Gianfranco Bracci e Rossana Cedergren “L’enigma etrusco dell’acqua e del vino”, presentazione di Luisa Gianassi

Prefazione di Francesco Trenti, Direttore del Museo Archeologico del Casentino

“Lo scheletro riemergeva da millenni di sepoltura. Il teschio risultava spaccato e la bocca era rimasta leggermente aperta: sembrava volesse sussurrare la sua storia”. Un nubifragio riporta alla luce, sulla spiaggia toscana di Baratti, uno scheletro e il suo singolare corredo funebre. Quello che si trovano davanti Laura e Lina, archeologhe esperte chiamate a dirigere gli scavi, è un vero e proprio mistero da svelare, ricco di oggetti enigmatici e iscrizioni oscure. L’acqua e il vino scorrono tra le parole, e le pagine, nelle pieghe della storia, con tutto il potere simbolico e spirituale della loro essenza.(da Effigi Edizioni)

Passato e presente si fondono armonicamente per costruire la trama del romanzo L’ENIGMA ETRUSCO dell’ACQUA e del VINO, scritto a quattro mani da Gianfranco Bracci e Rossana Ravacchioli Cedergren, entrambi appassionati della civiltà etrusca. Ed è proprio un enigma etrusco che due archeologhe sono chiamate a svelare. Il lettore viene proiettato in una dimensione temporale trascendente nella quale tutto può accadere: storia, mitologia e fantasia si fondono per costruire una trama avvincente ricca di colpi di scena, ma anche stimolante per i tanti insegnamenti che fornisce sul popolo etrusco, al quale gli autori ci fanno sentire molto vicini.

La nostra stessa lingua è distesa su strati di vocaboli dall’origine segreta, e il tempo che ha visto la loro trasformazione ci dice tanto sulla nostra storia. Proprio lo studio etimologico del nome dei luoghi porterà le protagoniste alla scoperta di tombe e templi etruschi, che sarà per gli autori l’occasione di catapultare il lettore dal nostro XXI secolo al VI a.C. e narrare le vicende di coloro che li costruirono. Il ritrovamento di strani oggetti in terracotta fa emergere riti etruschi sopravvissuti quasi fino ai giorni nostri. Le vicende che si intrecciano in epoche distanti 2600 anni, ci restituiscono poi un’immagine immutabile della natura umana, dove bene e male, onestà e spregiudicatezza coesistono, mentre ogni epoca cerca il trionfo della “sua giustizia”

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I misteri del tempio dimenticato

David Le Breton “Antropologia delle emozioni”, Armando Editore

Armando Editore

Pagine 293, Prezzo 16,00 euro.

Le emozioni non sono spontanee, ma organizzate ritualmente: mobilitano una serie di vocaboli e movimenti del corpo che differiscono a seconda della cultura. È quanto mostra David Le Breton in questo testo in cui analizza, tra l’altro, lo statuto del corpo nella comunicazione, i rituali dello sguardo e il mestiere dell’attore, che offre una sorprendente illustrazione del modo in cui le persone usano i segni per vivere e mostrare le proprie emozioni.

Dall’introduzione:

«I sentimenti e le emozioni non sono degli stati assoluti, sostanze trasponibili da un individuo e da un gruppo all’altro; non sono, o non solo, processi fisiologici di cui il corpo detiene il segreto. Sono relazioni. Se tutti gli uomini del pianeta hanno lo stesso apparato fonatorio, non è detto che parlino la stessa lingua; allo stesso modo, se la struttura muscolare e nervosa è identica, questo non lascia presagire gli usi culturali a cui darà luogo. Da una società umana all’altra, le persone vivono gli eventi della loro vita dal punto di vista emotivo attraverso repertori culturali diversi, a volte simili, ma non identici»  

David Le Breton è professore all’Università di Strasburgo, membro dell’Institut Universitaire de France e ricercatore presso il laboratorio Dynamiques Européennes. Antropologo e sociologo francese, è uno specialista delle rappresentazioni e dell’uso del corpo umano, che ha studiato in particolare analizzando i comportamenti a rischio.

