Maria Grazia Calandrone “Splendi come vita” recensione di Salvina Pizzuoli

Tra i dodici finalisti al Premio Strega 2021.

Non è un romanzo, non è una lirica, ma una storia interiore raccontata in forma di lirica, dolce a tratti, struggente in altri, vera sempre, nata da un dolore profondo.

Sono caduta nel Disamore a quattro anni quando Madre rivelò Io non sono la tua Madre vera.

[…]Le ombre si accumulano in maniera massiva sotto i letti dei bambini non amati. Il Disamore avvolge i letti dei bambini tra le spire di un pianto non pianto. I bambini non amati non piangono”

E conosciamo Madremammavera, Madremammabionda.

Mammavera non c’è più e c’è solo mamma bionda, Madre, donna sola, insegnante dalla “parlantina brillante”, con il cruccio della privazione, della mancanza, di non essere la Madre. Si percorrono momenti fatti della pasta dei ricordi coagulati nella materia, quella degli avvenimenti, che riemergono in una sequenza non solo di fatti, ma come ci appartengono, in un vissuto che solo così è nostro.

Parole scelte e prescelte, che sanno dire e far penetrare nell’intimo di una vita che chiede solo amore, non un secondo abbandono, terribile e mortificante.

Un testo breve, da leggere e rileggere, per penetrare le parole che lo hanno creato e reso permeabile, dove anche la composizione grafica si fa comunicazione. Due donne, due vite in cerca d’amore e proteggersi dagli “insulti della realtà”

[…] allora non era colpa mia. Offendermi ti salvava dal dolore

in un finale che come tutto il testo coinvolge nell’analisi di quelle infelici risposte a protezione, complesse come ciascun essere umano, vittima della propria complessità.

Senza difese, torni

vita che splende,

senza difese, splendi come vita.

Niente da aggiungere, è solo da leggere!

Da Ponte Alle Grazie Edizioni

«Splendi come vita è una lettera d’amore alla madre adottiva. È il racconto di una incolpevole caduta nel Disamore, dunque di una cacciata, di un paradiso perduto. Non è la storia di un disamore, ma la storia di una perdita. Chi scrive è una bambina adottata, che ama immensamente la propria madre. Poi c’è una ferita primaria e la madre non crede più all’amore della figlia. Frattura su frattura, equivoco su equivoco, si arriva a una distanza siderale fra le due, a un quotidiano dolore, a un quotidiano rifiuto, fino alla catarsi delle ultime pagine. Chi scrive rivede oggi la madre con gli occhi di una donna adulta, non più solo come la propria madre, ma come una donna a sua volta adulta, con la sua storia e i suoi propri dolori e gioie. Quando si smette di vedere la propria madre esclusivamente come la propria madre, la si può finalmente “vedere” come essere separato, autonomo e, per ciò, tanto più amabile».
Maria Grazia Calandrone

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Brevi note biografiche

Maria Grazia Calandrone è poetessa, scrittrice, giornalista, drammaturga, autrice e conduttrice radiofonica per Rai Radio 3 e regista per CorriereTV. Ha vinto i premi Montale, Pasolini, Trivio, Europa, Dessì e Napoli per la poesia, Bo-Descalzo per la critica letteraria. Fra i suoi ultimi libri, Serie fossile (Crocetti,2015), Gli scomparsi. Storie da «Chi l’ha visto?» (Pordenonelegge, 2016), Il bene morale (Crocetti, 2017), Giardino della gioia (Mondadori,2019). Porta in scena il videoconcerto Corpo reale. Ha curato la rubrica di inediti «Cantiere Poesia» per Poesia (Crocetti). Suoi libri e sillogi sono tradotti in molte lingue. Tiene laboratori di poesia in scuole pubbliche, carceri, DSM. Il suo sito è http://www.mariagraziacalandrone.it.

Claudio Piersanti “Quel maledetto Vronskij” presentazione

Quel maledetto Vronskij è un romanzo che parla di una coppia, del loro amore, delle loro vite, vite comuni, che sono trascorse nell’ordinaria quotidianità, fatta anche di problemi, come il licenziamento di lui, Giovanni “tipografo”, o la malattia di lei la bella Giulia, o la figlia, “La Piccola”, ormai adulta e lontana da casa. Sono una coppia di cinquantenni che ha imparato a superare momenti avversi.

