Simonetta Ronco “Février e gli orfanelli”,La Bussola Edizioni

La Bussola Edizioni

“Février e gli orfanelli” è il quinto romanzo di Simonetta Ronco in cui vede protagonista il pianista investigatore francese Audemars Février.
Il lettore si ritrova nuovamente a Blessy, il paese dove l’autrice aveva ambientato il primo episodio della “Saga di Février”, “Ritorno a Blessy”, ma questa volta l’atmosfera è meno bucolica, più cupa e inquietante, quasi gotica.

La trama cattura l’attenzione sin dalle prime pagine, trascinandoci in una rete di suspense e mistero che avvince fino alla conclusione. La scrittura fluida e impressionista di Ronco rende la lettura di questo romanzo un’esperienza davvero coinvolgente e appagante.

Nell’ottobre del 1925 il Maestro torna a Blessy, perché richiamato da padre Benjamin. Costui gli rivela che dalle ricerche risulta che nel periodo in cui all’orfanotrofio di Pomarie fu lasciato il figlio di Adèle Robinot, furono accolti due neonati: lui e Gaston Roblet.
Chi è dunque il duca di Saint Alary? E chi ha ucciso la moglie del Dottor Brouillard? E che fine ha fatto Lara Fiodorova, evasa dal carcere, sulle cui tracce è tutta la polizia di Parigi? Février si muove in un ambiente conosciuto ma minaccioso, tra leggende gotiche e indagini serrate, bersaglio di una caccia spietata che porta necessariamente alla morte.

Il Book Trailer a questo link


Simonetta Ronco, nata a Genova, è docente universitaria, giornalista e scrittrice.
Il padre, Antonino Ronco, giornalista e storico e la madre scrittrice di racconti per bambini premiata anche all’Andersen, le inculcano la passione per la cultura in generale e per la storia e la letteratura in particolare. Dal 2002 al 2008 collabora con la Terza Pagina del Secolo XIX e successivamente con alcuni periodici culturali come Satura, Resine, Xenia, Il Porticciolo, sempre più impegnata su temi femminili, soprattutto biografie e romanzi storici. Nel 2005 esce la prima biografia da lei scritta, sulla vita di Cristina di Borbone, prima Madama Reale, che viene anche premiata con l’Anguillarino d’Argento. Seguono altre biografie di notevole rilievo sociale, come quella di Giulia Colbert di Barolo che viene anche presentata presso l’Ateneo Genovese. Successivamente pubblica le biografie di Giuditta Bellerio Sidoli, Antonietta Costa Galera, Giuseppe Mazzini, Costantino Nigra, Ilaria del Carretto. La Ronco pubblica, inoltre numerosi romanzi e racconti storici, che vedono sempre donne come protagoniste.Nel 2018 la Ronco ha dato vita a una collana editoriale, Mnemosine – Donne nell’ombra che si propone di pubblicare biografie di donne poco conosciute o dimenticate e saggi su tematiche femminili. L’ultimo volume della Collana, edito con De Ferrari editore (dal titolo “Protagoniste Genovesi”) è dedicato alle 14 donne rappresentate nella Sala delle Donne a Palazzo Ducale. Ha creato i personaggi di Audémars Février, Dario Barresi e Luca Traverso, protagonisti di gialli seriali.


I precedenti titoli della saga di Février:

  • Ritorno a Blessy
  • Février e l’enigma degli uccelli
  • Février e un caso di coscienza

Voland, le novità in libreria marzo/aprile 2024

Scritti tra Mosca, Berlino, Praga e Parigi, i taccuini dell’emigrazione accompagnano Marina Cvetaeva dall’animazione della bohème artistica berlinese al fecondo periodo boemo, dai lunghi e difficili anni francesi al ritorno in Unione Sovietica. In questi schizzi furtivi e toccanti tra prosa e poesia seguiamo la nascita e la crescita dell’amato figlio Georgij, il trasformarsi della primogenita Alja in un’adolescente, i tentativi di far quadrare il sempre più misero bilancio familiare, l’evoluzione del rapporto epistolare con Pasternak e le riflessioni sul destino della Russia lontana. 