Aldo Bondi “Compagni di umanità – Dietrich Bonhoeffer e Antonio Gramsci” recensione di Luisa Gianassi

Edizioni Helicon

Terminata la lettura del libro “Dietrich Bonhoffer e Antonio Gramsci Compagni di umanità” di Aldo Bondi, posso rispondere alla domanda: perché leggere questo saggio di 500 pagine?

Perché Bondi ci propone l’esempio di due uomini che in tempi bui e difficili si sono nutriti di umanità e non hanno perso la fiducia nell’uomo. Hanno sopportato le dure condizioni carcerarie e la loro mente, che il regime nazista e quello fascista volevano distruggere, non ha smesso di funzionare grazie alla forza d’animo sostenuta dalla cultura, dall’etica e dalla fede. Fede che Bonhoffer aveva in Dio e Gramsci nel progresso dell’umanità. Alla fine della lettura si avverte una forza e un coraggio che riempie di speranza, una speranza che è importante trasmettere alle nuove generazioni.

Nel libro A. Bondi mette a confronto gli scritti carcerari di Dietrich Bonhoffer e Antonio Gramsci e attraverso l’analisi di alcune parole chiave crea fra loro un dialogo virtuale, trovandone i punti di incontro. Entrambi, anche se fisicamente provati dall’esperienza carceraria, mantengono lucide le loro menti, vivono pienamente la loro esistenza anche da reclusi, sviluppando le proprie idee in maniera inedita. Sono entrambi intellettuali, uomini di azione e di fede, anche se diverse sono le loro condizioni carcerarie e diverse le situazioni nelle quali operano. Bonhoffer è un teologo luterano tedesco, Gramsci è il segretario del partito comunista italiano, ma si incontrano nell’idea della sacralità della politica, per la quale sono stati disposti a sacrificare l’esistenza. Bisogna ricordare che Gramsci, per la sua condizione di prigionia non conoscerà mai il suo secondo figlio e vedrà pochissimo il primo. Per entrambi la politica investe il settore etico ed è strettamente legata alla situazione storica. Li accumuna la convinzione che il pensiero deve trasformarsi in azione politica. Il politico non può pensare di stare in mezzo agli uomini senza interessarsi di quello che accade loro. Gramsci scrive alla moglie Giulia: “per fare politica bisogna amare l’uomo”.

Questi due uomini pensano che l’azione politica debba avere grande attenzione per le generazioni future. Bonhoffer afferma che è necessario porsi “la domanda ultima” e cioè non pensare a cavarsela eroicamente nella contingenza presente, ma riflettere sulle conseguenze che l’azione avrà sulla vita della generazioni future e conclude che solo da questa “ domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde, anche se provvisoriamente molto mortificanti. Allo stesso modo Gramsci con l’espressione “spirito statale” indica la responsabilità di essere solidali con la generazione precedente e quella futura e precisamente: ”con gli uomini che oggi sono vecchissimi e che rappresentano il passato che ancora vive fra noi e con i bambini, le generazioni nascenti e crescenti di cui siamo responsabili”. Per entrambi, nella politica, la cultura ha un ruolo fondamentale. Per Gramsci significa autodisciplina intellettuale (padroneggiare le proprie competenze) e autonomia morale (capacità di scegliere per trasformare la società). Anche per Bonhoffer la cultura è fondamentare per sviluppare libertà interiore ed essere veri uomini. Per entrambi la formazione culturale deve dare una salda interiorità, e capacità critica, che significa anche mettere in discussione la propria opinione. Non avere il rispetto ortodosso per i padri fondatori. Marx e Lutero non sono idoli e non vanno letti prendendoli alla lettera. Bisogna cogliere il nucleo dinamico del pensiero e dell’azione per applicarla nel contesto storico nel quale si vive. Entrambi compiono una evoluzione del loro pensiero. In Gramsci questa evoluzione risente dell’esperienza della costruzione della società sovietica, dovendo fare il bilancio dello stalinismo, anche se in modo velato per non dare adito al regime fascista, che lo controllava, di essere utilizzato in senso anticomunista. Bonhoffer approderà al “cristianesimo inconsapevole”, arrivando a dire che la Chiesa, anche quella Confessante della quale faceva parte e che si era opposta al nazismo, doveva tacere e fare solo opere di giustizia.