La notte precedente l’aveva trovata al buio sul divano. Aveva lo sguardo fisso, stava pensando[…] Aveva bisogno di stare da sola […] Sentiva che non gli diceva tutto, si teneva il peggio per sé e cercava di smaltirlo da sola. Del resto era ovvio che fossero cattivi pensieri, ma non conoscerli esattamente lo faceva sentire escluso da un mondo che fino a quel momento era stato comune.Questo gli faceva male: le loro vite si stavano separando

E poi Giulia, un bel giorno scompare, lasciando solo un laconico messaggio e Giovanni l’aspetterà. La loro casa perde le caratteristiche di un luogo piacevole e felice, come il giardino e i piccoli gesti quotidiani senza di lei non hanno più lo stesso valore. È la sua tipografia dove coltiva l’ attesa: lui, tipografo, legge Tolstoj, non perché sia un lettore, lo era Giulia, ma proprio per produrre un testo speciale, un libro importante per la moglie, un suo omaggio a lei, alla sua bellezza e alla loro vita in comune, quasi un tangibile segno di quanto c’era stato tra loro. E immagina sull’onda della lettura un maledetto Vronskij che gliel’abbia portata via. Sì, perché il romanzo è proprio Anna Karenina. Ma Giulia tornerà e Giovanni capirà che le paure che lo avevano tormentato, il sentimento di inadeguatezza che lo aveva assalito, non rispondevano al vero.

Da Rizzoli Libri

Dalla penna di un grande narratore, la storia di un uomo che non crede alla fine di un amore. Un romanzo irresistibile di ossessioni, tenacia e tenerezza. “Perdonami, sono tanto stanca. Non mi cercare.” Solo questo lascia scritto Giulia, prima di scomparire nel nulla. E suo marito Giovanni, nella casa improvvisamente vuota, si sente un naufrago. Il loro è un amore fatto di cose minime: la colazione al mattino, con le fette imburrate e la marmellata; un bacio volante prima di andare al lavoro e un altro più lungo la sera, quando lui torna dalla tipografia con le dita sporche d’inchiostro; abbracciarsi in giardino, tra le rose che lei ha potato con cura. Dopo una vita insieme, non hanno ancora perso la voglia di farsi felici l’un l’altra. O almeno, così credeva lui. Adesso Giovanni, in cerca di risposte, guarda tra i libri di Giulia e dagli scaffali pesca il più voluminoso: Anna Karenina. Comincia a leggere. E si convince che sua moglie abbia trovato un altro uomo, un amante focoso, un maledetto Vronskij.[…]

Brevi note biografiche

Claudio Piersanti, abruzzese, scrittore e sceneggiatore, laureato in Filosofia a Bologna, ha pubblicato molti lavori con la Feltrinelli, ottenendo vari riconoscimenti ( Premio Viareggio, Vittorini, Selezione Campiello) e i suoi romanzi sono stati tradotti in vari Paesi: tra questi ricordiamo nel 1997 Luisa e il silenzio, Il ritorno a casa di Enrico Metz, La forza di gravità (2018)

Michele Cecchini “E questo è niente” presentazione

Giulio, il protagonista e voce narrante, è un sedicenne e appartiene alla specie “infelici”, espressione con cui si voleva designare chi era tale per determinate menomazioni: è infatti un tetraplegico e pertanto vive, paralizzato di tutti e quattro gli arti e il torso, in un letto da cui osserva la vita di chi, normale, gli ruota attorno, costruendo una visione personale e un’analisi spietata e disarmante di chi lo circonda: il nonno, unico medico del paesino nella campagna fiorentina, e gli altri componenti il nucleo familiare. E poi un giorno, la storia è ambientata negli anni sessanta, arriva in paese un medico, di quelli che Giulio definisce “alla rovescia” perché è uno che i pazienti se li va a cercare, pazienti scomodi: è Adriano Milani, fratello di quel don Lorenzo Milani a cui non serve alcuna presentazione, neuropsichiatra e tra i primi in Italia a battersi perché la sanità si prendesse cura di questi bambini, senza confinarli in commosse etichette, ma restituendo loro la dignità di esseri umani di cui erano stati privati. Dopo lunghe battaglie, arrivò a dirigere a Firenze un istituto in cui confluivano bambini cerebrolesi a cui collaborò anche il padre dell’autore, Sergio Cecchini, neuropsichiatra e allievo di Adriano Milani, che poi aprì nel 1966 a Lucca un centro per bambini affetti da paralisi cerebrale infantile.

