“Le scrittrici della notte” a cura di Loredana Lipperini, presentazione

Loredana Lipperini in “Scrittrici della notte” raccoglie racconti di autrici italiane che si sono cimentate anche nel secolo scorso nel genere fantastico e dell’orrore o comunque in storie bizzarre e sconvolgenti: non mancano cimiteri infestati dai fantasmi, spettri assassini, sepolte vive o morte che non sono affatto in pace, statue ma “calde”, morte che si alzano a sedere nella bara e un ampio campionario di situazioni perturbanti.

Scrittrici dai nomi famosi come Grazia Deledda o Matilde Serao che raccontano le leggende della loro terra che sanno di magico, terrificante o magnifico; ma anche Carolina Invernizio la signora del giallo nazionale o Chiara Palazzolo, la signora italiana dell’horror, autrice della trilogia dei “sopramorti”, prima avventura di Mirta-Luna, iniziata con Non mi uccidere(2005) e proseguita con Strappami il cuore.

È con Marchesa Colombi, lo pseudonimo letterario di Maria Antonietta Torriani. nata nel 1840 , che si apre l’ antologia con il racconto Il curare, che narra la vicenda dello spirito di un uomo rimasto imprigionato nel corpo ormai cadavere. Non mancano in questa particolare raccolta Anna Maria Ortese e Paola Capriolo autrice dell’ammaliante raccolta La grande Eulalia e molte altre, nove in tutto, presenti nelle tre sezioni in cui è organizzata l’antologia: Sepolture, Violazioni e Visioni .

Brevi note biografiche

Loredana Lipperini (Roma, 1956) è una giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica. Conduce il programma Fahrenheit su Radio 3, collabora con diverse testate nazionali e cura il blog Lipperatura. Ha pubblicato saggi e romanzi, tra cui Di mamma ce n’è più d’una (Feltrinelli, 2013), Ancora dalla parte delle bambine (Feltrinelli, 2014), L’arrivo di Saturno (Bompiani, 2017), Magia nera (Bompiani, 2019), Non è un paese per vecchie (Bompiani, 2020) e La notte si avvicina (Bompiani, 2020).( da Il Saggiatore )

Un racconto per il fine settimana

Nel bosco delle streghe

– Ritorna?

– Sì.

– Per sempre?

– Chi lo sa?

– È matto, scusate. Venire a seppellirsi qui!

– Vi è nato.

– Suo padre lo portò via a dieci anni. Che amore può avere al paese?

– Ma, poiché ritorna….

– Per questo, scusate, ho detto che è matto. All’improvviso si sente afferrare dalla smania….

– Da nessuna smania. Tranquillamente arriva, e più tranquillamente potrà ripartire.

Don Matteo Domelli era molto seccato di esser costretto a rispondere alle continue interrogazioni intorno a suo nipote che doveva giungere dall’America. Tutti, amici, conoscenti, sfaccendati volevano sapere: – È dunque vero? – Come mai? – Pare che abbia fatto fortuna. – Per poco o per sempre? – Eh! La terra nativa! – Donde viene? Da Nuova York? Da San Paolo? Da Buenos Aires? Che dirà di questo mondezzaio? Scapperà dopo due giorni!

Non la finivano! E se Don Matteo faceva una spallucciata e rispondeva appena o non rispondeva affatto, malignavano:

– Non è contento che gli piombi in casa il nipote!

– Perché è uno solo. Dovrebbero essere tre!…

Alludevano alle tre figlie nubili del Domelli che secondo le male lingue, minacciavano di spighirgli in casa.

Invece egli non vedeva l’ora che il nipote arrivasse.

– Sarà già partito, è vero, babbo?

– Ha scritto che avrebbe telegrafato da Genova.

– Tu dici che non lo riconosceresti, babbo; ma dai ritratti….

– Ritratti di parecchi anni addietro.

– Dev’essere di umore allegro….

Questo si vedeva dalle lettere che con molta regolarità scriveva da un anno alle cugine, a turno, per non destare invidie.

– Lettere strambe! – esclamava Maria, la maggiore – Senza capo né coda.

– Sembra però, leggendole, di udirne la voce – soggiungeva Cristina.

Sara non diceva niente. E quando Maria e Cristina si divertivano quasi a declamare le lettere del cugino e a commentarle ridendo, ella sentiva dispetto di quella specie d’irriverenza verso l’assente. L’arrivo di una di queste missive era un avvenimento nella famiglia. Per due, tre giorni non si parlava d’altro. Cristina e Maria le comunicavano alle amiche, anche per darsi l’aria che ricevevano lettere dall’America. Sara, dopo che le sorelle e il babbo avevano lette quelle indirizzate a lei, le faceva sparire in fondo a una cassetta del canterano in camera sua. Le ispiravano un sentimento ch’ella stessa non sapeva se fosse di compassione o di pietà.

Sotto quegli scatti di allegria, di buon umore, di gentile malizia, coi quali il cugino Alberto infiorava i larghi fogli azzurrognoli, abbandonandosi, a intervalli, allo sfogo epistolare, Sara intuiva una tristezza, un senso di nostalgia che la vivace prodigalità dei motti, delle bizzarrie, dei capricci non riusciva a celare.