Nel suo incontro sempre estremo con la parola, Cvetaeva ci regala un testo ipermoderno, in cui arte e vita si compenetrano.

Nata a Mosca nel 1892, MARINA CVETAEVA è una delle voci fondamentali della poesia russa. Nel 1910 pubblica a sue spese la prima raccolta di versi, cui seguono negli anni saggi poetico-critici, prose autobiografiche e memorialistiche, pièce teatrali, traduzioni dal francese e dal tedesco. Lasciata l’Unione Sovietica, vive a Berlino, Praga e Parigi. Nel ’39 decide di rientrare in patria. Evacuata dopo l’invasione tedesca della Russia, pone fine ai suoi giorni il 31 agosto 1941. Di Cvetaeva Voland ha pubblicato Le notti fiorentine (2011), Taccuini. 1919-1921 (2014) e Ultimi versi. 1938-1941 (2021).

La traduttrice

PINA NAPOLITANO oltre ad essere pianista, docente e musicologa, vanta un respiro intellettuale  che le ha permesso di specializzarsi in lingue dell’Europa Orientale e di essere traduttrice letteraria dal russo. 

Una giovane donna sulla trentina, rassegnata ai propri fallimenti e con la sola passione per le serie poliziesche, viene costretta dalla madre a raggiungere un remoto villaggio per partecipare al funerale di zia Stana, morta soffocata da un pezzo di pollo. L’improvvisa dipartita della zia, rischiando di mandare a monte la vendita della casa e del terreno di famiglia, catapulta la ragazza in una serie di situazioni folli e grottesche, tra strade di campagna melmose, tentativi di suicidio, infermiere furiose, poliziotti indolenti e scorte segrete di alcol…Una rocambolesca cronaca familiare che è anche il ritratto tagliente e critico della società bosniaca del dopoguerra.

Nata a Banja Luka nel 1981, SLAĐANA NINA PERKOVIĆ ha    
lavorato come corrispondente per i media nell’ex Jugoslavia, i suoi articoli sono apparsi anche su molti organi di stampa europei. Ha pubblicato la raccolta di racconti Kuhanje [Cucinare] e il romanzo Il funerale di zia Stana (titolo originale U jarku) – già uscito in Francia e in fase di traduzione in Bulgaria e Germania – insignito di una menzione speciale dal Premio dell’Unione Europea per la letteratura 2022

La traduttrice

MARIJANA PULJIĆ (1995), laureata in Balcanistica all’Università  Ca’ Foscari di Venezia, è membro attivo dell’iniziativa culturale Venezia legge i Balcani e cultore della materia presso la cattedra di Lingua serba e croata a Ca’ Foscari. Traduce da bosniaco, croato e serbo.

Roberto Franchini “Magone. Declinazioni di uno stato d’animo”, Oligo Editore

STORIA, USI E DECLINAZIONI LETTERARIE DI UNA PAROLA

OLIGO EDITORE

Magone – quella tristezza che non va né su né giù e blocca il respiro – è una parola utilizzata soprattutto nel nord Italia che ha trovato ospitalità nei libri di Teofilo Folengo e Dario Fo, Giorgio Bassani e Alberto Bevilacqua, Antonio Delfini e Gianni Celati, Pier Vittorio Tondelli e Maurizio Cucchi. Si può accostare allo spleen cantato da Baudelaire, alla litost narrata da Milan Kundera, al fado di José Saramago e alla samba di Vinicius de Moraes, sentimenti che hanno a che fare con il viaggio e con la nostalgia di casa e affondano le radici nei viaggi coatti, per schiavitù o per miseria.

