[…]Per i due fratelli in lutto, e per le persone da loro amate, si apre un interludio, un periodo di desiderio, disperazione e nuove prospettive – l’opportunità di scoprire quante cose un’unica vita possa contenere senza per questo andare in pezzi. Nascono nuovi amori, esplodono vecchie ruggini, si creano inedite alleanze. E in questo interludio si intravede la vastità potenziale di ogni vita.(dal Catalogo Einaudi)
Due fratelli, Peter e Ivan Koubek: il primo è un giovane e affermato avvocato di Dublino che vive due relazioni con donne molto diverse, Sylvia la ex compagna che ammalatasi lo ha allontanato proprio per questo motivo sebbene più volte lui l’abbia implorata del contrario, e Naomi, quest’ultima una studentessa universitaria. Ivan al contrario è quasi l’antitesi del fratello maggiore. Stanno attraversando il periodo del lutto per la morte recente del padre. Ivan ha 23 anni e proprio nelle prime settimane dopo la morte del padre incontra e si innamora di una donna divorziata, più grande di lui, Margaret che ha attraversato un periodo turbolento della sua vita e vuole renderla felice. Per i due fratelli e per le donne un periodo difficile ma anche con nuove prospettive. Se Peter non condivide la relazione tra Ivan e Margaret, Ivan non accetta il suo essere avvenente e tronfio, ma anche superficiale e con una lettura borghese della società e quindi incapace di aiutarlo, sebbene Peter voglia essere protettivo nei suoi confronti. Due fratelli e le loro diverse scelte di vita, e il loro percorso in una fase difficile creata dal lutto che rischia di mettere ancora più in crisi il loro rapporto in base proprio alle diverse visioni del vivere. Sally Rooney racconta un giovane del nostro tempo e lo rende autore della propria vita e traino per quella degli altri cercando di darle un senso dopo una perdita, trovando nell’amore, con una valenza quasi catartica, e nella compassione, l’accettazione delle altre facce che fanno parte della vita, del vivere: senza vincitori né vinti, senza battaglie, senza etichette di giusto o sbagliato.
Può una canzone diventare un destino? E può quel destino essere cambiato da una canzone?
Uisciueriar è la storia di Beatrice, che ha undici anni nel 1978, quando Anna, sua madre, si tinge i capelli di nero, si infila un paio di occhiali da sole e si chiude in casa in preda a una forte depressione.
Attraverso avventure stravaganti e pericolose, sogni di hippy di provincia, riti arcaici di guaritori contadini, in una Gubbio magica che protegge, nasconde e accoglie, Beatrice giunge a una consapevolezza dolorosa. La canzone dei Pink Floyd fa da eco, onda e risacca, chiave di lettura, sintesi struggente della fine dell’infanzia.
Cantautrice pluripremiata, Claudia Fofi ha pubblicato alcuni album autoprodotti, libri di poesia e raccolte di prose brevi tratte da scritture sui social; porta in scena i suoi testi teatrali e di teatro-canzone, cura progetti di scrittura della canzone e di canto in ambito riabilitativo e formativo, tiene seminari di ricerca vocale, è organizzatrice culturale e direttrice artistica di un festival in Umbria dedicato alla voce. Vive tra Gubbio e Perugia e questo è il suo primo romanzo
Sulla scia di Cambiare l’acqua ai fiori e Tre, Valérie Perrin ci trascina in un intreccio di storie, personaggi e colpi di scena raccontati nel suo stile fatto di ironia, delicatezza e profondità.(da e/o edizioni)
Valérie Perrin ritorna in libreria con un nuovo romanzo “Tatà”, in italiano con l’accento, in francese senza, affettuoso diminuitivo di tante, ovvero zietta. È proprio la zia di Agnès, la voce narrante, la protagonista assente, perchè “rimorta”, un termine che non esiste perché manca di corrispettivo, come si legge nella sinossi dell’edizione francese “remorte. Ce mot n’existe nulle part. Remourir, ça n’existe pas”. La narrazione si apre proprio con questa notizia giunta per telefono alla nipote, Agnès appunto, dalla polizia, che le comunica il decesso, ma Agnès rimane incredula e convinta si tratti di un caso di omonimia, proprio perché la sua zia sarebbe appunto “rimorta” essendo deceduta ben tre anni prima.