E la inattesa risoluzione del ritorno, dopo tanti anni di assenza, la confermava in questa convinzione. Pensava:

– Chi sa che delusioni ha provate!

In quel mese, il cugino aveva rotto la regolarità del turno nella corrispondenza con le tre sorelle.

A Maria scriveva:

«Finalmente, cara cugina, potrete dire: Ah! È questo il bel cesto?… Che volete? Non posso rimpastarmi per rendermi più aggradevole. Mi sono americanizzato, mio malgrado. Quando l’ascensore mi fa salire rapidamente, al quindicesimo piano, nel mio modestissimo appartamentino, io penso all’impressione che mi farà il salire, a piedi, i venti, trenta scalini di casa vostra. Mi parrà di abitare sottoterra. Al quindicesimo piano! Cioè, una dozzina di volte più in su del campanile della vostra Matrice. Fra le nuvole! (Quasi la mia testa non ci fosse abbastanza!) Affacciandomi alla finestra e guardando giù nella via, che cosa buffa quelle pulci che sembra si rincorrano! E sono uomini, signore, signorine!

«Ebbene, abitando così alto, al terzo se non al settimo cielo – ce ne sarà qualche altro, credo: chi li ha scandagliati e contati? – io non sono ancora diventato un angelo, non mi son visto crescere le ali…. Ma non parliamo di cosa da crescere alle spalle, perché, cara cugina, vedrete che le ali possono accennare a spuntare e poi si arrestano, si atrofizzano… Vuol dire che per trasformarsi in angelo non giova neppure elevarsi fino al terzo cielo! Non è giovato, infatti, alle mie coinquiline del piano di sopra, il sedicesimo: due americane, ossute, stridule, con certi denti – qualcuno legato in oro – e che volevano insegnato l’italiano da me… come se l’italiano fosse roba da esser masticato da quelle bocche!

E a Cristina scriveva:

«…. E ora mi caverò la curiosità che mi son riserbata di appagare coi miei occhi. Siete bruna? Siete bionda? Autentica, certamente. Le tinture, spero, non sono arrivate fino a costì. Maria, lo ricordo, ha capelli nerissimi, a meno che…. Ma no; è assurdo pensare che le sia venuto in testa di mutarli di colore. Voi, allora a tre anni, eravate quasi bionda, ma ora, invecchiando…. Qui si dice pane al pane, e vino al vino… quando non c’è interesse di dire il contrario. Ed io ho scritto la parolaccia: invecchiando, sicuro che essa vi farà sorridere; a vent’anni si è appena giovani.

«Il colore dei miei?… Era… Me ne rimangono così pochi in testa, che da un pezzo non ho voluto accertarmi di che colore siano diventati. E poi, la calvizie è in grande onore. Significa: cervello caldo, attivo. Quasi tutti gli americani son calvi. Preparatevi, dunque, a un disinganno, se i miei ventisette anni vi han fatto credere… prendo le mie precauzioni, per evitarvi intorno alla mia persona quante dispiacevoli sorprese è possibile. Aggiungo: niente barba, come i servitori di grandi famiglie. – Costì non ce ne sono. – Come i nostri contadini di una volta, se non son cambiati. Qui, anni fa, era di moda un ciuffetto di peli al mento, alla Lincoln; ma ormai, quel Presidente è dimenticato; e l’attuale non è riuscito ad imporre i suoi baffi…. Divago, cara cugina. E vorrei dirvi tante cose!… Sarà meglio dirvele a voce, tra poche settimane».

E a Sara scriveva:

«…. Quando penso che non eravate nata l’anno ch’io lasciai Merenzòla, e che ora avete diciassette anni, mi par di essere un Matusalemme di fronte a voi. Se vi dicessi che voi siete la maggiore curiosità del mio viaggio, non scriverei un’esagerazione. Lo zio lo ricordo benissimo; Maria la riveggo con le vesti corte di quando facevamo il chiasso nell’orto e spesso ci bisticciavamo; Cristina era una naccherina vispa, permalosa, a tre anni. Voi… non vi eravate ancora degnata di venire in questo mondo, e perciò non riesco a figurarmi, in nessun modo, la vostra persona. Ma, dunque, Merenzola è così segregata dalla vita civile da non essere stata mai visitata da un fotografo ambulante? Meglio così, dico ora.

Che dolce rifugio mi parrà! Che pace vi godrò! Voi non sapete affatto immaginare il fracasso di queste infernali città, che ci stordisce notte e giorno! Credo che dovrò rieducare i miei sensi a percepire il silenzio, il beato silenzio della casa, della campagna!

E se mi vedrete rimanere muto, mezzo stordito, non ve ne maravigliate, piccola cugina. Starò ad ascoltar Maria che, mi figuro, deve chiacchierare volentieri, e Cristina, la quale, anche a tre anni aveva una linguetta!… E voi, che, spero, non sarete ritrosa di parlare come siete avara di scrivere. L’ho notato: le vostre lettere non vanno mai più in là delle due paginette! Ma sono carine, deliziose…. Preparatevi dunque a sciogliervi bene lo scilinguagnolo. Mi piace tanto star ad ascoltare!….».

