Chiara Ricci “Anna Magnani. Racconto d’attrice”, Graphe.it

Graphe.it

In libreria dal 26 agosto

Più che una biografia, questo libro è un’analisi intuitiva, critica e psico-emotiva di Anna Magnani. L’autrice mette il proprio rigoroso approccio di ricerca al servizio di un racconto non convenzionale. Superfluo e improduttivo, infatti, sarebbe stato ripercorrere meccanicamente nomi, date, luoghi, titoli (che pure ci sono): si guarda qui alla storia dell’attrice attraverso una prospettiva inedita che permette uno sguardo diretto e nuovo. Il legame fra la Magnani e il teatro – la «migliore scuola» che le fece «spuntare le ali» – è intimo, più viscerale forse di quello con il cinema: è lì che la magnifica attrice riceve il suo primo vero applauso, il primo “brava”, l’inizio di un nutrimento tanto atteso per uno spirito così difficile da “sfamare”. 

Questa sarà la chiave di lettura dalla quale guardare a tutta la carriera dell’attrice romana. Uno sguardo diretto, nuovo e per certi versi inedito su Nannarella, come era affettuosamente chiamata: il legame tra Anna Magnani e il teatro è, infatti, la principale chiave di lettura dalla quale guardare tutta la sua brillante carriera.

«Quello che mi atterrisce è di sparire da un momento all’altro, improvvisamente, senza sapere chi era veramente la Magnani o, meglio, chi era la piccola Anna. Ma lo so chi era. Una piccola bugiarda che viveva nel sogno per non dover affrontare la realtà. Senza madre, senza padre, mi sono trasformata in formica. Ho recitato la parte dell’aggressiva, ma non lo ero. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della pavida quando invece ero un leone. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della coraggiosa quando invece ero un agnello. Di qui, ancora, le mie collere. Povera pazza! Se oggi dovessi morire, sappiate che muoio ricca perché ho capito tutto questo. Sappiate che le mie collere erano solo rivolte contro di me. Ho anche capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza in meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per quella lacrima, ho implorato quella carezza… Ma io non so nemmeno se lo sono, un’attrice…

Cosa vuol dire essere un’attrice? Io una sera sono in un modo, una sera sono in un altro. Un’attrice dovrebbe essere tutte le sere uguale. Ma io non so giudicarmi. Confesso francamente che se mi chiedessero di dare un’opinione su me stessa, non la saprei dare. La lascerei dare agli altri.

Non mi curo mai di quello che sembro, di come gli altri mi vedono. Sono così come la mia vita, le mie esperienze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta. Lo sono senza riserve e senza ipocrisie. Donna io, credo di avere dei pregi. Adesso mi faccio un po’ di complimenti. Sono profondamente umana e, anche se non si vede, sento di avere molta poesia dentro, sono molto leale, molto. Basta, no? Pare che basti

Scrive l’Autrice «“Anna Magnani. Racconto d’attrice” nasce dal mio desiderio di rendere omaggio al talento e alla forza di una donna che ha saputo fare della sua essenza e delle sue fragilità una pura energia vitale. Questo libro, forse più egoisticamente, vuole essere anche il coronamento di un sogno che mi accompagna sin da bambina: quello di «dedicare qualcosa di mio» a questa meravigliosa creatura divenuta attrice che, strano a dirsi, affianca la mia vita sin da quando ho memoria. Credo di poter definire il mio rapporto con Anna Magnani assai insolito».

CHIARA RICCI è laureata in DAMS. Ha conseguito con lode la Laurea Magistrale in “Cinema, televisione e produzione multimediale” presso l’Università degli Studi “Roma Tre” che le conferisce la nomina di “Cultore della materia Storia del cinema e di filmologia”. Autrice di saggi di inchiesta e monografici dedicati a figure chiave del cinema e del teatro italiano. È Presidente dell’Associazione Culturale “Piazza Navona”, creatrice della Rubrica online “Piazza Navona”(www.riccichiara.com), ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale EquiLibri. Tiene lezioni e conferenze dedicate alla Storia del cinema e del teatro.