A parte la trovata in apertura, il testo nell’edizione francese presenta una frase in aggiunta alla copertina Il n’y a pas des gens sans histoire, proprio perché il romanzo si riempie delle storie di molte persone, un pullulare di personaggi ciascuno con la propria vita où s’entrelacent destins et intrigues palpitantes, Valérie Perrin, extraordinaire conteuse de nos vies.
Ambientato nei luoghi dell’infanzia dell’autrice, dà voce a tutte le vite anche a quelle in apparenza senza storia o comunque insignificanti al punto da non essere raccontate: intrecci complessi e colpi di scena che svelano il vero senso e significato del vivere nella sua pacata e spesso poco appariscente meraviglia proprio con le sue manchevolezze e imperfezioni: nessuno quindi è senza storia. A partire da quella di Agnès, regista di trentotto anni, ha già attraversato vari dolori: suo padre Jean, pianista, è morto prematuramente dopo un concerto, seguito qualche anno dopo dalla morte della madre violinista, e Pierre, attore di tutti i suoi film, nonché padre di sua figlia Ana e grande amore della sua vita, che l’ha piantata per un’altra, e zia Colette sorella di suo padre con la quale aveva sempre trascorso le vacanze a Gueugnon, cittadina di cui Valérie Perrin è originaria
Ma chi era davvero Colette? La zia: si svelerà attraverso le cassette registrate proprio da Colette che racconta la propria vita e che Agnès troverà nella casa in cui si era trasferita dopo la su prima morte: calzolaia in una bottega del paese, di pochissime parole, onesta, coraggiosa e forte anche nel dolore che aveva accompagnato la sua esistenza sin dall’infanzia tragica, con una donna accanto per tutta la sua vita, Blanche, incontrata da bambina.
Una strana e intelligente forma di vita, costituita da una vera e propria civiltà composta di tribù simili tra loro e tra loro in perenne conflitto, vive nascosta in fondo al mare. Un giorno il cadavere di un essere misterioso giunge fino a loro, nelle profondità oceaniche, illuminato da una luce che si fa più̀ fredda a ogni metro. Mentre la notizia dell’improvvisa comparsa della creatura attraversa le correnti e le varie tribù accorrono per vederlo con i propri occhi, sorgono nuove spaventose domande, destinate a sconvolgere antichi equilibri e a mutare per sempre il rapporto degli abitanti dell’oceano con quanto finora hanno conosciuto, o creduto di conoscere.(da Atlantide Edizioni)
In questo romanzo dello scrittore e istruttore marino James Sturz il lettore si immerge, è proprio il caso di dirlo, in un’ambientazione nuova, sconosciuta, quella delle profondità oceaniche: un mondo buio, freddo dove i colori scompaiono più si scende in profondità, il rosso quasi subito insieme al giallo, resistono più a lungo le diverse sfumature del blu ma alla fine resta imperioso solo il nero. In questo mondo altro vivono sette tribù sempre in guerra tra loro, ciascuna con il proprio dialetto e le proprie scelte culturali; una di queste, i Gjala, hanno rinvenuto qualcosa di insolito: un cadavere. Le notizie corrono lungo le varie correnti oceaniche e le altre tribù si riuniscono per vedere e indagare e le conseguenze non si faranno attendere. l romanzo è stato definito da Laura Pugno (Il Venerdì La Repubblica 1novembre 2024) “marino e filosofico, intensamente lirico” proprio perché è un racconto quasi interamente ambientato sui fondali, un romanzo di amore e guerra con le sue domande esistenziali sugli scopi dell’esperienza umana, che racconta la vita attraverso la storia di una civiltà marina.
James Sturz scrittore e maestro di immersione statunitense, è cresciuto a New York, facendo snorkeling nella vasca da bagno. Si è occupato del mondo sottomarino per «The Atlantic», «The Wall Street Journal», «The New York Times» e «The New York Times Magazine», «Outside» e «Men’s Journal».