“La scrittura di Michele Cecchini, lieve e insieme cruda, invita a entrare con coraggio nei pensieri e nell’universo di chi non ha voce. Una fiaba senza fiabesco, dal tono mai patetico e a tratti scanzonato. L’esistenza raccontata da un bambino che non ha alcuna intenzione di rinunciare alla felicità e si lascia “amare dalla vita come viene viene” (Da Bollati Boringhieri Libri)

Brevi note biografiche

Michele Cecchini, lucchese, è docente di materie letterarie presso un Istituto Superiore di Livorno città in cui vive. Nel 2019 ha pubblicato sempre con Bollati Boringhieri Il Cielo per ultimo

Su mangialibri la recensione al romanzo “Il cielo per ultimo”

Alessia Gazzola “Un tè a Chaverton House” presentazione

Il volume si apre con una lettera per i lettori in cui la scrittrice racconta le fasi di stesura del romanzo spiegando di averlo scritto in un momento particolare che ormai conosciamo con il nome inglese di lochdown, un bel suono rotondo e veloce preferito forse perché sgomentasse meno di “chiusura totale”, e per trenta giorni ha inviato via email al gruppo di lettori preposti le parti così come via via si sviluppavano.

La breve missiva datata 27 giugno 2020 conclude con una conferma per l’autrice di come le storie per quanto semplici e senza pretese possano sembrare, uniscono, creano un legame consolano, salvano dai brutti pensieri” come nelle antiche veglie attorno al fuoco, storie spesso fantastiche o fantasticate e pertanto anche quella che va ad aprirsi nelle pagine successive ha il suo “antefatto” nell’operato di tre fate nel reparto maternità di un noto ospedale di Milano…

Tre i doni che le buone fate ritengono necessario donare ad una delle tante bambine nate quella notte: il buonumore, la docilità e per concludere un talento infallibile per i lievitati. Visto che i tempi sono cambiati così i doni, anche se non mancano tra le tre dovute “spiegazioni” e battibecchi sulla scelta di quelli assegnati. Ma le fate hanno fretta, sono tantissimi i bambini nati e i doni non si possono più cambiare.

Un inizio da favola in un mondo contemporaneo e nella città sorprendente, cosmopolita, da scoprire che è Milano e da lì nella campagna inglese

Da Garzanti Libri

“Mi chiamo Angelica e questa è la lista delle cose che avevo immaginato per me: un fidanzato fedele, un bel terrazzino, genitori senza grandi aspettative. Peccato che nessuna si sia avverata. Ecco invece la lista delle cose che sono accadute: lasciare tutto, partire per l’Inghilterra e ritrovarmi con un lavoro inaspettato. Così sono arrivata a Chaverton House, un’antica dimora del Dorset. Questo viaggio doveva essere solo una visita veloce per indagare su una vecchia storia di famiglia, e invece si è rivelato molto di più. Ora zittire la vocina che lega la scelta di restare ad Alessandro, lo sfuggente manager della tenuta, non è facile.” […]

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Alberto Cassani “Una giostra di duci e paladini” presentazione di Nazzareno Carusi da Libri Panorama

La presentazione di Nazzareno Carusi da Libri Panorama

La sinossi da Baldini e Costoli Editori

Il giornalista Victor Costa è scomparso. Anche se è ormai sporadica la frequentazione che il professor Walter Savini ha con lui, la telefonata di Carla, l’ex moglie di Victor, lo mette in ansia. Forse perché sono tanti i ricordi che condivide con lui e con gli altri amici che lavorarono al progetto della Città del Teatro, che li aveva uniti all’incirca vent’anni prima. Poi ciascuno aveva preso un’altra strada, come spesso accade, ma avevano cercato di non perdersi di vista. Ancora scosso, Walter decide di chiedere aiuto ai suoi vecchi compagni e consiglio al loro mentore di allora, Amleto Coen. Basterà sentirli, perché le loro vite tornino a incrociarsi nella ricerca dell’amico scomparso.

Nel frattempo, sono già in tanti sulle tracce di Victor, persino i Servizi segreti. Lo cercano perché ha tra le mani delle informazioni che potrebbero danneggiare il governo. E il Capo, l’uomo che è tornato al potere impersonando lo spirito dei tempi e il destino della nazione, non può certo permetterlo.