Il signor Domelli – cosa eccezionale in quel grosso villaggio di Merenzòla – aveva fatto educare le figlie nel collegio di Sant’Anna di una città vicina; ma dopo la morte della moglie, le aveva ritirate in casa. La loro istruzione era rimasta a mezzo, né esse avean sentito bisogno di continuarla da loro. Leggiucchiavano, di quando in quando, i romanzi ricevuti in prestito da una delle maestre elementari; spesso, però, meno Sara, preferivano di sentirseli raccontare da una sentimentale amica, invitata a desinare in casa Domelli tre volte al mese.

Maria e Cristina si davano l’aria di signorine tra le ragazze della loro età che non erano state in nessun collegio, tentavano di distinguersene anche nei vestiti; ma non erano arrivate al punto di smettere lo scialle e portare il cappello. In questo avevano trovato ostile la volontà del padre, uomo un po’ all’antica e che voleva fare – come diceva – il passo secondo la gamba.

– Sareste ridicole, tra le vostre pari.

Ora contavano sull’arrivo del cugino, il quale si sarebbe maravigliato di ritrovar tutto immutato in Merenzòla.

– Uno che vien dall’America! Forse non sa neppure che al mondo esistano ancora gli scialli!

– E il babbo dovrà piegare la testa!

Intanto Maria e Cristina si vuotavano il cervello per indovinare la ragione dell’improvviso ritorno del cugino.

– Che ne dici tu, babbo?

– Ma, tra giorni, potrete domandarlo a lui.

– Sarà sincero?

– La curiosità è passata. Per me, potrà arrivare, dimorar qui, a suo piacere, ripartire, e non gli domanderò niente dei fatti suoi. Mi basterà di aver riveduto il figlio del mio povero fratello, che, forse, sarebbe vivo ancora, se non fosse andato a farsi ammazzare dalla febbre gialla colà. Non ne ho saputo niente da tanti anni; credevo morto anche lui.

La curiosità delle ragazze si accrebbe dal giorno che la posta recò un fascio di giornali e due pacchi di libri indirizzati al signor Matthew Storm, presso il signor Matteo Domelli, Merenzòla.

– Chi è costui, babbo?

– Qualche amico di Alberto, suppongo.

– Verrà in casa nostra, babbo?

– Come se a Merenzòla esistesse un albergo! Faremo un po’ di posto anche a lui.

Erano lontane dall’immaginare che quello fosse lo pseudonimo letterario del cugino, e che i cinque volumi ben rilegati, con in testa dei frontespizi il nome di Matthew Storm, rappresentavano la sua produzione di quegli ultimi anni, quando egli era riuscito a farsi la bella fama di piacevolissimo narratore di Storielle – Littles storys – piene di brio, di fantasia, di umore esotici, da non tradir affatto l’origine italiana dello scrittore.

Da qualche tempo in qua, un’intima crisi era accaduta nell’animo di Alberto Domelli. Non poteva dirsi stanchezza; piuttosto aspirazione a qualcosa di meno materiale di tutto quel che lo circondava. E da questo sentimento, vivissimo e insoddisfatto, provenivano le briose littles storys dove la immaginazione prendeva il sopravvento su la realtà, non con lo scopo di alterarla, ma di smascherarla, perché niente egli giudicava più falso e più ipocrita di quella realtà tra cui le vicende della vita lo avevano condotto ad aggirarsi quasi sperduto.

Ammirava assai gli uomini americani; le donne – almeno le molte che aveva potuto conoscere da vicino, le altre che si era ingegnato di studiare a una certa distanza – le donne americane gli erano divenute odiose, insopportabili. E per ciò, da due anni, si era sentito spinto verso le cugine sodisfacendo con quelle lettere a un bisogno di arte, e a uno sfogo di sentimenti.

Giacché, con pochissime modificazioni, le Lettere alle Cugine, attribuite a uno dei personaggi delle sue storielle, erano state prima pubblicate in rassegne illustrate, ottenendo un gran successo, e poi raccolte in volume.

Maria e Cristina, pensando a uno dei tanti scherzi del cugino, avevano ceduto alla curiosità di disfare i pacchi dei libri, ed erano rimaste deluse.

– Sono scritti in lingua turca! – aveva detto, scherzando, Don Matteo, che, come le figliuole, non sapeva una parola d’inglese.

Soltanto Sara aveva provato il desiderio di sfogliare uno dei volumi, precisamente il quarto, ed era rimasta commossa di vedere in capo di quelle lettere i nomi di Mary, di Christina e di Sarah facilmente riconoscibili. My little Sarah! Quante volte c’era? Cinquanta volte; le aveva contate. E tenne per sé la scoperta, quasi un dolce segreto, anzi, un dolce mistero, di cui avrebbe chiesto spiegazione al cugino appena arrivato. Che significava quel little? E perché ai nomi di Mary e di Christina era premesso invece My dear?

Ed ecco, finalmente, una sera il promesso telegramma da Genova:

Arriverò domani.

Quantunque da una settimana la casa fosse preparata a riceverlo, insieme col creduto suo amico Storm, pel quale era stata preparata alla meglio una camera, il telegramma produsse un po’ di tramestìo. Don Matteo aveva raccomandato alle figlie:

– Molta pulizia! Molta pulizia!

E la casa era stata ridotta uno specchio, per quel che permetteva un’abitazione di Merenzòla. Don Matteo si era occupato specialmente a far ripulire quella specie di giardinetto, o di orto, che la circondava.