«Gli anni vissuti respirando l’aria di un’aula le avevano forgiate e allenate a essere quello che sarebbero diventate. Nella compartecipazione di gioie e sofferenze si era creato un legame indissolubile, della cui forza non erano consapevoli, mentre lo vivevano.»
Irene ha raggiunto quell’età in cui si percepisce vecchia senza essere diventata adulta. Nel bilancio della sua vita sente di aver combinato poco o nulla: confinata in uno sperduto borgo della campagna veneta, vive ossessionata dall’ordine e dalla pulizia. Un’inaspettata rimpatriata di classe, però, diventa l’occasione per ritrovarsi con le amiche perse di vista dai tempi del liceo: Beatrice, con una famiglia all’apparenza perfetta, e Rebecca, ex promessa del mondo dello spettacolo e ora alle prese con una brutta malattia. Il destino che le ha fatte incontrare di nuovo, a distanza di decenni, sembra avere in serbo per loro un finale che, forse, può ridare speranza a chi guarda ormai la vita con amara disillusione.
Dalla Postfazione:
«Avevamo capelli lunghi significa ≪come eravamo≫ e ≪quando eravamo≫: le tre protagoniste, amiche da ragazze, si ritrovano ormai donne, in quell’età dei cinquanta, avanzata per ripetere follie (ed errori) di gioventù, ma non troppo per non poter essere ancora spalancata su sogni e progetti. C’è molto di autobiografico: l’autrice ha vissuto direttamente o indirettamente ogni pagina e questo ne fa un’opera sincera e autentica. Scrivere è servito a Francesca per trovare uno strumento di rigenerazione, dopo una profonda esperienza personale che l’ha portata a un passo da rendere questo libro non più che appunti postumi; dunque, come un’araba fenice, ora lo ha concluso, ripercorrendo anni e fatti che non sono poi così lontani nel tempo ma assai nello spirito. Eppure siamo qua, a riguardarci, a confrontarci e a guardare avanti. Migliori? Peggiori? Diversi, sicuramente più consapevoli di noi stessi.»
Dichiara l’Autrice:
«Ho scritto questo libro di getto, in due/tre mesi al massimo. È stato in parte un atto catartico: c’è molto di autobiografico, ma in una veste romanzata. Volevo che vi si riconoscessero quante più persone possibile e nessuna in particolare, me compresa, grazie al meraviglioso artificio della finzione».
Francesca Roveda (Verona, 1971), detta Cheyenne dai tempi in cui lavorava a Match Music come vee jay, si è laureata in Storia del teatro e dello spettacolo presso la Facoltà di Lettere di Padova. È stata una conduttrice televisiva ed è attualmente speaker radiofonica di RTL 102.5. Ha pubblicato Generazione MM. Storia di una gioiosa anarchia televisiva (2014), scritto con Michele Michelazzo, e ha collaborato, con Massimo Fini e Eduardo Fiorillo, alla stesura di Massimo Fini è Cyrano (2005).
È un romanzo elaborato, che travolge il lettore in un vortice di passione, gelosia, tormenti, rimpianti, pubblicato da Bibliotheca Edizioni nel mese di ottobre 2024.
La sinossi Nell’ultimo segmento della sua vita tormentata, Carlo ripercorre l’amore folle per Nora, donna fascinosa conosciuta in un bar quando lei aveva vent’anni e lui trentadue. Di notte, nel sogno, vive la sua imponente passione, mentre nella vita reale con lei le cose sono molto diverse. Sarà un incidente stradale a liberarlo dai fantasmi del passato e a fargli scoprire una verità sconvolgente.