Luigi Irdi “La parabola dell’anguilla. Una nuova inchiesta di Sara Malerba”, presentazione

Una indagine più insistente lascia emergere nuove possibili piste. Sullo sfondo appare la storia di una antica miniera di blenda, responsabile dell’avvelenamento del torrente che scorre vicino al convento del XII secolo in contrada Fiumarola. Decisivi saranno l’esperienza di strada del maresciallo Berardi, la passione per l’aritmetica dell’appuntato Cantatore e una manovra di controinformazione escogitata da Sara per costringere il colpevole a venire allo scoperto.( dal Catalogo Nutrimenti Editore)

Terzo romanzo di Irdi dopo Operazione Athena e Il nero sta bene su tutto:  protagonista ancora Sara Malerba la pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Torre Piccola, una cittadina immaginaria nel litorale laziale, non lontana da Roma. Due i casi che la impegneranno: la morte di una suora, suor Sofonisba, da dieci anni nel convento del XII secolo in contrada Fiumarola, giovane e molto impegnata nel sociale e per di più laureata in ingegneria idraulica, tanto da essere ulteriormente benemerita volendo depurare le acque di un torrente inquinato dagli scarti di un’antica miniera e ideando un sistema di irrigazione nel vecchio aranceto consentendo così la ripresa di un’attività redditizia per il convento attraverso il commercio di marmellate. Il suo cadavere è stato rinvenuto in una discarica sommerso dai rifiuti. Le prime analisi però attribuirebbero il decesso a cause naturali.

L’altro caso è quello dell’ingenua Dalia innamorata di un uomo aggressivo e manesco, relazione  che fa temere alla giovane pm una conclusione violenta, questi gli ingredienti principali che, insieme ad altri, completano e movimentano il quadro: Francesca Paganelli, una biologa al lavoro per depurare il territorio dagli inquinanti  dovuti alla vecchia miniera, attività che aveva visto l’impegno anche di Sofonisba, le suore dell’antico convento, un’anguilla e un gatto; se il coinvolgimento relativamente all’anguilla nasce da  una trovata di suor Brigitta, quello del gatto della pm, Poker, vedrà il suo valido contributo all’inchiesta

Luigi Irdi romano, ha lavorato per oltre 40 anni nei giornali (Corriere della SeraL’EuropeoNational Geographic Magazine, Il Venerdì di Repubblica). Ha scritto romanzi, saggi, canzonette. Con Nutrimenti ha pubblicato Operazione Athena (2020), esordio della PM Sara Malerba, Il nero sta bene su tutto (2021).

Giorgio Scerbanenco e la serie con Arthur Jelling per La nave di Teseo

Le indagini di Arthur Jelling, geniale come Poirot, implacabile come Maigret.
Il primo grande detective del giallo italiano in sei avventure mozzafiato firmate Giorgio Scerbanenco (da La nave di Teseo)

Giorgio Scerbanenco, maestro del giallo italiano, ritorna in libreria per La nave di Teseo con la serie dei casi dell’investigatore Jelling. Pubblicati tra il 1940 e il 1943 hanno per protagonista Arthur Jelling, archivista della polizia di Boston: le vicende infatti furono ambientate a Boston proprio per sfuggire alla censura fascista. Il suo lavoro all’Archivio della Centrale di Polizia lo aveva infatti portato a risolvere qualche caso rimasto oscuro, successi che lo avevano visto suo malgrado continuare a fare l’investigatore, etichetta che non condivide in toto.

Tutta la serie, riscoperta in parte dalla figlia di Scerbanenco Cecilia è oggi ripubblicata: a questo link, chi è interessato, può trovare in breve la trama e tutti i sei casi in edizione digitale. Qui i libri di Scerbanenco

Su tuttatoscanalibri inoltre varie presentazioni di alcuni noir dell’ampia produzione di Scerbanenco di seguito elencati:

Appuntamento a Trieste

Il terzo amore

Luna di miele

Alla scoperta di Giorgio Scerbanenco

Julien Green “Parigi”, presentazione

Traduzione di Marina Karam

Nato nel XVII arrondissement da genitori originari del Sud degli Stati Uniti, in bilico fra due lingue e due culture, Julien Green ha fatto di Parigi la sola vera patria, oggetto di una amorosa contemplazione e di una stupefatta tenerezza. Nessuno meglio di lui poteva dunque non già raccontarci le eclatanti( (da libro Adelphi)

Julien Green (1900 – 1998)  dedicò a Parigi questo suo scritto quando fuggito all’occupazione nazista fece ritorno nella città dove era nato da genitori americani. Fu al termine della guerra che decise di dedicare il suo scritto alla città che aveva scoperto di amare e di prediligere proprio durante il forzato abbandono.