Il ritorno del figlio di Domelli, come lo chiamavano i merenzolesi, era un grande avvenimento. Infatti, una folla di curiosi, donne, ragazzi, ne attese l’arrivo all’entrata del viale alberato che precedeva le prime case.

Don Matteo e Maria gli erano andati incontro con quella carcassa postale, la quale assumeva superbamente il nome di vettura – corriera, smentito dai due ronzini che la trascinavano giù, da Merenzòla alla stazione ferroviaria, e da questa su, su per i cinque chilometri di stradale, con il sacco della posta e qualche raro passeggero.

Attendevano da un’ora l’arrivo del treno.

Per farsi riconoscere Alberto, dal finestrino, prima che il convoglio si fosse fermato, chiamò: «Zio! zio!», salutando con gesti affettuosi anche la cugina.

Egli si accorse della penosa sorpresa provata da quei due dopo che era sceso dal vagone.

Abbracciato e baciato lo zio, aveva preso per le mani Maria e l’aveva baciata, dicendo allegramente:

– In America non si può baciare più; ma qui, faccio all’antica, che è la più gentile usanza… Ah! sono il solo viaggiatore che viene a Merenzòla? – soggiunse appena il treno ripartì. – Tanto meglio!… il mio bagaglio? Queste due valigie. I bauli arriveranno domani.

Si vedeva; aveva qualcosa da dire, ed esitava, sorridendo. Ma, appena montati in carrozza, parlò:

– Sai, zio? Io l’ho già scritto alla cugina: ma forse non mi sono spiegato chiaro. Mi trovate, inattesamente, un gobbetto porta-fortuna, è vero?

– Come mai? Tu eri diritto come un fuso! – lo interruppe don Matteo.

– Una trave, che poteva ammazzarmi, mi produsse tale lesione alla spalla sinistra da ridurmi come mi vedete. Non ho voluto sottopormi a un’operazione chirurgica…

Padre e figlia non risposero niente; e don Matteo per sviare il discorso, domandò sovvenendosi:

– E il tuo amico Storm? Sono arrivati libri e giornali diretti a lui.

– Oh! quel matto! – rispose seriamente. – È rimasto a mezza strada; ma verrà; me l’ha promesso.

E riprese:

– Cara cugina, voi e le vostre sorelle non avete sospettato niente quando, nell’ultima mia lettera, vi scrivevo «Non parliamo di cose da crescere alle spalle. Vedrete che le ali possono accennare a spuntare e poi arrestarsi, atrofizzarsi!» Proprio niente? Che diranno Cristina e Sara? E che diranno soprattutto, le pettegoline di Merenzòla? Non m’importa di esse…

La carrozza montava lentamente.

– Io – continuò – son venuto per lo zio, che mi sembra più giovanotto di me, e ne sono lietissimo; e son venuto anche per le care cugine… Sapete che vi siete fatta assai più bella di quanto immaginavo? Oh, come s’invecchia sollecitamente in America! Voi… Permetti, zio, che riprenda con la cugina il tu di quando fecevamo il chiasso nell’orto? E voi, cugina?… Grazie! Il voi cominciava a impacciarmi nelle lettere… Come rimarranno Cristina e Sara sentendosi dare inaspettatamente del tu!

Anche con quella protuberanza alla spalla sinistra, Alberto era un bel giovane; Maria lo pensava. Ma, stando silenziosa, un po’ perché intimidita della presenza del nuovo arrivato, un po’ perché dispiacente di averlo trovato col brutto difetto che lo rendeva ridicolo, riusciva a stento a nascondere la delusione di quel momento. Sentiva ricadere sopra di sé, su le sorelle, su la sua famiglia, insomma, tutte le feroci malignità delle ragazze merenzòlesi, che non si lascerebbero sfuggire l’occasione di ridere alle loro spalle, quasi la disgrazia del cugino le riguardasse in qualche modo.

La carrozza montava ancora più lenta; pareva che le due rozze sonnecchiassero nel trascinarla. Don Matteo si scusava.

– Ma, anzi! Ma, anzi! – diceva Alberto. – È una sensazione nuova per me. Voialtri non potete apprezzarla. Passare dalle corse a rotta di collo – e spesso ci si rompe il collo davvero! – a questa specie di dondolìo, di cullamento che fa sentire un po’ l’ansia dell’arrivo… Ah, che delizia!

– Voi, caro cugino…

– Tu, se non ti dispiace…

– Già… Bisogna abituarsi. Tu parli così per non mortificarci. Ci trovi ancora mezzi selvaggi… Non è colpa nostra. Vedi dove la cattiva sorte ci ha fatto nascere?

Si scorgevano, in alto, quasi affacciate su la roccia, le prime case di Merenzòla, sospese tra cielo e terra, infocate dal sole in tramonto.

– Invidiabile! – esclamò Alberto Domelli.

PRIMA PARTE

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da Luigi Capuana “Novelle” ParvaLicetEdizioni

Enrico Morovich, “La Morte in pantofole” racconti brevi a cura di Francesco De Nicola, Oltre Edizioni

Nel panorama piuttosto uniforme della narrativa italiana, per lo più oscillante tra rappresentazione del vero, voli di fantasia e sperimentazione, il nome del troppo poco conosciuto Enrico Morovich (Fiume 1906-Lavagna 1994) spicca per una sua indiscussa originalità come autore di racconti brevi giocati tra l’ironico e il macabro.