In un susseguirsi di eventi, tra agenti che pedinano altri agenti, e convegni di aspiranti terroristi, mentre tragedia e farsa si rincorrono, Victor e i suoi amici cercano di non soccombere. In questa giostra di «duci e paladini», che sposta lo scenario della storia da una città di provincia del Nord Italia a Milano, poi a Parigi, fino a Bangkok, per poi tornare in Italia, a Roma e di nuovo nella cittadina di partenza, si intreccia e si dipana un intrigo che coinvolge politica, ambizioni, denaro, amicizie e passioni mai sopite né dimenticate.

Costruito come un romanzo dentro il romanzo, il libro unisce in modo ironico e originale fantapolitica e cronaca di provincia. E alla fine parla delle scelte che riusciamo a fare e di quelle mancate, e di come queste ultime possano poi diventare materia per il racconto.

Antonella Boralevi “Tutto il sole che c’è” presentazione

Dal 1940 al 1951, la storia è ambientata nella Toscana di quegli anni tra le varie residenze e le vicende dell’aristocratica famiglia Valiani: Verdiana, la voce narrante, una delle due sorelle, le figlie del conte Guido, chirurgo e podestà di San Miniato, storico paese sui colli tra Pisa e Firenze, la moglie Letizia e Ottavia la maggiore di quattordici e Verdiana di undici anni.

Verdiana quando racconta ha ormai compiuto novantuno anni: il suo è un racconto in cui si evidenzia la morbosa gelosia nei confronti della sorella maggiore, una quasi confessione di sé, così diversa. È Ottavia l’eroina, la bella e ricercata sorella, piena di spasimanti mentre a lei Verdiana, introversa e impacciata, il ruolo di spiare dall’ombra le vite dei tanti che la circondano mentre la guerra fa da sfondo e si abbatte sulle vite di tutti.

Da La nave di Teseo Editore

[…]Un affresco di destini e di emozioni dove le menzogne diventano verità e le verità bugie, tra ricevimenti e parate fasciste, balli sfrenati e imboscate, palazzi e casolari. In un brulicare di passioni proibite, ostilità segrete, tenerezza struggente, generosità e rancore, su cui sfolgora il fascino misterioso del bel Ranieri, l’amore di Ottavia. Mentre la Grande Storia compie il suo corso, le anime scure si fanno limpide e gli uomini sbagliati diventano giusti.
L’autrice ci rapisce dentro un romanzo che si vorrebbe non finisse mai. Scava nell’animo dei personaggi e nel nostro. Rovescia di continuo situazioni e caratteri, come fa la vita. E ci rivela il segreto splendente per ripararsi il cuore.

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Brevi note biografiche

Antonella Boralevi è autrice di romanzi, racconti, sceneggiature, saggi. Ha portato in televisione il talk show di approfondimento emotivo. Tiene rubriche su quotidiani e settimanali. Il suo Lato Boralevi esce ogni giorno sul sito della “Stampa”. Tra i suoi romanzi, Prima che il vento (2004), Il lato luminoso (2007), I baci di una notte (2013), Chiedi alla notte (2019), La bambina nel buio (nuova edizione La nave di Teseo, 2019). È tradotta in Germania, Francia, Giappone, Russia. Tutto il sole che c’è è il suo ventiduesimo libro.

Genki Kawamura “Non dimenticare i fiori” recensione di Salvina Pizzuoli

Una madre e un figlio, Yuriko e Izumi, lei maestra di pianoforte, lui cresciuto senza conoscere nulla del padre. Un momento di svolta nelle loro esistenze: Izumi presto avrà un figlio e nello stesso tempo lui non lo sarà più perché la madre è malata, si sta smarrendo nelle nebbie della memoria, il che comporta un’inversione di ruoli:

Yurico continuava a ripetere che il budino era squisito, e Izumi le puliva l’angolo della bocca col tovagliolo. Quand’ era piccolo Yuriko doveva aver fatto lo stesso con lui. Adesso molto semplicemente i ruoli si erano invertiti.

Pagina triste per entrambi, un mutamento mai indolore, quando si scopre di non essere più “figli”.

Il tema della maternità e della paternità è indagato e trattato con delicatezza e sensibilità, senza eccessi, ma abbinando pagine leggere di piatti giapponesi, ricordi, momenti di vita scanditi dagli impegni di lavoro e dalla gravidanza della moglie di Izumi, con gli eventi di cui Yuriko è protagonista inconsapevole e dagli interventi e dalle ansie e dalle malinconie di Izumi legati alla malattia della madre.