Una prima ricerca. Cominciamo dalla definizione. Vi offro le righe che sono apparse sullo schermo del mio computer dopo una veloce ricerca nel web. Al primo posto il sito Internazionale.it che offre la versione online (e in continua implementazione) del dizionario Nuovo De Mauro. Qui ho trovato una prima definizione, a dire il vero assai scarna. Dobbiamo poi ringraziare la Treccani, che da tempo ha affiancato ai maestosi e poco maneggevoli volumi cartacei un ampio deposito digitale di voci e di lemmi, sia enciclopedici che di vocabolario. Tuttavia, anche la Treccani non è stata prodiga di informazioni, ma dobbiamo accontentarci. Se andiamo a sfogliare l’edizione degli anni Sessanta del Novecento non troviamo la parola magone. Una disattenzione colpevole o, peggio, forse il disprezzo per un vocabolo poco nobile. Ancora oggi si trova solo nel vocabolario e nel volume dei sinonimi e dei contrari. Nei cinque dizionari storici dell’Accademia della Crusca – il primo vide la luce nel 1612 e l’ultimo fu aggiornato nel 1923 – la parola magone non esiste come lemma autonomo. Lo si trova invece nell’ottocentesco dizionario del Tommaseo, ma solo all’interno dell’ampia voce dedicata alla gola. Scelta giusta, ma un poco limitativa.  Perché questo scansare una parola conosciuta e utilizzata in molte parti d’Italia? Forse nei secoli passati non la utilizzava nessuno? O era ritenuta volgare e, ancora peggio, dialettale? Oggi, il dizionario Treccani scrive che è parola regionale, espressione ambigua, perché è vero che gli emiliani la considerano una parola del loro dizionario personale, sia in senso storico che geografico, ma non è affatto vero che sia conosciuta e usata solo in quel territorio. Quindi, di quale regione si tratta?

ROBERTO FRANCHINI, giornalista, scrittore e saggista, è stato direttore dell’Agenzia di informazione e comunicazione della Regione Emilia-Romagna, presidente della Fondazione Collegio San Carlo di Modena e del Festival filosofia. Di recente ha pubblicato Il secolo dell’orso (Bompiani), Prigioniero degli altipiani (La nave di Teseo) e L’Ultima nota. Musica e musicisti nei lager nazisti (Marietti 1820).

Giorgio Luciano Pani “Poesia, amata poesia”, NeP Edizioni


L’autore indaga nell’animo umano, riuscendo a condensare attraverso i suoi versi il significato più profondo della nostra esistenza, imprimendovi un’intensa forza emotiva e donando allo stesso tempo al lettore immagini di vita.
Protagonista assoluto di questo libro è l’amore, declinato in tutte le sue caratteristiche:
l’amore che supera tutto, che riempie la nostra vita, l’amore virtuale, l’amore che ci lega agli amici e ci aiuta ad affrontare le difficoltà di ogni giorno, l’amore passionale e quello fraterno, l’amore per i propri figli, che vince tutto e ci sopravviverà, l’amore per la propria terra d’origine, l’amore che illude e che consola, l’amore per i nostri cari che certo non muore con loro.

“Poesia, amata poesia” è molto più di una semplice raccolta poetica, bensì un inno alla vita e al valore profondo di tutti i sentimenti che colmano l’animo umano e a tutti gli oggetti di questi sentimenti, che costituiscono l’unico valore reale per cui vale la pena vivere e soffrire.
Come per altri libri dell’autore, l’immagine di copertina è frutto del progetto “La pulce nel disegno” in ricordo di Roberta Repetto e di tutte le donne vittime di omicidio, a cura dell’associazione “La pulce nell’orecchio”, nata nel 2022 per una diffusione multicanale dei campanelli di allarme che devono suonare quando temiamo per l’incolumità di qualcuno di nostra conoscenza.

Giorgio Luciano Pani si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Sassari. Da sempre appassionato apprendista dell’arte della comunicazione, ha svolto attività formative e di ricerca in campo universitario, aziendale e sindacale. Ha scritto diversi libri di saggistica e poesia, con cui ha anche partecipato a concorsi letterari, ottenendo diversi riconoscimenti. Con NeP edizioni ha già pubblicato “Ritratti femminili tra realtà e mito” (2022) e “Sonetti tra le favole” (2023).