Con le sue brevi prose, dove i protagonisti sono spesso oggetti animati o animali parlanti, aveva conosciuto un periodo di grande successo negli anni Trenta, quando la sua firma appariva frequentemente su numerosi quotidiani e settimanali di grande diffusione. Il massimo riconoscimento le ebbe da uno dei maggiori critici italiani, Gianfranco Contini, che nella sua antologia di racconti surreali (Italie magique, 1946 poi tradotta nel 1988) lo inserì a fianco a narratori di grande successo come Bontempelli, Palazzeschi e Moravia.

Nel dopoguerra Morovich continuò a scrivere i suoi straordinari racconti brevi e anche alcuni romanzi come Piccoli amanti che nel 1991 fu finalista al premio Strega. In questo libro si ripropongono ora, a cura di Francesco De Nicola, i cinque racconti inclusi da Contini nella sua antologia e altri scritti nella seconda metà del Novecento che ribadiscono la forte originalità della sua narrativa breve. Nel 1993 raccolse nel volume Un Italiano di Fiume le sue memorie giovanili ambientate in quella terra istriana dalla quale fu esule dal 1950.

Prezzo 17 euro, pagine 192.

Enrico Morovich nato a Sussak, sobborgo di Fiume quando la città fa ancora parte del Regno d’Ungheria (nel quadro dell’Impero Austroungarico), Enrico Morovich prende nel 1924 il diploma di ragioneria, impiegandosi successivamente prima in Banca d’Italia, poi presso i Magazzini generali. Nel 1929 conosce Alberto Carocci che gli apre le porte di Solaria e La Fiera Letteraria, con le quali inizia a collaborare. È del 1936 la sua prima, significativa, creazione letteraria, L’osteria sul torrente, che viene pubblicata da Solaria. Seguiranno Miracoli quotidiani (1938), I ritratti nel bosco (1939), Contadini sui monti (1942) e L’abito verde (1942). In quegli anni lo scrittore pubblica saggi e racconti anche ne Il Selvaggio e in Oggi. Gli ultimi anni di guerra e i primi del dopoguerra, particolarmente cruenti per Fiume e per tutta la Venezia Giulia, interromperanno per alcuni anni la propria attività letteraria, che riprenderà solo nel 1962, con Racconti e Fantasie. Nel 1950 lo scrittore decide di abbandonare la propria terra di origine, che nel frattempo è passata alla Jugoslavia (1947) ed emigrare in Italia. Dopo aver vissuto per alcuni anni in varie città italiane, a Napoli, Lugo, Viareggio, Busalla e Pisa, si stabilisce a Genova nel 1958, dove risiederà per oltre trent’anni. A Genova torna a pubblicare, dopo tredici anni di silenzio, romanzi e racconti, fra cui: Il baratro (1964), Gli ascensori invisibili (1981), I giganti marini (1984), Piccoli amanti (1990). Inizia anche collaborare con la rivista “Il Mondo”. Nel 1990 si trasferisce nella zona di Chiavari-Lavagna, dove si spegnerà, ottantasettenne. Un anno prima di morire pubblica Un italiano di Fiume (1993), commossa rievocazione della propria città d’origine e delle proprie vicissitudini in terra italiana. Lo scrittore fiumano ci ha lasciato anche alcuni originalissimi disegni, esposti al pubblico, nel 1985, a Genova.

Jo Nesbø “Gelosia” presentazione

Si sa, è il giallo il colore della gelosia, il giallo scuro che si associa all’infedeltà e al tradimento, un sentimento che porta con sé oltre all’ossessione che lo caratterizza anche il desiderio di vendetta dove spesso alberga il crimine, giusto tema quindi per il maestro di questo genere narrativo: sette le storie, tradotte da Eva Kampmann, che Jo Nesbø ha inserito in questa raccolta che prende il titolo dalla seconda, la più ampia delle sette, di cui alcune molto brevi, in cui due fratelli gemelli sono interessati alla stessa donna. Ma colpisce nella narrazione la presenza dell’”uomo della gelosia” uno strano investigatore, quasi un mago, che viene chiamato quando emergono moventi passionali.

Come nella prima, “Londra”, colpiscono i pensieri e i comportamenti di uno dei due viaggiatori su un aereo, quando viene a conoscenza del “segreto” in cui si dibatte la donna che gli siede accanto. Ma la gelosia non è solo questo, ha due facce come quelle di Jago e di Otello, di vittima e carnefice, due facce che accomunano i protagonisti di vari racconti. Non sfugge al lettore nell’esergo la citazione da Shakespeare “Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre”.