Nel libro Bondi, oltre a sottolineare la forza di questi due uomini, che pur storicamente vinti fanno emergere i pensieri più alti del novecento, evidenzia la solitudine politica che questi due uomini si trovano a vivere. Proprio per la loro capacità critica e libertà interiore si trovano ad essere emarginati l’uno dalla chiesa e l’altro dal partito, ma si trovano ad essere compagni di umanità, perché come scrive Aldo Bondi nell’introduzione “non credo si tratti di casualità se proprio nei momenti più bui della storia sono fioriti esempi straordinari di umanità, testimoni luminosi come Bonhoffer e Gramsci, capaci di immergersi fino in fondo nell’humanum e mantenere inalterata fa fede nelle possibilità di riscatto e trasformazione degli uomini”

Aldo Bondi (Firenze, 1946) ha insegnato a lungo nella scuola secondaria, in particolare, negli ultimi 23 anni, Storia e Filosofia nei Licei occupandosi, tra l’altro, di sperimentazione didattica. Ha curato alcune pubblicazioni dell’IRRSAE Toscana e ha scritto diversi capitoli della Storia del pensiero umano di E. Balducci (3 voll. Firenze, 1986). Ha curato il volume a più voci, Esperienza religiosa e passione civile in Luciano Martini, Firenze, 2013, e collaborato al libro (G. Sani a cura di) Padre Balducci. Fede e religione nella società della tecnica, Arcidosso, 2018, nonché a due cataloghi (Gianni e Pierino. La scuola di Lettera a una professoressa e Costituzione e Resistenza. Un percorso sul Sentiero di Barbiana) prodotti dalla Fondazione Don Lorenzo Milani rispettivamente nel 2019 e nel 2021. Altri suoi scritti, su argomenti storici e filosofici, sono stati pubblicati su riviste, volumi miscellanei e atti di convegno. È autore di due libri: Tra Gramsci e Teilhard. Politica e fede in Alberto Scandone (1942–1972), Roma, 2012 e Quando il futuro governava il presente, Trapani, 2016.( da Edizioni Helicon, Autori)

Ferdinando Albertazzi e Sebastiano Ruiz Mignone, “Neve rossa”, Chiaredizioni

Un giallo mozzafiato dove l’amicizia non ha differenze di età

Illustrazioni di Valeria Troncarelli

Età 10+ YOUNG MISTERY NARRATIVA 

pagine 160, prezzo 14,90 €

Un giallo per ragazzi (10+) scritto a quattro mani da due grandi autori, Ferdinando Albertazzi, scrittore, saggista, giornalista, firma di riferimento per bambini e ragazzi e Sebastiano Ruiz Mignone, uno dei più brillanti autori della letteratura per ragazzi italiana e sceneggiatore di cinema.

Albertazzi e Ruiz Mignone danno vita a un thriller mozzafiato in cui in primo piano c’è la grande amicizia tra un ragazzino (amante della letteratura e dei film d’azione) e un adulto. Una stima reciproca, un sostegno incondizionato, che lega il commissario Lafortezza, che indaga sui casi di omicidio, e il figlio della sua compagna: insieme si attiveranno per risolvere gli efferati omicidi che inquietano  Torino.

La trama: Vlady, 13 anni, appassionato di cinema e di romanzi di avventura, ha occhi e mente da detective. Del resto, con la madre poliziotta e lo “zio” Lafortezza commissario… Curioso e scanzonato, gironzola spesso per le vie del centro della sua Torino, dove un giorno si imbatte nell’ombra che imporrà una svolta del tutto imprevista e mozzafiato alle sue giornate. Sotto Natale, le strade sfolgoranti di luci e le vetrine dei negozi come piccoli luna-park, una figura nebbiosa difatti si aggira seminando paura e morte. Due ragazzi dell’età di Vlady sono le prime vittime, e altre ne seguono a raffica. Il commissario Lafortezza e il suo braccio destro Vlady si rimboccano subito le maniche per dare un volto al serial killer, schivando silenzi complici, agguati, depistaggi e bastoni tra le ruote. Età di lettura: da 10 anni.