L’illustre autore, con questa elaborata opera, conduce i lettori in un viaggio rapinoso ed imprevedibile, tra sogni, paure, gelosia, ricordi, rimpianti, reali o presunti. Narra, magistralmente, l’amore passionale del protagonista Carlo per la giovane Nora, affascinante donna, conosciuta in un bar, che diviene per lui un’esperienza annichilante, capace di mettere sottosopra tutte le sue certezze. Carlo, con la sua fragilità, emotiva e psicologica, è travolto da un amore senza tempo, un amore che sembra sfuggire dalle sue mani, che continua a bruciare dentro di lui, che lo fa sognare e allo stesso tempo lo fa soffrire per le sue scelte fatte o non fatte. La sua ardente passione e i fantasmi del passato “divorano” il suo animo, facendogli provare una varietà di forti sensazioni, fino ad indurlo a sprofondare nella totale disperazione. Sarà un incidente stradale a costringerlo, inaspettatamente, a riscrivere la sua vita. Ogni pagina di questo romanzo è emotivamente coinvolgente, contiene: intrecci narrativi che catturano l’attenzione e suscitano la curiosità, una realistica e complessa descrizione dei personaggi, scene dettagliate che creano immagini vivide nella mente del lettore, trasportandolo direttamente nella storia. Il percorso tormentato del protagonista ci invita, in particolare, a riflettere sulla “bufera” che si scatena nell’animo umano, per effetto della potenza struggente dell’amore ma anche sulla condizione ineludibile dell’esistenza che pone l’uomo di fronte alla necessità di scegliere, di dare forma alla sua vita, accettando, però, le sfide e le responsabilità che ne derivano.
Ah, sì, ora posso ben dirlo: vi è qualcosa di nostalgicamente incantevole in una società che svanisce, almeno quanto disgusta una società che decade.
Si apre con Costanzo Il Sidi e si chiude con Costanzo il Duende, in mezzo ai quali la storia trascorre con Cesare e con Curzio: passaggi generazionali, chi li racconta?
Il lettore dovrà attendere: la voce narrante si svela lentamente, il lettore ne fa la conoscenza attraverso il raccontato che ha come protagonisti i citati rampolli della casata degli Avogadro, friulana, a partire dal 1937 ad oggi e ambientata nella loro antica dimora, una solida villa secentesca arredata come molte altre case nobiliari.
La voce narrante comincia a disvelarsi
“Il capitano conte Costanzo Avogadro mi aveva promosso di fatto a suo… servo? No. Ma nemmeno attendente. Suo famulo, ecco. Io avevo diciotto anni, e lui ventinove”. “In qualità di intendente, mio padre abitava un piccolo appartamento in una delle barchesse. Io ero frutto tardivo del suo matrimonio. Tardivo e infausto, oltreché inatteso. Dopo aver partorito otto anni prima mio fratello, e avere avuto due anni dopo l’aborto spontaneo di una piccina che venne comunque battezzata: Lia, mia madre era morta dandomi in luce al mondo. Mio padre aveva quarantasette anni, quando lei morì, e credo non mi abbia mai perdonato del tutto. Ma era uomo sobrio, di poche parole, e affidò la mia infanzia alla cuoca e alla governante”. E più avanti “Mio padre si avviava ormai alla vecchiaia, io mi ero iscritto a Legge e lui lavorava ai fianchi il conte affinché gli subentrassi nelle cure della villa e delle pertinenti proprietà” Fino al giuramento “E allora, siamo in guerra. Tempo settimane, mesi forse, ma saremo in guerra. Chi può sapere cosa riserva il futuro? Voglio fare con te un patto analogo, e voglio altresì che tu giuri, sui sacramenti, di restare per sempre vicino alla mia famiglia. Capisci? Per sempre! Giura!”
È col patto siglato con il sangue che compare per la prima volta il nome e il cognome di colui che di fatto non è solo voce narrante ma attraverso gli occhi del quale prende vita nel tempo, si disvela l’esistenza di chi lavorava e viveva in una cornice quasi estranea al mondo reale e dove il rumore di quel mondo arrivava attraverso gli avvenimenti e i fatti che occorrevano ai membri della Famiglia: un mondo schermato, quasi uno specchio in cui quello “fuori” entrava solo a tratti per specchiarvisi con le sue conseguenze, fauste o infauste, con i mutamenti e le riflessioni che se ne determinavano e che la voce narrante sa sottolineare. Una narrazione lenta, piacevole, come possono esserlo solo i ricordi che sanno indugiare sui particolari, quelli indelebili, nostalgici, rammaricati, in questo memoir la cui conclusione, inattesa, è in effetti imprescindibile, conseguente a un gioco, un gioco delle parti, dove solo il fuoco scioglierà l’incantesimo
“vi è qualcosa di nostalgicamente incantevole in una società che svanisce, almeno quanto disgusta una società che decade”.