Qui l’Anteprima

Brunella Schisa “Il velo strappato”, presentazione

È il 1840, Enrichetta ha diciannove anni e ha da poco perso il padre, Don Fabio Caracciolo, maresciallo del Regno delle Due Sicilie a Reggio Calabria, ultimo figlio del Principe di Forino. Lei è giovane, nobile, innamorata di Domenico. Ma la famiglia di lui non approva l’unione. Sì, Enrichetta vanta ascendenze illustri, ma è priva di solidità economica e il matrimonio non s’ha da fare. Così sua madre, stanca del carattere ribelle della figlia e della sua propensione a scegliere uomini sbagliati, prende una decisione risolutiva: Enrichetta entrerà nel convento di San Gregorio Armeno, a Napoli, e vi resterà fino a quando la situazione finanziaria della famiglia non sarà risolta. A nulla servono le proteste della giovane: i mesi lì dentro diventano anni ed è costretta a prendere i voti.(da HarperCollins)

Brunella Schisa racconta i tormenti di una monaca napoletana, come recita il sottotitolo, non una qualsiasi ma le peripezie di Enrichetta Caracciolo, principessa dall’antico lignaggio ma senza dote e, come per tante fanciulle, l’unica prospettiva che le attende sono le porte del chiostro, ma da qui cambia tutto: non solo non accetta ma si ribella in una ostinata resistenza che la porterà ad abbracciare con  impegno rivoluzionario l’Unità d’Italia, in un intreccio tra la sua vicenda personale e la situazione socio politica.

“Alla soglia dei diciannove anni non aveva ancora le idee chiare, di una cosa era però certa:non si sarebbe fatta monaca […] la religiosa che le attendeva davanti al portone […] camminava con passi svelti forse per porre fine a quello strazio al più presto. Quante ne aveva viste di giovani rinchiuse contro la loro volontà”

Tra varie peripezie Enrichetta diverrà patriota e  autrice dei Misteri del chiostro napoletano ( pubblicato a Firenze nel 1864 raccoglie le memorie autobiografiche) che, oltre a raccontare le vicissitudini di una giovane donna costretta alla clausura, evidenzia la condizione della donna nell’Ottocento napoletano, racconto da cui la Schisa prende le mosse per il suo romanzo.

BRUNELLA SCHISA, napoletana trapiantata a Roma, giornalista e scrittrice, ha una rubrica di libri sul Venerdì di Repubblica. Ha scritto: La donna in nero (Garzanti, 2006, che ha vinto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio Rapallo Carige), Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013), La Nemica (Neri Pozza, 2017) e, con Antonio Forcellino, Lo Strappo (Fanucci, 2007). Per Giunti ha inaugurato la collana diretta da Lidia Ravera “Terzo Tempo” con Non essere ridicola (2019). È stata inoltre traduttrice e curatrice di Una strana Confessione (Einaudi, 1979) Raymond Roussel Teatro(Einaudi, 1982) e delle Lettere di una Monaca Portoghese (Marsilio, 1991).(da HarperCollins Autore)

Marina Marazza “Le due mogli di Manzoni”, presentazione

La voce di Teresa che racconta la sua storia è la voce di ogni donna che ama troppo e queste pagine, impeccabili nella ricostruzione storica, trasportano la sua vicenda nella dimensione universale dell’amore che esalta ma che può anche distruggere. Manzoni, svelato in una luce intima e nuova, scende dal piedistallo e ci appare umano, con le sue tenerezze e le sue miserie. Così che in questo romanzo si incontrano e si riconoscono, come in una vertigine, il tempo dei protagonisti e il nostro, la vita e la letteratura.(da Solferino Libri)

Protagonista è Teresa Borri, la seconda moglie di Alessandro Manzoni. In questa biografia romanzata è lei la voce narrante. Ha letto I promessi Sposi e attraverso la lettura ha immaginato l’uomo dietro lo scrittore e lo ha sentito vicino tanto da dichiare  in una lettera alla madre “quest’uomo è fatto proprio come il mio cuore vuole”. Lui è ancora sposato con Enrichetta Blondel, lei Teresa è vedova da cinque anni del conte Decio Stampa ed ha un figlio, lui da Enrichetta ne ha avuti quindici.

È il 1833 quando Enrichetta muore a soli trentadue anni, lei già fragile di costituzione, è consumata dalle numerose gravidanze. Alla veglia funebre i due si incontrano:

“Alto, magro, curvo, con i movimenti di un automa, l’uomo vestito di nero che in quel momento dimostrava molti più dei suoi quarantotto anni si staccò dallo stipite, riguadagnò una sorta di equilibrio e prese ad attraversare la stanza, diretto verso il letto dove era sdraiato il corpo di sua moglie […] Intanto il sonnambulo barcollante che rispondeva al nome Alessandro Manzoni aveva raggiunto il letto, era scivolato in ginocchio accanto a Enrichetta, si era preso il viso tra lemani e restava lì immobile, ripetendo il nome di lei, come la formula di un incantesimo da fiaba che l’avrebbe potuta risvegliare”

Un personaggio inedito quello tracciato dalla penna della Marazza per voce di Teresa: un matrtimonio con una situazione difficile legata al precedente, ai figli di lui in lutto, a un uomo, inconsolabile vedovo, di cui era innamorata, ambientato in una Milano in cui il lettore incontrerà personaggi di spicco come Massimo D’Azeglio o Honoré de Balzac, in un raccontato pieno di notizie documentate e tra pettolelezzi e curiosità di una città antiaustriaca e snob, come sottolinea Antonella Schisa nella sua intervista all’autrice (Il venerdì La Repubblica 13-1-2023)

MARINA MARAZZA è specializzata in tematiche di storia, di società e di costume. Collabora con diverse riviste tra cui «Io Donna» È autrice di romanzi, saggi e narrative non fiction, tra cui i più recenti titoli usciti con Solferino “L’ombra di Caterina” (2019), “Io sono la strega” (2020, vincitore del Premio Salgari, del Premio Asti e del Premio Selezione Bancarella 2021), “Miserere” (2020), “La moglie di Dante” (2021) e “Le due mogli di Manzoni” (2022, vincitore del Premio Acqui Storia).(da Soferino Autori)

Marilena Boccola “L’estate del primo bacio”, CN (Oligo Editore)

«Di colpo, nella testa mi esplode la voce di Giuni Russo in tutta la sua potenza vocale e sulle note di Un’estate al mare, inspiegabilmente, mi ritrovo catapultata nella lontana estate dell’Ottantadue, che ha segnato per sempre la mia vita».

Il ricordo emozionato di Maddalena che ripensa all’adolescenza ormai lontana. Così nasce un romanzo di formazione con, sullo sfondo, l’indimenticabile estate del 1982 e l’Italia campione del mondo. Ecco che nei suoi ricordi riaffiora Maddy: sedicenne appassionata di libri che, in vacanza a Jesolo Lido con la famiglia, si scopre alle prese con i primi turbamenti amorosi e il desiderio di ricevere il primo bacio. Un sogno che si realizzerà proprio nella notte della finale mundial, quando si troverà distesa sulla sabbia del lido, con la cortina di stelle a fare da contrappunto alla sua prima storia d’amore. Ma la realtà irromperà prepotente e sarà tardi anche solo per scambiarsi un indirizzo. Fanno da contorno la musica degli anni ’80 e oggetti allora di uso comune come il walkman, il jukebox, il motorino “Ciao”, il telefono a gettoni, le pubblicità e i tanti miti di un’epoca indimenticabile.

Prologo.

Entro in casa trafelata, boccheggiante per l’afa che da giorni grava sulla città e, rischiando di schiacciare le uova, poso pesantemente sul tavolo della cucina le borse della spesa che ho trascinato fin qui dall’ascensore. Lancio un’occhiata disperata all’orologio appeso alla parete: sono già le sette e mezza e devo ancora impostare la cena. Giovanni mi segue, silenzioso, portando il latte, poi, all’improvviso, torna all’attacco. «Perché non posso ricevere un cellulare per il mio compleanno?» Me lo chiede con insistenza da giorni. Sospiro e, per l’ennesima volta, rispondo stancamente: «Perché hai solo dieci anni. Non ti serve». Inizio affannosamente a riporre le cose in frigorifero, mentre lui se ne sta lì in piedi a fissarmi, offeso. Quando fa così, mi innervosisce terribilmente. Ammetto di essere un tantino spazientita quando mi chino quanto basta per mettermi all’altezza dei suoi occhi, in attesa di una replica che, infatti, non tarda ad arrivare. «Scusa, tu quanti anni avevi quando hai ricevuto il tuo primo telefonino?» Ci penso su un attimo, un cespo d’insalata in mano, gli occhi rivolti al soffitto come se la risposta mi dovesse arrivare dall’alto, ma in realtà sto freneticamente frugando nei cassetti della memoria.

MARILENA BOCCOLA vive a Mantova. Con HarperCollins Italia ha pubblicato in digitale diversi romanzi, poi usciti in edicola nella collana eLit Harmony. Con Dri Editore ha pubblicato romance storici. Nel 2022 con Oligo Editore esce Ricordo di una estate.

Giacomo Battista“Nettuno. Il gatto che sapeva di mare”, NeP Edizioni

Il romanzo secondo classificato al contest letterario nazionale “La mia storia di mare”

Nettuno è un gatto tanto amato da tutti. È stato salvato in una notte tempestosa da un pescatore nei pressi dello Scoglio del Frate a Polignano a Mare e, da allora, ha scelto di vivere sulla panchina del lungomare della cittadina, con lo sguardo sempre rivolto verso l’orizzonte.

Conosciuto da tutti, è diventato il confidente silenzioso delle storie di chi si avvicina a lui in cerca di conforto e serenità. Sulla sua panchina si intrecciano le vite di persone inquiete, desiderose di condividere il peso dei loro segreti e delle loro esperienze.

Accarezzando dolcemente il gatto, ognuno si apre al racconto della propria vita, delle scelte fatte e degli errori commessi. Si succedono così episodi fatti di gioie e dolori, di speranze e di rimpianti, ma soprattutto di consolazione per chiunque abbia bisogno di un ascolto empatico.Il felino dal cuore tenero diviene guardiano e custode dei segreti del mare o forse di quelli più profondi dell’animo umano e guida coloro che lo incrociano verso una nuova consapevolezza e una rinnovata speranza.

“Nettuno. Il gatto che sapeva di mare” è un libro che tocca il cuore e l’anima di chiunque si immerga nelle sue pagine. È un invito a credere nella forza del legame umano, nella capacità di guarigione che scaturisce dalle piccole gentilezze e nell’infinita speranza che risiede nel cuore di ogni essere vivente.

Attraverso la penna sensibile di Giacomo Battista, il lettore viene trasportato in un viaggio di scoperta e di rinascita. Le emozioni suscitate dal romanzo sono genuine e autentiche, perché riflettono la bellezza e la complessità della vita umana, con tutti i suoi alti e bassi.

L’opera si è classificata al secondo posto nella sezione prosa del primo contest letterario “La mia storia di mare”, organizzato da NeP edizioni. Dedicato alla memoria di Alessandro Cocco, editore e fondatore della casa editrice, scomparso prematuramente nel 2021, il contest si proponeva di raccontare storie legate al mare, che avessero il mare come tema fondante, protagonista o scenario delle vicende narrate. La proclamazione delle opere vincitrici, selezionate da una giuria di esperti presieduta da Giacomo Visconti, docente e noto scrittore e influencer, è avvenuta a Roma lo scorso dicembre, durante la Fiera Nazionale della Piccola e Media editoria “Più libri Più liberi”.

Giacomo Battista vive in provincia di Bari. Diplomato in Viola presso il Conservatorio di Musica “N. Piccinni” di Bari, da molti anni svolge un’intensa attività concertistica suonando con importanti nomi della musica classica e leggera.Insegna musica nella Scuola Primaria e la sua passione per la materia, unita all’amore per la lettura, lo ha portato a scrivere numerosi musical per ragazzi, vincendo diversi concorsi teatrali. Nel dicembre 2017 ha pubblicato una raccolta di nove racconti dal titolo “Notte di Natale”. Per NeP edizioni ha pubblicato nel 2020 il romanzo “A due cuori”.

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“Primadonna. Novelle per Eleonora Duse”, a cura di Maria Pia Pagani, Bibliotheka Edizioni

QUANDO LA DIVA ELEONORA DUSE ISPIRAVA NOVELLE AI GRANDI SCRITTORI

Nel centenario della morte dell’attrice, un libro di Bibliotheka raccoglie per la prima volta scritti di D’Annunzio, Panzini, Ojetti, Gozzano e Moretti

Postfazione di Toni Iermano

Bibliotheka Edizioni

Diva, icona, musa ispiratrice e superba attrice di teatro, Eleonora Duse, di cui quest’anno si celebra il centenario della morte, era arrivata al successo nonostante una lunga gavetta che le aveva fatto conoscere la fame, la mancanza di una stabilità domestica e pesanti delusioni affettive.

La sua immagine si è radicata nell’immaginario collettivo anche grazie alle novelle di vari autori italiani che – per la prima volta – vengono presentate nel libro Primadonna. Novelle per Eleonora Duse, in uscita il 5 aprile per le edizioni Biblotheka (252 pagine, euro 18,00, ebook a 4,99). Il libro è a cura di Maria Pia Pagani, ricercatrice all’Università di Napoli Federico II, socio del Pen Club, collaboratrice della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni della morte dell’attrice.

La galleria testuale restituisce la vita dell’attrice, nata a Vigevano, in provincia di Pavia, attraverso lo sguardo attento dei suoi contemporanei: tutti scrittori e scrittrici più o meno noti al grande pubblico, e appassionati di teatro. Una galleria che abbraccia un arco temporale che va dal 1887 al 1925, ovvero da quando la diva comincia a brillare come primadonna a livello internazionale, a un anno dopo la sua morte. Autore d’eccezione è il Duca Minimo, pseudonimo con il quale si firmava il cronista mondano Gabriele d’Annunzio, senza dimenticare Alfredo Panzini e Ugo Ojetti, Guido Gozzano e Marino Moretti. Tra i vari aspetti, affiora anche una geografia che tocca le principali città italiane in cui la primadonna riscosse i maggiori successi: Roma, Torino, Napoli, Venezia, Firenze, Milano e Trieste.

Per tutti la Duse è la sirena delle profondità marine che dona fascino e raffinatezza alla narrazione: la sua celebrità serve a elevare la vicenda, sia quando è menzionata esplicitamente, sia quando e soltanto allusa. Il suo e il richiamo stellare in mezzo a tanti protagonisti sconosciuti e schiacciati dal grigiore della quotidianità”, spiega nella postfazione Toni Iermano, ordinario di Letteratura italiana e presidente dei Corsi di studio in Lettere all’Università di Cassino.

Quando la primadonna diviene anche la protagonista di una novella, “la narrazione si tinge di mitologia e la protagonista appare ai suoi contemporanei avvolta in una vita fiabesca e olimpica”, prosegue Iermano. È quel dettaglio che insegue le tendenze e le mode dominanti e alza le tirature del “prodotto”: gli autori del tempo lo sapevano, e ciascuno, a suo modo, provava a dialogare con le attese entusiastiche del pubblico dei lettori.

Per Eleonora Duse essere primadonna era uno status che andava ben oltre il sistema dei ruoli imperante nella scena italiana. Era infatti una condizione pressoché naturale, per un’anima come la sua. In quanto “figlia d’arte”, sapeva bene che nel mondo del teatro esistevano delle gerarchie, ma era intenzionata a starci dentro a modo suo: si era perciò costruita un cammino contraddistinto da scelte di repertorio non convenzionali per la sua epoca, aveva affrontato molte tournée internazionali, suscitava con la gestione della sua impresa teatrale e della sua immagine divistica l’attenzione di critici e giornalisti, nonché di pittori e fotografi.[…] Va detto che il rapporto di Eleonora con il pubblico e stato spesso conflittuale e assimilato a una forma di martirio bianco, ma la sua scalata al successo e andata indiscutibilmente di pari passo con la conquista della celebrità mondana. Per molto tempo ella ha considerato la massa degli spettatori come una belva famelica da domare, oppure un mostro munito di tanti occhi da cui doversi difendere. Soltanto nella vecchiaia, dopo i lunghi anni del suo silenzio artistico, e giunta a una sorta di riappacificazione che l’ha portata a considerare la sua arte come un dono da offrire agli spettatori. (dall’introduzione di Maria Pia Pagani )