Dal Prologo:

«Nella neve, su una slitta trainata da otto renne più l’immancabile Rudolph, la renna illuminante, c’è lui, faccione rubicondo seminascosto dalla barba bianca e sacco extralarge di regali. Ma dev’essere per forza così, Babbo Natale? «Buon Natale e Felice Anno Nuovo», lesse, infastidito. Tra “buono” e “felice” non avrebbe saputo dire quale l’indispettisse di più. Non poteva nemmeno immaginare che cosa avrebbe provocato, quella cartolina azzurra che se ne stava là sulla scrivania e lo sfidava. Ironia della sorte, quel luccicante biglietto d’auguri non era per lui: il fastidio stava montando in odio. Come poteva, quel semplice cartoncino, provocarne così tanto? Aveva fatto “una vita da mediano, a recuperar palloni per chi finalizza il gioco”, proprio come canta il “bestrocchettaro” Luciano Ligabue. “Fin che ne hai stai lì”, recita poi la canzone. Lui ne aveva, ma fin sopra i capelli, di starsene lì. Era venuto il momento di schiodarsi, di prendersi non le vendette, ma le sacrosante soddisfazioni che gli spettavano. Con una mossa fulminea, da rapace, afferrò quel pezzetto di cielo, se lo cacciò in una tasca del cappotto, uscì sbattendo la porta. E si spalancò l’inferno

FERDINANDO ALBERTAZZI Torinese di Bologna, firma per i bambini la fortunata serie di Camilla, sul proscenio da più di vent’anni e tradotta in diversi Paesi. Il suo primo giallo – noir per i ragazzi è stato Nomincodice: Nessuno, del 1993. Ne sono seguiti diversi altri, tra cui Il correttore di Destini (2005), Scomparso (2015) e Il costo dei sogni (2019). Nei romanzi per ragazzi affronta sentimenti di forte spessore, decisivi nel percorso di formazione. Collaboratore di Tuttolibri, settimanale culturale di La Stampa, dalla fondazione, con articoli sulle letture per bambini, adolescenti e ragazzi. Collabora inoltre a Pepeverde, periodico specializzato in Letture e Letterature Giovanili, con articoli e interviste ad ampio spettro.

SEBASTIANO RUIZ MIGNONE nasce a Santo Stefano Belbo, un paese delle Langhe, il 7-12-47, ma è torinese di adozione. Insegnante di Lettere, pittore e sceneggiatore di cinema, diviene scrittore per ragazzi con il libro Guidone mangiaterra e gli sporcaccioni col quale vince il Premio Andersen. Altri Premi tra cui il Premio Cento e un secondo Andersen. Ha pubblicato più di 90 libri con i maggiori editori italiani ed esteri. I suoi libri sono pubblicati in una quindicina di paesi stranieri (Francia, Germania, Brasile, Corea, Spagna, Turchia, Grecia…). Preferisce il genere umoristico, avventuroso e surreale ma, a volte, scrive storie di maggiore impegno con temi come la malattia, la vecchiaia e la morte. 

L’editore: Chiaredizioni è una casa editrice abruzzese nata nel 2017, che negli ultimi anni si è specializzata in editoria illustrata per bambini e ragazzi. Fondata e diretta da Arturo Bernava, fa parte del Gruppo Editoriale Il Viandante-Chiaredizioni. Pubblica libri per tutti i tipi di lettrici e lettori, dagli albi, libri illustrati, graphic novel e romanzi storici con le collane Chiara Kids (5+), Chiara Young (10+), Chiara Young Adult (13+). La distribuzione è affidata a Messaggerie. Leggere un libro Chiaredizioni significa immaginare un gruppo di lavoro che crede nel fattore umano attraverso il confronto e l’ascolto reciproco.

Gino Carlomagno “Il segno della vendetta”, NeP Edizioni

NeP Edizioni

Un ritorno tanto atteso, quello dell’ispettore Gregòri, protagonista di una fortunata serie di romanzi gialli edita da NeP edizioni, particolarmente apprezzata da lettori e critica.

La presentazione ufficiale della novità editoriale è prevista domenica 21 maggio alle ore 15:00 presso il Salone Internazionale del Libro di Torino, allo stand P22 di NeP edizioni.