Con la precisione e il realismo lirico a cui ci ha abituato, Giorgio Montefoschi riesce a raccontare rapporti, sentimenti e spaccati di vita quotidiana attraverso sussurri, non detti, incontri fugaci che costellano il lento ma inesorabile scorrere del tempo. Un’indicibile tenerezza è l’ennesimo gioiello di un autore in grado di catturare il lettore e trasportarlo dentro le sue atmosfere e le sue storie.(da La nave di Teseo)
Protagonista un sessantaseienne scrittore, Pietro, il suo amico coetaneo ed editore, Mario, una donna giovane, Paola, una editor mandata da Mario perché possa convincere Pietro a pubblicare il suo ultimo romanzo mentre lui, restio, recalcitra nella convinzione che tutto quello che ha scritto “non è ancora riuscito ad andare oltre”. E poi c’è Roma con le sue strade, le sue luci, i suoi parchi, una mappa circoscritta, precisa Paolo Di Paolo nella sua intervista (Il Venerdì La Repubblica 27 settembre 2024) all’autore chiedendone anche il perché, e la risposta è davvero interessante quanto filosoficamente poetica “Il punto non è che i luoghi siano conosciuti, il punto è nominarli. Kundera nomina le strade di Praga. E Prust non fa che evocare toponimi. Nominandoli, secondo la filosofia ebraica, prendono esistenza”.
E poi arriva l’amore, improvviso e imprevisto, per Paola protagonista anche nel rimescolare tutti i rapporti in gioco tra Pietro, Sabina, la sua compagna, e Mario. Sullo sfondo Roma, tra panorami, quotidianità, e soprattutto con il suo fascino, solo suo e sempre accattivante, tra malinconia e desiderio.
Giorgio Montefoschi è nato a Roma. Tra le sue numerose opere ricordiamo La casa del padre (1994, Premio Strega), Il segreto dell’estrema felicità (2001), La sposa (2003), Lo sguardo del cacciatore (2003), L’idea di perderti (2006), Le due ragazze con gli occhi verdi (2009), Eva (2011), La fragile bellezza del giorno (2014), Il volto nascosto (1991, 2015) e Il corpo (2017). Ha pubblicato con La nave di Teseo Desiderio (2020) e Dell’anima non mi importa (2022) e le nuove edizioni di Ginevra (1974, 2019) e Il Museo Africano (1976, 2019), L’amore borghese (1978, 2020), La felicità coniugale (1982, 2021) e La terza donna (1982, 2021).
«Il giorno in cui si ritrovò a parlare con la fiamma del camino, perché non aveva nessuna monade con cui condividere le sue afflizioni, decise che era venuto il momento di incedere come l’Aniene e portarsi via i detriti della depressione, rivelando a quell’anima pura di bambina il male del mondo dei grandi»
Katia è una bambina con spiccate doti di osservazione, che ama scrivere poesie (e vince premi). Crescendo trova il suo vero amore non nel ragazzo di cui si era infatuata, ma in sua sorella, Valentina, con cui condivide la passione per la politica e per le terroriste. Al liceo, Valentina entra nella colonna romana delle Nuove BR ed è costretta alla clandestinità. Katia la raggiunge nel casale in Maremma in cui si nasconde, e si ritrova in un blitz delle forze dell’ordine. Le amiche riescono a fuggire e decidono di formare una loro “banda artistica”: I cattivi poeti. Fin dove saranno disposte a spingersi per difendere i loro sogni?