Brevi e intense pagine di diario, porteranno il figlio a scoprire nella madre la donna, insieme al segreto dell’improvviso allontanamento di lei dalla loro casa per un lungo anno, per poi ricomparire all’improvviso: una ferita aperta in entrambi che avevano però accettato di tagliare dalle loro vite quanto legato a quell’anno, un periodo cancellato per un tacito accordo e che a partire da quel momento avrebbero finto non c’era mai stato, sebbene si fosse materializzato in un piatto che entrambi non amavano, la minestra di miso, legata proprio a quel rientro. Pagine acute su quanto sia difficile avere consapevolezza dell’altro anche in un rapporto d’amore quale quello tra madre e figlio e su cosa significhi essere genitori, evidenziato proprio dal “perdersi” di Yuriko.

Brevi note biografiche da Giulio Einaudi Editore

Kawamura Genki nasce a Yokohama nel 1979. Dopo una laurea presso la Facoltà di Lettere della Jochi Daigaku, collabora alla produzione di film di successo tra cui Train man e Your name. Nel 2011 si aggiudica il Premio Kumamoto per giovani produttori cinematografici. Per Einaudi ha pubblicato Se i gatti scomparissero dal mondo (2019 e 2020), il suo primo romanzo diventato un successo globale, e Non dimenticae i fiori (2021).

Rufi Thorpe “La nostra furiosa amicizia” presentazione

Rufi Thorpe “La nostra furiosa amicizia”, traduzione di Claudia Durastanti

California, primi anni del 2000, una piccola città, North Shore, centro residenziale “incuneato nel corpo massiccio di Los Angeles”: Michael, voce narrante, e Bunny, altissima e atletica, giovanissimi, si incontrano.

“Casa di mia zia era circondata su ogni lato da ville enormi[…] Nella villa a sinistra viveva una ragazza con suo padre […] che aveva la mia età e con lei sarei andato a scuola per i sette anni successivi. Si chiamava Bunny Lampert, ed era la principessa di North Shore. E in qualche modo, quasi contro la mia volontà, sono diventato suo amico. […] a parte essere vicini di casa, c’era una straordinaria mancanza di supervisione da parte degli adulti con cui vivevamo.

Vivono due storie diverse, come lo è la loro estrazione sociale, ma sono accomunati da una crescita in abbandono: lui affidato alla zia, che lì vive, dopo che la madre era finita in prigione per aver accoltellato il padre, ma che si è poi dimenticata di lui. È gay, ne è consapevole, e ha imparato a usare la testa. Bunny ha un padre affarista e benestante ma è alcolizzato; è senza madre e, data la sua considerevole altezza, fa la pallavolista. E si scelgono e si legano con una profonda amicizia sullo sfondo di una società dove domina il denaro, la competizione, gli interessi e i pregiudizi. Le vicende che li riguardano li seguiranno fino ad un’età più adulta quando si separeranno: lei in prigione, lui all’università.

Rufi Thorpe con questo romanzo è entrata nella cinquina del premio Pen/Faulkner

Dal Catalogo Bollati Boringhieri Editore

[…]Rufi Thorpe ci regala la storia bellissima e tormentata di due esseri umani che desiderano restare uniti, oltre le più disperate delle circostanze. E un’affascinante riflessione sulla complessità e l’urgenza delle migliori amicizie, sulla distanza che siamo disposti a percorrere per proteggere e difendere i nostri affetti e su che cosa succede quando certi legami vengono sollecitati fino al punto di spezzarsi.

Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza” presentazione e la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Candidato tra i primi al Premio Strega, il romanzo ha per protagonista una scrittrice matura, che ha raggiunto il successo a 47anni, ma non è importante per lei solo come tale, ma è soprattutto riscatto da una lungo periodo della propria vita oscuro e tormentato e da un presente pieno di ombre; è in questa situazione che giunge la telefonata di Federica, compagna di liceo ma di cui ha perso le tracce da molti anni.

Se il successo fa uscire dal buio, dall’anonimato, notorietà effimera che paga finché dura, la telefonata dell’amica determinerà un ritorno a ritroso, all’età trascorsa e precedente, a un guardare il passato a distanza, quella creata dagli anni, dal trascorrere del tempo che lascia scorrendo molti segni. Guardare indietro a quell’età adolescenziale in cui non si sa ancora, quando si è ancora potenzialmente proiettati a un futuro che potrebbe realizzarsi, ma non in atto.

Tante figure femminili nel romanzo tra le quali la bella e invidiata Livia, sorella di Federica, cristallizzata per sempre nel passato con quell’invidiata bellezza ormai sfiorita, ma di cui non sa, non ha consapevolezza.