Una serie di racconti il cui fil rouge è il tema della gelosia e le sue diverse facce, ma anche l’utilizzo della prima persona da parte del personaggio che vive l’esperienza, la mancanza di scenari efferati e soprattutto senza la figura da identificare in un killer, in un clima che appare normale e pertanto disturba per l’evidenza della contrapposizione e coinvolge:

“Storie di uomini feroci, di amanti privi di scrupoli, di destini implacabili. Nell’atmosfera ossessiva e perturbante del maestro del crime scandinavo”.( dal Catalogo Einaudi Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Jo Nesbø è uno dei più grandi autori di crime al mondo. I suoi libri hanno venduto oltre 40 milioni di copie. È nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista free lance, ha fatto il broker in borsa. Tutt’oggi suona regolarmente con la band norvegese dei Di Derre. Della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardoLo spettroPoliziaIl pipistrelloScarafaggiNemesiIl pettirossoLa stella del diavoloSeteL’uomo di neve e Il coltello. Presso Einaudi sono usciti anche i thriller Il cacciatore di testeIl confessoreSangue e neveSole di mezzanotteIl fratello e Gelosia. Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettroScarafaggiIl leopardoNemesiLa stella del diavoloLa ragazza senza voltoSole di mezzanotteIl confessorePoliziaIl pettirossoSeteL’uomo di neve e Il coltello.(da Einaudi Autori)

Gabriele Romagnoli “Cosa faresti se” presentazione

Sette racconti senza titolo se non enumerati in sette giorni anonimi, con un aggettivo che li scandisce da Primo a Settimo. Racconti di personaggi che vivono solo dentro alcune pagine, altri ritornano, come nel Settimo dove ne ricompaiono vari, ma non è una festa, è un funerale. Chi sono, cosa rappresentano? È il titolo che li raccoglie a mettere il lettore sull’avviso. Cosa faresti se? Tutti sono protagonisti alle prese con decisioni importanti, che impegnano il loro presente e il loro futuro non solo immediato. Scelte drammatiche che attraversano la loro vita per durare momenti o giornate o notti. Come scegliamo, chi o cosa ci porta a scegliere o comunque ad accogliere una o l’altra soluzione? Quanti dubbi, quanti tentennamenti, quante richieste di aiuto esterno o nei segni del destino o l’istintività fattasi immediatezza!

È nella scelta che ci sveliamo, è nella scelta che ci indaghiamo o spesso sono immediate e non mediate dalla ragione, ma dal sentimento o forse da un miscuglio perché siamo ragione e sentimento, tra dilemmi morali e scherzi del destino.

Sette racconti che pongono domande.

Sì, ma perché sette e perché nel settimo molti protagonisti ricompaiono? Sette di una stessa settimana dove nel Settimo le scelte degli uni coinvolgono anche altri.

“Esseri umani davanti a un crepaccio. Il passo da fare è scivoloso e irreversibile” scrive Paolo di Paolo nella sua presentazione sul Venerdì (del 16 luglio 2021) enucleando nel titolo una chiave di lettura “Il destino è una reazione a catena”.

Dal Catalogo Feltrinelli

[…] Una scelta irresolubile eppure necessaria, come quella di Laura e Raffaele, una coppia che desidera adottare un figlio e si ritrova a decidere in poche ore – una lunga, interminabile notte – se accogliere una bambina gravemente malata. O come quella di Adriano, che scopre da un video sul cellulare che il figlio, dopo aver preso in prestito la sua auto, ha investito un uomo senza fermarsi a prestare soccorso. Adriano, che da quando ha perso la moglie e il lavoro è incapace di decidere qualsiasi cosa, esce di casa per cercare fuori da sé, un passo dopo l’altro, una risposta: denunciare il figlio o costituirsi al suo posto per salvarlo? Mentre solo un istante viene concesso a Giovanni, il tassista Urano 4, per prendere la risoluzione più importante.
Seguendo quale ragionamento o intuizione, quale concezione del mondo e di sé, questi e gli altri personaggi, tutti sottilmente connessi fra loro, potranno compiere una scelta nell’arco di sei giorni e ripresentarsi insieme, nel settimo, per il giudizio finale? […]

e anche

Brevi none biografiche

Gabriele Romagnoli (Bologna, 1960) Giornalista professionista, a lungo inviato per “La Stampa”, direttore di “GQ” e Raisport è ora editorialista a “la Repubblica”. Narratore e saggista, il suo ultimo libro è Senza fine (Feltrinelli, 2018). Fra le sue opere: Navi in bottiglia (Mondadori, 1993), Louisiana blues (Feltrinelli, 2001), L’artista (Feltrinelli, 2004), Non ci sono santi (Mondadori, 2006), Un tuffo nella luce (Mondadori, 2010), Domanda di grazia (Mondadori, 2014) e Solo bagaglio a mano (Feltrinelli, 2015), Coraggio! (Feltrinelli, 2016) e Senza fine. La meraviglia dell’ultimo amore (2018).

Anaïs Nin “Spreco di eternità e altri racconti” presentazione

È la raccolta di sedici testi inediti di Anaïs Nin (nata a Neuilly-sur-Seine nel 1903 da genitori cubani e morta Los Angeles nel 1977), pubblicati per la prima volta in Italia dalla casa editrice La Tartaruga che privilegia per le sue stampe la letteratura femminista e i testi inediti. Mai editati erano stati proposti dalla stessa autrice a varie riviste ed editori newyorchesi ma furono rifiutati, finendo poi nella biblioteca di un’università americana.