Un romanzo irriverente, che si muove al confine tra utopia e ucronia, per inseguire le radici dell’idealismo militante.
L’incipit
Katia da piccola andava con la nonna a piazza Navona, per la festa della Befana, a mangiare caramelle, sparare al tiro a segno, dar da mangiare ai piccioni tarantolati. Chiedeva a nonna Teresa chi fossero quei signori tutti sporchi e pieni di buste di plastica che dormivano vicino alla scalinata di Sant’Agnese in Agone, che le interessavano più della Fontana dei Quattro Fiumi. Il mangime che lanciava ai volatili si spandeva sui sampietrini nel punto della piazza vicino alla chiesa progettata dal Borromini, dove sfrecciavano i passanti con in mano giocattoli colorati o stelle filanti, ignari che dentro alla basilica avrebbero potuto trovare la Sant’Agnese sul rogo di Ercole Ferrata o la reliquia della testa della santa. I ritrattisti, verso via del Salvatore, cercavano di guadagnarsi la pagnotta mettendo in mezzo qualche straniero, per rifilargli una caricatura e farsi pagare l’officio. Dalle parti del ghetto i profumi del pane e dei dolci aleggiavano nell’aria. A largo di Torre Argentina i gatti saltavano tra le rovine, e al Pantheon si sprecavano i flash delle macchine fotografiche all’ultimo grido, acquistate nei sempre più numerosi negozi specializzati. Era la Roma degli anni Novanta, a cavallo tra la caduta di Craxi e la “discesa” in campo di Silvio Berlusconi. Per la verità, il 30 aprile 1993, davanti all’Hotel Raphaël, ci stavano pure Katia e nonna Teresa. Non che ci entrassero motivazioni politiche nella loro incursione, è che la nonna aveva la portineria proprio lì vicino, ne1l’imboscato vicolo della Volpe.
Edoardo Piazza (Roma, 1986). Ha studiato Scienze Politiche e fondato un’associazione culturale. Ha pubblicato la raccolta poetica Container! (Ensemble Edizioni). Sempre con Ensemble ha partecipato all’antologia Congiunti e all’Agenda poetica 2022. Secondo classificato al Premio Zeno 2020 sezione poesia. Finalista Premio Leopoldo II di Lorena. Nel 2020 ha pubblicato il romanzo Il Capodanno di Umberto Rose (Apollo Edizioni) e nel 2023 la silloge Il fosso, edita da Transeuropa. Si occupa di correzione bozze, ghostwriting e revisione testi. Organizza “raduni poetici” con letture collettive e dibattiti sulla poesia contemporanea.
Les Flâneurs Edizioni nasce nel 2015 grazie a un gruppo di giovani amanti della Letteratura. Il termine francese “flâneur” fa riferimento a una figura prettamente primo novecentesca d’intellettuale che, armato di bombetta e bastone da passeggio, vaga senza meta per le vie della sua città discutendo di letteratura e filosofia. Oggi come allora, la casa editrice si pone come obiettivo la diffusione della cultura letteraria in ogni sua forma, dalla narrativa alla poesia fino alla saggistica, con indipendenza di pensiero e occhio attento alla qualità. Les Flâneurs Edizioni intende seguire l’autore in tutti i passaggi della pubblicazione: dall’editing alla promozione. Les Flâneurs Edizioni è contro l’editoria a pagamento. Link di vendita:https://www.lesflaneursedizioni.it/product/i-cattivi-poeti/
Diego De Silva I titoli di coda di una vita insieme
Fosco e Alice si sono amati tanto. E tra poco, senza sapere bene perché, si diranno addio. Per questo, nel vortice di parole piú o meno giuste o piú o meno sbagliate, abbracci notturni, porte sbattute, avvocati nuovi di zecca e antiche recriminazioni, decidono di raccontare la loro storia a modo loro. Con ostinazione, dolore e persino ironia: tutto quello che nei documenti legali non potrà mai trovare spazio.( dal Catalogo Einaidi)
Alice è un’oncologa, Fosco uno scrittore, sono sposati da molti anni ed hanno un figlio adulto che studia in un’ altra città. Se “L’amore non è una storia, ma due” due sono le voci che la raccontano. Se lui sarebbe rimasto con lei anche da infelice, Alice è arrabbiata, detesta i silenzi, la volontà di fuga dal confronto, persino quella di lui di comprendere e quindi perdonare.