“Ho sognato tante volte di scrivere un libro su Parigi che fosse come una lunga passeggiata senza meta, nel corso della quale non si trovano le cose che si cercano ma molte altre che non si stavano cercando. Anzi, è solo così che mi sento in grado di affrontare un argomento che mi scoraggia non meno di quanto mi attragga. Innanzitutto credo che non farò parola dei grandi monumenti e di tutti i luoghi per i quali ci si aspetterebbe una descrizione in piena regola.[…] Ai miei occhi Parigi resterà lo scenario di un romanzo che nessuno scriverà mai. Quante volte sono tornato da lunghi vagabondaggi attraverso vecchie strade con il cuore gonfio di tutto ciò che d’inesprimibile avevo visto! Si tratta forse di un’illusione? Non credo. Mi capita spesso di fermarmi all’improvviso davanti a una grande finestra addobbata di finti merletti, in fondo a un vecchio quartiere, e di fantasticare all’infinito sugli ignoti destini che si dipanano al riparo di quei vetri bui.(dal capitolo di apertura Ho sognato tante volte)”

per cui i monumenti famosi vengono tralasciati per fare spazio all’anima della città cercata e trovata magari nelle cassette dei libri malconci dei bouquinistes o sugli ippocastani al Trocadero, nei venditori di bambole al Palais Royal o nelle tante scalinate, immaginando storie, presenze di una città segreta con un fascino tutto da evocare e sentire.

Brevi note biografiche

Julien Green (1900 – 1998) nacque a Parigi da genitori americani. La madre era figlia del senatore democratico della Georgia Julian Hartridge (1829-1879), da cui aveva ereditato il nome ; è stato uno scrittore e drammaturgo e trascorse gran parte della sua vita in Francia.

Tessa Hadley “Free love”, presentazione

Traduzione di Daniele Petruccioli

Come di consueto, Tessa Hadley indaga l’animo umano con sottigliezza e va in profondità, mostrandoci luci e ombre di ogni personaggio e insieme una scena sociale che si trasforma con le persone e da loro viene trasformata.(dal Catalogo Bompiani)

Un’indagine al femminile non solo verso le scelte e le pulsioni della protagonista, Phyllis Fischer, ma su quante ruotano attorno alla vicenda: la figlia Colette, la madre di Nicky, il giovane amore della protagonista, l’amica di Phyllis. La vicenda è ambientata a Londra nel 1967, periodo scelto in modo non casuale, nel pieno della contestazione giovanile,  così come l’ambientazione: il fenomeno della Swinging London degli anni ’60.  Una società tra vecchio e nuove prospettive in cui la protagonista, le cui decisioni si ripercuoteranno su tutti i componenti la famiglia, fa una scelta individuale ed esasperata di “libertà”.

Phyllis è una bella casalinga quarantenne che vive in un quartiere residenziale con il marito, funzionario del  Foreign Office, e i due figli Colette e Hugh. Una sera a cena il ventenne Nichy, figlio di un’amica di famiglia, aspirante scrittore che vive il richiamo della contestazione giovanile e prefigura un mondo nuovo, bacerà la bella Phyllis.

“Un bacio nel buio sembra una sciocchezza, un atto avventato e trascurabile, e invece è l’inizio di una catena di eventi imprevedibili”

Tessa Hadley è autrice di otto romanzi e tre raccolte di racconti. Bompiani ha pubblicato Il passato (2017) e L’arte del matrimonio (2022). Scrive per il New Yorker e vive a Cardiff.