Questa volta, durante una vacanza in Basilicata con la sua famiglia, l’ispettore si troverà coinvolto in un’indagine e, solo grazie alla sua abilità di analizzare ogni minimo dettaglio, riuscirà a giungere alla esatta dinamica di quanto accaduto e a individuare i responsabili, assicurandoli alla giustizia.

Forte della sua ricca produzione letteraria e della sua familiarità con il romanzo poliziesco, la scrittura di Gino Carlomagno tratteggia con abilità personaggi e situazioni, oltre a rendere con arguzia sfumature e paesaggi.

Scenari unici, come le Piccole Dolomiti Lucane o alcuni fra i borghi più belli d’Italia, come Pietrapertosa e Castelmezzano, baluardo saraceno il primo, presidio normanno il secondo, dove è possibile vivere l’esperienza adrenalinica del Volo dell’Angelo, sospesi nel vuoto con un cavo d’acciaio.

Pagina dopo pagina, il lettore tratterrà il fiato fino all’ultimo, quando intuito, costanza e perspicacia finiranno per portare ai risultati tanto sperati.

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Misteriosa morte nella Tuscia

Florbela Espanca “Poesie scelte”

con testo portoghese a fronte

Traduzione e cura di Danila Boggiano

Pagine 114, prezzo 16 euro, in libreria dal 16 maggio

Oltre edizioni

Ciò che sorprende in Florbela Espanca è non tanto la problematica fragilità che riguarda il rapporto con sé stessa e con il mondo, cosa poco sorprendente, trattandosi di poesia, quanto la potenza delle immagini in cui questa fragilità va a confluire, come un abito sontuoso di colore rosso indossato in occasione di un lutto. Non per negarlo e rovesciarlo convenientemente in festa, ma per mostrarne in contrasto i dolorosi risvolti, contrappunto alla lucida consapevolezza spinta sino al punto dell’esasperazione che è il segno di Florbela donna e poeta. Guarda in sé, Florbela, e lo fa incessantemente e immediatamente, musicalmente, senza nulla concedere alla parte riflessiva e mediatrice della parola che potrebbe appunto flettere nella direzione del pacato aggiustamento il suo sguardo. Fa insomma quello che nessun poeta dovrebbe fare…

Florbela Espanca, pseudonimo di Flor Bela de Alma da Conceição, nacque a Vila Vicosa nel 1894, 8 dicembre, e nello stesso giorno morirà suicida, trentasei anni dopo. La sua vita porta fin dalla nascita il segno dell’inquietudine e della stravaganza. Nacque infatti da una relazione extraconiugale del padre, relazione che la moglie accettò, essendo sterile. Florbela fu cresciuta, insieme con il fratello Apeles, nato tre anni dopo dal rapporto con la stessa donna, dal padre e dalla moglie, nonostante fossero stati registrati come figli di padre sconosciuto. Florbela fu una delle prime donne in Portogallo a portare a compimento il ciclo di studi secondario e ad iscriversi successivamente alla facoltà di Diritto, senza tuttavia conseguire la laurea. Si sposò tre volte, ebbe molti amori, non ebbe figli. Contemporanea di Pessoa, la sua storia letteraria oscilla tra apprezzamento e mancato riconoscimento e spazia dalla poesia alla prosa. In vita furono pubblicate soltanto due antologie di testi poetici, il Libro dei dolori e il Libro di sorella saudade. Tutta l’opera poetica di Florbela fu raccolta in Sonetti completi e pubblicata nel 1934 da Guido Battelli, un professore italiano innamorato della sua poesia, e forse anche di lei, con cui fu a lungo in corrispondenza e da lei ritenuto uno degli amici più cari.
Oggi, nonostante l’ostracismo di cui fu vittima a lungo da parte del regime salazarista e della Chiesa, è a buon diritto annoverata tra i grandi della letteratura portoghese.