Diego De Silva è nato a Napoli nel 1964. Presso Einaudi ha pubblicato Certi bambini (2001, 2014 e 2021. Premio selezione Campiello, da cui è stato tratto il film diretto dai fratelli Frazzi), La donna di scorta (2001), Voglio guardare (2002, 2008 e 2017), Da un’altra carne (2004 e 2009), Non avevo capito niente (2007 e 2010, Premio Napoli, finalista al premio Strega), Mia suocera beve (2010 e 2012), Sono contrario alle emozioni (2011 e 2013), Mancarsi (2013), la trilogia Arrangiati, Malinconico (2013), che riunisce in un unico volume Non avevo capito niente, Sono contrario alle emozioni, Mia suocera beve, Terapia di coppia per amanti (2015 e 2017, da cui è stato tratto il film diretto da A. M. Federici), Divorziare con stile (2017 e 2019), Superficie (2018), I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) (2020 e 2022), Le minime di Malinconico (2021), Sono felice, dove ho sbagliato? (2022 e 2023) e I titoli di coda di una vita insieme (2024). Dai romanzi che hanno per protagonista Vincenzo Malinconico è stata tratta la serie tv prodotta e trasmessa da Rai 1. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie Disertori, Crimini, Crimini italiani, Questo terribile intricato mondo, Scena padre , Giochi criminali e Figuracce.
Se De Silva racconta un amore finito Francois Begaudeau, scrittore francese, narra l’amore semplice, così come recita il titolo L’amore è una cosa semplice; la storia di Jeanne e Jacques in una piccola città di provincia agli inizi degli anni Settanta. La storia di una coppia “banale”, sottolinea Fabio Gambaro nella premessa alla sua intervista all’autore, che s’incontra a vent’anni e resta insieme tutta la vita. Ma forse no.
Francois Begaudeau “L’amore è una cosa semplice”
«Ci sono cose che più ne sai più sono misteriose»: questo dice Jacques Moreau delle api negli alveari di suo nipote. E lo stesso potrebbe dire dell’amore che da una vita intera lo lega a Jeanne, perché starsi accanto, farlo per decenni, è qualcosa che si impara ogni giorno e che non si finisce di comprendere mai. Dagli anni Settanta a oggi, dall’adolescenza alla vecchiaia, l’esistenza di questa coppia comune scorre davanti ai nostri occhi, scandita dai piccoli grandi momenti che qualcuno potrebbe chiamare ‘abitudine’, altri ‘magia del quotidiano’. Il primo bacio, il matrimonio, la crescita di un figlio, la malattia, l’interdipendenza, le liti su quale programma televisivo guardare il sabato sera: è l’amore come viene vissuto dalla maggior parte delle persone, senza eventi clamorosi, ma con pazienza e magari un pizzico di ironia. Ambizioso e preciso come un film d’autore, questo breve romanzo che ha incantato la Francia punta all’essenziale e non spreca neppure una parola. Rinunciando alle distorsioni romantiche o a offrire ricette valide per tutti, Bégaudeau racconta con assoluta concretezza la costruzione quotidiana di una relazione che, passo dopo passo, inciampo dopo inciampo, resiste al tempo (.da Salani LIbri)
François Bégaudeau (Luçon, 1971) è giornalista, scrittore e sceneggiatore. Ha collaborato con i Cahiers du cinéma e scritto di cinema per varie altre testate. Esordisce nella narrativa nel 2003. Il suo terzo romanzo, La classe (2006), è stato prima un successo in libreria, con oltre 200.000 copie vendute, e poi al cinema, con la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2008. Il presente romanzo, uscito nel 2023, è stato applaudito dalla critica e dal pubblico come uno dei casi letterari più interessanti degli ultimi anni.