Leaf Arbuthnot “Due tazze di tè a Swinburne Road”, presentazione

Perché a volte, quando la solitudine ci sembra inaffrontabile, anche solo preparare insieme una torta ci può scaldare il cuore e farci tornare il sorriso.
Leaf Arbuthnot, con una narrazione delicata, ci regala un romanzo che parla di solitudine e di mancanze ma anche della forza di un’amicizia speciale ( da HarperCollins)

Ada è rimasta da poco vedova e il vuoto lasciato dal compagno di una vita pare incolmabile. Nasce da qui l’idea di proporsi come “nonna in affitto”. L’autrice in una recente intervista  (Brunella Schisa, Il Venerdì 11 agosto 2023) chiarisce che l’idea è nata da una cronaca di anni addietro pubblicata sul New Yorker in cui i giapponesi si propongono in affitto come nonne, fidanzati, amiche o amici. L’altra figura femminile è la dottoranda venticinquenne Eliza, un’altra anima solitaria con alle spalle una famiglia disastrata e un amore finito malamente. Vive nella stessa strada di Oxford in cui vive Ada che ha tappezzato la città con i suoi volantini in cui si propone in affitto.

Due solitudini s’incontrano e colmano vicendevolmente i loro vuoti con lunghe chiacchierate in giardino, tazze di tè e letture di Primo Levi, autore che, dichiara l’autrice nell’intervista, le è entrato nel cuore alla prima parola letta.

Brevi note biografiche

Leaf Arbuthnot (1992) è giornalista freelance ed editor

Erri De Luca “Le regole dello Shangai”, presentazione

Nel nuovo romanzo di Erri De Luca, due i protagonisti e senza nome: un anziano orologiaio e una gitana quindicenne.

Lui solitario ha piantato la sua tenda ai margini del bosco tra l’Italia e la Slovenia; lei sta fuggendo da un matrimonio combinato e da un padre che la insegue per ucciderla: i due si incontrano, si parlano. Tutta la prima parte è infatti costruita sul dialogo, in uno scambio tra visioni diverse. Lei crede nel destino  e sa leggere i segni sulla mano, sa suonare la fisarmonica e cantare e ballare e, vivendo in una famiglia di giostrai, si esibiva con un orso, un amico fedele; lui che legge il proprio mondo come un ingranaggio dentro uno più grande, lo interpreta attraverso le regole dello Shangai, il gioco dei quarantuno bastoncini che per essere sollevati tutti e vincere richiedono pazienza, mano ferma e dominio delle proprie emozioni. Nella seconda parte del romanzo si apre invece un dialogo a distanza tra lettere, un quaderno e un’altra lettera.

“Erri De Luca si mette su piste poco battute, su vite che si annodano e si sciolgono. Lo fa con una storia densa e lieve, dove ogni parola schiude significati più profondi, ogni frase è una porta di accesso prima di tutto a sé stessi, e nel farlo ci invita a un gioco calmo, paziente e lucido, nel quale anche una mossa impercettibile può cambiare il corso della partita.

“Uno vede la vita come un fiume, uno come un deserto, un altro come una partita a scacchi con la morte. Io la vedo sotto forma di un gioco di Shangai fatto da solo.”(da Feltrinelli Editore)

Dello steso autore su tuttatoscanalibri.com

Spizzichi e bocconi

Akano Yotsuba “Chiodi battuti”, presentazione

Nel discorso tenuto durante la cerimonia di premiazione alla 34esima edizione del Premio Nuove Voci dello Haiku Moderno (現代俳句新人賞), il vincitore Akano Yotsuba (1977-) ha definito lo haiku «la forma poetica più bella dopo il silenzio», sottolineando con tali parole quanto la brevità (di fatto quasi prossima al silenzio) giochi in esso un ruolo fondamentale.( da I Quaderni del Bardo Edizioni)

A cura di Diego Martina

Cento haiku raccolti nel volume tradotto e curato da Diego Martina per le edizioni I Quaderni del Bardo, la prima opera di Akano Yotsuba tradotta e pubblicata in Italia e presentata in edizione bilingue a Tokyo.

Diego Martina ha studiato lingua e letteratura giapponese e, nell’antologia da lui curata che comprende una scelta dagli ultimi due libri del poeta giapponese, Formica notturna e Macellare, con l’aggiunta di venti testi inediti, fa presente che gli haiku del poeta Akano Yotsuba (Kochi 1977) non hanno la struttura classica del genere ma più moderna .

L’autore della raccolta “Chiodi battuti” ha iniziato a scrivere haiku dal 2011 in occasione di due funesti avvenimenti, il terremoto di Tohoku e l’incidente nucleare di Fukushima: tre versi brevissimi, quasi prossimi al silenzio, eppure in Akano Yotsuba, come chiarisce il curatore nell’Introduzione “questa brevità concisa talvolta considerata il limite intrinseco dello haiku, in quanto difficilmente ciò che è grande riesce a trovare spazio in ciò che è piccolo” è “del tutto azzerato nei componimenti di Yotsuba, dove lo haiku non è più ciò che intende esprimere, quanto ciò che intende indicare. Proprio come nel celebre insegnamento Zen del dito che indica la luna, dunque, lo haiku si fa dito, e nel leggere i singoli componimenti c’è chi scorgerà la luna di volta in volta indicata e chi, per forza di cose, si fermerà a osservare il dito”.

Un racconto per Ferragosto

Ho visto, ho sentito, ho ascoltato, ho letto, ho scritto

di Salvina Pizzuoli

Ho visto due gemelle monozigoti: età indefinibile ma matura. Sono salite all’unisono sul bus e si sono poste una di fronte all’altra, come davanti ad uno specchio. Il bus semivuoto mi ha permesso di osservarle. Stesso identico ombretto sulle palpebre appesantite: una larga striscia tra il celeste e il blu, stesso spessore, stesse sbavature ai margini, spicca nel colorito smorto di una pelle non ancora avvizzita. Un cerchietto nero ferma all’indietro una pettinatura che vuole essere ordinata ma che si ribella in qualche modo a tanta pretesa: sfugge a destra una svirgola all’insù, mentre a sinistra il rigore resiste. Un piumino lungo le infagotta con il suo colore grigio chiaro e i suoi quadratoni imbottiti. Un cappuccio pende ben piegato dietro le loro teste. Le scarpe calzano piedini magri su gambette esili: sono mocassini neri con la para, allacciati alti sul collo del piede. Una tracolla completa l’abbigliamento, identica anch’essa per entrambe: una postina morbida grigia con rifiniture in nero. Sono scese al capolinea approssimandosi all’uscita senza aver proferito parola, senza essersi staccate gli occhi di dosso. Si sono presentate all’unisono davanti all’uscita e sono scese con lo stesso piede, il sinistro. Sono atterrate e contemporaneamente l’una ha sollevato il gomito e l’avambraccio per permettere all’altra di infilare il proprio nello spazio libero e poi sottobraccio si sono come fuse in un’unica figura e si sono mosse con gli stessi passi e allo stesso ritmo chissà per dove.

Ho sentito una brasiliana urlare nel cellulare a chi l’ascoltava all’altro capo del mondo. La sua voce gioiosa raccontava in una lingua spumeggiante e sonora aspetti piacevoli della propria giornata, non importava conoscere il significato delle parole, era tutto il suo dire e fare e gesticolare che comunicava meglio di qualunque linguaggio. La risata con cui accompagnava e sottolineava alcune pause era gorgogliante e pizzicata. I suoi occhi si muovevano intorno senza vedere e senza guardare ma erano brillanti e mobili non solo nella pupilla ma nelle palpebre che sbattevano come al ritmo di una samba, sognanti e luminosi.

Ho sentito un paziente accomiatarsi con fare riverente sulla porta dello studio di un medico rinomato. Quasi inchinato lo salutava stringendogli la mano con queste parole: dottore non so come ringraziarla, le devo molto. Grazie dottore, grazie ancora. Anche mia moglie la saluta e la ringrazia di cuore, dottore. Arrivederla.

È stato al terzo dottore che quello è scattato come su una molla e impermalito ha sottolineato dimentica che sono professore. Il paziente si è allora ancora di più genuflesso e con un sorriso indecifrabile sulle labbra è andato via.

Ho ascoltato il canto frenetico e lo schiamazzo di nugoli di passerotti tra le verdi frasche  di tre sparuti cipressi nel centro cittadino. Ho immaginato che la sera, come pendolari che tornano a casa dal lavoro, rientrando nei loro nidi  e trovandoli forse già occupati, cominciassero a questionare e a contendere. Oppure come dentro una riunione di condominio parlassero tutti insieme  facendo un baccano inutile e incoerente. Oppure ho preferito immaginare che l’incontro scatenasse chiacchiere e risate tra gli adulti e che i piccoli si rincorressero festosi giocando. Oppure… e sono restata  lì incantata  ad ascoltare, senza pensare e senza immaginare, insieme ad altri passanti, coinvolti nello schiamazzo assordante.

