciambellato tra cuscini vaporosi non fa una mossa, sembra dipinto. Il pelo lucido e compatto, lo sguardo svagato, l’aria sicura e di sfida di chi ottiene senza chiedere attenzione e moine. Annoiato da tanto interesse, non partecipa, ma con distacco divistico, accetta.
Pigramente si solleva e con fare aggraziato segue un percorso abituale che da braccioli a  spalliere lo porteranno sul davanzale, dietro i vetri di un’ampia e luminosa finestra, tutta per lui, per la sua distrazione e divertimento. Perfetto, elegante, armonioso, tutto da guardare, se ne sta in posizione accovacciata, la bella testa eretta, le orecchie svettanti, la coda agitata da piccole e cadenzate battute sul legno levigato del davanzale, quasi a scandire il tempo di una visione felice, ma contenuta. Abitudinario e preciso, conosce bene i tempi dello svago e del sonno e della tenerezza e degli spuntini. La sua ciotola è sempre piena di biscottini, da sgranocchiare  e spilluzzicare; non mangia, assaggia con il fare pulito di tutti i componenti la sua razza, ma più aggraziato e con quella noncuranza tipica di chi sa che non gli mancherà mai né la quantità né la varietà.

Di campagna
Tra le erbe alte il suo mantello a chiazze bianco e nero si nota  evidente, ma questo non preclude la riuscita della caccia. È acquattato e teso. Ogni suo muscolo è quasi visibile nella tensione. La preda ignara prosegue il suo percorso, ma non è mai perduta di vista. Si maschera e mimetizza tra le erbe che con i loro flessibili fuscelli gli fanno da tana  e lo nascondono. Non si muove in fretta, ma quasi striscia, sollevandosi appena sulle zampe schiacciate sul terreno.
La coda annuncia l’agguato; è tesa, quasi rigida. Tutto il suo corpo si muove impercettibilmente accompagnato dal fremito appena visibile della coda. Lo scatto è improvviso: le unghie delle zampe anteriori sono atterrate precisamente sulla vittima, la bocca ora si muove all’unisono e afferra ciò che è già stato artigliato e stordito e bloccato. La caccia è finita e la preda ora ciondola dalla sua bocca. Si muove  con fare trionfante verso un luogo appartato a consumare.

Di città
Attraversano strade trafficate con la testa incassata nelle spalle, quasi a ignorare il pericolo. Raggiungono i marciapiedi come approdi di naufraghi. Un salto sul muretto più basso e poi  ancora salti verso giardini e terrazze e cortili dove chiedere ospitalità e rubare un magro e sudato pasto artigliando e sforacchiando robusti sacchi di plastica che custodiscono appetitosi, ma avari avanzi. Uno zerbino come giaciglio o il cuscino morbido di una poltrona, quando va bene. Sonni poco profondi e sempre allerta, miagolii disperati quando la fame è troppo insistente; se c’è chi risponde alle richieste si diventa amici, ma occasionali.
Procedono guardinghi lungo i marciapiedi, si fermano un momento e si guardano intorno dubbiosi,  proseguendo poi per la loro meta. La città offre affascinanti avventure; è grande e piena di spazi da esplorare. Spariscono a volte per mesi interi, ma spesso tornano guidati da un istinto infallibile e dalla ricerca di un posto al sicuro. Avvezzi a tutti i pericoli e difficoltà vivono alla giornata, ma ricordando precisamente i punti nei quali trovare cibo a buon mercato, giacigli accoglienti, caldi ricoveri nelle notti quando il freddo è pungente.
Pance vuote, levatacce, corse sfrenate di inseguimenti più o meno molesti  di simili o di umani, incidenti mortali: risvolti malevoli della vita vagabonda di città.