Florence Macleod Harper “Addio Russia!Una testimone della rivoluzione del 1917” Lorenzo De’ Medici Press

Il racconto della Rivoluzione russa dalla voce di una delle prime giornaliste straniere inviate sul campo

Traduzione di Mariana Tudorache

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in traduzione italiana il racconto della rivoluzione russa del 1917 attraverso le parole della giornalista canadese Florence Macleod Harper. Inviata a San Pietroburgo nel dicembre del 1916 dal settimanale «Leslie’s Weekly», Harper fu testimone diretta e cronista dello scoppio della rivoluzione e di ciò che accadde fino alla presa del potere dei bolscevichi. Nel suo resoconto si mescolano le impressioni di una giovane inviata speciale al confronto con uno dei più drammatici rivolgimenti della storia e tutto il sapore di una scrittura sempre freschissima e ironica, veritiera e intensamente partecipata. Il suo resoconto è una delle pochissime testimonianze di una donna di quanto accadde in quei mesi, fra cortei, scioperi, scontri a fuoco, carestie e tragedie al fronte. Rimasto quasi dimenticato per decenni, riporta oggi alla lettura tutto il sapore di un periodo storico che avrebbe cambiato la storia.

Introduzione

Sono stata fortunata ad arrivare in Russia durante il vecchio regime, trovarmi lì durante l’inizio di quello nuovo. Ho detto che sono stata fortunata. Non era fortuna; era solo un semplice «presentimento» scozzese. Quando salpai da Vancouver nel dicembre del 1916, c’erano molti altri posti più interessanti della Russia dal punto di vista delle «notizie» ma il mio «presentimento» era troppo forte. Convinsi il «Leslie’s Weekly» del mio punto di vista, e così, chiudendo le credenziali nella mia vecchia sacca, iniziai questo viaggio interessantissimo. Le mie istruzioni erano di lavorare con Donald C. Thompson, il fotografo di guerra dello staff del «Leslie’s». Di conseguenza, rimasi con lui durante molte sommosse e combattimenti di strada, nonché durante le visite al fronte. Durante i nove mesi in cui mi trovai in Russia, le condizioni furono pessime per tutto il tempo. Il cibo era scarso e di qualità mediocre e dovetti sopportare molte cose sgradevoli. Ma ne valse la pena. Dimenticammo tutti i disagi nell’osservare la tremenda, pietosa tragedia che si rappresentava davanti ai nostri occhi. Per tre anni l’esercito russo combatté in condizioni inimmaginabili per il popolo americano […] Non c’erano ambulanze per portare i feriti agli ospedali. Erano meno di seimila su un fronte di milleduecento miglia, mentre in Francia c’erano sessantamila ambulanze su un fronte lungo un quarto. Quando gli uomini arrivavano agli ospedali si verificava una pietosa mancanza di rifornimenti, che causava morti e amputazioni inutili. I vagoni merci usati come treni-ambulanza rendevano impossibile assistere gli uomini lungo il percorso. La storia dei tre anni di lotta della Russia è una storia di un paziente eroismo contro un tradimento della peggior specie (F.M.H).

Florence Macleod Harper (1886-1946) era una giornalista e inviata speciale di appena 27 anni al momento del suo viaggio in Russia. Fu una delle pochissime donne presenti ai fatti. Inviò articoli di cronaca per il proprio settimanale e descrisse solo quanto poteva osservare direttamente con i propri occhi. Non si conoscono molti altri dettagli della sua vita dopo il rientro in Canada e solo la ricerca storica più recente ne ha riscoperto il libro come una delle fonti più autentiche e attendibili sulla rivoluzione russa e forse anche l’unica ad aver testimoniato anche quanto accadde, in quei mesi, sui campi di battaglia del fronte orientale.