Da Libri Mondadori Editore

Sembrava bellezza è un romanzo sull’impietoso trascorrere del tempo, e su come nel ripercorrerlo si possano incontrare il perdono e la tenerezza, prima di tutto verso se stessi. Un romanzo di madri e di figlie, di amiche, in cui l’autrice, con una scrittura che si è fatta più calda e accogliente, senza perdere nulla della sua affilata potenza, mette in scena con acume prodigioso le relazioni, tra donne e non solo. Un romanzo animato da uno sguardo che innesca la miccia del reale e, senza risparmiare nessun veleno, comprende ogni umana debolezza.

e anche

la recensione di Maria Anna Patti di Casa Lettori

Hervé Le Tellier “L’anomalia”presentazione

L’anomalia, vincitore nel dicembre del 2020 del Premio più prestigioso in Francia, il Goncour, è un romanzo che anche prima dell’assegnazione, era stato pubblicato in agosto in Francia, aveva avuto un grande successo che lo stesso autore definisce inaspettato.

È merito del titolo, della tematica che affronta o perché è scritto seguendo le regole dell’ OuLiPo*?( Opificio di letteratura potenziale»)

La tematica è terrificante e nello stesso tempo ha il fascino di ciò che potrebbe essere: la volontà dello scrittore era quella, come afferma in una recente intervista (La Lettura Il Corriere del 14 marzo 2021), di mettere una serie di persone davanti a sé stesse e pertanto il romanzo presenta una grande varietà di personaggi di diversi paesi del mondo.

Come riuscirci? Un volo internazionale Parigi-New York con 243 passeggeri a bordo. Durante la traversata l’aereo s’imbatte in una forte turbolenza e per pochi minuti, che sembrano determinare la catastrofe, i passeggeri sono in balia di turbini e precipitazioni, ma grazie all’abilità del pilota riescono ad atterrare: non una ma ben due volte.

Come si spiega?

E se vivessimo dentro una simulazione digitale che per errore o per una variante ci raddoppiasse?

E così due aerei, due equipaggi identici, due realtà “vere” entrambe per ciascuno dei protagonisti e ciascuna con il proprio percorso.

Una teoria perfetta, formulata dal filosofo svedese Nick Bostrom, e utilizzata dallo scrittore perché ciascuno dei personaggi potesse “affrontare la questione del doppio”.

E se ciò potesse non bastare ecco entrare in opera lo “stile” compositivo: a ognuno dei personaggi uno stile diverso.

Da La nave di Teseo Editore

Nel marzo 2021, un Boeing 787 di Air France in volo da Parigi a New York incappa in una grande turbolenza prima di atterrare. Tre mesi dopo lo stesso aereo, con gli stessi passeggeri e un identico equipaggio, ricontatta i controllori di volo dell’aeroporto JFK. L’inspiegabile duplicazione preoccupa CIA, FBI e gli alti comandi dell’esercito, che dirottano l’aereo in una base militare. Le indagini degli Stati Uniti e delle altre potenze scatenano una caccia all’uomo planetaria per rintracciare i misteriosi doppi di tutte le persone a bordo. Ma durante quei tre mesi fatali, le vite di alcuni di loro sono cambiate per sempre: chi ha combattuto un male incurabile, chi ha raggiunto il successo soltanto dopo un gesto estremo, chi ha trovato l’amore e chi si è lasciato per sempre, chi ha finalmente affrontato le sue bugie. Tutti credevano di avere una vita segreta. Nessuno immaginava fino a che punto fosse vero.
In un romanzo imprevedibile – dove la letteratura sfida la logica, la scienza, tutto quello in cui crediamo – Hervé Le Tellier racconta la verità e i suoi inganni, alla ricerca dell’anomalia nascosta che può sfiorare la vita di ognuno di noi. Traduzione di Anna D’Elia.

e anche

Brevi note biografiche

Hervé Le Tellier è autore di romanzi, saggi e poesie e dal 2019 è presidente dell’Oulipo*. Con L’anomalia, in corso di traduzione in 34 lingue, ha vinto il premio Goncourt 2020. È stato inoltre finalista al Prix Renaudot e al Prix Goncourt des Lycéens, e selezionato da Prix Médicis, Prix Décembre e Prix Wepler.

Per saperne di più

*L’Oulipo: la creazione letteraria tra gioco e matematica

Il romanzo vincitore del Goncourt del 2019: Jean-Paul Dubois “Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo”