“È ancora possibile la poesia.Poetry Nobel Lectures”, Vallecchi Firenze

Introduzione di Roberto Galaverni

Collana: Vallecchi Poesia diretta da Isabella Leardini

Traduzioni in collaborazione con Dipartimento di Lingue Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna a cura di Andrea Ceccherelli

Disegni di Simone Cortello Scuola di Grafica d’Arte Accademia di Belle Arti di Venezia

Vallecchi – Firenze

Dal 12 settembre in libreria

A cinquantanni dal conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Eugenio Montale, vengono raccolte per la prima volta in un unico volume le Nobel Lectures dei grandi poeti insigniti del Premio dal 1975 ad oggi. 
I discorsi pronunciati dai vincitori del Nobel rappresentano un genere unico nel panorama della letteratura: gli autori premiati con il massimo riconoscimento mondiale sono chiamati a offrire in poche pagine una sintesi evocativa della propria poetica, ma soprattutto avvertono la responsabilità di concentrare, con onestà e precisione, la conoscenza maturata in una vita sul gesto e sul senso dello scrivere, sulla responsabilità politica e storica che esso porta con sé. I più grandi poeti della nostra epoca hanno lasciato al Premio parole che sapevano destinate a restare, in cui è racchiusa la loro visione come prezioso insegnamento, eredità concreta della loro poesia; ma nello stesso tempo parole che in una rara occasione del presente sarebbero state ascoltate, evidenti narrazioni di una storia di cui essi avevano il compito di essere limpidi testimoni.

Come scrive Roberto Galaverni nell’introduzione:

«in quello che si può considerare il più ristretto ed esclusivo dei generi letterari – il discorso del Nobel: non più di uno all’anno, e per quanto riguarda la poesia ancor meno – di regola l’argomentazione parte dal basso e da dentro: vicende private intrecciate con quelle pubbliche, la storia di una vocazione, il rapporto sempre misterioso e insondabile tra le vicissitudini personali e la creazione poetica, la natura della poesia. Questi discorsi sono tutti diversi, ma battono anche sugli stessi temi, finendo così per corrispondersi intimamente


E i temi sono relazione tra etica ed estetica, tra impegno verso la realtà e immaginazione poetica, rapporto tra io e noi, tra io e altro, tra individuo e specie, tra retaggio e innovazione, tra tradizione e talento individuale, la lingua della poesia, i processi creativi, la collocazione non solo fisica e storico-geografica, ma mentale e fantastica del poeta. Una simile corrispondenza di motivi non esclude in alcun modo la varietà di questi discorsi, che presentano molte sorprese, se non altro perché ogni autore affronta l’occasione a modo proprio.

«È ancora possibile la poesia? si era chiesto giusto cinquant’anni fa Eugenio Montale. Le poetesse e i poeti raccolti in questo volume ci hanno detto che sì, è ancora possibile. E lo hanno fatto chiedendosi non solo o tanto se la poesia sia ancora possibile, ma se sia possibile di per sé, in assoluto, nel suo confronto con la realtà della vita.»

I testi qui raccolti sono una risorsa inestimabile per i lettori delle maggiori voci della letteratura contemporanea, ma anche per chi cerca orientamento nel processo creativo; essenziali e profondi strumenti di conoscenza e riflessione.

Giuseppe Pontiggia “Scrittori non si nasce. Il linguaggio della narrativa”, Bibliotheka