Generosi
Lo zerbino è un vassoio per gli omaggi: un topolino, un passerotto, una lucertola; non sono quotidiani, ma occasionali. Ottimo cacciatore, è discreto, non chiede, non pretende, ma all’occorrenza sa farsi accudire. Per  generosità offre il suo  prezioso carniere o è spinto da desiderio di affermazione? È muscoloso e agile, più di altri della sua razza. I suoi salti sono poderosi e sicuri anche quando l’altezza è rilevante. Nonostante si fa mansueto e domestico quando balza sui davanzali per ricevere la guadagnata considerazione.

(da Salvina Pizzuoli “Corti e fantastici”) .

Helen Humphreys “Bill” presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Ispirata a fatti realmente accaduti, un omicidio avvenuto nel 1947 che scosse la città di Canwood e gli esperimenti con l’LSD condotti negli anni Cinquanta, la storia è ambientata in Canada tra i boschi e le praterie del Saskatchewan: un ragazzino, Leonard, solo e solitario con relazioni sociali e familiari difficili, frequenta e stabilisce un forte rapporto di amicizia con Bill, detto “zampe di coniglio” un uomo selvatico, che vive isolato e ai margini in un rifugio che lui stesso ha scavato alla base di una collina, ma capace di diventare per Leonard un riferimento affettivo. E poi il fatto efferato: l’accaduto allontanerà fisicamente i due, ma non verrà a cessare il legame viscerale e profondo che si era creato. Si ritroveranno più tardi, dodici anni dopo, il ragazzino come medico dell’ospedale psichiatrico dove l’altro è ricoverato.

Dalla Quarta di copertina

Mi manca Bill, mi manca quel pezzo del mio passato in cui ci conoscevamo e ci appartenevamo. E mi manca il futuro che non abbiamo mai avuto. Mi manca la possibilità reale di un lieto fine. Mi manca l’invenzione di una macchina che trasformi un’azione sbagliata in pensiero, la rabbia in amore

Brevi note biografiche

Helen Humphreys (1961) narratrice e poetessa canadese. Le opere: nel 2002 Il giardino perduto nel 2008 il romanzo Coventry ( uscito in Italia nel 2010). In Italia Playground ha pubblicato Cani selvaggi e Il canto del crepuscolo nel 2015, Notturno nel 2013, La verità, soltanto la verità nel 2011.

Elizabeth Strout “Olive, ancora lei” recensione di Salvina Pizzuoli

Dopo dieci anni da “Olive Kitteridge”, valso il Pulizer all’autrice, il personaggio di Olive ritorna in questo nuovo romanzo costruito a racconti in cui è quasi sempre presente anche se a volte di sfuggita, ma nelle pagine in cui compare le riempie e le completa con il suo spirito schietto, la sua capacità d’intuire i bisogni degli altri senza essere mai sdolcinata ma diretta, con la sua voglia di vita sebbene con rammarichi e consapevolezze così umani e vicini da permettere al lettore di parteciparli tutti, comprendendo anche i moti più sbagliati.

E dieci anni dopo eccola in “Olive, ancora lei” a raccontarsi dopo la vedovanza e il nuovo amore dove i personaggi che ruotano attorno a lei, cittadini di Crosby nel Maine, ricompaiono invecchiati e ciascuno con la propria vicenda di vita vissuta in quella cittadina costiera con i suoi paesaggi di luce, dove la “vecchia ciabatta”, come affettuosamente viene chiamata e ritenuta la scorbutica insegnante di matematica e moglie del buon farmacista, ha trascorso tutta la propria vita e dove conosce tutti e tutti la conoscono.

E il lettore racconto dopo racconto l’accompagna attraverso la sua decadenza fisica di donna ormai più che ottantenne e la solitudine, nuovamente vedova, senza mai abbandonare quel suo piglio nei confronti di se stessa e del mondo che la circonda, senza mezzi termini, un po’ spietata ma onesta fino in fondo nello scrutare e nello scrutarsi.

Elizabeth Strout ha saputo rinnovare al lettore in questo secondo romanzo il piacere di un nuovo incontro con un personaggio spigoloso che sa farsi amare in questo scorcio di vita rimanente con le sue nuove fragilità e un vissuto alle spalle e tanti sguardi all’indietro, un po’ come gli altri, tutti invecchiati, tutti con i propri scheletri nell’armadio perché non c’è una sola persona su questa terra che non si porti appresso un paio di brutti ricordi per tutta la vita

Dello stesso autore “Olive Kitteridge”

Olivia Laing “Gita al fiume” presentazione

Pubblicato in inglese nel 2011 il romanzo di Olivia Laing, scrittrice e critica letteraria inglese, viene oggi tradotto e presentato in Italia da Il Saggiatore

Nel giorno del solstizio d’estate l’autrice in un momento di crisi decide di intraprendere un viaggio a piedi lungo il fiume Ouse, la cui scelta nasce dal ricordo ma è anche simbolica: acqua come lavacro, rinascita e anche viaggio con una meta sicura, là dove il fiume confonde le proprie acque con quelle del mare. Un fiume lungo il quale si intrecciano momenti e riflessioni personali con i fatti che riguardarono il medesimo fiume, gli avvenimenti della vita di Virginia Woolf che in una casa isolata nei pressi dell’ Ouse visse con il marito e scrisse parte delle sue opere e dove, nel 1941, decise di porre fine alla propria vita, e non solo. “Viaggio sotto la superficie” recita il sottotitolo, per indagarsi dentro, per ritrovarsi, quando tutto sembra crollare. Un romanzo non etichettabile perché memoir, saggio biografico, descrizione di flora fauna e riflessione sul paesaggio.

Olivia Laing brevi note biografiche da Il Saggiatore

Olivia Laing Olivia Laing (1977) è una scrittrice e critica letteraria inglese. Collabora con il Guardian, il New Statesman e Frieze ed è stata responsabile della sezione «Libri» dell’Observer. Il Saggiatore ha pubblicato il best seller internazionale Città sola (2018) e Viaggio a Echo Spring (2019).

Donatella di Pietrantonio “Borgo Sud” presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna patti di CasaLettori

In Borgo Sud Donatella di Pietrantonio continua a tessere le vicende della famiglia di cui il lettore ha già fatto conoscenza nell’Arminuta, la Ritornata, vincitore nel 2017 del Premio Campiello insieme ad altri premi; ma se il precedente ruotava appunto sul ritorno in famiglia dell’Arminuta attraverso gli occhi di quest’ultima, protagonista tredicenne, in questo seguito il romanzo si incentra sulle due sorelle, ormai cresciute, giovani donne, e sul loro rapporto, gli avvenimenti e le scelte operate nelle proprie vite. Anche questo è raccontato in prima persona, da “una donna timida, austera ma ostinata” scrive Elena Stancarelli nella sua recensione (su DLa Repubblica).

Un romanzo il cui seguito era stato pensato, previsto, ma la cui gestazione è stata lunga, dopo un silenzio e un vuoto che non si spalancavano. E poi, come l’autrice stessa racconta in una recente pagina su “tuttolibri”, chiusa in una stanza d’ospedale ricoverata nel reparto di Terapia radiometabolica dell’ospedale di Pescara, in quella reclusione forzata, il vuoto si è colmato e i personaggi, anzi proprio Adriana, ha invaso la scena con la sua energia e ha interrotto quel silenzio. È proprio per lei che l’autrice cambia l’ambientazione, perché era necessario per lei un orizzonte più ampio. Sono così cominciati i sopralluoghi nel Borgo Marino di Pescara, quartiere dei pescatori, quel Borgo Sud che dà il titolo al romanzo stesso.

Da Giulio Einaudi Editore, brevi note biografiche

Donatella Di Pietrantonio vive a Penne, in Abruzzo, dove esercita la professione di dentista pediatrico. Con L’Arminuta (Einaudi 2017, tradotto in piú di 25 paesi) ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Campiello, il Premio Napoli e il Premio Alassio. Per Einaudi ha pubblicato anche Bella mia (prima edizione Elliot 2014), con cui ha partecipato al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Brancati, e Borgo Sud (2020).

Tea Ranno “Terramarina” presentazione

Dov’è Terramarina? È un luogo del cuore, dove si torna senza mezzi di locomozione, dove si sta bene come non altrove, dove si sente e l’accudimento e l’avventura, è “casa”, il luogo dell’amurusanza nonché seguito alle omonime pagine.

Protagonista è la bella Agata alta, slanciata, gran petto palombino, fianchi tondi, occhi del più acceso azzurro, incarnato di pupa e capelli neri a onde lunghe, insieme a quella generosa famiglia fatta dai tanti protagonisti che si incontrano sin dalle prime pagine, nella notte della vigilia di Natale nel piccolo borgo siciliano quando Agata ha deciso di restare sola a rinverdire ricordi amari: la morte del marito e i sentimenti nuovi verso Andrea che ora le manca. La Tabacchera, ora Sindaca, questi i suoi nomignoli, ha declinato l’invito della famiglia allargata che non vuole saperne di lasciarle trascorrere in solitudine una notte così speciale. E sarà il caso o la magia del luogo o la bellezza o la poesia che porterà Luce, la neonata abbandonata, la nuova nata, da accogliere nella comunità. Tea Ranno con il suo stile narrativo che sa fondere armoniosamente e senza difficoltà per chi legge il dialetto e la lingua la cui musicalità si fa dolcezza, sa trasportare il lettore nel vivo delle vite dei tanti abitanti di quel grumo di case adagiato sulla mano di Dio.

Dal catalogo Mondadori

È la sera della vigilia di Natale e Agata, che in paese tutti chiamano la Tabbacchera, guarda il suo borgo dall’alto: è un pugno di case arroccate sul mare che lei da qualche tempo s’è presa il compito di guidare, sovvertendo piano piano il sistema di connivenze che l’ha governato per decenni e inventandosi una piccola rivoluzione a colpi di poesia e legalità.

Ma stasera sul cuore della sindaca è scesa una coltre nera di tristezza e “Lassitimi sula!” ha risposto agli inviti calorosi di quella cricca di amici che è ormai diventata la sua famiglia: è il suo quarto Natale senza il marito Costanzo, che oggi le manca più che mai. E, anche se fatica ad ammetterlo, non è il solo a mancarle: c’è infatti un certo maresciallo di Torino che, da quando ha lasciato la Sicilia, si è fatto largo tra i suoi pensieri.

A irrompere nella vigilia solitaria di Agata è Don Bruno, il parroco del paese, con un fagotto inzaccherato tra le braccia: è una creatura che avrà sì e no qualche ora, che ha trovato abbandonata al freddo, a un angolo di strada.[…]

E anche brevi note biografiche:

Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa, nel 1963. Dal 1995 vive a Roma. È laureata in giurisprudenza e si occupa di diritto e letteratura. Ha pubblicato per e/o i romanzi Cenere (2006, finalista ai premi Calvino e Berto e vincitore del premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007). Nel 2012 è uscito per Mondadori La sposa vermiglia, vincitore del premio Rea, e nel 2014, sempre per Mondadori, Viola Fòscari. Nel 2018 ha pubblicato Sentimi (Frassinelli) e nel 2019 L’amurusanza (Mondadori).

Stefania Bertola “Via delle Magnolie 11” presentazione

“Come sfuggire alla melensaggine che si diffondeva a macchia d’olio, aggravando la pena di tutti? L’unica cosa che mi è venuta in mente è stata di offrire a chi avesse avuto voglia di servirsene una storia negativa al tampone, ma non solo, che del tampone proprio ignorasse l’esistenza”; come non comprendere questa reazione dell’autrice al “maledetto virus”? “Così ogni mattina, – continua – dal 16 marzo al 3 maggio, mi sono alzata e come prima azione della giornata ho scritto cinque o sei pagine e le ho postate”.

Ne è nato un romanzo che si preannuncia una trilogia, come dimostra, pubblicata in appendice, la prima puntata del secondo volume, un romanzo corale sbocciato su Facebook e lì condiviso, modificato, arricchito di suggerimenti da parte degli amici di Fb come scrive l’autrice in Quarta di copertina.

Cosa racconta?

Racconta dei Boscolo una famiglia con propaggini in America: la storia si muove in varie località ma principalmente a Rivabella, una cittadina immaginaria sul lago Maggiore, e in una palazzina in via delle Magnolie 11 dove quasi tutti i Boscolo risiedono. La trama prende il via dalla notizia ferale che Jeremy, nipote di zia Antonia, dalla lontana Bridgeton nel New Jersey sarebbe venuto a lavorare in Italia e pertanto si rendeva utile l’appartamento al secondo piano di proprietà dei Boscolo americani, appartamento affittato dai Boscolo di Rivabella che ne intascano truffaldinamente affitti decennali. Un appartamento fatto credere cadente ai legittimi proprietari, i cugini americani, ma in realtà affittato a loro insaputa. E la storia continua, a puntate!

Dal Catalogo Giulio Einaudi Editore

Nato come un romanzo a puntate durante il lockdown, potente antidoto ai limiti della clausura, questo primo capitolo della saga dei Boscolo ci travolge con i suoi personaggi e le loro sgangherate avventure, in uno scenario che assomiglia poco alla vita reale, ma che della vita reale ha tutta la sapiente, incontenibile follia.

Simonetta Agnello Hornby “Piano nobile” presentazione

Una saga familiare nella Palermo tra i primi bombardamenti Alleati del 1942 e il dopoguerra fino al 1955. Si apre con le sensazioni e soprattutto i ricordi, raccontati in prima persona, del barone Enrico Sorci che, sul letto di morte, vede scorrere la sua vita e un mondo familiare, la moglie tradita e mai amata ma riscoperta dopo la morte di lei, figli anche bastardi e amanti, palazzi e dimore, proprietà e desiderio di nuova ricchezza da organizzare, inventare modernizzando sullo sfondo di una città affaccendata con un porto centro di traffici e mercanzie. Dopo Enrico sarà Cola il nuovo capofamiglia che arricchirà insieme ad altre voci di nuove testimonianze il racconto. Un ritratto di famiglia a più voci con una miriade di personaggi, “Piano nobile” di Simonetta Agnello Hornby, vuole essere il seguito di “Caffé amaro” e costituisce il secondo volume di una trilogia costruita attraverso il filo di storie ascoltate, immaginate e di “carte” ritrovate, dove trovano posto anche episodi storici, dal ‘42 al ‘55 un mondo nuovo contrassegnato dai primi segni del miracolo economico, e la lingua, quel dialetto mai dimenticato dall’autrice che compare non solo in alcuni termini riproposti, ma nello stile e nell’impostazione del raccontato che dà un’impronta felice al quadro d’insieme che ne scaturisce . In copertina un ritratto della nonna materna, di Francesco Camarda che l’autrice rammenta tra le pagine del romanzo per la sua capacità di cogliere l’animo di chi ritraeva.

Brevi note biografiche

Simonetta Agnello Hornby, palermitana, laureata in giurisprudenza, vive da tempo a Londra. Nel 2002 esordisce con La Mennulara cui seguono La zia Marchesa, del 2004, La monaca, del 2010 e Caffè amaro, del 2016.

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

“Questione di Costanza” è il romanzo che apre la nuova trilogia della Gazzola il cui titolo riprende il nome dalla protagonista: chi è questo nuovo personaggio femminile che l’autrice propone e alla quale affida il compito di muoversi e di raccontarsi in una nuova serie di romanzi?

È una giovane donna laureata in medicina che ha accettato temporaneamente il ruolo di ricercatrice per un anno presso l’istituto di paleopatologia di Verona. È partita quindi alla volta di Verona dalla Sicilia, precisamente da Messina, con Flora, la figlioletta di tre anni. Nonostante la giovane età è una madre e single. Ed è proprio nelle vesti di paleopatologa che la protagonista incontra un mondo affascinante quello dell’indagine storica: si affacciano così sulla scena nuove figure di donna, effettivamente esistite, le cui vicende storicamente documentate si mescolano con quelle immaginate dall’autrice. Vite di donne di ieri e di oggi: ”la sfida più impegnativa è stata”, scrive l’autrice in un recente articolo, “il costruire un raccordo tra una vicenda contemporanea, che è quella della protagonista, e una vicenda storica con la quale la prima si interseca emotivamente”.

E continua aggiungendo “Mi stava molto a cuore che entrambi i romanzi di questa serie avessero una circolarità facilmente individuabile: se in Questione di Costanza era rappresentata da vari aspetti correlati ai legami di sangue (la condizione di illegittimità, il rapporto tra sorelle), in Costanza e buoni propositi è data dal tema centrale della falsa identità – dell’essere, o sentirsi, un’impostora”. La circolarità delle vicende quindi continua anche nel seguito “Costanza e i buoni propositi” dove un’impostora, in questo caso una donna che assumerà un’identità che non le appartiene, è come, o meglio come si sente tale, la rossa protagonista, perché anche lei “o vorrebbe essere e non è, oppure è e non vorrebbe essere- e si sente un’impostora per questo”. (le citazioni sono tratte dall’articolo della Gazzola comparso su tuttolibri La Stampa del 10 ottobre 2020)

della stessa autrice:

Lena e la tempesta

Il ladro gentiluomo

Peter Cameron “Cose che succedono la notte” recensione di Salvina Pizzuoli

La sera scese con un’immediatezza snervante, come un sipario abbassato in fretta su uno spettacolo amatoriale andato nel peggiore dei modi. E poco dopo l’uomo si rese conto che il buio non era dovuto al tramonto del sole ma al treno, entrato in una fitta foresta dopo aver percorso distese di neve per l’intero pomeriggio.

Con questo fosco paesaggio si apre il romanzo: buio, neve, due personaggi senza nome, un uomo e una donna, marito e moglie, un viaggio e la sua conclusione rocambolica fino all’arrivo nell’hotel che nulla ha di meno inquietante rispetto al paesaggio in cui i due protagonisti sono presentati.

La hall dell’albergo era buia e somigliava a una caverna, nella penombra non si distinguevano le pareti. Per arrivare al banco della reception, che si ergeva come un altare in fondo all’immenso ambiente, di fronte alle porte d’ingresso girevoli, marito e moglie dovevano attraversare un’ampia distesa di moquette a motivi arzigogolati che si susseguivano all’infinito. Dietro l’alto banco di legno, sul quale erano appollaiati due enormi grifoni di bronzo, ognuno dei quali sorreggeva nel becco una lanterna di ferro con i vetri colorati, c’era una giovane donna con la divisa dell’albergo. Se ne stava impalata fra le due lampade e fissava tranquilla davanti a sé, inanimata e inquietante come le due creature che la fiancheggiavano.

Un viaggio con una meta precisa in un paese del nord Europa, non meglio identificato, la meta un orfanotrofio. La donna è malata, al termine della vita, il marito non è sempre all’altezza del compito di accompagnatore e si lascia trascinare in avventure/disavventure con alcuni personaggi incontrati nell’albergo: interessanti figure-simbolo d’altruista, di sfruttatore, di disincantato, di manipolatore, tratteggiate come fantasmi, burattini senza tempo e senza età. L’atmosfera è surreale e onirica. pare di vivere dentro un sogno–incubo dove per il lettore è difficile separarsi dalle pagine, per sapere, forse anche per capire il gioco letterario, fino all’imprevedibile quanto enigmatica conclusione: l’uscita dal mondo del buio, dalla morte e dal disincanto, verso la luce la vita o la realtà? Un testo che si può leggere e interpretare con chiavi diverse ma che non lascia di certo indifferenti anche se non sempre pienamente soddisfatti per le molte domande che rimangono aperte.