Gianni Bonini “Paesaggi mediterranei. Dove la geografia provoca la storia”, Edizioni Samizdat, presentazione

Prefazione di Stefania Craxi

To be men not destroyers, l’invito finale dei Cantos chiude icasticamente il XX secolo. Noi non possiamo non farlo nostro e, se è vero che la geografia provoca la storia, tornare ad immergerci nel Mediterraneo, il crocevia liquido che ha sedimentato la nostra civiltà e tornare a studiare i classici proprio quando la cibernetica sembra renderli obsoleti insieme alle nostre aspirazioni alla giustizia sociale (dalla Quarta di copertina)

Paesaggi mediterranei, così come si legge nella Nota dell’autore in apertura al volume, raccoglie nella Prima Parte gli scritti principali pubblicati negli ultimi tre anni, apparsi su riviste come articoli, interviste e saggi brevi di geopolitica scritti tra il 2019 e il 2021; nella Seconda dialoghi con Lorenzo Somigli e altri scritti comparsi tra il 2020 e il 2021

Scrive Gianni Bonini, manager energetico e appassionato cultore di geopolitica, esponendo le proprie motivazioni a riunire gli scritti che compongono il volume:

Il libro prende avvio dall’assunto fatto proprio da Cyprian Broodbank al capitolo secondo della sua insuperabile summa sul Mediterraneo – Il Mediterraneo, Piccola Biblioteca Einaudi, 2015.

“Esistono posti”, ha scritto il poeta Iosif  Brodskij, “la cui osservazione sulla mappa si unisce momentaneamente con la Provvidenza. Posti dove la storia è ineluttabile […] posti dove la geografia provoca la storia.” Il Mediterraneo, prosegue l’archeologo britannico, è pieno di simili luoghi e, pur volendo evitare le semplificazioni deterministiche e riconoscere che la cultura rielabora gli spazi fisici, è evidente che nel corso del tempo questi hanno tendenzialmente incoraggiato o scoraggiato determinate tipologie di attività e decisioni nei popoli vicini.

Così la Storia e la Geopolitica che si intrecciano nei saggi e nelle interviste diventano racconti e narrazioni che vanno oltre la contingenza degli eventi e scavano nelle esistenze dei popoli che si incontrano sullo sfondo, principalmente della prepotente centralità assunta dall’area MENA – Middle East and North Africa – a partire per lo meno dall’Ottocento, dall’apertura del Canale di Suez, ma Napoleone in Egitto non ci andò per capriccio, e poi dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano e dalla sostituzione del carbone con la nafta nella Royal Navy.

Mediterranean First non è soltanto l’imperativo strategico di Churchill nel secondo conflitto mondiale, riassume bene ancora oggi l’importanza del vecchio mare nostrum nel quadro di una globalizzazione che si va rattrappendo, il suo essere un formidabile crocevia di scambi commerciali, vitali per la nostra penisola e per buona parte dell’Europa, non solo quella latina, fuoco di un quadrante euro-asiatico che lo storico Franco Cardini ha definito per primo icasticamente “Mediterraneo allargato”, in piena convulsione in Ucraina e sotto crescenti stress da regime change come prolungamento o deriva, se preferite, delle Primavere Arabe.

Il libro si presenta quindi come un’occasione di riflessione civile di respiro che ricerca le radici di un’identità comune e di un meticciato culturale, come il Cardinale Angelo Scola ha chiamato il melting pot di etnie e di culture alla base della koinè mediterranea, che vuole superare il pessimismo attuale dato dall’instabilità endemica nelle sue vicende che non ha mai tuttavia interrotto quel dialogo e quella contaminazione che sono il sale della sua storia. 

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“Il Mediterraneo nuovo”


Fabio Geda “La scomparsa delle farfalle”, presentazione

Tra conflitti e occasioni di meraviglia, tra realtà quotidiana e rivelazioni, quattro ragazzi intrecciano le loro vite con tutta l’energia della giovinezza. Un ritratto commovente di quella stagione dell’anima che più d’ogni altra si imprime in ciascuno di noi e sceglie il nostro destino.(dal Catalogo Einaudi)

Non nuovo a storie di formazione, Geda racconta quattro vite accompagnandole dalla prima superiore,  nel 1995, fino al 2002.