Ho letto a voce alta due e più volte una poesia di Leopardi, anzi l’ho recitata quasi a memoria. A Silvia è una lirica lunga e triste eppure alla fine mi sono sentita confortata. Mi sembra di ricordare che Calvino (o no?) avesse scritto che recitare poesie a memoria aiuta. Non so se l’aiuto che ho ricevuto sia stato quello che lui intendeva, ma il mio groppo in gola prima si è fatto più serrato e poi, piano piano, si è come rotto, e ho pianto.

Ho annotato nella mente la tanta e varia umanità che mi circonda e che non conosco. Chi sono? Posso cercare di capirlo solo attraverso quello che mi mostrano e che volutamente mi fanno vedere. L’umanità mi affascina e mi piace raccontarmela immaginando vite, esistenze tra quotidiano e  bizzarria. Anch’io mi mostro e mi nascondo ma spero di esistere anche solo per un attimo nella loro immaginativa, anch’io protagonista di una storia di umana solitudine.( da Ellin Selae n91)

Lauretta Colonnelli “La vita segreta dei colori. Storie di passione, arte, desiderio e altre”, presentazione

Ci sono mille modi di vedere i colori. E persino di ascoltarli,
accarezzarli, annusarli, assaporarli. Di amarli e di odiarli. Questo
libro è anche un viaggio nelle sensazioni e nelle emozioni che i colori
suscitano da sempre, una catena di piccole storie collegate l’una
all’altra per assonanze e corrispondenze. Si può leggere saltando
disordinatamente dall’una all’altra. O, meglio, come un unico lungo
racconto
(Dall’Introduzione)

“In un viaggio a più dimensioni attraverso epoche e luoghi, un avvincente «diario cromatico» che svela segreti, superstizioni e curiosità intorno alla presenza dei colori nella storia dell’uomo, da Omero a Tolstoj, da Kandinskij a Marina Abramović, da Debussy e Sibelius a Schönberg”.(da Marsilio Editori)

Ci guida e ci accompagna in questa interessante quanto originale escursione nei colori Lauretta Colonnelli, toscana, giornalista, studiosa già docente di Storia del teatro alla Sapienza di Roma e autrice di varie opere di saggistica. In questo viaggio saranno i colori i protagonisti di piccole storie o di documentazioni brevi: il rosso apre ad esempio il primo racconto che da Boccioni ci porterà alle rosse giovenche di Gerione, a Balla e ad Antonioni e ancora e ancora, in un percorso senza tempo ma dove il colore è dominante: influenzano i nostri stati d’animo, tingono un periodo storico, orientano una corrente estetica, un film, una partitura, un testo letterario con il loro linguaggio carico di significati ormai stratificati nel tempo. Un testo vario e variopinto, di osservazione e intuizione, che nasce dal lavoro di giornalista dell’autrice e di studiosa dell’arte che ha visionato restauri e scritto di artisti, come si legge nell’Introduzione.

“Ho avuto la fortuna, nel mio lavoro di giornalista, di salire sulle impalcature della Cappella Sistina mentre Gianluigi Colalucci e la sua squadra disseppellivano i cangianti di Michelangelo nascosti per secoli sotto una crosta di grasso, fumo e polvere. Ho visto, all’Opificio delle pietre dure di Firenze, Umberto Baldini e i suoi collaboratori far rivivere, nella Primavera di Botticelli, la figura di Zefiro, ritrovando il corpo azzurro del vento sotto la patina di verde marcio”

Lauretta Colonnelli è nata a Pitigliano (Grosseto). Vive e lavora tra Roma e la Toscana. Laureata in Filosofia alla Sapienza di Roma, ha insegnato, nella stessa università, Storia del Teatro. Ha lavorato a Rai Radio 2 come programmista-regista. Giornalista dal 1979, prima alle pagine culturali dell’«Europeo», poi al «Corriere della Sera». Collabora con «Art e Dossier». Tra i suoi volumi più recenti, Le muse nascoste. Protagoniste dimenticate di grandi opere d’arte (2020), Storie meridiane. Miti leggende e favole per raccontare l’arte (2021), La vita segreta dei colori. Storie di passione, arte, desiderio e altre sfumature (2023).(da Marsilio Editori)