Nin aveva circa ventisei anni quando li scrisse e viveva in Francia; Spreco di eternità e altri racconti raccoglie alcuni pezzi scritti tra il 1929 e il 1931, quando aveva già iniziato a scrivere i suoi Diari. Sono storie con dettagli dell’infanzia e della vita a Parigi, di incontri con artisti, scrittori ma anche sconosciuti, un mondo notturno fatto di caffè, teatri, parlano di donne del loro lavoro e dei loro desideri. Scritti giovanili, per questo motivo, Anaïs Nin nel 1977, poco prima di morire, convinta da un amico a pubblicare i racconti della sua giovinezza, spiega nell’introduzione al volume, editato dalla Magic Circle Press di Valerie Harm che quel libro “è un libro solo per gli amici.”, mettendo in evidenza la consapevolezza di una scrittura immatura ma probabilmente apprezzabile per altri autori, per chi avesse voluto conoscerla nel suo percorso di autrice.

“Sperimentali e profondamente introspettive, queste storie delineano un tema centrale della scrittura di Nin: il contrasto tra l’io pubblico e quello privato. Nella maestria di questi racconti vengono offerti ai lettori un arguto umorismo, uno spirito ironico, dialoghi coinvolgenti ma anche una prosa estatica, e qualche finale a sorpresa. Dal principio alla fine risplende la personalità di Nin, una meravigliosa combinazione di sentimento e razionalità, di vulnerabilità e forza: forse lei, più di ogni altro interprete del Novecento, ha saputo padroneggiare questo gioco di equilibri, elaborandolo alla sua maniera e curando sempre di sfidare, con la sua scrittura tagliente ed enigmatica, la società e le convenzioni del tempo, nella vita come nella letteratura”. (Da Libro Co. Italia)

Note biografiche su mangialibri

Pia Rimini una scrittrice riscoperta


Pia Rimini, scrittrice triestina nata l’8 gennaio del 1900, fu riscoperta quattro anni fa dall’editore Antonio Tombolini che ne rieditò il romanzo d’esordio “Il giunco” in ebook. Oggi anche la Casa Editrice e Rivista Letteraria, la romana Readerforblind, ripropone, all’interno della sua linea editoriale dedicata ad autori dimenticati, la raccolta di diciotto racconti della Rimini “L’amore muto” con la prefazione di Giulia Caminito.
La riscoperta, sulle pagine del Venerdì e su Robinson (La Repubblica, rispettivamente il 9 e il 10 luglio 2021), è quella di un’autrice degli anni ’20 – ’30, anticonformista e dalla vita tragica e breve, i cui scritti, che parlano alle donne, suonano ancora attuali.
Vita tragica e breve, vissuta controcorrente: quando a diciotto anni scopre di aspettare un figlio, lei non sposata, decide di portare avanti la gravidanza, fino alla nascita di un bambino nato morto. Figlia di genitori ebrei, la madre si era però convertita al cattolicesimo e l’aveva battezzata, fu nel 1944, a causa del suo cognome e di una “soffiata”, fatta salire su un treno per Auschwitz, viaggio da cui non farà più ritorno.
Nella recensione Nadia Terranova ce la presenta, con la potenza della sua scrittura, oggi più moderna di ieri, le cui storie raccontano molestie e piccoli abusi, dislivelli di potere, storie di uomini che sanno manipolare le donne e di donne che, nonostante tutto, credono nell’amore.
Ma non solo, la sua prosa è anche densa di ironia, come ne “Il funerale di un benefattore” che, come sottolinea ancora la Terranova, “è un brillante gioiello di satira umana e sociale”.

“L’occhio dell’assassino. Un viaggio nella mente criminale nei racconti di 20 maestri” a cura di Luca Crovi

Un’antologia quella raccolta da Luca Crovi, conoscitore del genere e come autore e come saggista, che presenta venti testi di scrittori di ieri e contemporanei, tra questi un testo inedito di Massimo Carlotto, con brani che nessuno ascriverebbe al genere: Flaubert, Maupassant e, per restare in Italia, Pirandello, Svevo o lo stesso Verga ma anche un brano in apertura tratto da Sigmund Freud intitolato “I criminali per senso di colpa”. Crovi costruisce la sua raccolta proponendo autori che “raccontano” attraverso gli occhi di un omicida entrando nelle menti di un assassino. Interessante l’introduzione del curatore e l’esergo tratto da Agatha Cristie Ognuno di noi è un potenziale assassino. In ognuno si accende talvolta il desiderio di uccidere, sebbene non la volontà di uccidere.

“[…]Nei racconti selezionati da Luca Crovi i maestri del genere si misurano con lo sguardo dei cattivi, ne vestono i panni, ne fanno i loro veri protagonisti: incontriamo così il Capitan Assassino di Dickens, i Ladri di cadaveri di Stevenson, il Detenuto n. 82 di Conan Doyle, La casalinga ingrigita di Maurizio de Giovanni che si confronta con il commissario Ricciardi, “La primula rossa di Corleone” di Camilleri… Un viaggio infernale che parte dagli autori che hanno inventato e reso grande il genere e arriva fino a oggi, consegnando al lettore piccoli capolavori inaspettati: da Hoffmann a Sciascia passando per Flaubert, Poe, Svevo e Hitchcock, per chiudere con un racconto inedito di Massimo Carlotto dedicato agli ultimi istanti di vita di Charlie Starkweather, il James Dean dei serial killer, a cui Springsteen ha dedicato la canzone Nebraska” (da Rizzoli Libri).

e anche

Brevi note biografiche

Luca Crovi è redattore alla Sergio Bonelli Editore, dove cura le serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick. Collabora con diversi quotidiani e periodici, ed è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) trasformata nell’omonima trasmissione radiofonica di Radiodue. Per Rizzoli ha pubblicato L’ombra del campione (2018).