Quattro giovani, Andrea e Valerio, Anna e Cora, si incontrano per la prima volta tra i banchi di scuola e faranno gruppo il cui nome nascerà una notte entrando in un vivaio di farfalle, da cui poi il titolo. Se ripercorrere il tempo è la base portante del raccontato, sicuramente è il presente con la sua situazione drammatica a farlo scaturire quando Andrea, quello dei quattro che ha preferito isolarsi in montagna, viene travolto da un fiume di fango rischiando la vita: resterà aggrappato non solo ai rami bassi degli alberi ma soprattutto a quei ricordi che hanno scandito la crescita sua e degli amici con cui l’ha condivisa nell’evoluzione di caratteri e di vicende che ne segnano in modo particolare alcuni, tra amori prima vietati e poi nati, tra felicità e disperazione, le due emozioni che danno il polso di un’età che non conosce mediazioni e compromessi.

Fabio Geda è nato a Torino, dove vive. Tra i suoi libri, Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009), L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008; Einaudi 2021), Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini + Castoldi 2010), L’estate alla fine del secolo (Baldini + Castoldi 2011; Einaudi 2023), Se la vita che salvi è la tua (Einaudi 2014), Anime scalze (Einaudi 2017 e 2019), Una domenica (Einaudi 2019 e 2021), La scomparsa delle farfalle (Einaudi 2023) e la serie per ragazzi Berlin (Mondadori 2015-2018), È tradotto in trentadue Paesi.(da Einaudi Autori)

Giovanni Bitetto “Sacro niente”, Voland Editore

Voland Editore

Giovanni Bitetto, insegnante, giornalista e  scrittore, nel suo secondo romanzo Sacro niente indaga le vite di uomini e donne accomunati da sentimenti e pulsioni che mirano a svelare il senso dell’esistenza.

In un meridione dimenticato da tutti ma non da Dio, la morte, il lutto e l’amore si intrecciano ai piedi di una statua di Padre Pio che si fa portavoce delle esistenze di uomini e donne comuni. Il blocco di marmo non giudica e non assolve, può solo ascoltare le storie che gli vengono affidate. Un padre, un figlio, un’amante, un autista, un barbiere, personaggi ordinari ma universali,
tutti confessano al santo i propri tormenti, le sofferenze, ma anche
i peccati e le abiezioni. Il sacro niente delle loro vite diviene un pretesto per scandagliare l’animo umano e per indagare l’eterno tentativo di dare un senso all’esistenza.

Brevi note biografiche

Giovanni Bitetto ha scritto di letteratura e società per numerose testate online. Ricopre il ruolo di editor in “NEA Magazine”, rivista di letteratura e fotografia. Con il suo romanzo d’esordio Scavare (Italosvevo, 2019) ha vinto il Premio POP della Fondazione Mondadori. (dal Catalogo Voland Autore)

 Rabindranath Tagore “Fiabe magiche”, presentazione

Storie universali per avvicinare i piccoli a quella profonda e semplice saggezza che regala la felicità

Per i giovani lettori, dai 7 anni

Nella sua parabola letteraria ed esistenziale espresse una convinta ricerca dell’armonia e della bellezza, pur riconoscendo le difficoltà del quotidiano e l’ineluttabilità della sofferenza.(da Ts Edizioni)

Le fiabe di Tagore (Calcutta 1861- Śānti Niketan, Bolpur 1941), vincitore del Premio Nobel nel 1913, nella versione illustrata da Alessandro Sanna, di cui è possibile vedere l’anteprima sulla pagina di Ts Edizioni (a questo link), e a cura di Anna Peiretti specialista nell’Editoria per bambini.

L’autore, poeta, drammaturgo, musicista e filosofo, nelle cui opere è sempre presente un messaggio universale che supera tutte le divisioni tra razze e popolazioni: la sua produzione letteraria fu espressa in bengali, tradotta poi dallo stesso che soggiornò per un certo tempo in Inghilterra, dove approfondì la sua conoscenza della lingua inglese. Oltre alle raccolte di liriche Gītāñjali  e Śiśu, che tradusse in inglese col titolo The crescent moon (1913; tradotto in  italiano nel  1915), fu autore del romanzo Gharē bahirē (1916; tradotto in italiano La casa e il mondo, nel 1924) con il quale mirava  a combattere la violenza. Musicò varie sue liriche e compose numerosi inni, Jana Gana Mana (1912) è poi divenuto l’inno nazionale indiano.