Due lezioni di Pontiggia sul linguaggio della narrativa


Introduzione di Daniela Marcheschi

Bibliotheka

Dal 12 settembre in libreria

Contrariamente a quello che saremmo indotti a pensare, la parola scritta ha un margine d’imprecisione, di aleatorietà, di inafferrabilità di cui è priva la parola orale, arricchita di tutta la gestualità e di un rapporto diretto, emotivo, con chi la ascolta. Perciò la parola scritta deve trovare una sua espressività attraverso percorsi estremamente complessi e specifici. 
Ne era convinto lo scrittore Giuseppe Pontiggia, che articolava il suo pensiero in due brevi lezioni del 1987 e del 1988, ora riunite nel libro Scrittori non si nasce. Il linguaggio della narrativa con un’introduzione di Daniela Marcheschi. Come spiega l’autore, bisognerebbe coltivare la scrittura come qualcosa di segreto, di clandestino, per avvicinare zone misteriose di sé stessi e conoscere il mondo. C’è un momento decisivo in questo esercizio, quello in cui gli strumenti messi a fuoco attraverso il lavoro di anni producono, con il concorso della cosiddetta ispirazione, l’evento nuovo che è il linguaggio narrativo. Perché “un romanzo non può permettersi di essere inverosimile, la realtà spesso lo è”.

Pontiggia sapeva che, se il linguaggio influenza la vita sociale come insegna l’antropologia lingui­stica, anche la vita sociale influenza il linguaggio; e in ciò sta la grande responsabilità di ogni essere umano, e dello scrittore ancora di più, in quanto da addetto lavora con la parola in una data comu­nità. Una funzione culturale e civile insostituibile, la sua, per la tutela di un bene comune. 
(Daniela Marcheschi)

Giuseppe Pontiggia (1934-2003) pubblica nel 1959 il suo primo romanzo autobiografico La morte in banca. Consulente delle case editrici Adelphi e Mondadori, si dedica alla saggistica e alla critica letteraria. Vince il Premio Strega nel 1989 con La grande sera, il Super Flaiano nel 1994 con Vite di uomini non illustri, il Premio Chiara alla carriera nel 1997 e il Premio Campiello, il Premio Società dei Lettori e il Pen Club nel 2001 con Nati due volte, romanzo tradotto in molte lingue che ha ispirato il film Le chiavi di casa di Gianni Amelio.

Emilio Ortu Lieto “Controstoria del costume teatrale”, NeP Edizioni

Il volume tenta di colmare un vuoto conoscitivo e letterario di più di 2.500 anni di storia del costume teatrale. Lo fa ponendosi come “controstoria”: una scelta alquanto inedita, necessaria in quanto il costume del teatro occidentale, sin dalla sua origine, ha creato linguaggi visivi e poetici propri ed a sé stanti.

Per narrare la sua storia sono necessarie categorie specifiche, non solo storiche o letterarie ma di ordine poetico, artistico e visivo, proprie solo del “teatrale”.
La storia del costume teatrale, dunque, non può essere né capita né narrata se si trascura la sua essenza poetica, la sua invenzione specifica, volutamente diversa rispetto alla realtà quotidiana.Nella storia del teatro, infatti, il costume risulta sempre legato ad una dimensione rituale e simbolica, è spesso connesso alla psicologia di un personaggio ed è stato quasi sempre ben diversificato, volutamente, dalla pratica abituale del vestire.
Il costume teatrale diventa un “apparato visivo” di un rito, a sua volta portatore di una reinvenzione o astrazione poetica della realtà e come tale ha bisogno di un suo linguaggio.
Nel suo sviluppo nel tempo ha anche influenzato con la sua narrazione visiva le altre arti, facendosi a sua volta influenzare.
L’autore, scenografo e costumista di alta formazione, effettua una ricostruzione cronologica attenta e sapiente, che parte dal teatro greco, passando per il Medioevo e il barocco, fino ad arrivare a toccare tutte le avanguardie storiche e le neoavanguardie dell’ultimo secolo di arte teatrale.
Il volume è impreziosito da un ricco corredo fotografico, con elementi iconici di alta sartoria e scene di spettacoli di grande valore, documentazione quest’ultima fondamentale nella pratica professionale e di chi si occupa di costume teatrale e di arti visive in generale.
Gli interventi presenti nel testo sono a cura di Sibylle Ulsammer e Franca Squarciapino.


Emilio Ortu Lieto, nato a Cagliari e formatosi a Venezia, è uno scenografo e costumista di alta formazione, apprezzato e richiesto nelle più importanti produzioni per la lirica, la prosa, la danza, il teatro di figura e per il cinema da 35 anni; ha collaborato con premi Oscar e nomi celebri internazionali del teatro. Nell’ultimo decennio, in particolare, oltre ad insegnare arte e costume in vari ordini di scuole,ha studiato tecniche di tintura in India e si è occupato sia di formazione e divulgazione delle tinture naturali che di pitture decorative nelle bioarchitetture tradizionali di terra in Sardegna, temi su cui ha pubblicato, sempre per Nep Edizioni, i saggi “Tingere con le piante in Sardegna” (2017) e “Pitture decorative nelle case di terra in Sardegna” (2018).

Antonio Caiazza “Una storia scomoda.La guerra segreta al film di Luciano Tovoli con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo”, Bibliotheka

STORIA INEDITA DI UNA GUERRA DIPLOMATICA PER BOICOTTARE UN FILM DI Luciano Tovoli con MASTROIANNI E CASTELLITTO SULL’ITALIA FASCISTA IN ALBANIA

Il giornalista Rai Antonio Caiazza ricostruisce la vicenda attraverso documenti di archivi italiani, francesi e albanesi. Con lettere degli scrittori Kadare e Agolli

con documenti inediti e lettere degli scrittori Ismail Kadare e Dritero Agolli

Bibliotheka

Dal 5 settembre

Documenti inediti rinvenuti negli archivi diplomatici in giro per l’Europa ricostruiscono una vicenda ancora del tutto sconosciuta, che riguarda il boicottaggio di un film con Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Anouk Aimée e un quasi esordiente Sergio Castellitto. Il film era Il generale dell’armata morta, tratto dal romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadare per la regia di Luciano Tovoli. Le riprese erano previste fra il 1980 e il 1982, in Albania, dove i fatti raccontati avvennero realmente. Ma dopo contatti, viaggi e sopralluoghi e il denaro versato alla Banca di Stato albanese, la troupe fu imbarcata su un aereo e rimandata in Italia, senza che fosse girato neppure un metro di pellicola. Ricostruisce questa singolare vicenda Antonio Caiazza, giornalista alla Rai di Trieste particolarmente attento al mondo balcanico, nel libro Una storia scomoda. La guerra segreta al film con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo che contiene documenti inediti e lettere degli scrittori Ismail Kadare e Dritero Agolli. Si è sempre attribuita la responsabilità del boicottaggio del film agli albanesi, ma i documenti consultati negli archivi diplomatici raccontano la trama che cercò di bloccare la lavorazione della pellicola. Gli apparati di due grandi democrazie, Italia e Francia, attivarono una notevole pressione nei confronti dell’Albania affinché il film non si facesse. Il motivo: riapriva la pagina dell’occupazione fascista, delle atrocità e delle vessazioni nei confronti delle popolazioni civili, che a Roma si voleva chiusa per sempre.

“In Italia – spiega Caiazza – si erano fatti e si facevano film sulla Resistenza e di denuncia del fascismo. Ma non sul nostro passato coloniale. Il generale dell’armata morta rompeva il silenzio su vicende che l’Italia voleva definitivamente sepolte”.
Il film si fece comunque, fu girato in Italia e uscì nel 1983, ma nel nostro Paese non vide mai le sale cinematografiche.

Antonio Caiazza, giornalista alla redazione Rai di Trieste, ha seguito per anni le vicende Balcaniche per diverse testate. In particolare, all’Albania ha dedicato servizi televisivi, articoli e due libri: In alto mare. Viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro (Instar Libri 2008) e il romanzo La notte dei vinti (Nutrimenti 2014), racconto della sanguinosa epurazione che colpì la nomenklatura di Tirana a metà degli anni ’70.

Cecilia Frignani “Lo stupro di massa come arma da guerra”, OLIGO

Una approfondita ricerca storica che spazia dal mondo antico alla contemporaneità. Il corpo della donna vittima delle guerre degli uomini

OLIGO

Dal 5 settembre

Da sempre gli uomini violentano le donne, in particolare quando fanno la guerra, atavica attività maschile, in occasione della quale il corpo femminile diventa terra di conquista. Oggi, lo stupro su larga scala è considerato un crimine contro l’umanità e in questo libro ripercorreremo il lungo percorso che ha condotto la famiglia umana a fare i conti con una violenza tanto cruda. Partiremo da una ricostruzione storico-filosofica per cogliere l’origine latente della violenza di genere, guardando ad Aristotele e Galeno, ma anche alle teorie sulla nascita dell’agricoltura, osservando come nell’antichità la donna fosse considerata un bene a disposizione dell’uomo, un bene che in guerra può (e deve) essere razziato. Con il tempo, lo stupro da effetto collaterale è diventato un’arma vera e propria; a tal proposito esamineremo quanto sul finire del Novecento è accaduto in ex-Jugoslavia e in Ruanda, tristi vicende da cui però ha mosso i primi passi la giustizia internazionale. Concluderemo con un esame sull’attualità della disparità di genere nel mondo, offrendo anche spunti di speranza.

Più volte, man mano che andavo avanti a scrivere le pagine che seguono, mi sono infuriata. Ho letto, raccolto e inserito all’interno di questo lavoro testimonianze agghiaccianti e disumane di tantissime donne abusate e violentate, e fin da subito mi sono domandata del perché, in tutti questi anni di studio, non avessi mai trovato tra le mani un libro di storia che parlasse del calvario delle donne. Da sempre le donne sono vittime di stupri, violenze e fenomeni di schiavismo. Questi fatti in particolar modo sono un elemento costante dei conflitti bellici, antichi, moderni e purtroppo contemporanei.

Cecilia Frignani, giornalista di TeleMantova, ha conseguito la laureata specialistica in Scienze Filosofiche, all’interno della quale ha approfondito gli studi di Filosofia del Diritto.

Lamberto Salucco “Altri quarantacinque assiomi cinici”, Edida

Edida

Dall’Introduzione

E rieccoci agli assiomi. Sono passati quasi cinque anni dal primo volume “Quarantotto assiomi cinici” scritto per festeggiare il mio 48° compleanno. Cinque anni possono essere un lasso di tempo brevissimo o lunghissimo: in questo caso è davvero incredibile cosa abbiamo visto succedere nel frattempo.

Riguardando a quel periodo viene da pensare che fosse un altro mondo. Pensateci: eravamo nel bel mezzo della pandemia, nessuno utilizzava l’intelligenza artificiale generativa, la geopolitica internazionale (e non solo in Ucraina e a Gaza) era completamente differente, c’era un altro Papa, in Italia (e non solo) c’era un altro Governo etc.

Giugno 2025: ho più o meno terminato a Firenze la fase preparatoria (sembra incredibile ma anche per scrivere un libercolo come questo c’è da studiare un monte) di questa nuova infornata di assiomi cinici e sono arrivato in Scozia per scrivere il testo definitivo. Non so di preciso quanto ci metterò ma credo di finire prima di agosto, vediamo. Ero sicuro che sarebbero stati al massimo 25 assiomi ma la cosa mi è un po’ sfuggita di mano.

Spero di riuscire a spiegare il senso (talvolta contorto) delle massime qui raccolte che spaziano arrogantemente su qualunque argomento: musica, politica, religione, tecnologia, comunicazione, psicologia, arte etc. Perché se devi recitare la parte del tuttologo, occorre farlo bene…

Stavolta però c’è una novità assoluta:Luciano Zella, col quale discuto da più di trent’anni degli argomenti trattati da queste roboanti frasi, ha accettato di contribuire con qualche proprio postulato. Sono davvero felice di ospitarlo in questo secondo libro.

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Eronda (Mario De Donà) “VrumVrum, PotPot. Comic strip & humor graphic”, Graphe.it

Un viaggio grafico tra surrealismo, ironia e motori

 

Graphe.it

A cura di Erik Balzaretti

Postfazione: Gianni Brunoro

Collana Parva

con illustrazioni in bianco e nero e a colori

In libreria dal 26 agosto 2025

VrumVrum, PotPot è la raccolta che restituisce visibilità a uno degli autori più originali della grafica italiana del secondo Novecento: Mario De Donà, in arte Eronda. Il volume è curato da Erik Balzaretti, con una postfazione dello storico del fumetto Gianni Brunoro. Un artista per intenditori, amico e seguace di Bruno Munari, Eronda si muove tra fumetto, arte visiva e sperimentazione grafica. Le sue strisce onomatopeiche e motorizzate, caratterizzate da un segno vibrante e da un umorismo surreale, danno vita a un mondo poetico e dinamico che sorprende, diverte e affascina. Eronda è difficilmente incasellabile: i suoi lavori evocano il futurismo, le neoavanguardie, la pop art e la poesia visiva, ma rimangono profondamente unici. Le sue strisce – nate a margine e con spirito libero – hanno ancora oggi la forza di parlare a un pubblico curioso, pronto a lasciarsi stupire. Con VrumVrum, PotPot, Graphe.it edizioni propone un’operazione culturale e al tempo stesso divulgativa, restituendo al grande pubblico un autore che ha saputo mescolare leggerezza e profondità, gioco e ricerca formale, immagine e linguaggioEronda è un artista libero, che ha saputo trasformare le onomatopee in gesto grafico e narrazione visiva.

Eronda, al secolo Mario De Donà, è il tipico caso di “artista per intenditori”, che non desiderava diventare d’élite e che merita senz’altro un richiamo presso il grande pubblico. Se si volesse descriverlo a chi non lo conosce, si potrebbe collocarlo idealmente al crocevia fra i futuristi, Mimmo Rotella e Bruno Munari (di cui era amico e seguace), o associarlo alle neoavanguardie del Novecento. Tuttavia – come accade forse a chiunque si esprima per immagini – la sua unicità diventa comprensibile a tutti a un solo sguardo, se si considerano le sue strisce a fumetti: «onomatopeiche e motorizzate», mobili e vivaci nel segno grafico come nel lessico.

Erik Balzaretti, da esperto e divulgatore di tutto ciò che è narrazione visiva, inquadra in questo volume il percorso artistico di Eronda e restituisce a lettori di ogni generazione la dimensione surreale, raffinata e disincantata di una produzione dal valore elevatissimo, e forse non abbastanza riconosciuto.

Completa il ritratto l’analisi acuta di Gianni Brunoro, che ne mette in evidenza l’approccio sperimentale e le diverse variazioni sul tema della strip.

Fabio Stassi “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati”, recensione di Salvina Pizzuoli

Ho terminato di leggere il saggio-racconto di Stassi Bebelplatz che mi ha piacevolmente colpito tanto da inserirlo nel novero dei libri da me più graditi e apprezzati in questo primo scorcio del 2025, quelli un po’ speciali che regalano quel godimento che apre “le finestre della mente” e sa appagare nel piacere di scoprire di essere vicini, di aver afferrato le domande, quelle “migliori”  che la letteratura sa comporre.

Mi è parso riduttivo quindi proporne una semplice presentazione, magari sintetizzandone  la materia e i soggetti, a questo proposito posso servirmi, come spesso faccio, di riportare parte della sinossi, in questo caso di quanto nel Risvolto, ma il testo mi pare meriti che mi soffermi sulle mie impressioni e su quanto mi abbia attirato e incuriosito in termini di riflessioni e di chiavi di lettura che Stassi offre a piene mani nel corso della trattazione che si articola in cinque sezioni più una prefazione, appendice e note.

E partiamo dal Risvolto in cui si legge

[…]Durante un tour negli istituti di cultura italiani da Amburgo a Monaco, Fabio Stassi attraversa le piazze delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri, e risale a ritmo incalzante la memoria del fuoco e delle censure, dei primi bonbardaenti aerei sui civili, del saccheggio di librerie e biblioteche. Studia mappe e resoconti, si interroga sul ruolo della cultura e sulla cecità della guerra, indaga l’istinto di sopraffazione degli esseri umani.
Alla fine compone un piccolo atlante della letteratura «dannosa e indesiderata» e rintraccia cinque scrittori italiani destinati alle fiamme dai nazisti: Pietro Aretino, il cantore della libertà rinascimentale; Giuseppe Antonio Borgese, cittadino del mondo e inguaribile utopista; Emilio Salgari, antimperialista amato in Sudamerica; Ignazio Silone, antitascista radicale, e Maria Volpi, unica donna della lista, disinibita narratrice del piacere e dell’indipendenza femminile.(da Sellerio)

L’argomento e il percorso sono quindi chiari e si articola in notizie, notazioni, documentazioni su scrittori ed opere, citazioni, riflessioni, storia e storie, digressioni, per rispondere alle domande che indagano il ruolo della cultura e della letteratura: ho scoperto ad esempio, oltre agli italiani le cui opere Stassi indica tra quelle candidate al rogo e perché, alcuni racconti di De Roberto (La Paura) o Golia di Borgese, ho percorso con estrema partecipazione la sezione ampia e coinvolgente dedicata a Ignazio Silone come uomo e come scrittore, scrittori ed autori di cui ho letto, ma dei quali non conoscevo perfettamente gli avvenimenti e la storia delle vite che li avevano ispirati. Una lettura coinvolgente e aggiungerei “stuzzicante” che mi ha spinto a leggere La Paura e concordare con Stassi che, come racconto breve, è davvero perfetto nella sua stesura e per le simbologia che utilizza per inviare il proprio messaggio sulla guerra e sull’orrore e l’assurdo che in essa sono insiti.
Un viaggio dicevo nella letteratura e la ricerca di una risposta sul suo valore e significato a partire dai roghi, cui in appendice è dedicata una carrellata storica, e dalle citazioni da Goebbels: L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere ((Berlino 10 maggio 1933), solo per iniziare dalla prima, ma tutto il testo ne abbonda.
Un saggio da leggere per riflettere e anche approfondire autori italiani spesso conosciuti solo nominalmente ma dei quali sono passate sotto silenzio decisioni, posizioni, opere che avrebbero al contrario meritato una lettura attenta.

Qualche spigolatura tra le pagine piene di “orecchie”, quelle che uso per sottolineare passi che mi pare necessario rileggere e su cui tornare:

-All’inizio, la lista doveva avere una funzione di inibizione al prestito. Il primo elenco di «letteratura dannosa e indesiderata» inviato al corpo studentesco il 26 aprile è quello della «Schöne Literatur», la «bella letteratura». Il tono di Herrmann è naturalmente sprezzante: l’espressione, in passato, era stata tradotta anche come «letteratura amena». «Amena» era un aggettivo amato da Leonardo Sciascia, ora capivo meglio perché. Ameno, per Sciascia, forse anche in ricordo della storica «Biblioteca amena» dell’editore Treves, voleva dire intelligente e leggero, e intelligentemente dilettevole, estraneo all’enfasi dell’impegno, dello zelo, dell’ordine, agli antipodi cioè di ogni fanatismo. Gli autori sono disposti in ordine alfabetico e vanno da una recente antologia di poeti alla Z di Stefan Zweig. Questo elenco fu ricevuto dalla sede principale della Deutsche Studentenschaft il 2 maggio con una lettera di accompagnamento da parte di Herrmann: «Il presente elenco nomina tutti i libri e tutti gli autori che possono essere rimossi nell’epurazione delle biblioteche pubbliche

-La biblioteca di Don Chisciotte La stanza dei libri del signore Alonso Quijiano l’ho sempre immaginata non molto grande, quasi segreta alla casa. Una sorta di cella monastica o di cappella privata, dove ritirarsi in silenzio – la lettura non è del resto una forma laica di preghiera? La illumina, alla sera, la debole luce che entra da una finestrella verticale, nell’atrio, e una candela stearica. Un tavolaccio di legno, una sedia, le pareti rivestite di scaffali. Fuori, il mulinare della polvere nelle strade bianche, e il paesaggio di una campagna agra. È lì dentro che a furia di leggere romanzi Alonso Quijiano perse il senno e si trasformò in un uomo fatto di libri e senza carattere, l’opposto dell’ideale proposto da Goebbels per il futuro della Germania? Un uomo talmente senza carattere da assumere comicamente l’indole e la personalità degli eroi cavallereschi di cui era così avido di conoscere le imprese.

-L’arte è il contrario della disintegrazione […] la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, il solo suo motivo di presenza e sopravvivenza, o, se si preferisce, la sua funzione, è appunto questa: di impedire la disintegrazione della coscienza umana, nel suo quotidiano, e logorante, e alienante uso col mondo; di restituirle di continuo, nella confusione irreale, e frammentaria, e usata, dei rapporti esterni, l’integrità del reale, o in una parola, la realtà». Impedire la disintegrazione della coscienza umana e restituire l’integrità del reale, non sono altro che queste, per Elsa Morante, le ragioni della scrittura. […]Difatti, nella laida invasione dell’irrealtà, l’arte che viene a rendere la realtà può rappresentare quasi la sola speranza del mondo». Chi meglio di noi, pensai, cittadini digitali di questo nuovo millennio, conosce «la laida invasione dell’irrealtà»?

-Ma la disintegrazione è un sistema, e ha i suoi funzionari, segretari, parassiti, cortigiani: i sicari di cui parlava anche Antonio Tabucchi. E «dentro il sistema non possono esistere scrittori, nel senso vero del termine; però c’è una quantità di persone che scrivono, e stampano libri, e si potranno distinguere chiamandoli genericamente scriventi». Anche su questo la Morante aveva avuto ragione. Accanto ai letterati, che hanno a cuore soltanto la letteratura, si erano moltiplicati, anno dopo anno, grazie all’inarrestabile meccanismo di disintegrazione messo in atto dall’editoria contemporanea, gli scriventi. Gli scriventi di questo tipo, tuttavia, non sono «consapevoli di servire il sistema». Le loro opere hanno «uno squallore sinistro, e talvolta ebete», ma loro ne danno la responsabilità all’epoca atomica nella quale scrivono, quando invece «il fenomeno avviene proprio all’inverso». Sono complici funesti e involontari, e costituiscono la maggioranza. Ma insieme a loro ci sono pure gli scriventi coscienti, quelli che recitano «cinicamente una commedia interessata», «a volte per totale, e veramente alienato, conformismo, a volte per cortigianeria». Li potremmo chiamare i nipotini del dottor Pangloss che nel Candido di Voltaire sosteneva di abitare nel migliore dei mondi possibili.

E chiudo perché convinta che in un libro ciascuno trova quel che cerca o che sa trovare o vuole: perciò a ciascun lettore il proprio spazio di lettura  e le proprie deduzioni, e Bebelplatz è sicuramente un testo che non delude e merita di essere letto.

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Notturno francese

Uccido chi voglio

Ogni coincidenza ha un’anima

Andrea Lattanzio “Le voci fantasy. Magia del doppiaggio”, CN (OLIGO)

CN ( OLIGO)

Dal 25 luglio in libreria

Il doppiaggio costituisce un settore dello spettacolo spesso ingiustamente sottovalutato, ma che ha dato molto al cinema e a noi spettatori regalandoci emozioni.
Figura indispensabile quella del doppiatore che non è un mestiere a sé, ma un volto della poliedrica arte dell’attore.

Questo libro ritrae le biografie e i volti dei doppiatori del passato e del presente che hanno dato voce ai film più rappresentativi del cinema fantasy dagli anni ’30 ai giorni nostri con relative schede.  In questo libro sono indicati i film più rappresentativi del cinema fantasy dagli anni ’30 ai giorni nostri. Le schede dei film sono costituite da interpreti, un riassunto della trama, curiosità e i nomi dei nostri straordinari doppiatori. Non c’è dubbio che degli attori stranieri apprezziamo l’espressività e la gestualità, ma l’efficacia della recitazione è merito dei nostri interpreti i quali, con le loro intonazioni, hanno reso popolarissimi fra noi attori stranieri che altrimenti non si sarebbero mai imposti. Oltre alle schede dei film, sono inserite quelle dei doppiatori con dati biografici, filmografici, televisivi, radiofonici, interviste e loro interpretazioni. (Dall’introduzione)

Andrea Lattanzio. Nato a Verona, studioso di cinema, si occupa da anni di doppiaggio cinematografico e televisivo. È autore dei libri Il chi è del doppiaggio. Le voci del cinema di ieri e di oggi (Falsopiano, 2007), L’arte del doppiaggio. Doppiatori e direttori di doppiaggio (Felici, 2011), Il dialogo nel doppiaggio. Doppiatori e adattatori-dialoghisti (Felici, 2013), Le voci del cinema. Doppiatori e curiosità (Felici, 2016), Le voci dei cartoni animati. Doppiatori a Cartoonia (Felici, 2018), Le voci dei telefilm. Doppiatori in TV (CN, 2023) e Le voci di 100 capolavori del cinema. Doppiatori e Festival (CN, 2024).

Aldo Giorgio Salvatori “Il cerchio sacro dei Sioux”, Vallecchi Firenze

Postfazione di Sergio De Caprio

25 luglio 2025

Vallecchi – Firenze

Il Cerchio Sacro è il simbolo più gravido di significati per gli Indiani delle praterie.
I Lako­ta-Sioux credettero di perderne la protezione quando, nel dicembre del 1890, il settimo ca­valleria massacrò la tribù di Big Foot a Wounded Knee. Per onorare la memoria dei cadu­ti e ricomporre l’armonia perduta del Cerchio Sacro centinaia di Sioux, nel 1990 insieme a Cheyenne e Arapaho, percorsero a cavallo quasi 300 chilometri tra bufere di neve e tempe­rature glaciali.  Con loro c’era anche l’autore di questo libro, unico giornalista televisivo italiano autorizzato dai Lakota a filmare quell’impresa straordinaria. Ne scaturirono un reportage televisivo per il Tg2 e un saggio, pubblicato da Vallecchi, giunto ora alla sua terza edizione e divenuto un libro di culto per gli appassionati della storia e dei costumi degli Indiani d’America.  
Un libro che non racconta soltanto il glorioso passato dei Lakota-Sioux e la loro stupefacente visione del mondo, ma anche le delusioni, le speranze e le battaglie presenti per favorire la rinascita di un popolo che ha ancora molte cose da insegnare a chi ha trasformato il mondo in un grande supermercato da saccheggiare.

Alla fine, rimane il sussurro di un popolo che l’uomo bianco non ha voluto capire perché troppo diverso, troppo semplice, troppo naturale, in definitiva troppo umano. Dimenticare e «integrare», cioè, diluire, assimilare, questo è il percorso su cui si è sviluppato e si sviluppa il genocidio definitivo dei nativi americani. Per questo la narrazione di Aldo Giorgio Salvatori è un prezioso canto di denuncia, di resistenza, di amore e di testimonianza per una cultura e una storia che non devono finire nell’indifferenza di un’opinione pubblica manipolata e sottomessa dai signori delle banche e delle bombe. Una resistenza difficile, che deve radicalizzarsi su pochi baluardi: mantenere la lingua viva, il cibo, la musica, la danza, l’arte, l’artigianato dei nativi e quelli sì mischiarli e diffonderli in ogni ambiente, in ogni nazione, affinché chiunque si riconosca in quei valori li possa vivere e partecipare. (dalla postfazione di Sergio De Caprio)

Aldo Giorgio Salvatori, giornalista e scrittore, è direttore della rivista Myrrhail Dono del Sud. Per oltre trent’anni ha lavorato in Rai nelle redazioni Ambiente e Cultura del TG2. Suoi articoli sono stati pubblicati su Il GloboPanoramaAironeNatura Oggi. Per i suoi reportage ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra i quali il premio Italia Nostra e l’Airone d’Argento di Giorgio Mondadori. Ha insegnato Tecniche della comunicazione di massa, dal 1999 al 2003, nella facoltà di Scien­ze Ambientali dell’Università della Tuscia. È presidente dell’Associazione Italiana Wilderness. Tra i suoi libri ricordiamo Butteri (Sica, 2003), Il patto coi Lupi (Innocenti, 2020), Naufragio nel Contromondo (Solfanelli, 2022), Ladri di Orizzonti (GFE, 2024).