“Racconti di demoni russi” a cura di Andrea Tarabbia, presentazione

Racconti di demoni russi fa parte della collana “nuovi classici” del Saggiatore; il volume, a cura di Andrea Tarabbia, presenta al lettore racconti di autori noti e meno noti iniziando con il poema in versi Il demone di Lermontov, un’opera-matrice, come la definisce Tarabbia, proprio perché fu il primo ad introdurre nella letteratura russa “il problema religioso del male”, per concludersi in musica con “Storia del soldato” di Stravinskij.

Al suo interno il contenuto si articola in due parti: “demoni immaginari” legati a figure del folclore e “demoni reali”, spaziando così tra autori che danno una diversa declinazione di “demone”: secondo Puskin, Bulgakov, dai folletti di Gogol, attraverso i grandi della letteratura russa, fino a Cechov, dove si passa dall’essere posseduti dai demoni all’esserne ossessionati, tra la concretezza di Dostoevskij e il realismo di Cechov, fino a Platonov.

“Tra possessioni, sortilegi e forze impure, incubi, ossessioni, violenze e follie, la letteratura russa più di altre sembra aver subito il fascino fatale del maligno, e questa raccolta di Racconti di demoni russi ne è un’oscura testimonianza. Guida d’eccezione in questo viaggio mefistofelico, Andrea Tarabbia ha selezionato e curato i più importanti esempi letterari di questa fascinazione sinistra, da Gogol’ a Čechov a Bulgakov, apparecchiando un banchetto di prelibatezze macabre – tra cui alcune vere rarità – […] e racconto dopo racconto si compone, agli occhi del lettore, il ritratto al nero di un’intera cultura” (Da Il Saggiatore)

Il Sommario

I demoni russi. Un frammento
Andrea Tarabbia

Prologo in versi

Il demone
Michail Lermontov

Parte prima. Demoni immaginari

Scena dal Faust
Aleksandr Puškin

Il Vij
Nikolaj Gogol’

Il concerto dei demoni
Michail Zagoskin

La notte di Pasqua (Leggenda)
Michail Saltykov-Ščedrin

La regina dei baci
Fëdor Sologub

Il sacrificio
Aleksej Remizov

Cosa vidi al sabba
Valerij Brjusov

Il gran ballo di Satana
Michail Bulgakov

Parte seconda. Demoni reali

Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič
Fëdor Dostoevskij

Il fiore rosso
Vsevolod Garšin

Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk
Nikolaj Leskov

Il monaco nero
Anton Čechov

L’abisso
Leonid Andreev

Il diavolo
Marina Cvetaeva

Uno spavento
Aleksandr Kuprin

Un satana del pensiero
Andrej Platonov

Epilogo in musica

Storia del soldato
Opera in due parti con musiche di Igor’ Stravinskij e libretto di Charles-Ferdinand Ramuz

Flannery O’ Connor “Un brav’uomo è difficile da trovare” presentazione

Riproposto da Mimimum Fax, Un brav’uomo è difficile da trovare, dà il titolo ad una raccolta di dieci racconti che l’autrice pubblicò ancora in vita nel 1955, editati in Italia da Einaudi nel 1968 con il titolo La vita che salvi può essere la tua.

Oggi la rileggiamo nella traduzione di Gaja Cenciarelli, con una postfazione di Joyce Carol Oates. Flannery.

O’Connor è stata un’autrice del Sud dove nasce nel 1925 (a Savannah, Georgia, e successivamente a Milledgeville, dove si trasferisce e abiterà per tutta la vita), mondo violento e pieno di profonde contraddizioni, i cui protagonisti sono i tipici rappresentanti delle comunità rurali che si muovono in un paesaggio di campagne disabitate e di fattorie in rovina, dove il male opera per le strade e tra le pareti domestiche, che ha riproposto nei suoi scritti con tratti grotteschi e con un linguaggio raro, secco e incisivo come ebbe a scrivere, recensendo la raccolta di Einaudi tradotta da Ida Omboni, Carlo Antognini, critico letterario ed editore marchigiano.

Nel 1952 aveva pubblicato il suo primo romanzo, La saggezza nel sangue, cui seguirà la raccolta di racconti, A Good Man Is Hard to Find, Un brav’uomo è difficile da trovare, e un secondo romanzo, Il cielo è dei violenti, del 1960. Il lupus eritematoso, malattia del sistema immunitario che aveva ucciso il padre, si manifesterà nel 1950, a soli venticinque anni. Muore nel 1964 a soli trentanove anni.

da Minimum Fax Editore

“Uscito nel 1955 e composto da dieci racconti inarrivabili per forza espressiva e spietatezza dello sguardo, Un brav’uomo è difficile da trovare impose immediatamente Flannery O’Connor come l’esponente di punta di quello che sarebbe stato ribattezzato il «gotico sudista». […] O’Connor attinge al grottesco e a un umorismo a tratti feroce per costruire un microcosmo umano in miracolosa sospensione tra commedia e tragedia, amore e crudeltà, dannazione e salvezza”